Domenica, 23 maggio 2010
“Va bene?!”: Storia di come sono (quasi) diventato italiano
Per dieci giorni Mark Spörrle, redattore della Zeit, ha attraversato l’Italia assieme al suo collega italiano Beppe Severgnini. Al suo rientro, qualcosa era cambiato – in lui.
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Lunedì, 26 aprile 2010
Arrivederci!
Anche quando immeritata, la fortuna è sempre fortuna. E noi abbiamo semplicemente avuto fortuna! Beppe e Mark - voi due siete quanto di meglio il progetto Va bene?! potesse sperare. Non immaginate neanche, quante siano le persone che ogni giorno, sin dalle prime ore della loro giornata lavorativa, hanno febbrilmente ricercato un vostro nuovo contributo scritto o filmato su internet, dimenticandosi completamente di lavorare.
Grazie, per aver tenuto per oltre una settimana italiani e tedeschi col fiato sospeso e di buon umore! E grazie per aver messo in discussione questo o quello stereotipo su entrambi i Paesi! Ringrazio anche Soledad (alias "Ugo"), che ha interpretato e tradotto fino a notte fonda e Gianni, che ha filmato e montato ventiquattro ore su ventiquattro.
Voi siete stati, siete e rimarrete - per dirla alla tedesca - "a winning team"!
La prossima volta vi spediamo in giro per le isole: da Usedom passando per Hallig Hooge e Stromboli fino a Lampedusa.
Va bene?
Grazie, per aver tenuto per oltre una settimana italiani e tedeschi col fiato sospeso e di buon umore! E grazie per aver messo in discussione questo o quello stereotipo su entrambi i Paesi! Ringrazio anche Soledad (alias "Ugo"), che ha interpretato e tradotto fino a notte fonda e Gianni, che ha filmato e montato ventiquattro ore su ventiquattro.
Voi siete stati, siete e rimarrete - per dirla alla tedesca - "a winning team"!
La prossima volta vi spediamo in giro per le isole: da Usedom passando per Hallig Hooge e Stromboli fino a Lampedusa.
Va bene?
La vostra Susanne e i collaboratori del Goethe-Institut Italien
Venerdì, 23 aprile 2010
Alla fine di un viaggio c'è sempre un viaggio da ricominciare
Palermo, ore 17.30. Per filmare le ultime immagini della nostra avventura ferroviaria, appena fuori dalla stazione, tentiamo di attraversare la strada. Questa si rivela l'operazione più difficile di tutto il viaggio (bus posizionati sulle strisce pedonali, motorini che puntano alle caviglie, auto parcheggiate così vicine da sembrare barricate). Vuol dire che siamo arrivati. Evviva!
L'ultima giornata è stata certamente la più fascinosa. Davanti ai capolavori di fantasia e imprevidenza visti tra Lamezia a Palermo, ho capito che l'Italia del Sud mi ha colpito più della Germania, per un semplice motivo: la conosco meno. Mi tocca ringraziare i tedeschi del Goethe-Institut per avermi spinto a esplorare il mio paese. Non c'è più religione (no, cardinal Bertone, non ce l'ho con lei).
Tra le cose strepitose che ho scoperto, e vedrete in video, le seguenti:
- Bambini di Crotone venuti fino a Lamezia (1 h e 40 m di pullman) per mostrarci di conoscere gli scioglilingua in tedesco, dentro un locale che si chiama “Flying Baron” (neppure sotto allucinogeni Hunter Thompson poteva inventarsi qualcosa del genere). Mark, per ricambiare, si lancia in “Apelle figlio d'Apollo” - indimenticabile.
- L'Aerohotel Phelipe di Lamezia a dispetto del nome e dell'aspetto giallistico - ideale scena del delitto - s'è rivelato impeccabile, con letti comodissimi. Al momento di partire, alle 7.30 del mattino, Ugo, Gianni ed io siamo pronti sulla porta; e Mark non c'è (secondo me lo fa apposta: vuol dimostrare che la puntualità tedesca è uno stereotipo, il che va bene, ma rischia di farci perdere un altro treno).
- Un'altra bella capotreno (Luisa) non voleva farsi riprendere, e poi abbiamo ritrovato - in borghese - sul regionale Messina-Palermo delle 14.17, mentre leggeva l'Odissea. Voi capite che una capotreno calabrese che sembra Nicole Kidman, ama Omero e confessa “Ho preso questo treno perché sapevo che sarebbe stato puntuale, essendoci a bordo con una telecamera” vale un viaggio da Berlino.
- La mancanza di una indicazione SICILIA a Villa San Giovanni costringe il viaggiatore a vagare come un'anima in pena in cerca del traghetto. L'unica indicazione è un piccolo cartello con scritto “Alla passerella pedonale - Invasatura 1° - 2° - 3°” (la parola “passerella” va dedotta perché qualcuno ha cancellato la seconda E e la doppia L). “Ma tanto la gente lo sa!”, ci hanno detto. La gente di Milano e di Amburgo, no.
- Una struttura stranissima in piazza Cairoli a Messina, di nessuna utilità: probabilmente una postazione extraterrestre.
- La signora Tiziana Cardani - visibilmente gravida, con figlioletta di pochi anni per mano - s'è ritrovata un verbale di accertamento di € 216 per essere salita a bordo senza biglietto. Poco importa che, sotto i nostri occhi, avesse avvertito il controllore: alla stazione di Patti la biglietteria era chiusa, e le biglietterie automatiche fuori servizio. Tiziana, in viaggio, leggeva “L'eleganza del riccio”. Ora vediamo l'eleganza di Trenitalia (caro Moretti, cosa ne dice di cambiare norma assurda?).
- Infine, lo scoop di Ugo: sul regionale Messina-Palermo abbiamo trovato la carta igienica morbida con le farfalline! E' la prova definitiva che il SISIF - Servizio Informazioni Segrete delle Italiche Ferrovie - sa della nostra presenza a bordo. Nessuno umano ha MAI visto carta igienica con le farfalline su un treno. E già molto se c'è la carta igienica.
- Quindi grazie Mark, compagno di viaggio ironico e grande attore; grazie Ugo, bruna dagli occhi verdi e dal pensiero pronto; grazie Gianni, che vedi quello che sta per succedere. Grazie Susanne e Olivia del Goethe, che avete messo in piedi tutto questo.
Carta igienica con le farfalline su un regionale in Sicilia! Torno a casa e la metto in cornice.
FINE
L'ultima giornata è stata certamente la più fascinosa. Davanti ai capolavori di fantasia e imprevidenza visti tra Lamezia a Palermo, ho capito che l'Italia del Sud mi ha colpito più della Germania, per un semplice motivo: la conosco meno. Mi tocca ringraziare i tedeschi del Goethe-Institut per avermi spinto a esplorare il mio paese. Non c'è più religione (no, cardinal Bertone, non ce l'ho con lei).
Tra le cose strepitose che ho scoperto, e vedrete in video, le seguenti:
- Bambini di Crotone venuti fino a Lamezia (1 h e 40 m di pullman) per mostrarci di conoscere gli scioglilingua in tedesco, dentro un locale che si chiama “Flying Baron” (neppure sotto allucinogeni Hunter Thompson poteva inventarsi qualcosa del genere). Mark, per ricambiare, si lancia in “Apelle figlio d'Apollo” - indimenticabile.
- L'Aerohotel Phelipe di Lamezia a dispetto del nome e dell'aspetto giallistico - ideale scena del delitto - s'è rivelato impeccabile, con letti comodissimi. Al momento di partire, alle 7.30 del mattino, Ugo, Gianni ed io siamo pronti sulla porta; e Mark non c'è (secondo me lo fa apposta: vuol dimostrare che la puntualità tedesca è uno stereotipo, il che va bene, ma rischia di farci perdere un altro treno).
- Un'altra bella capotreno (Luisa) non voleva farsi riprendere, e poi abbiamo ritrovato - in borghese - sul regionale Messina-Palermo delle 14.17, mentre leggeva l'Odissea. Voi capite che una capotreno calabrese che sembra Nicole Kidman, ama Omero e confessa “Ho preso questo treno perché sapevo che sarebbe stato puntuale, essendoci a bordo con una telecamera” vale un viaggio da Berlino.
- La mancanza di una indicazione SICILIA a Villa San Giovanni costringe il viaggiatore a vagare come un'anima in pena in cerca del traghetto. L'unica indicazione è un piccolo cartello con scritto “Alla passerella pedonale - Invasatura 1° - 2° - 3°” (la parola “passerella” va dedotta perché qualcuno ha cancellato la seconda E e la doppia L). “Ma tanto la gente lo sa!”, ci hanno detto. La gente di Milano e di Amburgo, no.
- Una struttura stranissima in piazza Cairoli a Messina, di nessuna utilità: probabilmente una postazione extraterrestre.
- La signora Tiziana Cardani - visibilmente gravida, con figlioletta di pochi anni per mano - s'è ritrovata un verbale di accertamento di € 216 per essere salita a bordo senza biglietto. Poco importa che, sotto i nostri occhi, avesse avvertito il controllore: alla stazione di Patti la biglietteria era chiusa, e le biglietterie automatiche fuori servizio. Tiziana, in viaggio, leggeva “L'eleganza del riccio”. Ora vediamo l'eleganza di Trenitalia (caro Moretti, cosa ne dice di cambiare norma assurda?).
- Infine, lo scoop di Ugo: sul regionale Messina-Palermo abbiamo trovato la carta igienica morbida con le farfalline! E' la prova definitiva che il SISIF - Servizio Informazioni Segrete delle Italiche Ferrovie - sa della nostra presenza a bordo. Nessuno umano ha MAI visto carta igienica con le farfalline su un treno. E già molto se c'è la carta igienica.
- Quindi grazie Mark, compagno di viaggio ironico e grande attore; grazie Ugo, bruna dagli occhi verdi e dal pensiero pronto; grazie Gianni, che vedi quello che sta per succedere. Grazie Susanne e Olivia del Goethe, che avete messo in piedi tutto questo.
Carta igienica con le farfalline su un regionale in Sicilia! Torno a casa e la metto in cornice.
FINE
Mark: Dalla Calabria, passando per Messina a Palermo. E le ferrovie.
Partiamo dalla puntualità
La mia trasformazione in un italiano è incredibilmente avanzata. Questa mattina, ad esempio, dovevamo lasciare una piccola località calabrese chiamata Lamezia Terme, per proseguire il nostro viaggio. Appuntamento alle 7.30 in punto, ma, conoscendo l’andazzo, non sarebbe stato prima delle 7.45. Sceso addirittura cinque in anticipo, con mio sommo stupore ho scoperto che Beppe, la nostra interprete Soledad e il nostro operatore Gianni erano già nella hall, con tanto di bagagli, pronti a partire. Il loro “Ah!”, vedendomi, potrebbe essere tradotto in tedesco con un “Diamine, finalmente!” Anche il signore alla reception ha increspato leggermente le labbra. I tedeschi vengono volentieri a Lamezia Terme, tanto che, a settembre di quest’anno, verrà organizzato qui un gigantesco ritrovo di nudisti – li conoscono proprio bene questi teutonici.
Al signore non sono riuscito a spiegare che, abitualmente, non mi comporto così. Dovevo precipitarmi al taxi. Arrivati in stazione, abbiamo dovuto aspettare un bel po’ prima che arrivasse il treno, che Beppe aveva scelto. Ad aspettare o meglio oziare con noi, una mezza dozzina di abitanti del luogo, di sesso maschile, tutti impeccabili, con tanto di giacca. Incredibile quanto siano alla moda gli uomini più giovani in una zona così povera…
Gli alunni calabresi
La serata di ieri l’abbiamo trascorsa al “Flying Baron”, una pizzeria idillicamente ubicata nei pressi dell’autostrada. Da fuori ricorda un saloon da film western. Entrando ti accorgi che alle pareti troneggia il ritratto di un pilota che simile al nostro Manfred von Richthofen, storico pilota tedesco di caccia durante la prima guerra mondiale. La Calabria, una regione dove la povertà è direttamente proporzionale alla gentilezza dei suoi abitanti, nutre veramente un rapporto speciale con la Germania. Sono stati in molti quelli che, negli anni 1950 e 1960 hanno lasciato questa zona per emigrare in Germania e tentar la fortuna come operai di fabbrica.
Molti vivono tuttora all’estero, ma tornano a fare visita alla loro vecchia patria. Tanti altri, invece, sono rientrati. A questi si aggiungono, poi, i turisti tedeschi. I camerieri del “Flying Baron”, infatti, parlavano un tedesco stentato e anche per strada questo o quel passante ti saluta con un “Tschuhus”.
Perché non ci si fermi a quel “Tschuhus”, Loris Rossetto ha fondato gli Amici del Tedesco, un’associazione che a 90 minuti d’autostrada da qui, a Crotone, insegna per due ore la settimana il tedesco come materia facoltativa nelle classi elementari e medie. “Ho undici classi, duecento alunni”, mi dice Rossetto, rientrato dalla Svizzera per smuovere qualcosa.
Questa sera, ad esempio, ha convinto alcuni colleghi, genitori e un pullman di bambini, a viaggiare un’ora e mezzo per venire a incontrare proprio noi qui al “Flying Baron”. Ma non è finita qui: davanti “alle nostre orecchie” i suoi alunni, in età compresa fra i sei e i 14 anni, hanno disputato la loro “gara annuale di scioglilingua” in tedesco.
Sono riuscito a convincere Beppe a dare il meglio di sé recitando “Fischers Fritz”. Poi abbiamo consegnato i premi, ci siamo lasciati fotografare con i vincitori e abbiamo autografato (non per vanità, ma su espressa richiesta!) diversi dizionari bilingui italo-tedesco. Dopo la partenza dei nostri tanti nuovi amici, che si sono congedati da noi intonando un bel “Tschuhus”, il proprietario della pizzeria ci ha riaccompagnati in albergo, perché i taxi non viaggiavano più dopo le undici, e ci ha salutati con una stretta di mano.
Messina e la mafia
Un tempo Messina era la porta della Sicilia. Oggi la maggior parte dei visitatori atterrano negli aeroporti dell’isola, diminuendo enormemente la probabilità che venga effettivamente costruito il ponte fra l’isola e la terraferma. Da quel che si sente, il ponte non verrà costruito anche per mancanza di fondi, perché a pieno peso la costruzione non reggerebbe le oscillazioni del mare e perché non si vogliono avere problemi con la mafia, particolarmente attiva a Messina, a giudicare dall’impressionante numero di costruzioni abusive. Un rischio non indifferente in una città ad alto rischio sismico (100.000 le vittime del grande terremoto nel 1908). E’ per questo che ogni visitatore riceve una cartina della città sulla quale la protezione civile ha riportato, per ogni eventualità, tutti i rifugi, apparentemente antisismici e costruiti in modo assolutamente legale.
Abbiamo incontrato anche Valeria e Nunzio: sono laureati in giornalismo, hanno creato un portale universitario su internet, fondato un giornale realizzato da persone con degli handicap e frequentato numerosi tirocini. Ciononostante, non sono riusciti ancora a trovare lavoro, neanche all’Università dove è del tutto normale che le cattedre e gli incarichi per insegnare vengano ereditati di padre in figlio. Se volessero lavorare nell’ateneo, Valeria e Nunzio avrebbero bisogno di qualcuno che “desse loro una mano” – ma nessuno dei due lo vuole.
Le straordinarie ferrovie italiane
Arrivati a questo punto è assolutamente necessario abbattere lo stereotipo secondo il quale i treni italiani sarebbero sporchi, mal funzionanti e in ritardo. Dal canto mio, cari responsabili delle ferrovie italiane, ardenti di leggere queste nostre righe, posso solo dire: nonostante le ferrovie tedesche si siano mostrate dal loro profilo migliore, le ferrovie che abbiamo conosciuto attraversando l’Italia sono state nettamente migliori:
1. Non solo i nostri treni sono tutti arrivati in orario, ma in parte sono stati anche talmente veloci da arrivare quattro o dieci minuti prima, e sottolineo PRIMA, dell’orario d’arrivo previsto.
2. Il servizio a bordo è stato perfetto: sul treno da Milano, sorridenti hostess hanno puntualmente attraversato le carrozze distribuendo dal loro carrello bevande gratuite. E’ pur vero che i bicchieri non venivano mai riempiti oltre qualche centimetro. Diversamente, però, le signore non sarebbero mai potute tornare con tale assiduità.
3. Arrivati a Villa San Giovanni, un sorridente collaboratore delle ferrovie ci ha invitato a prendere un latte macchiato al bar della stazione. A Messina, in attesa della nostra coincidenza, abbiamo potuto depositare i nostri bagagli nell’ufficio del direttore della stazione. Il controllore sul treno da Messina a Palermo, poi, si è congedato non solo da noi, ma anche da una signora punita poco prima con una multa per diverse centinaia di euro perché salita a bordo senza biglietto, con un bel sorriso e una stretta di mano.
4. I bagni a bordo del treno, così screditati dai viaggiatori italiani, costretti per ore a rinunciare a sostanze liquide o comunque solide per non avere poi il bisogno di utilizzarle, non erano semplicemente pulite e ordinate (almeno all’inizio di ogni viaggio, perché poi, questi italiani, non amano proprio tirare lo sciacquone). Sul treno da Messina a Palermo, la tratta più diffamata, le toilette non erano dotate della solita carta igienica abrasiva, bensì di morbidi rotoli di carta igienica deluxe. Impossibile tranquillizzare Beppe, sbalordito che un evento epocale come questo fosse accaduto proprio in mia presenza…
5. Tutte le capotreno incontrate, sembravano uscite dalla stessa telenovela, o comunque dalla stessa agenzia di casting. Il modello era: capelli biondo scuri, un po’ più lunghi delle spalle, portati sciolti, come la Barbie, sotto al cappello della divisa.
L’unico controllore uomo intervistato sull’argomento, ha contestato la nostra teoria: non esisteva alcuna selezione in base all’aspetto esteriore. Le ragazze di oggi sarebbero tutte belle per via della sana alimentazione.
Ma in Italia l’importante è parlare a lungo con le persone. Dopo mezz’ora di conversazione con Beppe, quello stesso signore ha confessato a Beppe che lui e i suoi colleghi avevano ricevuto una lettera che annunciava il nostro arrivo. E solo in quel momento Beppe si è ricordato che, per ottenere il permesso di ripresa, aveva dovuto fornire la lista completa dei treni che avremmo preso…
Messe da parte tutte le folli supposizioni, di aver veramente fatto parte di una meravigliosa messinscena italiana: laddove le ferrovie italiane s’impegnano, riescono. Quello che tuttora non mi è ben chiaro è come il Ministero italiano per il turismo sia riuscito a manipolare il tempo, da garantirci pieno sole ovunque andassimo…
Palermo
Assieme a molti grati viaggiatori (grati perché, con la nostra presenza a bordo, erano arrivati puntuali a destinazione), abbiamo raggiunto la stazione di Palermo, una città ricca di contraddizioni. Una città dai meravigliosi edifici fatiscenti, che non distolgono comunque le giovani coppie e le famiglie dal trasferirvisi. Una città nella quale anche gli automobilisti professionisti guidano come forsennati e dove, in pieno centro storico, la gente alleva ancora cavalli e maiali.
Infine una città in cui i giudici preservano la propria dignità nei confronti della mafia e dove i commercianti o i ristoratori che si oppongono al racket, aderiscono all’associazione Addio pizzo. Insomma, una città in cui cresce la speranza e diminuiscono i cliché. Proprio come abbiamo visto durante tutto il nostro viaggio da Berlino a Palermo.
E qui finisce la nostra avventura con Beppe, un compagno di viaggio fantastico e professionale, ironico e intelligente; con Soledad che non ha mai smesso di tradurci e che, per di più, alle volte, ci ha fatto anche da maestra d’asilo; con Gianni, un vero artista della ripresa. E con Susanne e Olivia del Goethe-Institut, che, non solo ci hanno rifocillato, ad ogni tappa, con leccornie di ogni tipo, ma che hanno innanzitutto reso possibile tutto ciò.
Va bene! Ciao!
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
La mia trasformazione in un italiano è incredibilmente avanzata. Questa mattina, ad esempio, dovevamo lasciare una piccola località calabrese chiamata Lamezia Terme, per proseguire il nostro viaggio. Appuntamento alle 7.30 in punto, ma, conoscendo l’andazzo, non sarebbe stato prima delle 7.45. Sceso addirittura cinque in anticipo, con mio sommo stupore ho scoperto che Beppe, la nostra interprete Soledad e il nostro operatore Gianni erano già nella hall, con tanto di bagagli, pronti a partire. Il loro “Ah!”, vedendomi, potrebbe essere tradotto in tedesco con un “Diamine, finalmente!” Anche il signore alla reception ha increspato leggermente le labbra. I tedeschi vengono volentieri a Lamezia Terme, tanto che, a settembre di quest’anno, verrà organizzato qui un gigantesco ritrovo di nudisti – li conoscono proprio bene questi teutonici.
Al signore non sono riuscito a spiegare che, abitualmente, non mi comporto così. Dovevo precipitarmi al taxi. Arrivati in stazione, abbiamo dovuto aspettare un bel po’ prima che arrivasse il treno, che Beppe aveva scelto. Ad aspettare o meglio oziare con noi, una mezza dozzina di abitanti del luogo, di sesso maschile, tutti impeccabili, con tanto di giacca. Incredibile quanto siano alla moda gli uomini più giovani in una zona così povera…
Gli alunni calabresi
La serata di ieri l’abbiamo trascorsa al “Flying Baron”, una pizzeria idillicamente ubicata nei pressi dell’autostrada. Da fuori ricorda un saloon da film western. Entrando ti accorgi che alle pareti troneggia il ritratto di un pilota che simile al nostro Manfred von Richthofen, storico pilota tedesco di caccia durante la prima guerra mondiale. La Calabria, una regione dove la povertà è direttamente proporzionale alla gentilezza dei suoi abitanti, nutre veramente un rapporto speciale con la Germania. Sono stati in molti quelli che, negli anni 1950 e 1960 hanno lasciato questa zona per emigrare in Germania e tentar la fortuna come operai di fabbrica.
Molti vivono tuttora all’estero, ma tornano a fare visita alla loro vecchia patria. Tanti altri, invece, sono rientrati. A questi si aggiungono, poi, i turisti tedeschi. I camerieri del “Flying Baron”, infatti, parlavano un tedesco stentato e anche per strada questo o quel passante ti saluta con un “Tschuhus”.
Perché non ci si fermi a quel “Tschuhus”, Loris Rossetto ha fondato gli Amici del Tedesco, un’associazione che a 90 minuti d’autostrada da qui, a Crotone, insegna per due ore la settimana il tedesco come materia facoltativa nelle classi elementari e medie. “Ho undici classi, duecento alunni”, mi dice Rossetto, rientrato dalla Svizzera per smuovere qualcosa.
Questa sera, ad esempio, ha convinto alcuni colleghi, genitori e un pullman di bambini, a viaggiare un’ora e mezzo per venire a incontrare proprio noi qui al “Flying Baron”. Ma non è finita qui: davanti “alle nostre orecchie” i suoi alunni, in età compresa fra i sei e i 14 anni, hanno disputato la loro “gara annuale di scioglilingua” in tedesco.
Sono riuscito a convincere Beppe a dare il meglio di sé recitando “Fischers Fritz”. Poi abbiamo consegnato i premi, ci siamo lasciati fotografare con i vincitori e abbiamo autografato (non per vanità, ma su espressa richiesta!) diversi dizionari bilingui italo-tedesco. Dopo la partenza dei nostri tanti nuovi amici, che si sono congedati da noi intonando un bel “Tschuhus”, il proprietario della pizzeria ci ha riaccompagnati in albergo, perché i taxi non viaggiavano più dopo le undici, e ci ha salutati con una stretta di mano.
Messina e la mafia
Un tempo Messina era la porta della Sicilia. Oggi la maggior parte dei visitatori atterrano negli aeroporti dell’isola, diminuendo enormemente la probabilità che venga effettivamente costruito il ponte fra l’isola e la terraferma. Da quel che si sente, il ponte non verrà costruito anche per mancanza di fondi, perché a pieno peso la costruzione non reggerebbe le oscillazioni del mare e perché non si vogliono avere problemi con la mafia, particolarmente attiva a Messina, a giudicare dall’impressionante numero di costruzioni abusive. Un rischio non indifferente in una città ad alto rischio sismico (100.000 le vittime del grande terremoto nel 1908). E’ per questo che ogni visitatore riceve una cartina della città sulla quale la protezione civile ha riportato, per ogni eventualità, tutti i rifugi, apparentemente antisismici e costruiti in modo assolutamente legale.
Abbiamo incontrato anche Valeria e Nunzio: sono laureati in giornalismo, hanno creato un portale universitario su internet, fondato un giornale realizzato da persone con degli handicap e frequentato numerosi tirocini. Ciononostante, non sono riusciti ancora a trovare lavoro, neanche all’Università dove è del tutto normale che le cattedre e gli incarichi per insegnare vengano ereditati di padre in figlio. Se volessero lavorare nell’ateneo, Valeria e Nunzio avrebbero bisogno di qualcuno che “desse loro una mano” – ma nessuno dei due lo vuole.
Le straordinarie ferrovie italiane
Arrivati a questo punto è assolutamente necessario abbattere lo stereotipo secondo il quale i treni italiani sarebbero sporchi, mal funzionanti e in ritardo. Dal canto mio, cari responsabili delle ferrovie italiane, ardenti di leggere queste nostre righe, posso solo dire: nonostante le ferrovie tedesche si siano mostrate dal loro profilo migliore, le ferrovie che abbiamo conosciuto attraversando l’Italia sono state nettamente migliori:
1. Non solo i nostri treni sono tutti arrivati in orario, ma in parte sono stati anche talmente veloci da arrivare quattro o dieci minuti prima, e sottolineo PRIMA, dell’orario d’arrivo previsto.
2. Il servizio a bordo è stato perfetto: sul treno da Milano, sorridenti hostess hanno puntualmente attraversato le carrozze distribuendo dal loro carrello bevande gratuite. E’ pur vero che i bicchieri non venivano mai riempiti oltre qualche centimetro. Diversamente, però, le signore non sarebbero mai potute tornare con tale assiduità.
3. Arrivati a Villa San Giovanni, un sorridente collaboratore delle ferrovie ci ha invitato a prendere un latte macchiato al bar della stazione. A Messina, in attesa della nostra coincidenza, abbiamo potuto depositare i nostri bagagli nell’ufficio del direttore della stazione. Il controllore sul treno da Messina a Palermo, poi, si è congedato non solo da noi, ma anche da una signora punita poco prima con una multa per diverse centinaia di euro perché salita a bordo senza biglietto, con un bel sorriso e una stretta di mano.
4. I bagni a bordo del treno, così screditati dai viaggiatori italiani, costretti per ore a rinunciare a sostanze liquide o comunque solide per non avere poi il bisogno di utilizzarle, non erano semplicemente pulite e ordinate (almeno all’inizio di ogni viaggio, perché poi, questi italiani, non amano proprio tirare lo sciacquone). Sul treno da Messina a Palermo, la tratta più diffamata, le toilette non erano dotate della solita carta igienica abrasiva, bensì di morbidi rotoli di carta igienica deluxe. Impossibile tranquillizzare Beppe, sbalordito che un evento epocale come questo fosse accaduto proprio in mia presenza…
5. Tutte le capotreno incontrate, sembravano uscite dalla stessa telenovela, o comunque dalla stessa agenzia di casting. Il modello era: capelli biondo scuri, un po’ più lunghi delle spalle, portati sciolti, come la Barbie, sotto al cappello della divisa.
L’unico controllore uomo intervistato sull’argomento, ha contestato la nostra teoria: non esisteva alcuna selezione in base all’aspetto esteriore. Le ragazze di oggi sarebbero tutte belle per via della sana alimentazione.
Ma in Italia l’importante è parlare a lungo con le persone. Dopo mezz’ora di conversazione con Beppe, quello stesso signore ha confessato a Beppe che lui e i suoi colleghi avevano ricevuto una lettera che annunciava il nostro arrivo. E solo in quel momento Beppe si è ricordato che, per ottenere il permesso di ripresa, aveva dovuto fornire la lista completa dei treni che avremmo preso…
Messe da parte tutte le folli supposizioni, di aver veramente fatto parte di una meravigliosa messinscena italiana: laddove le ferrovie italiane s’impegnano, riescono. Quello che tuttora non mi è ben chiaro è come il Ministero italiano per il turismo sia riuscito a manipolare il tempo, da garantirci pieno sole ovunque andassimo…
Palermo
Assieme a molti grati viaggiatori (grati perché, con la nostra presenza a bordo, erano arrivati puntuali a destinazione), abbiamo raggiunto la stazione di Palermo, una città ricca di contraddizioni. Una città dai meravigliosi edifici fatiscenti, che non distolgono comunque le giovani coppie e le famiglie dal trasferirvisi. Una città nella quale anche gli automobilisti professionisti guidano come forsennati e dove, in pieno centro storico, la gente alleva ancora cavalli e maiali.
Infine una città in cui i giudici preservano la propria dignità nei confronti della mafia e dove i commercianti o i ristoratori che si oppongono al racket, aderiscono all’associazione Addio pizzo. Insomma, una città in cui cresce la speranza e diminuiscono i cliché. Proprio come abbiamo visto durante tutto il nostro viaggio da Berlino a Palermo.
E qui finisce la nostra avventura con Beppe, un compagno di viaggio fantastico e professionale, ironico e intelligente; con Soledad che non ha mai smesso di tradurci e che, per di più, alle volte, ci ha fatto anche da maestra d’asilo; con Gianni, un vero artista della ripresa. E con Susanne e Olivia del Goethe-Institut, che, non solo ci hanno rifocillato, ad ogni tappa, con leccornie di ogni tipo, ma che hanno innanzitutto reso possibile tutto ciò.
Va bene! Ciao!
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Mercoledì, 21 aprile 2010
Un’emergenza, bitte. Milano -Roma-Napoli-Lamezia
Gli voglio bene. Quest’uomo non sa più cosa inventare per movimentare il viaggio. Scendiamo dal taxi - mancano venti minuti al treno per Roma-Napoli-Lamezia - e Mark annuncia, serafico, che ha perso l’iPhone nel taxi. Scatta la Solidarietà Italiana Personale (SIP), l’unica forma di protezione civile che non abbia mai generato scandali.
Ugo chiama il telefono smarrito, sperando che qualcuno risponda. Gianni, che era in un altro punto della stazione, si precipita con la telecamera intuendo - correttamente - che succederà qualcosa di bizzarro, educativo e spettacolare. Chiamo il 4040, rintraccio la prenotazione e la taxista: 27 anni compiuti oggi, lavora in società col marito, ci ha raccolti in via Vincenzo Foppa alle 09.10 e portati in Centrale. Proprio lei risponde alla terza telefonata di Ugo, e si offre di riportare il telefono invertendo al rotta, per non farci perdere il treno; i nuovi clienti hanno capito la situazione, e non hanno nulla in contrario.
La taxista arriva, brandendo l’oggetto del teutonico desiderio: il signor Spörrle è commosso, ha riavuto il telefono e riusciremo anche a non perdere il treno. “L’Italia in certe cose è wunderbar!” esclama, mentre Ugo si riprende psicologicamente dall’ennesima prova. Io penso: hai ragione, Mark. Dateci un’emergenza e siamo fenomenali. E’ con l’ordinaria amministrazione che abbiamo qualche problema.
Come la stazione Centrale, del resto. I giorni della nube (islandese) hanno evidenziato l’imprevidenza (italiana). Folle dirottate verso i treni, e i noti problemi d’accoglienza si sono amplificati: niente sale d’aspetto, solo un minuscolo bar, niente rete wireless, bagni a gettone, biglietterie automatiche fuori uso, scale mobili commerciali (cioè fatte pensando ai negozi, non ai passeggeri), pali metallici che bloccano la valigie. Un peccato, perché gli Eurostar di Trenitalia sono qualcosa di cui andare orgogliosi: c’è un’Italia, ogni giorno più vasta, che viaggia e lavora a 250 km/h. E ha scoperto che l’improvvisazione è bella: ma anche l’efficienza offre i suoi vantaggi.
Anche noi lavoriamo: quattro computer accesi, quattro telefoni caldi e quattro teste chine. Gianni monta quello che ha girato, con precisione svizzera e furia coreana; Ugo traduce il nostro blog, e mi confessa che Mark era convinto di andare a San Siro per Inter-Juventus, non Inter-Barcellona (ma io, per quanto scandalizzato, non rivelerò la cosa a nessuno). Mark scrive.
Scrive.
Scrive.
Scrive. Scrive bene, come potete constatare nel blog (bilingue) pubblicato sul sito del Goethe-Institut. Ma scrive veramente tanto. Oggi, da Milano a Napoli, penso abbia prodotto l’equivalente di un capitolo dei Buddenbrook. Ogni tanto si scuote, si guarda intorno (“Quel capotreno è troppo bella! Secondo me è una modella”). Poi torna a scrivere. Ugo, che dovrà tradurre tutto, pensa al futuro, chiude gli occhi e s’addormenta. Lo sento: sognerà la prossima mossa di Mark. Una valigia dimenticata sulla Freccia del Sud? Banale. Un gara di scioglilingua tedeschi tra bambini calabresi? Già più interessante. Un tuffo dal traghetto per Messina? Ecco: questo sarebbe spettacolare. Gianni è pronto: già gli brillano gli occhi.
Ugo chiama il telefono smarrito, sperando che qualcuno risponda. Gianni, che era in un altro punto della stazione, si precipita con la telecamera intuendo - correttamente - che succederà qualcosa di bizzarro, educativo e spettacolare. Chiamo il 4040, rintraccio la prenotazione e la taxista: 27 anni compiuti oggi, lavora in società col marito, ci ha raccolti in via Vincenzo Foppa alle 09.10 e portati in Centrale. Proprio lei risponde alla terza telefonata di Ugo, e si offre di riportare il telefono invertendo al rotta, per non farci perdere il treno; i nuovi clienti hanno capito la situazione, e non hanno nulla in contrario.
La taxista arriva, brandendo l’oggetto del teutonico desiderio: il signor Spörrle è commosso, ha riavuto il telefono e riusciremo anche a non perdere il treno. “L’Italia in certe cose è wunderbar!” esclama, mentre Ugo si riprende psicologicamente dall’ennesima prova. Io penso: hai ragione, Mark. Dateci un’emergenza e siamo fenomenali. E’ con l’ordinaria amministrazione che abbiamo qualche problema.
Come la stazione Centrale, del resto. I giorni della nube (islandese) hanno evidenziato l’imprevidenza (italiana). Folle dirottate verso i treni, e i noti problemi d’accoglienza si sono amplificati: niente sale d’aspetto, solo un minuscolo bar, niente rete wireless, bagni a gettone, biglietterie automatiche fuori uso, scale mobili commerciali (cioè fatte pensando ai negozi, non ai passeggeri), pali metallici che bloccano la valigie. Un peccato, perché gli Eurostar di Trenitalia sono qualcosa di cui andare orgogliosi: c’è un’Italia, ogni giorno più vasta, che viaggia e lavora a 250 km/h. E ha scoperto che l’improvvisazione è bella: ma anche l’efficienza offre i suoi vantaggi.
Anche noi lavoriamo: quattro computer accesi, quattro telefoni caldi e quattro teste chine. Gianni monta quello che ha girato, con precisione svizzera e furia coreana; Ugo traduce il nostro blog, e mi confessa che Mark era convinto di andare a San Siro per Inter-Juventus, non Inter-Barcellona (ma io, per quanto scandalizzato, non rivelerò la cosa a nessuno). Mark scrive.
Scrive.
Scrive.
Scrive. Scrive bene, come potete constatare nel blog (bilingue) pubblicato sul sito del Goethe-Institut. Ma scrive veramente tanto. Oggi, da Milano a Napoli, penso abbia prodotto l’equivalente di un capitolo dei Buddenbrook. Ogni tanto si scuote, si guarda intorno (“Quel capotreno è troppo bella! Secondo me è una modella”). Poi torna a scrivere. Ugo, che dovrà tradurre tutto, pensa al futuro, chiude gli occhi e s’addormenta. Lo sento: sognerà la prossima mossa di Mark. Una valigia dimenticata sulla Freccia del Sud? Banale. Un gara di scioglilingua tedeschi tra bambini calabresi? Già più interessante. Un tuffo dal traghetto per Messina? Ecco: questo sarebbe spettacolare. Gianni è pronto: già gli brillano gli occhi.
Mark: San Siro, la Milano di Beppe e i tassisti
E’ finita. Ormai fa parte del passato e il fatto, che sia ancora qui a scrivere significa che sono sopravvissuto.
Ma posso dirvi di più: è stato fantastico. Mai e poi mai avrei pensato di mettermi in valigia una sciarpa dell’Inter. Una sciarpa, che lo stesso Beppe Severgnini mi ha comprato alla fine della partita da una delle bancarelle con i gadget per i tifosi.
La solennità di quello che dico non dipende unicamente dal fatto che Beppe, lo straordinario autore, regista, commentatore radiofonico, una volta conosciuto da vicino si è rivelato un eccellente compagno di viaggio e, comunque, una brava persona. Alle volte, riesce addirittura a ricoprire quei ruoli, che dovrebbero evidentemente essere miei, disseminando inavvertitamente, con un semplice gesto, l’intero contenuto di un secchio dell’immondizia all’interno di uno scompartimento fino a quel momento tranquillo o scaraventare un bicchiere di coca-cola sulle tastiere dei computer portatili.
No, lo dico soprattutto, perché a Milano Beppe Severgnini è quasi famoso quanto il Papa. O forse ancora più famoso.
Credete veramente che se il Papa, spogliato dei suoi ornamenti, scendesse con la sua valigia dal treno alla stazione di Milano centrale, nel raggio di pochi secondi cinque tifosi dell’Inter si accalcherebbero intorno a lui per farsi fotografare? Ovviamente no, ma la situazione cambia totalmente se a scendere è Beppe. Al binario è successo tre volte. Altre due durante il breve tragitto fino alle scale mobili, prolungate artificialmente dai gestori della stazione, evidentemente abili negli affari, affinché passassero davanti al maggior numero di negozi, costringendone i proprietari a pagare affitti possibilmente alti (pensate solo se Mehdorn, il nostro vecchio direttore delle ferrovie, l’avesse saputo quando tentava ostinatamente di entrare in borsa…!)
Solo una volta qualcuno sembra avermi riconosciuto – un giovane che diceva, ma non ho capito bene, di aver letto uno dei miei libri in tedesco. Per questo voleva che ci fossi anche io sulla foto. E poi mi ha ringraziato cordialmente, stringendomi la mano. Mentre stavo ancora pensando come si dicesse “Vuole che le autografi il libro?” in italiano, il ragazzo ha chiesto a Beppe: “Ma chi è quel tipo strano?”
Un’altra cosa sarebbe stata diversa se ci fosse stato il Papa: i Milanesi riconoscono Beppe anche quando indossa un casco. Beppe, infatti, ha mantenuto fede alla sua minaccia, non lasciandomi altra possibilità se non quella di montare con lui sul motorino di una sua collega che scendendo in ascensore gli ha brevemente spiegato come funzionasse. Dopodiché – tralascio in questo breve resoconto le mie urla e le mie suppliche – si è lanciato, anzi ci ha lanciato nel traffico milanese in cui sono gli automobilisti ad essere gli stupidi. Loro, infatti, restano bloccati nel traffico e, occasionalmente, si fermano ai semafori rossi (non è necessario, continuava ad urlarmi Beppe nell’orecchio, credendo di tranquillizzarmi), mentre chi conduce un motorino – vi parlo anche di molti uomini d’affari con l’abito scuro – sfreccia a destra e sinistra come in uno slalom, gettandosi in ogni buco e fracassandosi la rotula contro le fiancate laterali degli autobus.
Ma sempre e solo per un pelo. Miracolosamente, oserei dire, perché ogni appassionato automobilista tedesco salterebbe giù dalla macchina per schiaffeggiare o almeno denunciare lo spericolato centauro che per due volte l’ha superato da sinistra e che, al semaforo, gli ha tagliato per ben tre volte la strada. Per gli automobilisti milanesi, invece, tutto ciò rientra nella normalità. Loro sono persino disposti a frenare prima di mandare un motociclista al creatore.
Sulla base delle suddette osservazioni, tuttavia, non è possibile escludere con matematica certezza, che quel giorno i Milanesi fossero particolarmente pacifici nei confronti di UN PARTICOLARE motorino: quello guidato da Beppe Severgnini. Attorno a noi è stata una ola di finestrini che si aprivano per permettere alla gente di salutarlo quasi con deferenza. (Qualsiasi dittatore abituato a inscenati bagni di folla sarebbe morto d’invidia davanti a scene del genere).
Parcheggiata la macchina e messo piede nello Stadio San Siro dove l’Inter affronta il Barcellona, il milanese, paziente di natura, si trasforma. Guai, se la propria squadra (chiedere quale sia, potrebbe scatenare una rissa o far scattare una denuncia) non porta in avanti la palla. Guai, se un attaccante ha la sfortuna di perdere la palla. Guai se un giocatore, che un tempo giocava nell’Inter (un ribelle, insomma), inizia a correre per l’altra squadra. A quel punto (quasi) tutto lo stadio balza in piedi esibendo un mare di diti medi e intonando un canone di “vaffanculo”.
Ma tutto ciò non è nulla rispetto a quello che succede, quando si tratta di contestare la squadra avversaria. Lo stadio di San Siro può ospitare 80.000 spettatori – non esiste la pista in tartan e i tifosi siedono praticamente a bordo campo. I calciatori che procedono nello stadio devono sentirsi come i gladiatori che entravano nel Colosseo. E chi entra come avversario deve sentirsi come se stessero per arrivare i leoni – al più tardi quando migliaia di gole intonano un brontolio capace di far tremare l’intero stadio che poco più tardi si tramuta in un concerto di fischi a prova di timpano. Come biasimare, dunque, i giocatori del Barcellona, se alle volte non riescono a portare a termine un’azione.
Personalmente, tuttavia, non me la sento di escludere che la vittoria dell’Inter (3-1) dipenda in parte, in un modo o nell’altro, anche per vie traverse dal fatto che Beppe Severgnini fosse presente allo stadio. Qualche anno fa, quando l’Inter non aveva lo stesso successo, ha scritto diversi libri sulla sua squadra. E’ per questo che i Milanesi continuano ad amarlo talmente tanto che, a fine partita, abbiamo serie difficoltà a raggiungere il nostro motorino.
Non voglio esagerare, ma devo dirlo! Probabilmente la notorietà di Beppe è stata determinante anche quando io (tipico stupido tedesco, a cui una cosa del genere non è mai e poi mai capitata in Germania, ma che, appena arrivato in Italia, non perde occasione per fare una figuraccia) ho dimenticato il mio iPhone nel taxi che ci ha portato in stazione. E’ bastata una telefonata per rintracciare la tassista che ha chiesto ai suoi nuovi passeggeri di scendere dal taxi, per permetterle di precipitarsi con l’iPhone all’ingresso della stazione dove il sottoscritto l’aspettava trepidante – la ragazza non ha pensato neanche lontanamente di vedere il mio iPhone come un inaspettato regalo per il suo compleanno, che festeggiava ieri.
Chi è stato quell’idiota inesperto che ha messo in giro la voce che i tassisti italiani farebbero di tutto per fregare i propri clienti? Chi cavolo si è inventato uno stereotipo così megalatticamente stupido???
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Ma posso dirvi di più: è stato fantastico. Mai e poi mai avrei pensato di mettermi in valigia una sciarpa dell’Inter. Una sciarpa, che lo stesso Beppe Severgnini mi ha comprato alla fine della partita da una delle bancarelle con i gadget per i tifosi.
La solennità di quello che dico non dipende unicamente dal fatto che Beppe, lo straordinario autore, regista, commentatore radiofonico, una volta conosciuto da vicino si è rivelato un eccellente compagno di viaggio e, comunque, una brava persona. Alle volte, riesce addirittura a ricoprire quei ruoli, che dovrebbero evidentemente essere miei, disseminando inavvertitamente, con un semplice gesto, l’intero contenuto di un secchio dell’immondizia all’interno di uno scompartimento fino a quel momento tranquillo o scaraventare un bicchiere di coca-cola sulle tastiere dei computer portatili.
No, lo dico soprattutto, perché a Milano Beppe Severgnini è quasi famoso quanto il Papa. O forse ancora più famoso.
Credete veramente che se il Papa, spogliato dei suoi ornamenti, scendesse con la sua valigia dal treno alla stazione di Milano centrale, nel raggio di pochi secondi cinque tifosi dell’Inter si accalcherebbero intorno a lui per farsi fotografare? Ovviamente no, ma la situazione cambia totalmente se a scendere è Beppe. Al binario è successo tre volte. Altre due durante il breve tragitto fino alle scale mobili, prolungate artificialmente dai gestori della stazione, evidentemente abili negli affari, affinché passassero davanti al maggior numero di negozi, costringendone i proprietari a pagare affitti possibilmente alti (pensate solo se Mehdorn, il nostro vecchio direttore delle ferrovie, l’avesse saputo quando tentava ostinatamente di entrare in borsa…!)
Solo una volta qualcuno sembra avermi riconosciuto – un giovane che diceva, ma non ho capito bene, di aver letto uno dei miei libri in tedesco. Per questo voleva che ci fossi anche io sulla foto. E poi mi ha ringraziato cordialmente, stringendomi la mano. Mentre stavo ancora pensando come si dicesse “Vuole che le autografi il libro?” in italiano, il ragazzo ha chiesto a Beppe: “Ma chi è quel tipo strano?”
Un’altra cosa sarebbe stata diversa se ci fosse stato il Papa: i Milanesi riconoscono Beppe anche quando indossa un casco. Beppe, infatti, ha mantenuto fede alla sua minaccia, non lasciandomi altra possibilità se non quella di montare con lui sul motorino di una sua collega che scendendo in ascensore gli ha brevemente spiegato come funzionasse. Dopodiché – tralascio in questo breve resoconto le mie urla e le mie suppliche – si è lanciato, anzi ci ha lanciato nel traffico milanese in cui sono gli automobilisti ad essere gli stupidi. Loro, infatti, restano bloccati nel traffico e, occasionalmente, si fermano ai semafori rossi (non è necessario, continuava ad urlarmi Beppe nell’orecchio, credendo di tranquillizzarmi), mentre chi conduce un motorino – vi parlo anche di molti uomini d’affari con l’abito scuro – sfreccia a destra e sinistra come in uno slalom, gettandosi in ogni buco e fracassandosi la rotula contro le fiancate laterali degli autobus.
Ma sempre e solo per un pelo. Miracolosamente, oserei dire, perché ogni appassionato automobilista tedesco salterebbe giù dalla macchina per schiaffeggiare o almeno denunciare lo spericolato centauro che per due volte l’ha superato da sinistra e che, al semaforo, gli ha tagliato per ben tre volte la strada. Per gli automobilisti milanesi, invece, tutto ciò rientra nella normalità. Loro sono persino disposti a frenare prima di mandare un motociclista al creatore.
Sulla base delle suddette osservazioni, tuttavia, non è possibile escludere con matematica certezza, che quel giorno i Milanesi fossero particolarmente pacifici nei confronti di UN PARTICOLARE motorino: quello guidato da Beppe Severgnini. Attorno a noi è stata una ola di finestrini che si aprivano per permettere alla gente di salutarlo quasi con deferenza. (Qualsiasi dittatore abituato a inscenati bagni di folla sarebbe morto d’invidia davanti a scene del genere).
Parcheggiata la macchina e messo piede nello Stadio San Siro dove l’Inter affronta il Barcellona, il milanese, paziente di natura, si trasforma. Guai, se la propria squadra (chiedere quale sia, potrebbe scatenare una rissa o far scattare una denuncia) non porta in avanti la palla. Guai, se un attaccante ha la sfortuna di perdere la palla. Guai se un giocatore, che un tempo giocava nell’Inter (un ribelle, insomma), inizia a correre per l’altra squadra. A quel punto (quasi) tutto lo stadio balza in piedi esibendo un mare di diti medi e intonando un canone di “vaffanculo”.
Ma tutto ciò non è nulla rispetto a quello che succede, quando si tratta di contestare la squadra avversaria. Lo stadio di San Siro può ospitare 80.000 spettatori – non esiste la pista in tartan e i tifosi siedono praticamente a bordo campo. I calciatori che procedono nello stadio devono sentirsi come i gladiatori che entravano nel Colosseo. E chi entra come avversario deve sentirsi come se stessero per arrivare i leoni – al più tardi quando migliaia di gole intonano un brontolio capace di far tremare l’intero stadio che poco più tardi si tramuta in un concerto di fischi a prova di timpano. Come biasimare, dunque, i giocatori del Barcellona, se alle volte non riescono a portare a termine un’azione.
Personalmente, tuttavia, non me la sento di escludere che la vittoria dell’Inter (3-1) dipenda in parte, in un modo o nell’altro, anche per vie traverse dal fatto che Beppe Severgnini fosse presente allo stadio. Qualche anno fa, quando l’Inter non aveva lo stesso successo, ha scritto diversi libri sulla sua squadra. E’ per questo che i Milanesi continuano ad amarlo talmente tanto che, a fine partita, abbiamo serie difficoltà a raggiungere il nostro motorino.
Non voglio esagerare, ma devo dirlo! Probabilmente la notorietà di Beppe è stata determinante anche quando io (tipico stupido tedesco, a cui una cosa del genere non è mai e poi mai capitata in Germania, ma che, appena arrivato in Italia, non perde occasione per fare una figuraccia) ho dimenticato il mio iPhone nel taxi che ci ha portato in stazione. E’ bastata una telefonata per rintracciare la tassista che ha chiesto ai suoi nuovi passeggeri di scendere dal taxi, per permetterle di precipitarsi con l’iPhone all’ingresso della stazione dove il sottoscritto l’aspettava trepidante – la ragazza non ha pensato neanche lontanamente di vedere il mio iPhone come un inaspettato regalo per il suo compleanno, che festeggiava ieri.
Chi è stato quell’idiota inesperto che ha messo in giro la voce che i tassisti italiani farebbero di tutto per fregare i propri clienti? Chi cavolo si è inventato uno stereotipo così megalatticamente stupido???
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Martedì, 20 aprile 2010
Beppe: Breaking news! Un tedesco arriva in treno e trionfa a San Siro
Dovreste vederlo, Mark, teso verso l’infinito caseario. Lo sguardo ispirato, dietro di lui cori e dominazioni di parmigiano-reggiano, il cui profumo riempe l’aria (die Luft! die Luft!). Wolfi Goethe gli avrebbe dedicato una poesia (c’è riuscito pure con un ginko-biloba), Herr Spörrle si limita a sospirare. Provo a dire: si tratta di un deposito di gomme bianche per la Mercedes. Non mi ascolta. L’uomo - oggi, qui, nel cuore dell’Emilia - ha capito il significato della vita.
Modena! Terra di motori, gnocco fritto e gran donne. C’era tutto, alla corte di Umberto Panini, classe 1930, che ci ha accolto con figlio e nipoti, felice dell’intrusione. Mark, con Ugo al fianco che traduce dal modenese, guarda la splendida combinazione di Ferrari e fiori di zucchina, Lamborghini e lambrusco, Maserati e mortadella. Colpito e affondato, Herr Spörrle! Spero di riuscirci anche domani quando, in viaggio verso la Calabria, giocheremo a battaglia navale. Schiffe Versenken, in tedesco. Ce l’ha regalata il Goethe-Institut, temendo che ci annoiassimo.
Ma noi non ci annoiamo. La ferrovia è un’analogia: l’Italia che corre non è diversa da quella che sta ferma. Da Bolzano a Trento ho parlato con il ragazzo del carrello-bar, che ama gli americani perché spazzano via le scorte di alcolici (“Ho dovuto chiedere rifornimenti!”). Gli italiani invece consumano poco e chiedono pure lo sconto.
Da Trento a Verona ho discusso con Natalino V., generale degli alpini in pensione, passato all’informatica. “Mai visto questo treno così pulito”, dice. “Forse perché sanno che ci siete voi?”.
Da Verona a Mantova, mentre Gianni filma i binari e il lago che fuggono dietro al treno, ragiono con Eleonora, una ragazza disabile: racconta d’essere stata accompagnata alla carrozza, ma lamenta l’assenza di un ascensore funzionante (a Bolzano! non c’è più religione). Prima della malattia, Eleonora è andata Pechino su una Citroen Mehari con un uomo conosciuto su questo treno. “Abbiamo parlato per tre ore, poi mi ha detto vuole venire in auto a Pechino con me?” Lei c’è andata, come l’eroina di Maurice Dekobra (La madonna dei vagoni letto, 1925), che alla partenza annunciava: «Ho un biglietto per Costantinopoli. Ma posso fermarmi a Vienna o a Budapest. Tutto dipende assolutamente dal caso o dal colore degli occhi del mio vicino di scompartimento».
Pomeriggio, di nuovo sul treno, attraverso la pianura verde che ride. Alla stazione di Modena uno sconosciuto - giubbetto scamosciato, capello metallizzato - si avvicina al nostro gruppetto, ci saluta, poi fissa la nostra bruna interprete ed esclama: “Ma è Ugo!”. La guardo e le dico: la gloria, ragazza, arriva rapida e inattesa.
Non è stato facile convincere Mark che, per andare da Modena a Roma/Napoli/Lamezia, si passa da Milano: più esattamente da San Siro. Ma alla fine ce l’ho fatta. Ora dovrò spiegargli qual è l’Inter e come si chiama il piccoletto del Barcellona. E’ tre giorni che cerco di istruirlo. Ho preparato un quiz di competenza minima calcistica, senza la quale la partecipazione a una semifinale di Champions League diventa blasfema. Se non risponde correttamente, stavolta lo abbandono.
PS Ore 23.00 Non ha saputo rispondere, ma l’ho portato lo stesso. Tribuna rossa, sezione R, fila 10, posto 10. MERAVIGLIOSA INTER! 3 a 1 ai campioni d’Europa e del mondo! A San Siro è entrato un visitatore tiepido ed è uscito Mark, pasionario nerazzurro. Missione compiuta.
Modena! Terra di motori, gnocco fritto e gran donne. C’era tutto, alla corte di Umberto Panini, classe 1930, che ci ha accolto con figlio e nipoti, felice dell’intrusione. Mark, con Ugo al fianco che traduce dal modenese, guarda la splendida combinazione di Ferrari e fiori di zucchina, Lamborghini e lambrusco, Maserati e mortadella. Colpito e affondato, Herr Spörrle! Spero di riuscirci anche domani quando, in viaggio verso la Calabria, giocheremo a battaglia navale. Schiffe Versenken, in tedesco. Ce l’ha regalata il Goethe-Institut, temendo che ci annoiassimo.
Ma noi non ci annoiamo. La ferrovia è un’analogia: l’Italia che corre non è diversa da quella che sta ferma. Da Bolzano a Trento ho parlato con il ragazzo del carrello-bar, che ama gli americani perché spazzano via le scorte di alcolici (“Ho dovuto chiedere rifornimenti!”). Gli italiani invece consumano poco e chiedono pure lo sconto.
Da Trento a Verona ho discusso con Natalino V., generale degli alpini in pensione, passato all’informatica. “Mai visto questo treno così pulito”, dice. “Forse perché sanno che ci siete voi?”.
Da Verona a Mantova, mentre Gianni filma i binari e il lago che fuggono dietro al treno, ragiono con Eleonora, una ragazza disabile: racconta d’essere stata accompagnata alla carrozza, ma lamenta l’assenza di un ascensore funzionante (a Bolzano! non c’è più religione). Prima della malattia, Eleonora è andata Pechino su una Citroen Mehari con un uomo conosciuto su questo treno. “Abbiamo parlato per tre ore, poi mi ha detto vuole venire in auto a Pechino con me?” Lei c’è andata, come l’eroina di Maurice Dekobra (La madonna dei vagoni letto, 1925), che alla partenza annunciava: «Ho un biglietto per Costantinopoli. Ma posso fermarmi a Vienna o a Budapest. Tutto dipende assolutamente dal caso o dal colore degli occhi del mio vicino di scompartimento».
Pomeriggio, di nuovo sul treno, attraverso la pianura verde che ride. Alla stazione di Modena uno sconosciuto - giubbetto scamosciato, capello metallizzato - si avvicina al nostro gruppetto, ci saluta, poi fissa la nostra bruna interprete ed esclama: “Ma è Ugo!”. La guardo e le dico: la gloria, ragazza, arriva rapida e inattesa.
Non è stato facile convincere Mark che, per andare da Modena a Roma/Napoli/Lamezia, si passa da Milano: più esattamente da San Siro. Ma alla fine ce l’ho fatta. Ora dovrò spiegargli qual è l’Inter e come si chiama il piccoletto del Barcellona. E’ tre giorni che cerco di istruirlo. Ho preparato un quiz di competenza minima calcistica, senza la quale la partecipazione a una semifinale di Champions League diventa blasfema. Se non risponde correttamente, stavolta lo abbandono.
PS Ore 23.00 Non ha saputo rispondere, ma l’ho portato lo stesso. Tribuna rossa, sezione R, fila 10, posto 10. MERAVIGLIOSA INTER! 3 a 1 ai campioni d’Europa e del mondo! A San Siro è entrato un visitatore tiepido ed è uscito Mark, pasionario nerazzurro. Missione compiuta.
Mark: Dopo Bolzano e Modena, un ultimo respiro prima della partita a Milano
Bolzano è una città molto contraddittoria. Da un lato hai l’aria, mite e meridionale, le palme, gli antichi palazzi (italiani) del centro città (di lingua tedesca) con le imposte, ancora palme e poi il cibo!
Dall’altro, la città è assediata dalle montagne. Sono talmente fitte, che anche la gente del luogo prova un certo disagio. Fortunatamente, le divisioni fra i due grandi gruppi linguistici, quello italiano e quello tedesco, non sfociano più in attacchi violenti. Ciononostante, si continua ad avvertire una certa limitatezza di vedute, per non dire, una certa radicalità.
Ad esempio fra i ciclisti, sovrani assoluti di questo centro storico non particolarmente trafficato. Anziane sessantenni e settantenni dai capelli candidi, pronte a ringraziarti cortesemente, qualora le aiutassi ad attraversare a piedi la strada, sulla bicicletta si trasformano in vere e proprie furie a caccia di pedoni. (Anche gli spericolati biker di Amburgo avrebbero ancora da imparare – il che potrebbe aprire nuovi mercati al solerte ente bolzanino per il turismo). Come se non bastasse, Beppe mi racconta che nelle montagne intorno a Bolzano imperversa uno strano “Fronte Popolare per la liberazione dei nanetti da giardino”, pronto a tutto pur di “liberare” questi caritatevoli bonaccioni di plastica (ahimè tipicamente tedeschi) rinchiusi nei giardinetti antistanti le case, per abbandonarli da qualche parte nell’oscurità del bosco. Il tutto, evidentemente, senza richiedere il pagamento di alcun riscatto – una cosa impensabile per lo Jemen. Per far fronte a tutto ciò, i bolzanini hanno deciso di potenziare i propri armamenti… comprandosi cani lupo tedeschi.
“Abbiamo seri problemi politici”, sottolinea un signore in abito scuro che sosta a gambe larghe sulle scale del nostro hotel e indossa, sul bavero della sua giacca, un adesivo della Lega Nord, il terzo partito d’Italia, che di tanto in tanto rivendica la separazione fra il settentrione e il meridione. “Da noi non succede nulla!”. Nel corso della conversazione, con fare disinvolto, l’adesivo scivolerà nella sua tasca, per poi riemergere sulla parte esterna del portafoglio, dal quale estrarrà un suo biglietto da visita…
Continuando il nostro viaggio nell’elegante prima classe delle ferrovie italiane, per la prima volta ho la sensazione che Beppe si addirittura un po’ emozionato. Io lo sono quasi più di lui. Questa sera Beppe, per farmi una sorpresa, mi porterà allo stadio per assistere, dal vivo, alla partita dell’Inter contro il Barcellona – una partita che per tifosi ben più sfegatati di me equivale al cielo in terra.
Presumo sarà un’esperienza indimenticabile anche per me. E non lo dico solo per “l’esame calcistico” che Beppe, appassionato tifoso dell’Inter, ha preparato per me, umile neofita del genere, come lui stesso mi ha raccontato, ridendo. Indimenticabile anche per il modo con cui questa sera, cercheremo di raggiungere lo stadio – una questione che ha spinto Beppe a condurre animate telefonate dal treno.
Questo perché una partita di calcio di tale portata significa per tutti gli abitanti di Milano accettare lo stato d’emergenza, facilmente riconoscibile dalle strade completamente intasate, sulle quali non si avanza neanche di un centimetro. La mia domanda sui mezzi di trasporto pubblici provoca una generale ilarità fra i miei compagni di viaggio. I trasporti pubblici verrebbero presi d’assalto dai tifosi, mentre a me piacerebbe raggiungere incolume lo stadio, giusto?
Alla fine Beppe sembra aver trovato una soluzione: la sua assistente lo passerà a prendere in motorino e, in un modo o nell’altro, troveranno un passaggio sul motorino di qualcuno anche per me…
Il mio primo pensiero: cercare la toilette di bordo e chiudermici dentro fino a quando Beppe non avrà abbandonato questo terno, per poi aprirmi un varco e rientrare in Germania, sulle tracce di Angela Merkel.
E il secondo: non sono in viaggio per diletto, ma ho un compito da svolgere. Ammesso che sopravviva: dovrei veramente rinunciare a così tanta italianità verace tutta d’un colpo?
Ma diamo a Beppe quel ch’è di Beppe: ancora una volta ha saputo come rassicurare una futura vittima del calcio. Uno dei suoi amici è Marco, genero di uno dei fratelli di Umberto Panini. Avete capito bene, proprio quella dinastia Panini che ha inventato le figurine dei calciatori. Fu lo stesso Umberto a inventare, qualche anno più tardi, la macchina che mischia e distribuisce in modo assolutamente casuale, sei figurine in una bustina. Oggi, a ottant’anni, Umberto si è dato all’agricoltura, coltiva la sua vena artistica e, quando ne ha voglia, progetta e realizza biciclette e macchine. Non che gli manchino: in un ex granaio è custodita la sua collezione di macchine d’epoca – almeno due dozzine di Maserati, che farebbero morire d’invidia qualsiasi museo dell’automobile. C’è il modello 63 (Birdcage) e la 250 F con cui Juan Manuel Fangio vinse il campionato di Formula Uno.
Fra le macchine è stata imbandita una tavola dove il figlio di Umberto, che ha un ristorante, farà servire un pranzo luculliano: parmigiano fatto in casa condito con l’aceto balsamico dell’azienda agricola Panini, tortellini al mignolo in crosta di parmigiano, misticanza con pere, noci e aceto, il tutto annaffiato con dello champagne e due tipi diversi di lambrusco, che con la vinaccia da 1,99 euro in vendita ai benzinai tedeschi ha in comune solo il nome.
Invani tutti i miei tentativi di posticipare il viaggio verso la città in cui infuria il calcio – come un pastore tedesco Beppe ci guida al treno, con un sorriso sardonico stampato sulle labbra…
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Dall’altro, la città è assediata dalle montagne. Sono talmente fitte, che anche la gente del luogo prova un certo disagio. Fortunatamente, le divisioni fra i due grandi gruppi linguistici, quello italiano e quello tedesco, non sfociano più in attacchi violenti. Ciononostante, si continua ad avvertire una certa limitatezza di vedute, per non dire, una certa radicalità.
Ad esempio fra i ciclisti, sovrani assoluti di questo centro storico non particolarmente trafficato. Anziane sessantenni e settantenni dai capelli candidi, pronte a ringraziarti cortesemente, qualora le aiutassi ad attraversare a piedi la strada, sulla bicicletta si trasformano in vere e proprie furie a caccia di pedoni. (Anche gli spericolati biker di Amburgo avrebbero ancora da imparare – il che potrebbe aprire nuovi mercati al solerte ente bolzanino per il turismo). Come se non bastasse, Beppe mi racconta che nelle montagne intorno a Bolzano imperversa uno strano “Fronte Popolare per la liberazione dei nanetti da giardino”, pronto a tutto pur di “liberare” questi caritatevoli bonaccioni di plastica (ahimè tipicamente tedeschi) rinchiusi nei giardinetti antistanti le case, per abbandonarli da qualche parte nell’oscurità del bosco. Il tutto, evidentemente, senza richiedere il pagamento di alcun riscatto – una cosa impensabile per lo Jemen. Per far fronte a tutto ciò, i bolzanini hanno deciso di potenziare i propri armamenti… comprandosi cani lupo tedeschi.
“Abbiamo seri problemi politici”, sottolinea un signore in abito scuro che sosta a gambe larghe sulle scale del nostro hotel e indossa, sul bavero della sua giacca, un adesivo della Lega Nord, il terzo partito d’Italia, che di tanto in tanto rivendica la separazione fra il settentrione e il meridione. “Da noi non succede nulla!”. Nel corso della conversazione, con fare disinvolto, l’adesivo scivolerà nella sua tasca, per poi riemergere sulla parte esterna del portafoglio, dal quale estrarrà un suo biglietto da visita…
Continuando il nostro viaggio nell’elegante prima classe delle ferrovie italiane, per la prima volta ho la sensazione che Beppe si addirittura un po’ emozionato. Io lo sono quasi più di lui. Questa sera Beppe, per farmi una sorpresa, mi porterà allo stadio per assistere, dal vivo, alla partita dell’Inter contro il Barcellona – una partita che per tifosi ben più sfegatati di me equivale al cielo in terra.
Presumo sarà un’esperienza indimenticabile anche per me. E non lo dico solo per “l’esame calcistico” che Beppe, appassionato tifoso dell’Inter, ha preparato per me, umile neofita del genere, come lui stesso mi ha raccontato, ridendo. Indimenticabile anche per il modo con cui questa sera, cercheremo di raggiungere lo stadio – una questione che ha spinto Beppe a condurre animate telefonate dal treno.
Questo perché una partita di calcio di tale portata significa per tutti gli abitanti di Milano accettare lo stato d’emergenza, facilmente riconoscibile dalle strade completamente intasate, sulle quali non si avanza neanche di un centimetro. La mia domanda sui mezzi di trasporto pubblici provoca una generale ilarità fra i miei compagni di viaggio. I trasporti pubblici verrebbero presi d’assalto dai tifosi, mentre a me piacerebbe raggiungere incolume lo stadio, giusto?
Alla fine Beppe sembra aver trovato una soluzione: la sua assistente lo passerà a prendere in motorino e, in un modo o nell’altro, troveranno un passaggio sul motorino di qualcuno anche per me…
Il mio primo pensiero: cercare la toilette di bordo e chiudermici dentro fino a quando Beppe non avrà abbandonato questo terno, per poi aprirmi un varco e rientrare in Germania, sulle tracce di Angela Merkel.
E il secondo: non sono in viaggio per diletto, ma ho un compito da svolgere. Ammesso che sopravviva: dovrei veramente rinunciare a così tanta italianità verace tutta d’un colpo?
Ma diamo a Beppe quel ch’è di Beppe: ancora una volta ha saputo come rassicurare una futura vittima del calcio. Uno dei suoi amici è Marco, genero di uno dei fratelli di Umberto Panini. Avete capito bene, proprio quella dinastia Panini che ha inventato le figurine dei calciatori. Fu lo stesso Umberto a inventare, qualche anno più tardi, la macchina che mischia e distribuisce in modo assolutamente casuale, sei figurine in una bustina. Oggi, a ottant’anni, Umberto si è dato all’agricoltura, coltiva la sua vena artistica e, quando ne ha voglia, progetta e realizza biciclette e macchine. Non che gli manchino: in un ex granaio è custodita la sua collezione di macchine d’epoca – almeno due dozzine di Maserati, che farebbero morire d’invidia qualsiasi museo dell’automobile. C’è il modello 63 (Birdcage) e la 250 F con cui Juan Manuel Fangio vinse il campionato di Formula Uno.
Fra le macchine è stata imbandita una tavola dove il figlio di Umberto, che ha un ristorante, farà servire un pranzo luculliano: parmigiano fatto in casa condito con l’aceto balsamico dell’azienda agricola Panini, tortellini al mignolo in crosta di parmigiano, misticanza con pere, noci e aceto, il tutto annaffiato con dello champagne e due tipi diversi di lambrusco, che con la vinaccia da 1,99 euro in vendita ai benzinai tedeschi ha in comune solo il nome.
Invani tutti i miei tentativi di posticipare il viaggio verso la città in cui infuria il calcio – come un pastore tedesco Beppe ci guida al treno, con un sorriso sardonico stampato sulle labbra…
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Beppe: Camere psichedeliche e salsicce esoteriche
Mesi fa, su invito del Goethe-Institut di Roma, abbiamo deciso di scendere in treno da Berlino a Palermo. Causa nube islandese, ora mezza Europa fa cose simili: con meno buonumore, ovviamente. Perché deve. Noi vogliamo. Per molti viaggiatori, in questi giorni, la scelta ferroviaria è une necessità; per noi resta un piacere.
Finora, bisogna dire, ci è andata bene. Meglio che ad Angela Merkel, alla squadra del Barcellona e ad altre migliaia di personaggi meno noti costretti a dormire negli aeroporti. Al massimo abbiamo perso un treno (Mark, ieri) e abbiamo rovesciato un portacenere (io, oggi).
La giornata, a Monaco di Baviera, è cominciata bene. La mia cameretta psichedelica all’Hotel Fleming di Schwabing s’è rivelata un ottimo set televisivo, e il luogo ideale per spiegare lo spirito tedesco (sezione business). Poi, per la gioia maschia di Gianni e la femminile curiosità di Ugo, spieghiamo la differenza tra das Frühstuck tedesco e la prima colazione italiana.
Alle dieci, con un ritardo che aumenta costantemente scendendo verso sud, usciamo a spasso per Monaco: Mark ha i suoi piani, ma fa il misterioso. La città che ho conosciuto nel remoto 1978, e poi rivisto spesso, è piacevolmente meridionale: il nordico Mark - è nato a Flensburg, praticamente in Danimarca - osserva la confusione delle strade con divertimento, e insiste per portarci a conoscere folle di asparagi dalle parti di Marienplatz (leggete il suo blog sul sito del Goethe, linkato qui di fianco: c’è in italiano e in tedesco).
A proposito di blog: una lettrice ci ha scritto “Ma voi mangiate solo salsicce?!”. No: anche Weißwürste, di cui visitiamo rispettosamente il luogo di nascita (nel 1857, se non ricordo male). Questi delicati insaccati bianchi - spiega Mark, di cui sto scoprendo il lato didattico - devono essere consumati prima di mezzogiorno: un’antica norma, per motivi igienici legati alla conservazione, predeveva che ai contravventori venissero tagliate le dita. Mi guardo in giro ma vedo in giro solo bavaresi con mani al completo. A scanso d’equivoci, comunque, noi consumiamo le cicciottelle, da Spöckmeier, alle 11.55. Una gara di spellamento veloce mi vede vincitore (c’è un video che lo prova).
Alle 13.31 lasciamo questo interessante sud (tedesco) per scendere al nord (italiano). Alla stazione la polizia, a causa di un allarme, chiude l’accesso ai binari proprio davanti a noi. Mark però non si allarma (anche perché è scomparso). Lo vedo più allarmato quando, davanti al treno, appare a sorpresa il padre Günter, che di mestiere fa l’attore e vive qui a Monaco. Recita anche in Tatort, una sorta di Montalbano teutonico. Nella circostanza Spörrle Sr fa il papà: ci consegna barrette di muesli e provviste d’acqua. Ma noi non dobbiamo attraversare le Alpi come Annibale: c’è un treno austriaco.
Fermata a Innsbruck, salgono i colleghi della RAI di Bolzano venuti a studiare la strana coppia italo-tedesca (o a vedere Ugo?). Brennero, acquisto della “Gazzetta”. Bressanone, ragazzi che gridano a un volume impercettibilmente superiore a quello di Monaco, e decisamente più altro che a Berlino.
Mark esce nel sole altoatesino, annusa il vento e grida estasiato “Die Luft! Die Luft!!, l’aria, l’aria!. Ecco, ce ne siamo giocato un altro.
Finora, bisogna dire, ci è andata bene. Meglio che ad Angela Merkel, alla squadra del Barcellona e ad altre migliaia di personaggi meno noti costretti a dormire negli aeroporti. Al massimo abbiamo perso un treno (Mark, ieri) e abbiamo rovesciato un portacenere (io, oggi).
La giornata, a Monaco di Baviera, è cominciata bene. La mia cameretta psichedelica all’Hotel Fleming di Schwabing s’è rivelata un ottimo set televisivo, e il luogo ideale per spiegare lo spirito tedesco (sezione business). Poi, per la gioia maschia di Gianni e la femminile curiosità di Ugo, spieghiamo la differenza tra das Frühstuck tedesco e la prima colazione italiana.
Alle dieci, con un ritardo che aumenta costantemente scendendo verso sud, usciamo a spasso per Monaco: Mark ha i suoi piani, ma fa il misterioso. La città che ho conosciuto nel remoto 1978, e poi rivisto spesso, è piacevolmente meridionale: il nordico Mark - è nato a Flensburg, praticamente in Danimarca - osserva la confusione delle strade con divertimento, e insiste per portarci a conoscere folle di asparagi dalle parti di Marienplatz (leggete il suo blog sul sito del Goethe, linkato qui di fianco: c’è in italiano e in tedesco).
A proposito di blog: una lettrice ci ha scritto “Ma voi mangiate solo salsicce?!”. No: anche Weißwürste, di cui visitiamo rispettosamente il luogo di nascita (nel 1857, se non ricordo male). Questi delicati insaccati bianchi - spiega Mark, di cui sto scoprendo il lato didattico - devono essere consumati prima di mezzogiorno: un’antica norma, per motivi igienici legati alla conservazione, predeveva che ai contravventori venissero tagliate le dita. Mi guardo in giro ma vedo in giro solo bavaresi con mani al completo. A scanso d’equivoci, comunque, noi consumiamo le cicciottelle, da Spöckmeier, alle 11.55. Una gara di spellamento veloce mi vede vincitore (c’è un video che lo prova).
Alle 13.31 lasciamo questo interessante sud (tedesco) per scendere al nord (italiano). Alla stazione la polizia, a causa di un allarme, chiude l’accesso ai binari proprio davanti a noi. Mark però non si allarma (anche perché è scomparso). Lo vedo più allarmato quando, davanti al treno, appare a sorpresa il padre Günter, che di mestiere fa l’attore e vive qui a Monaco. Recita anche in Tatort, una sorta di Montalbano teutonico. Nella circostanza Spörrle Sr fa il papà: ci consegna barrette di muesli e provviste d’acqua. Ma noi non dobbiamo attraversare le Alpi come Annibale: c’è un treno austriaco.
Fermata a Innsbruck, salgono i colleghi della RAI di Bolzano venuti a studiare la strana coppia italo-tedesca (o a vedere Ugo?). Brennero, acquisto della “Gazzetta”. Bressanone, ragazzi che gridano a un volume impercettibilmente superiore a quello di Monaco, e decisamente più altro che a Berlino.
Mark esce nel sole altoatesino, annusa il vento e grida estasiato “Die Luft! Die Luft!!, l’aria, l’aria!. Ecco, ce ne siamo giocato un altro.
Lunedì, 19 aprile 2010
Mark: Bilancio intermedio arrivando al Brennero
Ultimo giorno in Germania. Il nostro treno fa rotta verso il Brennero. L’annuncio trilingue ci implora con insistenza, a non aprire la porta fino a quando il treno non si sia fermato. E’ arrivato il momento di stilare un bilancio, benché intermedio e incompleto, sui luoghi comuni italiani:
Le ferrovie tedesche
E’ ovvio che le ferrovie tedesche viaggino in Germania e non in Italia. Negli ultimi giorni, tuttavia, la situazione nel Paese è stata tale, da rievocare nella mente di alcuni le condizioni sui treni italiani: alcuni collegamenti sono stati cancellati, perché in un qualche luogo un treno a lunga percorrenza è stato colpito in pieno dalla porta volata via da un altro treno. E se la maggior parte dei convogli non può viaggiare, per colpa di quel vulcano islandese che continua a impolverare i nostri cieli paralizzando il traffico aereo, qualche sparuto treno tenta perlomeno di cambiar rotta. A molti, dunque, viaggiare in questi giorni sui treni, impiegando uno o due giorni in più per raggiungere la propria meta, non piace affatto.
Ciononostante, questa volta non ho veramente nulla da rimproverare alle ferrovie tedesche. Abbiamo persino avuto la sensazione, che l’azienda facesse di tutto, perché non trovassi l’ispirazione per scrivere il terzo volume del mio libro “Senk ju vor träwelling” .
Durante tutto il nostro viaggio da Berlino a Monaco di Baviera, passando per Wolfsburg e Weimar non è stato soppresso alcun treno. E abbiamo sempre trovato posto a sedere. Stando, poi, alle notizie catastrofiche date in televisione, la nostra coincidenza di ieri, da Weimar a Monaco, è stata l’unica in tutto il Paese a viaggiare in condizioni di assoluta normalità. Abbiamo portato solo dieci minuti di ritardo su Fulda. E nonostante ci scapicollassimo, trolley alla mano, lungo i binari, zigzagando come conigli impazziti per prendere la coincidenza: il capomacchinista non è ripartito, sghignazzando, ma ci ha aspettati.
Puntualità
Con sospetta rapidità ho capito che quel “ci vediamo alle 9.00 nella hall dell’albergo” beneficia del quarto d’ora accademico, che, alle nove e un quarto, ti permette ancora di bighellonare nella hall, uscire dall’albergo e fare qualche telefonata all’aria aperta. Se, così facendo, ti dovessi poi accorgere, le temperature esterne impongono d’indossare un pullover sotto la giacca, il classico italiano, che si è appena materializzato davanti a te, non avrà nulla in contrario a permetterti di risalire in camera.
L’abitudine ormai è tale, che mi sono completamente dimenticato di tener d’occhio l’orario e abbiamo perso il treno in partenza da Weimar. E’ stato a quel punto che la più gentile capostazione che io abbia mai incontrato, munita di pazienza quasi terapeutica, ci ha aiutato a cercare un collegamento alternativo. Incredibile : la donna più gentile di tutta la città lavora proprio per le ferrovie tedesche (o sarà stata incaricata proprio dalle ferrovie tedesche ad essere la nostra ambasciatrice del buon umore?)
Salsicce
Le salsicce esercitano un evidente fascino sugli italiani , tendente quasi alla dipendenza. Dopo aver assaggiato la prima currywurst, la sera stessa Beppe ha fatto il bis, mangiandosi una vera salsiccia arrosto della Turingia, gustata anche l’indomani a pranzo. Oggi poi, prima di ripartire da Monaco, ha massacrato un paio di Weißwürste, incidendole per il lungo e sbucciandole con un coltello da tavola (confesso di avergli fatto vedere io, con risultati più o meno soddisfacenti, come fare). Non escludo che Beppe stia immolando il suo stomaco, precedentemente anestetizzato, per condurre un’approfondita ricerca su quella che, agli occhi degli italiani, appare come la povera cucina tedesca. Immagino pubblicherà con dovizia di particolari i risultati di questo su studio sul fantastico mondo delle viscere e i loro ripieni, su questo blog.
Al termine della colazione a base di salsicce bianche, Soledad, la nostra interprete, ha confessato visibilmente perplessa, di aver sempre mangiato, da oltre vent’anni a questa parte, le salsicce CON la pelle (queste italiane!)
Organizzazione
Ve lo ricorderete anche voi: prima del viaggio, Beppe aveva suggerito di “sederci in treno e partire”, facendomi credere che avremmo passato le notti bivaccati in stazione, per affrontare di giorno interminabili viaggi a bordo di traballanti treni regionali . Ora, per non stare lì impalati, avevo pensato di organizzare almeno io qualcosa. Negli ultimi giorni, tuttavia, Beppe ha iniziato poco a poco a svelarmi di aver preparato qualcosa anche lui. Anzi, di aver addirittura già acquistato i biglietti e prenotato i posti per ogni tratta italiana – una premura che, di fronte all’attuale sovraffollamento vulcanico dei treni, si rivela essere la nostra salvezza.
La prima fermata in territorio italiano facilita al tedesco il passaggio alla terra straniera: a Bolzano tutte le insegne sono bilingui – la condizione ideale per tutti coloro che, in viaggio verso sud, hanno sempre voluto sapere come si dica “distributore di biglietti automatico” o “è severamente vietato superare la linea gialla” in italiano. Fra l’altro: alloggiamo nello stesso albergo in cui, di recente, sempre per colpa del vulcano, ha trovato rifugio la mia cancelliera.
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Le ferrovie tedesche
E’ ovvio che le ferrovie tedesche viaggino in Germania e non in Italia. Negli ultimi giorni, tuttavia, la situazione nel Paese è stata tale, da rievocare nella mente di alcuni le condizioni sui treni italiani: alcuni collegamenti sono stati cancellati, perché in un qualche luogo un treno a lunga percorrenza è stato colpito in pieno dalla porta volata via da un altro treno. E se la maggior parte dei convogli non può viaggiare, per colpa di quel vulcano islandese che continua a impolverare i nostri cieli paralizzando il traffico aereo, qualche sparuto treno tenta perlomeno di cambiar rotta. A molti, dunque, viaggiare in questi giorni sui treni, impiegando uno o due giorni in più per raggiungere la propria meta, non piace affatto.
Ciononostante, questa volta non ho veramente nulla da rimproverare alle ferrovie tedesche. Abbiamo persino avuto la sensazione, che l’azienda facesse di tutto, perché non trovassi l’ispirazione per scrivere il terzo volume del mio libro “Senk ju vor träwelling” .
Durante tutto il nostro viaggio da Berlino a Monaco di Baviera, passando per Wolfsburg e Weimar non è stato soppresso alcun treno. E abbiamo sempre trovato posto a sedere. Stando, poi, alle notizie catastrofiche date in televisione, la nostra coincidenza di ieri, da Weimar a Monaco, è stata l’unica in tutto il Paese a viaggiare in condizioni di assoluta normalità. Abbiamo portato solo dieci minuti di ritardo su Fulda. E nonostante ci scapicollassimo, trolley alla mano, lungo i binari, zigzagando come conigli impazziti per prendere la coincidenza: il capomacchinista non è ripartito, sghignazzando, ma ci ha aspettati.
Puntualità
Con sospetta rapidità ho capito che quel “ci vediamo alle 9.00 nella hall dell’albergo” beneficia del quarto d’ora accademico, che, alle nove e un quarto, ti permette ancora di bighellonare nella hall, uscire dall’albergo e fare qualche telefonata all’aria aperta. Se, così facendo, ti dovessi poi accorgere, le temperature esterne impongono d’indossare un pullover sotto la giacca, il classico italiano, che si è appena materializzato davanti a te, non avrà nulla in contrario a permetterti di risalire in camera.
L’abitudine ormai è tale, che mi sono completamente dimenticato di tener d’occhio l’orario e abbiamo perso il treno in partenza da Weimar. E’ stato a quel punto che la più gentile capostazione che io abbia mai incontrato, munita di pazienza quasi terapeutica, ci ha aiutato a cercare un collegamento alternativo. Incredibile : la donna più gentile di tutta la città lavora proprio per le ferrovie tedesche (o sarà stata incaricata proprio dalle ferrovie tedesche ad essere la nostra ambasciatrice del buon umore?)
Salsicce
Le salsicce esercitano un evidente fascino sugli italiani , tendente quasi alla dipendenza. Dopo aver assaggiato la prima currywurst, la sera stessa Beppe ha fatto il bis, mangiandosi una vera salsiccia arrosto della Turingia, gustata anche l’indomani a pranzo. Oggi poi, prima di ripartire da Monaco, ha massacrato un paio di Weißwürste, incidendole per il lungo e sbucciandole con un coltello da tavola (confesso di avergli fatto vedere io, con risultati più o meno soddisfacenti, come fare). Non escludo che Beppe stia immolando il suo stomaco, precedentemente anestetizzato, per condurre un’approfondita ricerca su quella che, agli occhi degli italiani, appare come la povera cucina tedesca. Immagino pubblicherà con dovizia di particolari i risultati di questo su studio sul fantastico mondo delle viscere e i loro ripieni, su questo blog.
Al termine della colazione a base di salsicce bianche, Soledad, la nostra interprete, ha confessato visibilmente perplessa, di aver sempre mangiato, da oltre vent’anni a questa parte, le salsicce CON la pelle (queste italiane!)
Organizzazione
Ve lo ricorderete anche voi: prima del viaggio, Beppe aveva suggerito di “sederci in treno e partire”, facendomi credere che avremmo passato le notti bivaccati in stazione, per affrontare di giorno interminabili viaggi a bordo di traballanti treni regionali . Ora, per non stare lì impalati, avevo pensato di organizzare almeno io qualcosa. Negli ultimi giorni, tuttavia, Beppe ha iniziato poco a poco a svelarmi di aver preparato qualcosa anche lui. Anzi, di aver addirittura già acquistato i biglietti e prenotato i posti per ogni tratta italiana – una premura che, di fronte all’attuale sovraffollamento vulcanico dei treni, si rivela essere la nostra salvezza.
La prima fermata in territorio italiano facilita al tedesco il passaggio alla terra straniera: a Bolzano tutte le insegne sono bilingui – la condizione ideale per tutti coloro che, in viaggio verso sud, hanno sempre voluto sapere come si dica “distributore di biglietti automatico” o “è severamente vietato superare la linea gialla” in italiano. Fra l’altro: alloggiamo nello stesso albergo in cui, di recente, sempre per colpa del vulcano, ha trovato rifugio la mia cancelliera.
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Beppe: Sui treni tedeschi non suona UN cellulare!
Fulda, cambio treno. Veniamo da Weimar (carrozze strapiene) e proseguiamo per Monaco di Baviera (vagoni prevedibilmente affollati). Devo scrivere, la batteria del Mac è a zero. Arrivo trafelato in carrozza - seconda classe, Mark considera la prima una debolezza morbosa - e cerco un posto con una presa elettrica. Miracolosamente, lo trovo. Annuncio felice a Ugo - interprete, traduttrice, organizzatrice - che posso lavorare. Mentre lei sorride con gli occhi azzurri, scopro che nella presa non c’è corrente. Panico. Si avvicina uno sconosciuto che mi suggerisce d’infilare una matita vicino alla presa, “in modo da risettare i fusibili”, spiega. Funziona! Che Paese: magari non ti lasciano fotografare lo zerbino di Goethe (vedi poi), ma piazzano ingegneri elettronici in seconda classe per aiutare il popolo dei viaggiatori.
Altre lezioni della giornata ferroviaria (e non solo):
- Mark dovrebbe guardare ogni tanto l’orario dei nostri treni, visto che in Germania conduce lui. Alle 13.09, orario di partenza indicato sul biglietto, siamo in una piazza di Weimar alle prese con giganteschi Rostbratwurst. Perdiamo il treno per Fulda, la coincidenza per Monaco e tutte le prenotazioni. Causa domenica e Islandwolke (nuvola islandese) i treni sono un delirio. L’unico contento è Gianni con la telecamera: Mark e Beppe che sprintano per le stazioni, rischiando di spazzar via intere famiglie turinge, sono immagini indimenticabili.
- sui treni tedeschi non suona UN cellulare! Per rispetto, la gente li tiene spenti. Quando andremo da Milano a Lamezia sarà il Festival della Suoneria. Porterò un tranquillante per Herr Spörrle.
- Weimar è il sogno erotico di chiunque abbia letto più di cento libri in vita sua, ma offre anche altro. Come annunciato, intervistiamo lo chef riminese Marcello Fabbri nel giardino del ristorante “Anna Amalia” dell’albergo Elephant. Simpatico, ma far parlare un cuoco è come far cucinare me: la sua specialità è un’altra.
Ore 18. Stazione di Augsburg, manca solo mezz’ora a Monaco. Mentre Mark è in giro con Gianni per riprese sul treno - e finirà per farsi arrestare - filosofeggio con Ugo sulle prime nuvolette bavaresi. Ma che importa: i compagni di viaggio sono deliziosi e il cielo a Weimar, oggi, sembrava laccato d’azzurro: sorridevano anche i busti di Bach e i cavalli della nostra carrozzella (non le signore della Goethe Haus). Die Islandwolke, la nube islandese? E’ come Ugo nei nostri video: chi l’ha vista?
Altre lezioni della giornata ferroviaria (e non solo):
- Mark dovrebbe guardare ogni tanto l’orario dei nostri treni, visto che in Germania conduce lui. Alle 13.09, orario di partenza indicato sul biglietto, siamo in una piazza di Weimar alle prese con giganteschi Rostbratwurst. Perdiamo il treno per Fulda, la coincidenza per Monaco e tutte le prenotazioni. Causa domenica e Islandwolke (nuvola islandese) i treni sono un delirio. L’unico contento è Gianni con la telecamera: Mark e Beppe che sprintano per le stazioni, rischiando di spazzar via intere famiglie turinge, sono immagini indimenticabili.
- sui treni tedeschi non suona UN cellulare! Per rispetto, la gente li tiene spenti. Quando andremo da Milano a Lamezia sarà il Festival della Suoneria. Porterò un tranquillante per Herr Spörrle.
- Weimar è il sogno erotico di chiunque abbia letto più di cento libri in vita sua, ma offre anche altro. Come annunciato, intervistiamo lo chef riminese Marcello Fabbri nel giardino del ristorante “Anna Amalia” dell’albergo Elephant. Simpatico, ma far parlare un cuoco è come far cucinare me: la sua specialità è un’altra.
Ore 18. Stazione di Augsburg, manca solo mezz’ora a Monaco. Mentre Mark è in giro con Gianni per riprese sul treno - e finirà per farsi arrestare - filosofeggio con Ugo sulle prime nuvolette bavaresi. Ma che importa: i compagni di viaggio sono deliziosi e il cielo a Weimar, oggi, sembrava laccato d’azzurro: sorridevano anche i busti di Bach e i cavalli della nostra carrozzella (non le signore della Goethe Haus). Die Islandwolke, la nube islandese? E’ come Ugo nei nostri video: chi l’ha vista?
Domenica, 18 aprile 2010
Mark: Le ostinate donne di Weimar
La storia del gran galà all’Hotel Elephant, per il quale avevamo troppi pochi inviti per andare tutti insieme, ha avuto un esito felice, benché inatteso: Gianni è rimasto in albergo a lavorare. Noi tre, una volta in loco, siamo stati invitati da una collaboratrice dell’albergo a distribuirci in sala, prendendo posto, per le prossime quattro ore e mezzo, a tre tavoli diversi. Dopo una lunga trattativa con la suddetta signora, così poco incline ad accettare variazioni al suo programma – ho visto confermarsi nella mente di Beppe l’ennesimo stereotipo sui tedeschi – abbiamo deciso di abbandonare il ricevimento (questi italiani mi stanno sempre più simpatici).
Tuttavia, prima di fare dietro front, come per miracolo, siamo riusciti a fissare un appuntamento con il famoso chef. Parlo di miracolo, perché ancora una volta la stessa collaboratrice dell’albergo aveva cercato di proteggerlo come se fosse stato non tanto il cuoco personale del cancelliere Gerhard Schröder, ma l’ex cancelliere in persona. In una situazione del genere, con mio sommo stupore, ho sentito ribollire in me il furore italiano.
Beppe, invece, è rimasto sorprendentemente tranquillo (per un tipico italiano). Probabilmente, come ha detto lui stesso più tardi, è perché ha trascorso diversi lunghi anni in mezzo agli inglesi, un popolo piuttosto pacato in fatto a emozioni. (Ora so anche da dove venga quel suo modo di fare, scomodo, ma sicuramente poco ingombrante, di tenere le braccia sempre conserte; ho visto tanta gente assumere quella posizione nell’affollata metropolitana londinese).
Oggi, in compenso, l’incontro con il cuoco ha rappresentato per me un momento magico della nostra missione di dimostrare all’altro, che NON siamo affatto così: Marcello Fabbri, trasferitosi da diversi anni in Germania e dunque un esperto in materia, ci ha rivelato davanti alla telecamera (Gianni) che in Germania, nell’ambito dell’alta gastronomia, la qualità del cibo è ormai SUPERIORE a quella in Italia. Che brav’uomo – che Dio lo benedica!!!
Casualmente (?) poi, è stata ancora una volta una donna, per giunta collaboratrice della Casa di Goethe, a mettere noi inviati del Goethe-Institut (notate bene la non solo casuale omonimia) in difficoltà, impedendoci di abbattere gli stereotipi. Nella casa del poeta tedesco era vietato filmare – una circostanza che abbiamo accettato senza problemi. O meglio (evviva i cliché), io l’ho accettata. Perché ovviamente (evviva cliché) i miei collaboratori italiani non hanno esitato un attimo a infrangere il divieto, filmando letteralmente alle mie spalle quel famoso “SALVE” intarsiato nel pavimento davanti all’ingresso dell’abitazione al primo piano. Beppe me l’ha svelato molto più tardi, spiegandomi anche di avermi voluto fare un piacere, confermando, al contempo, un piccolo dolce pregiudizio sugli italiani.
La situazione si è fatta più complicata quando Beppe, scoprendo che il negozio dei souvenir della Casa di Goethe vendeva anche degli zerbini con lo stesso identico SALVE stampato sopra, ha chiesto se “almeno” potessero lasciarci riprendere uno di quelli. Una richiesta che la signora del negozio ha fermamente respinto, dicendo, che non si poteva per una questione di diritti d’autore. Al che sono stato io a dirle, che non capivo come, una persona, che avesse comprato lo zerbino, avrebbe potuto portarselo a casa e filmarlo fino allo sfinimento, mentre noi, non potevano neanche realizzare un’inquadratura di al massimo dieci secondi…
E’ probabile che tutte le weimariane, che lavorano nel settore turistico o alberghiero, partecipino a uno speciale corso d’aggiornamento su come comportarsi con visitatori anche solo potenzialmente renitenti. Noncurante dei sorrisi accattivanti lanciati da Beppe (e comunque dalla sempre sorridente Soledad), la signora ha ripetuto per dieci volte circa che mai e poi mai avrebbe dato l’autorizzazione.
A quel punto la situazione si è capovolta rispetto all’altra sera: Beppe (che di giorno in giorno mi diventa sempre più simpatico) si è lasciato sopraffare dal furore italiano, mentre io, che sembravo la tranquillità fatta persona, ho stupito la cassiera con qualcosa che non aveva previsto: le ho semplicemente espresso il mio desiderio di acquistare (al prezzo di 18,50 euro) uno degli zerbini, per stenderlo fuori dalla casa e filmarlo in tutta tranquillità. Un gesto contro il quale, anche riflettendo bene, la signora non ha avuto nulla in contrario. Devo ammettere che a quel punto ho rincarato la dose annunciandole che, dopo le riprese, saremmo ritornati per permutare lo zerbino di qualità difettosa (sono certo che la signora abbia sprangato tutte le porte della Casa di Goethe non appena siamo usciti).
E’ per questo che ora viaggiamo con quel salve di zerbino dell’abitazione weimariana di Goethe sulle tracce del più grande poeta tedesco fino a Palermo.
E dire, che non ci sarebbe stato affatto bisogno di comprarlo. Infatti, ho appena ritrovato sul mio iPhone una ripresa del negozio, partita probabilmente da sola durante l’animata discussione. Cosa si vede nel filmato? Quel famoso zerbino con la scritta “Salve”, che non avevamo potuto fotografare…
Dite che l’italianità sia contagiosa???
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Tuttavia, prima di fare dietro front, come per miracolo, siamo riusciti a fissare un appuntamento con il famoso chef. Parlo di miracolo, perché ancora una volta la stessa collaboratrice dell’albergo aveva cercato di proteggerlo come se fosse stato non tanto il cuoco personale del cancelliere Gerhard Schröder, ma l’ex cancelliere in persona. In una situazione del genere, con mio sommo stupore, ho sentito ribollire in me il furore italiano.
Beppe, invece, è rimasto sorprendentemente tranquillo (per un tipico italiano). Probabilmente, come ha detto lui stesso più tardi, è perché ha trascorso diversi lunghi anni in mezzo agli inglesi, un popolo piuttosto pacato in fatto a emozioni. (Ora so anche da dove venga quel suo modo di fare, scomodo, ma sicuramente poco ingombrante, di tenere le braccia sempre conserte; ho visto tanta gente assumere quella posizione nell’affollata metropolitana londinese).
Oggi, in compenso, l’incontro con il cuoco ha rappresentato per me un momento magico della nostra missione di dimostrare all’altro, che NON siamo affatto così: Marcello Fabbri, trasferitosi da diversi anni in Germania e dunque un esperto in materia, ci ha rivelato davanti alla telecamera (Gianni) che in Germania, nell’ambito dell’alta gastronomia, la qualità del cibo è ormai SUPERIORE a quella in Italia. Che brav’uomo – che Dio lo benedica!!!
Casualmente (?) poi, è stata ancora una volta una donna, per giunta collaboratrice della Casa di Goethe, a mettere noi inviati del Goethe-Institut (notate bene la non solo casuale omonimia) in difficoltà, impedendoci di abbattere gli stereotipi. Nella casa del poeta tedesco era vietato filmare – una circostanza che abbiamo accettato senza problemi. O meglio (evviva i cliché), io l’ho accettata. Perché ovviamente (evviva cliché) i miei collaboratori italiani non hanno esitato un attimo a infrangere il divieto, filmando letteralmente alle mie spalle quel famoso “SALVE” intarsiato nel pavimento davanti all’ingresso dell’abitazione al primo piano. Beppe me l’ha svelato molto più tardi, spiegandomi anche di avermi voluto fare un piacere, confermando, al contempo, un piccolo dolce pregiudizio sugli italiani.
La situazione si è fatta più complicata quando Beppe, scoprendo che il negozio dei souvenir della Casa di Goethe vendeva anche degli zerbini con lo stesso identico SALVE stampato sopra, ha chiesto se “almeno” potessero lasciarci riprendere uno di quelli. Una richiesta che la signora del negozio ha fermamente respinto, dicendo, che non si poteva per una questione di diritti d’autore. Al che sono stato io a dirle, che non capivo come, una persona, che avesse comprato lo zerbino, avrebbe potuto portarselo a casa e filmarlo fino allo sfinimento, mentre noi, non potevano neanche realizzare un’inquadratura di al massimo dieci secondi…
E’ probabile che tutte le weimariane, che lavorano nel settore turistico o alberghiero, partecipino a uno speciale corso d’aggiornamento su come comportarsi con visitatori anche solo potenzialmente renitenti. Noncurante dei sorrisi accattivanti lanciati da Beppe (e comunque dalla sempre sorridente Soledad), la signora ha ripetuto per dieci volte circa che mai e poi mai avrebbe dato l’autorizzazione.
A quel punto la situazione si è capovolta rispetto all’altra sera: Beppe (che di giorno in giorno mi diventa sempre più simpatico) si è lasciato sopraffare dal furore italiano, mentre io, che sembravo la tranquillità fatta persona, ho stupito la cassiera con qualcosa che non aveva previsto: le ho semplicemente espresso il mio desiderio di acquistare (al prezzo di 18,50 euro) uno degli zerbini, per stenderlo fuori dalla casa e filmarlo in tutta tranquillità. Un gesto contro il quale, anche riflettendo bene, la signora non ha avuto nulla in contrario. Devo ammettere che a quel punto ho rincarato la dose annunciandole che, dopo le riprese, saremmo ritornati per permutare lo zerbino di qualità difettosa (sono certo che la signora abbia sprangato tutte le porte della Casa di Goethe non appena siamo usciti).
E’ per questo che ora viaggiamo con quel salve di zerbino dell’abitazione weimariana di Goethe sulle tracce del più grande poeta tedesco fino a Palermo.
E dire, che non ci sarebbe stato affatto bisogno di comprarlo. Infatti, ho appena ritrovato sul mio iPhone una ripresa del negozio, partita probabilmente da sola durante l’animata discussione. Cosa si vede nel filmato? Quel famoso zerbino con la scritta “Salve”, che non avevamo potuto fotografare…
Dite che l’italianità sia contagiosa???
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Beppe: "Questa è la mia auto, mi viene da piangere"
Gli europei sono stati fregati dal vulcano islandese, ma noi ci siamo beccati la scolaresca. Scuola superiore (gymnasium) di Stoccarda, di ritorno da gita scolastica a Berlino. Devo aver fatto la notte in bianco, adesso dormono: trenta sedicenni con gli occhi chiusi, come in un incantesimo. Dovendo lavorare, ringrazio la fata.
Treno IC 871 delle 08:32, da Berlino a Basilea; ma noi ci fermiamo a Wolfsburg, la città della Volkswagen, dove Mark - se ho capito bene - ha organizzato un'accoglienza gentile e complicata che, temevo, ci avrebbe obbligato a trascinarci dietro i bagagli per tutto il giorno. Arriviamo in orario a Wolfsburg (ovvio), dove un quinto degli abitanti della regione lavora per la Volkswagen o nell'indotto (prevedibile), e tutto appare lindo, scintillante e funzionante (evidente). I bagagli vengono presi in deposito dalle addette, senza batter ciglio (mascarato).
AUTOSTADT, la città dell'auto, proclama una scritta blu sul fiume. Qui, ogni giorno, vengono prodotte circa 3.000 auto VW e 600 vengono consegnate ad altrettanti clienti, che vengono a ritirarle da tutta la Germania. Risparmiano sui costi di trasporto fino al concessionario, ma spendono altrettanto per quest'esperienza (esistono diversi pacchetti, uno comprende anche l'albergo di lusso). Uno schermo luminoso annuncia il nome e momento della consegna, che avviene in un'atmosfera di intensa commozione. Sarà il sole, la perfezione dei meccanismi, i laghetti e i fiori in batteria, ma mi aspetto da un momento una voce tonante dall'alto che annuncia: “Io sono il costruttore mio e tuo, e in questa auto ho riposto la mia speranza!”.
Non accade. Dal cielo azzurro scende solo un bel sole quieto, che illumina con amore le Polo e le Passat pronte alla consegna.
Wolfsburg-Weimar
Dopo un'escursione a Hötensleben, tagliato in due dal confine della ex-DDR, ci si sente bene: non soltanto abbiamo visto un pezzo di Muro (maiuscolo), ma abbiamo evitato di sbattere contro il muro (minuscolo), alberi o veicoli provenienti da altre direzioni. L'autista, un tedesco di origine romena con una somiglianza con Michael Caine dopo una notte agitata, mostrava infatti antipatia per i segnali di precedenza, e tendeva a ignorarli. Quando gliel'abbiamo fatto presente, ha risposto: “Ho fatto un corso di guida sicura”. Ci congratuliamo. Mai contraddire chi è al volante, soprattutto tra i saliscendi della Bassa Sassonia.
Treno 873 delle 15:40 per Gottingen. Poi regionale per Weimar (riscaldamento impazzito, temperature cambogiane in carrozza, felice solo una comitiva di asiatici). Gottinge, Weimar. Là si formarono undici premi Nobel, qui una repubblica declinante lasciò il posto a un imbianchino in ascesa. Ma ascolta, Ugo, si fa sera: perchè non optare per Marcello Fabbri, uno chef di Rimini amato da Oscar Luigi Scalfaro e Jennifer Lopez? Un italiano con curriculum così non si può perdere.
Treno IC 871 delle 08:32, da Berlino a Basilea; ma noi ci fermiamo a Wolfsburg, la città della Volkswagen, dove Mark - se ho capito bene - ha organizzato un'accoglienza gentile e complicata che, temevo, ci avrebbe obbligato a trascinarci dietro i bagagli per tutto il giorno. Arriviamo in orario a Wolfsburg (ovvio), dove un quinto degli abitanti della regione lavora per la Volkswagen o nell'indotto (prevedibile), e tutto appare lindo, scintillante e funzionante (evidente). I bagagli vengono presi in deposito dalle addette, senza batter ciglio (mascarato).
AUTOSTADT, la città dell'auto, proclama una scritta blu sul fiume. Qui, ogni giorno, vengono prodotte circa 3.000 auto VW e 600 vengono consegnate ad altrettanti clienti, che vengono a ritirarle da tutta la Germania. Risparmiano sui costi di trasporto fino al concessionario, ma spendono altrettanto per quest'esperienza (esistono diversi pacchetti, uno comprende anche l'albergo di lusso). Uno schermo luminoso annuncia il nome e momento della consegna, che avviene in un'atmosfera di intensa commozione. Sarà il sole, la perfezione dei meccanismi, i laghetti e i fiori in batteria, ma mi aspetto da un momento una voce tonante dall'alto che annuncia: “Io sono il costruttore mio e tuo, e in questa auto ho riposto la mia speranza!”.
Non accade. Dal cielo azzurro scende solo un bel sole quieto, che illumina con amore le Polo e le Passat pronte alla consegna.
Wolfsburg-Weimar
Dopo un'escursione a Hötensleben, tagliato in due dal confine della ex-DDR, ci si sente bene: non soltanto abbiamo visto un pezzo di Muro (maiuscolo), ma abbiamo evitato di sbattere contro il muro (minuscolo), alberi o veicoli provenienti da altre direzioni. L'autista, un tedesco di origine romena con una somiglianza con Michael Caine dopo una notte agitata, mostrava infatti antipatia per i segnali di precedenza, e tendeva a ignorarli. Quando gliel'abbiamo fatto presente, ha risposto: “Ho fatto un corso di guida sicura”. Ci congratuliamo. Mai contraddire chi è al volante, soprattutto tra i saliscendi della Bassa Sassonia.
Treno 873 delle 15:40 per Gottingen. Poi regionale per Weimar (riscaldamento impazzito, temperature cambogiane in carrozza, felice solo una comitiva di asiatici). Gottinge, Weimar. Là si formarono undici premi Nobel, qui una repubblica declinante lasciò il posto a un imbianchino in ascesa. Ma ascolta, Ugo, si fa sera: perchè non optare per Marcello Fabbri, uno chef di Rimini amato da Oscar Luigi Scalfaro e Jennifer Lopez? Un italiano con curriculum così non si può perdere.
Sabato, 17 aprile 2010
Mark: Wolfsburg, Weimar e una decisione da prendere
Oggi siamo stati in una città tedesca dove vive una grande comunità di italiani: Wolfsburg. Più precisamente abbiamo visitato la Autostadt a Wolfsburg - i gentilissimi collaboratori dell'ufficio stampa tengono particolarmente a sottolineare quella preposizione troppo spesso dimenticata. Beppe ha trovato straordinario che all'interno del padiglione espositivo ci fosse un piano dedicato all'ecologia dei veicoli a motore e alle tecnologie verdi, che non rientrerebbero necessariamente nel core business di una società automobilistica. "E invece si", gli ha ribadito la nostra guida, "qui alla Volkswagen fa parte del core business".
Positivamente colpito, Beppe, che durante il nostro tour berlinese di ieri aveva evitato ogni currywurst, persino quella biologica venduta sul Wittenbergplatz, preferendo rifugiarsi al sesto piano (quello dei buongustai) del KaDeWe (dove per caso aveva incontrato il suo collega e corrispondente dalla Germania per il Corriere della Sera), ha accettato di sedersi nel ristorante del padiglione di consegna della autovetture e mangiare la currywurst - fra l'altro una delle migliori e più delicate che io abbia mai degustato.
Ora siamo seduti nel treno per Weimar e avvertiamo le conseguenze della tetra nube di cenere vulcanica che si estende in questi giorni su tutta l'Europa: nonostante sia sabato pomeriggio, il treno è stracolmo come il venerdì all'ora di punta.
Quella islandese non è la sola nuvola a incombere su di noi: c'è anche il programma per la serata, che avevo organizzato con le migliori intenzioni. Questa sera, infatti, a Weimar, nel ristorante „Anna Amalia“ dell' Hotel Elephant, lo chef italiano Marcello Fabbri, già detentore di una stella Michelin, riceverà un importante premio culinario della Turingia. Il tutto nell'ambito di una sfarzosa cena di gala con tanto di menù da buongustai.
Una cena perfetta: dopo la currywurst mangiata a pranzo, Beppe avrebbe potuto degustare un raffenatissimo menù. E poi avrebbe avuto la possibilità di sondare, con l'aiuto di un connazionale trapiantato in Turingia ed esperto di cucina, le preferenze culinarie di noi tedeschi. E Gianni avrebbe potuto fare altre straodinarie riprese. Insomma, una così detta situazione win-win, vantaggiosa per tutti, anche per Marcello Fabbri.
Peccato che l'hotel mi abbia fatto sapere di avere ormai posto solo per due di noi, e non per quattro. No, non avrebbero potuto neanche infilare una terza sedia fra le prime due. Un bel dilemma, perchè nel caso fossimo solo Beppe e io ad andare, non avremmo più nessuna interprete e nessun cameraman.
Di lasciare Beppe solo all'Hotel Dorint è fuori discussione: chi si mette appositamente in viaggio per scoprire le nostre abitudini non può perdersi un gran galà in Turingia con i suoi numerosi e ricchi discorsi, che animeranno la serata fin'oltre la mezzanotte orario in cui nuovi discorsi, altrettanto prolissi e frequenti, scandiranno i diversi momenti della premiazione.
Ho deciso, dunque, di sacrificarmi io. Andrò a letto presto e potrò finalmente recuperare le mancate ore di sonno, mentre Beppe e Gianni o anche Beppe e Soledad partecipereranno alla cena. Probabilmente andranno tutti e tre, perchè Gianni, da come si è comportato in questi giorni, non muore dalla voglia di sedersi a tavola, ma preferirà catturare delle immagini, lasciando libera l'ambita sedia.
Ora si tratta solo di spiegare tutto questo alla mia famiglia italiana, che mi accompagna in questo viaggio. Loro, infatti, sono tutti talmente cortesi, che vogliono che sia IO ad andare...
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Positivamente colpito, Beppe, che durante il nostro tour berlinese di ieri aveva evitato ogni currywurst, persino quella biologica venduta sul Wittenbergplatz, preferendo rifugiarsi al sesto piano (quello dei buongustai) del KaDeWe (dove per caso aveva incontrato il suo collega e corrispondente dalla Germania per il Corriere della Sera), ha accettato di sedersi nel ristorante del padiglione di consegna della autovetture e mangiare la currywurst - fra l'altro una delle migliori e più delicate che io abbia mai degustato.
Ora siamo seduti nel treno per Weimar e avvertiamo le conseguenze della tetra nube di cenere vulcanica che si estende in questi giorni su tutta l'Europa: nonostante sia sabato pomeriggio, il treno è stracolmo come il venerdì all'ora di punta.
Quella islandese non è la sola nuvola a incombere su di noi: c'è anche il programma per la serata, che avevo organizzato con le migliori intenzioni. Questa sera, infatti, a Weimar, nel ristorante „Anna Amalia“ dell' Hotel Elephant, lo chef italiano Marcello Fabbri, già detentore di una stella Michelin, riceverà un importante premio culinario della Turingia. Il tutto nell'ambito di una sfarzosa cena di gala con tanto di menù da buongustai.
Una cena perfetta: dopo la currywurst mangiata a pranzo, Beppe avrebbe potuto degustare un raffenatissimo menù. E poi avrebbe avuto la possibilità di sondare, con l'aiuto di un connazionale trapiantato in Turingia ed esperto di cucina, le preferenze culinarie di noi tedeschi. E Gianni avrebbe potuto fare altre straodinarie riprese. Insomma, una così detta situazione win-win, vantaggiosa per tutti, anche per Marcello Fabbri.
Peccato che l'hotel mi abbia fatto sapere di avere ormai posto solo per due di noi, e non per quattro. No, non avrebbero potuto neanche infilare una terza sedia fra le prime due. Un bel dilemma, perchè nel caso fossimo solo Beppe e io ad andare, non avremmo più nessuna interprete e nessun cameraman.
Di lasciare Beppe solo all'Hotel Dorint è fuori discussione: chi si mette appositamente in viaggio per scoprire le nostre abitudini non può perdersi un gran galà in Turingia con i suoi numerosi e ricchi discorsi, che animeranno la serata fin'oltre la mezzanotte orario in cui nuovi discorsi, altrettanto prolissi e frequenti, scandiranno i diversi momenti della premiazione.
Ho deciso, dunque, di sacrificarmi io. Andrò a letto presto e potrò finalmente recuperare le mancate ore di sonno, mentre Beppe e Gianni o anche Beppe e Soledad partecipereranno alla cena. Probabilmente andranno tutti e tre, perchè Gianni, da come si è comportato in questi giorni, non muore dalla voglia di sedersi a tavola, ma preferirà catturare delle immagini, lasciando libera l'ambita sedia.
Ora si tratta solo di spiegare tutto questo alla mia famiglia italiana, che mi accompagna in questo viaggio. Loro, infatti, sono tutti talmente cortesi, che vogliono che sia IO ad andare...
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Mark: Appendice sul cibo e la puntualità
Probabilmente quando è nella sua Crema, in Lombardia, Beppe, quel compagno di viaggio che da due giorni osservo, deve essere un italiano assolutamente atipico. Uno di quelli che, animati da un senso del dovere quasi prussiano, non fanno mai aspettare gli amici, presentandosi in trattoria alle otto in punto, come concordato. Uno di quelli che la mattina non rinunciano mai a una ricca colazione, composta almeno da tre portate che vanno dalla pastosa porzione di Müsli, con tanto di fiocchi d’avena e frutta fresca, alle crostatine o al pane, passando per un paio di salsicce piccanti rosolate in padella con l’uovo strapazzato. Il tutto, ovviamente, condito con quantità industriali di latte macchiato.
E probabilmente, è solo in virtù della mia presenza che Beppe si sente costretto a comportarsi in modo radicalmente diverso, ovvero come un classico italiano nella mente di un classico tedesco. Lo fa per farmi felice, perché in fondo non sono un tipo cattivo. Laddove il suo comportamento è pane per i miei denti, Beppe commenterà (se necessario anche con 2 minuti di filmato) ogni mia reazione alla sua italianità e sarà spietato all’interno del suo blog.
Può darsi che Beppe si comporti così in maniera del tutto inconsapevole, proprio perché il suo sensibile subconscio sa che il mio sensibile subconscio non aspetta altro. (Gli amanti della psicologia la definirebbero una self fulfilling prophecy italo-tedesca.)
Il tutto solo per permettermi di dire: missione compiuta – un altro pregiudizio abbattuto!
Purtroppo, sulla base dei dati raccolti negli ultimi giorni, posso già dire che almeno in due casi i miei pregiudizi sono stati confermati:
Partiamo, innanzitutto, dalla puntualità:
L’idea era di scendere a colazione alle 8.00, uscire dall’albergo alle 9.11 e prendere la metropolitana.
In realtà alle otto meno cinque (per andare sul sicuro) Mark Spörrle è già nella sala della colazione – senza Beppe.
Alle 8.30 non ci sono ancora tracce. Alle 8.45 non s’intravede neanche la sua ombra.
Improvvisamente, alle 9.07, Beppe Severgnini compare al bancone del bar e fa colazione. Nessuno sa dove sia spuntato, ma cinque minuti più tardi, come per magia, è già pronto a partire.
Riusciamo così a raggiungere la stazione della metropolitana solo qualche minuto dopo che il nostro treno è partito.
Altro appunto: la colazione.
La colazione che Beppe consuma al bar consiste in un classico cappuccino e cornetto.
Il ricco menù mattutino sopra descritto, infatti, era il mio, nei giorni in cui sono sempre in viaggio e ho molto da fare (rivolgendomi a coloro che mi daranno subito del “colazioniere”: si, avete perfettamente ragione. Non c’è nulla che odi di più che recarmi a una colazione di lavoro senza aver prima fatto colazione. In quelle occasioni ci vuole sempre un’eternità prima che ti portino il caffè – alle volte, impiegano talmente tanto, che il calo di zuccheri mi fa diventare maledettamente aspro.)
Ma prima che tutti coloro, che hanno finalmente visto confermati due stereotipi sugli italiani, esultino e si rilassino, permettetemi di aggiungere due piccole ma significative considerazioni:
Rispetto alla puntualità:
Beppe è un uomo molto occupato. Al contempo, però, proprio come per la storia dei semafori rossi nota a tutti i tedeschi in vacanza in Italia, gli italiani amano soprattutto attenersi agli accordi che appaiono sensati. Non c’è dunque ragione al mondo per cui Beppe, soddisfatto di bere un cappuccino ed ingerire un cornetto, debba bighellonare per un’ora nella sala della colazione prima di partire!
E poi anch’io ho difficoltà a essere puntuale. Che sia riuscito a scendere addirittura poco prima delle otto dipende unicamente dal fatto che, in teoria, avevo programmato di scendere già alle sette e mezza, per leggere qualche giornale sorseggiando il mio primo latte macchiato. (Il che mi riporta a chiedermi: Quanto sono tedesco?)
Rispetto alla colazione:
Con mio sommo stupore Beppe ha saputo resistere con una misera brioche nello stomaco tanto quanto me che ho fagocitato ben otto cucchiai di Müsli, due di macedonia, due salsicce piccanti, una buona porzione di uovo strapazzato, un panino e duecento grammi di marmellata di lamponi:
A mezzogiorno circa i nostri stomaci hanno iniziato a brontolare all’unisono.
Questo significa che il mio collega italiano sopravvive con un apporto calorico nettamente inferiore al mio. Per esprimerla in termini automobilistici: lui è il modello più efficiente, quello che consuma meno risorse. Il suo consumo alimentare sprigiona meno Co2 del mio. Laddove, dunque, bisognasse decidere, se assumere lui o me…
No! Basta! Fine!!!
Qualche stereotipo sarebbe meglio conservarlo così com’è.
E probabilmente, è solo in virtù della mia presenza che Beppe si sente costretto a comportarsi in modo radicalmente diverso, ovvero come un classico italiano nella mente di un classico tedesco. Lo fa per farmi felice, perché in fondo non sono un tipo cattivo. Laddove il suo comportamento è pane per i miei denti, Beppe commenterà (se necessario anche con 2 minuti di filmato) ogni mia reazione alla sua italianità e sarà spietato all’interno del suo blog.
Può darsi che Beppe si comporti così in maniera del tutto inconsapevole, proprio perché il suo sensibile subconscio sa che il mio sensibile subconscio non aspetta altro. (Gli amanti della psicologia la definirebbero una self fulfilling prophecy italo-tedesca.)
Il tutto solo per permettermi di dire: missione compiuta – un altro pregiudizio abbattuto!
Purtroppo, sulla base dei dati raccolti negli ultimi giorni, posso già dire che almeno in due casi i miei pregiudizi sono stati confermati:
Partiamo, innanzitutto, dalla puntualità:
L’idea era di scendere a colazione alle 8.00, uscire dall’albergo alle 9.11 e prendere la metropolitana.
In realtà alle otto meno cinque (per andare sul sicuro) Mark Spörrle è già nella sala della colazione – senza Beppe.
Alle 8.30 non ci sono ancora tracce. Alle 8.45 non s’intravede neanche la sua ombra.
Improvvisamente, alle 9.07, Beppe Severgnini compare al bancone del bar e fa colazione. Nessuno sa dove sia spuntato, ma cinque minuti più tardi, come per magia, è già pronto a partire.
Riusciamo così a raggiungere la stazione della metropolitana solo qualche minuto dopo che il nostro treno è partito.
Altro appunto: la colazione.
La colazione che Beppe consuma al bar consiste in un classico cappuccino e cornetto.
Il ricco menù mattutino sopra descritto, infatti, era il mio, nei giorni in cui sono sempre in viaggio e ho molto da fare (rivolgendomi a coloro che mi daranno subito del “colazioniere”: si, avete perfettamente ragione. Non c’è nulla che odi di più che recarmi a una colazione di lavoro senza aver prima fatto colazione. In quelle occasioni ci vuole sempre un’eternità prima che ti portino il caffè – alle volte, impiegano talmente tanto, che il calo di zuccheri mi fa diventare maledettamente aspro.)
Ma prima che tutti coloro, che hanno finalmente visto confermati due stereotipi sugli italiani, esultino e si rilassino, permettetemi di aggiungere due piccole ma significative considerazioni:
Rispetto alla puntualità:
Beppe è un uomo molto occupato. Al contempo, però, proprio come per la storia dei semafori rossi nota a tutti i tedeschi in vacanza in Italia, gli italiani amano soprattutto attenersi agli accordi che appaiono sensati. Non c’è dunque ragione al mondo per cui Beppe, soddisfatto di bere un cappuccino ed ingerire un cornetto, debba bighellonare per un’ora nella sala della colazione prima di partire!
E poi anch’io ho difficoltà a essere puntuale. Che sia riuscito a scendere addirittura poco prima delle otto dipende unicamente dal fatto che, in teoria, avevo programmato di scendere già alle sette e mezza, per leggere qualche giornale sorseggiando il mio primo latte macchiato. (Il che mi riporta a chiedermi: Quanto sono tedesco?)
Rispetto alla colazione:
Con mio sommo stupore Beppe ha saputo resistere con una misera brioche nello stomaco tanto quanto me che ho fagocitato ben otto cucchiai di Müsli, due di macedonia, due salsicce piccanti, una buona porzione di uovo strapazzato, un panino e duecento grammi di marmellata di lamponi:
A mezzogiorno circa i nostri stomaci hanno iniziato a brontolare all’unisono.
Questo significa che il mio collega italiano sopravvive con un apporto calorico nettamente inferiore al mio. Per esprimerla in termini automobilistici: lui è il modello più efficiente, quello che consuma meno risorse. Il suo consumo alimentare sprigiona meno Co2 del mio. Laddove, dunque, bisognasse decidere, se assumere lui o me…
No! Basta! Fine!!!
Qualche stereotipo sarebbe meglio conservarlo così com’è.
Venerdì, 16 aprile 2010
Mark: Primi contatti, trionfale entrata in scena e straordinaria sensibilità
Ieri l'accoglienza in stazione è stata festosa. Neanche sceso dal treno sono stato subito immortalato da una spietata telecamera (Gianni) mentre Beppe mi stringeva la mano. Qualche ora più tardi il mio sorriso spaventato sarebbe approdato con tanto di commento musicale nella sezione video del blog che Beppe cura per il Corriere della Sera.
Una volta in taxi per raggiungere l'albergo, Beppe mi ha inoltre svelato, che avrebbe voluto filmare noi due che svuotiamo le nostre rispettive valigie - "non hai nulla in contrario, vero?" Ah, e nei prossimi giorni non ci saremmo limitati a bloggare inisieme, ma, sotto la sua regia, avremmo prodotto quotidianamente tre video, brevi ma creativi, per la sua rubrica.
Con sommo rispetto bisogna ammettere che Beppe sa, cosa fare per diventare famoso.
Beppe sarà la metà di me - per larghezza ed, evidentemente, per altezza. Di conseguenza anche la sua valigia è la metà della mia. Ciononostante abbiamo entrambi portato quasi le stesse cose e gli oggetti che ci contraddistinguono confermano tutti gli stereotipi sui nostri rispettivi Paesi d'origine:
Beppe ha riposto sul tavolo un ombrello (per la Germania) - io un paio di occhiali da sole (per l'Italia). Lui ha con se un suo libro - io un libro da leggere in viaggio, che ancora non conosco. Altre differenze degne di nota si riferiscono al numero di camicie, calzini e magliette che abbiamo con noi in valigia.
Ad animare la discussione degli ospiti dell'albergo, che hanno assistito alla scena di noi due che disfaciamo le nostre valigie appoggiati sul tavolo centrale del ristorante, è stato il colore della nostra biancheria intima: la sua - "ehilà" - bianca. La mia – „Aaah!“ - nera. (A parte ribadire che il nero, come abbiamo raccontato nell'inserto della ZEIT, è IL colore che va per la maggiore quest'anno, non saprei proprio cos'altro aggiungere. Forse non ho abbastanza fantasia in merito. O forse, questo voler commentare ogni cosa, è solo un fastidioso vizio comune a tutti gli ospiti degli alberghi di Berlino…)
Ah, e Beppe ha con sé una cravatta, che stava persino per entrare in azione. In occasione della cena con l'ambasciatore italiano organizzata nel risotrante del Literaturhaus, dove Beppe voleva recarsi, in linea con lo stile conciso delle sue mail, vestito come un manager.
Ma, attenzione, colpo di scena! A differenza di un manager (tedesco) e contrariamente a come si era presentato, quando ci siamo incontrati nella lobby poco prima di andare a cena e io, senza troppo riflettere, ho detto: "Peccato, che non abbia con me una cravatta", Beppe Severgnini, eletto nel 2004 Giornalista Europeo dell'anno", non ha minimamente esitato e si è subito tolto la sua! (Ok, devo ammettere che subito dopo ha aggiunto una frase del tipo "tanto, l'ambasciatore è un mio caro amico", ma non ho sentito molto bene.)
Altrettanta sensibilità l'ha dimostrata fra l'altro quello scrittore italiano, che ore più tardi, dopo una piacevole cena al Literaturhaus, ci ha riaccompagnati in albergo, come si confà a un vero italiano (sì, un altro stereotipo), con tanto di rapidissima inversione a U e un accenno di sgommata. Ciononostante sono stato ben felice di aver potuto occupare il posto accanto al guidatore - almeno così non ho avuto problemi ad allacciarmi la cintura di sicurezza.
Tuttavia, poco più tardi ho capito che proprio quel posto mi era stato offerto affinché, cartina-fisarmonica di Berlino alla mano, potessi individuare durante il tragitto, quale sarebbe stata la strada più veloce per raggiungere l'hotel nella Wallstraße.
Un'impresa, nella quale ho clamorosamente fallito. Durante tutto il tragitto, percorso a velocità elevata, non ho fatto altro che fissare la cartina stradale di Berlino senza essere minimamente in grado di localizzare anche solo indicativamente lanostra posizione geografica nella mia stessa capitale. A mia discolpa devo ammettere che normalmente non consulto più gli stradari. Lascio che siano gli altri a guidarmi, oppure consulto il mio iPhone o ascolto le indicazioni del navigatore satellitare. O quelle di mia moglie.
Immagino che ogni automobilista tedesco, degno di tale nome, non avrebbe esitato un attimo a rinfacciarmi la mia totale incapacità.
Cos'ha fatto invece il nostro guidatore italiano? Senza mai chiedere "allora, dove devo andare", senza mai sbuffare, senza lanciarmi neanche mezzo sguardo minaccioso, a un certo punto si è fermato davanti a un albergo, è sceso dalla macchina, entrato dentro, e ha chiesto le indicazioni. Tranquillissimo. Spaventosamente pieno di premure.
Per farla breve: non ha affatto reagito, come ci saremmo aspettati, se avessimo tenuto conto della trionfale entrata in scena italiana, quel vistoso modo di gesticolare tipicamente italiano, il fatto che Beppe, durante la cena, non abbia perso l'occasione di iniziare, pochi secondi dopo di me, con voce sonora (io, purtroppo, non ho una voce altrettanto sonoroa, ma piuttosto una voce, che fa evidentemente fatica a raggiungere le sue orecchie) il suo discorso, conclusosi con un perfetto brindisi che avrebbe reso ogni mio eventuale tentativo di riprendere la parola non solo fastidioso, ma anche proprio ridicolo. Insomma: non ha affatto reagito, come ci saremmo aspettati, se avessimo tenuto conto dell'esagerata sicurezza che gli italiani hanno di sé.
Veramente, sono stupito: la maestosa entrata in scena italiana si sposa incantevolmente con una straordinaria di sensibilità!
A questo punto, nonostante ci attendano ancora le ferrovie italiane e tutto quello che si dice di loro, credo proprio, che sarà un bel viaggio.
P.S. 1: ho avuto l'impressione che a Beppe sia piaciuto molto il mio odierno programma turistico berlinese: dalla filiale a Spandau di "Fressnapf", il maggiore discount di alimenti per animali che, nonostante la crisi, continua a riscuotere un incredibile successo (e dove di recente, proprio per colpa della crisi, le palestre per gatti possono essere acquistate anche a rate) attraversando la capitale fino all'area settentrionale del quartiere di Marzahn, dove, nella cornice di un prefabbricato, è possibile pernottare nell'amena pensione al "decimo" e "all'undicesimo" cielo e dove l'associazione Kinderring Berlin ha inaugurato il centro per ragazzi "Betonia", proiettando un impegnato filmato contro l'estremismo di destra.
Domani visiteremo una città automobilistica e pernotteremo in una città letteraria...
P.S.2: Lasciatemi spendere ancora due parole su Gianni e Soledad: Gianni è un vero professionista. Uno di quelli che passa la giornata intento a riprenderti da ogni angolazione, per poi, d'improvviso, scomparire in una stanza a montare un concitato filmato, o meglio, un contributo video con tanto di commento musicale da pubblicare sul web. E Soledad non è professionista da meno. Una di quelle che dopo aver passato l'intera giornata a tradurre le chiacchiere di Beppe e mie, se ne sta nella sua stanza d'albergo, aspettando pazientemente che io le invii il mio contributo per il blog, affinché possa tradurlo in tempo reale in lingua italiana, lavorando spesso fino a tarda notte. Ed è proprio per questo che mi sbrigo a finir qui...
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Una volta in taxi per raggiungere l'albergo, Beppe mi ha inoltre svelato, che avrebbe voluto filmare noi due che svuotiamo le nostre rispettive valigie - "non hai nulla in contrario, vero?" Ah, e nei prossimi giorni non ci saremmo limitati a bloggare inisieme, ma, sotto la sua regia, avremmo prodotto quotidianamente tre video, brevi ma creativi, per la sua rubrica.
Con sommo rispetto bisogna ammettere che Beppe sa, cosa fare per diventare famoso.
Beppe sarà la metà di me - per larghezza ed, evidentemente, per altezza. Di conseguenza anche la sua valigia è la metà della mia. Ciononostante abbiamo entrambi portato quasi le stesse cose e gli oggetti che ci contraddistinguono confermano tutti gli stereotipi sui nostri rispettivi Paesi d'origine:
Beppe ha riposto sul tavolo un ombrello (per la Germania) - io un paio di occhiali da sole (per l'Italia). Lui ha con se un suo libro - io un libro da leggere in viaggio, che ancora non conosco. Altre differenze degne di nota si riferiscono al numero di camicie, calzini e magliette che abbiamo con noi in valigia.
Ad animare la discussione degli ospiti dell'albergo, che hanno assistito alla scena di noi due che disfaciamo le nostre valigie appoggiati sul tavolo centrale del ristorante, è stato il colore della nostra biancheria intima: la sua - "ehilà" - bianca. La mia – „Aaah!“ - nera. (A parte ribadire che il nero, come abbiamo raccontato nell'inserto della ZEIT, è IL colore che va per la maggiore quest'anno, non saprei proprio cos'altro aggiungere. Forse non ho abbastanza fantasia in merito. O forse, questo voler commentare ogni cosa, è solo un fastidioso vizio comune a tutti gli ospiti degli alberghi di Berlino…)
Ah, e Beppe ha con sé una cravatta, che stava persino per entrare in azione. In occasione della cena con l'ambasciatore italiano organizzata nel risotrante del Literaturhaus, dove Beppe voleva recarsi, in linea con lo stile conciso delle sue mail, vestito come un manager.
Ma, attenzione, colpo di scena! A differenza di un manager (tedesco) e contrariamente a come si era presentato, quando ci siamo incontrati nella lobby poco prima di andare a cena e io, senza troppo riflettere, ho detto: "Peccato, che non abbia con me una cravatta", Beppe Severgnini, eletto nel 2004 Giornalista Europeo dell'anno", non ha minimamente esitato e si è subito tolto la sua! (Ok, devo ammettere che subito dopo ha aggiunto una frase del tipo "tanto, l'ambasciatore è un mio caro amico", ma non ho sentito molto bene.)
Altrettanta sensibilità l'ha dimostrata fra l'altro quello scrittore italiano, che ore più tardi, dopo una piacevole cena al Literaturhaus, ci ha riaccompagnati in albergo, come si confà a un vero italiano (sì, un altro stereotipo), con tanto di rapidissima inversione a U e un accenno di sgommata. Ciononostante sono stato ben felice di aver potuto occupare il posto accanto al guidatore - almeno così non ho avuto problemi ad allacciarmi la cintura di sicurezza.
Tuttavia, poco più tardi ho capito che proprio quel posto mi era stato offerto affinché, cartina-fisarmonica di Berlino alla mano, potessi individuare durante il tragitto, quale sarebbe stata la strada più veloce per raggiungere l'hotel nella Wallstraße.
Un'impresa, nella quale ho clamorosamente fallito. Durante tutto il tragitto, percorso a velocità elevata, non ho fatto altro che fissare la cartina stradale di Berlino senza essere minimamente in grado di localizzare anche solo indicativamente lanostra posizione geografica nella mia stessa capitale. A mia discolpa devo ammettere che normalmente non consulto più gli stradari. Lascio che siano gli altri a guidarmi, oppure consulto il mio iPhone o ascolto le indicazioni del navigatore satellitare. O quelle di mia moglie.
Immagino che ogni automobilista tedesco, degno di tale nome, non avrebbe esitato un attimo a rinfacciarmi la mia totale incapacità.
Cos'ha fatto invece il nostro guidatore italiano? Senza mai chiedere "allora, dove devo andare", senza mai sbuffare, senza lanciarmi neanche mezzo sguardo minaccioso, a un certo punto si è fermato davanti a un albergo, è sceso dalla macchina, entrato dentro, e ha chiesto le indicazioni. Tranquillissimo. Spaventosamente pieno di premure.
Per farla breve: non ha affatto reagito, come ci saremmo aspettati, se avessimo tenuto conto della trionfale entrata in scena italiana, quel vistoso modo di gesticolare tipicamente italiano, il fatto che Beppe, durante la cena, non abbia perso l'occasione di iniziare, pochi secondi dopo di me, con voce sonora (io, purtroppo, non ho una voce altrettanto sonoroa, ma piuttosto una voce, che fa evidentemente fatica a raggiungere le sue orecchie) il suo discorso, conclusosi con un perfetto brindisi che avrebbe reso ogni mio eventuale tentativo di riprendere la parola non solo fastidioso, ma anche proprio ridicolo. Insomma: non ha affatto reagito, come ci saremmo aspettati, se avessimo tenuto conto dell'esagerata sicurezza che gli italiani hanno di sé.
Veramente, sono stupito: la maestosa entrata in scena italiana si sposa incantevolmente con una straordinaria di sensibilità!
A questo punto, nonostante ci attendano ancora le ferrovie italiane e tutto quello che si dice di loro, credo proprio, che sarà un bel viaggio.
P.S. 1: ho avuto l'impressione che a Beppe sia piaciuto molto il mio odierno programma turistico berlinese: dalla filiale a Spandau di "Fressnapf", il maggiore discount di alimenti per animali che, nonostante la crisi, continua a riscuotere un incredibile successo (e dove di recente, proprio per colpa della crisi, le palestre per gatti possono essere acquistate anche a rate) attraversando la capitale fino all'area settentrionale del quartiere di Marzahn, dove, nella cornice di un prefabbricato, è possibile pernottare nell'amena pensione al "decimo" e "all'undicesimo" cielo e dove l'associazione Kinderring Berlin ha inaugurato il centro per ragazzi "Betonia", proiettando un impegnato filmato contro l'estremismo di destra.
Domani visiteremo una città automobilistica e pernotteremo in una città letteraria...
P.S.2: Lasciatemi spendere ancora due parole su Gianni e Soledad: Gianni è un vero professionista. Uno di quelli che passa la giornata intento a riprenderti da ogni angolazione, per poi, d'improvviso, scomparire in una stanza a montare un concitato filmato, o meglio, un contributo video con tanto di commento musicale da pubblicare sul web. E Soledad non è professionista da meno. Una di quelle che dopo aver passato l'intera giornata a tradurre le chiacchiere di Beppe e mie, se ne sta nella sua stanza d'albergo, aspettando pazientemente che io le invii il mio contributo per il blog, affinché possa tradurlo in tempo reale in lingua italiana, lavorando spesso fino a tarda notte. Ed è proprio per questo che mi sbrigo a finir qui...
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Beppe: La pensione di Cappuccetto Rosso
Oggi, in attesa di puntare a sud, Mark mi ha fatto salire e scendere dai mezzi pubblici come neanche un violinista zigano in cerca di offerte: U Bahn, S Bahn e tram fino a Malzahn, estrema periferia orientale, dove le ragazze sono carine ma sono capaci di arrestarti con uno sguardo (forse l’hanno imparato da mamme e nonne, allenate ai tempi della DDR).
Prima siamo stati a Spandau, regno della classe media e degli animali da compagnia. Mark, per dimostrarmelo, ci ha portato a visitare Fressnapf, la più importante catena di cibo per animali: pare che la filiale locale venda (anche a rate) più di qualsiasi altra, e non conosca crisi. Abbiamo visto pappagalli dallo sguardo wagneriano, e studiato palestre per gatti in vendita a 600 euro. Quando abbiamo cercato di filmare, ci hanno bloccato immediatamente - e il tedesco è una lingua perfetta, per bloccare immediatamente chicchessia. A un certo punto ho temuto che ci servissero come cibo ai pitoni. Sarebbe stato un peccato. Ugo, la nostra interprete sorridente, non avrebbe meritato quella fine. Mark, magari...
A mezzogiorno, slalomeggiando tra gente che s’abbuffa di currywurst, siamo tornati verso il centro. Lunch al sesto piano di Ka De We, un posto che fa sembrare la Rinascente un autogrill e Harrod’s un supermercato mediorientale (qual è). Da Ka De We ci sono gli anziani tedeschi benestanti, che hanno mooooolto tempo a disposizione: si muovono alla moviola e ordinano lentamente a commesse al rallentatore. Hanno tracce di gioventù negli occhi o nei capelli: ma si vede che sono ben più anziani del Muro. E, per adesso, non li ha buttati giù nessuno.
Poi siamo andati a est, a conoscere gente che, con i denari di un lunch per quattro da Ka De We, potrebbe pagarsi un mese d’affitto. Ho saputo di giovani naziskin, conosciuto vecchi comunisti, intravisto tedeschi di Russia, studiato i cervi di Honecker, ammirato palazzi decapitati. Ho inaugurato un centro per giovani chiamato Betonia in onore del cemento (giuro). Poi sono salito all’Undicesimo Cielo: un bed & breakfast DDR-style che sembra essere stato arredato da Cappuccetto Rosso dopo aver litigato con Michael Jackson. Costo, 11 euro a notte, colazione compresa.
Lo sapevo che la Germania è un posto interessante.
Prima siamo stati a Spandau, regno della classe media e degli animali da compagnia. Mark, per dimostrarmelo, ci ha portato a visitare Fressnapf, la più importante catena di cibo per animali: pare che la filiale locale venda (anche a rate) più di qualsiasi altra, e non conosca crisi. Abbiamo visto pappagalli dallo sguardo wagneriano, e studiato palestre per gatti in vendita a 600 euro. Quando abbiamo cercato di filmare, ci hanno bloccato immediatamente - e il tedesco è una lingua perfetta, per bloccare immediatamente chicchessia. A un certo punto ho temuto che ci servissero come cibo ai pitoni. Sarebbe stato un peccato. Ugo, la nostra interprete sorridente, non avrebbe meritato quella fine. Mark, magari...
A mezzogiorno, slalomeggiando tra gente che s’abbuffa di currywurst, siamo tornati verso il centro. Lunch al sesto piano di Ka De We, un posto che fa sembrare la Rinascente un autogrill e Harrod’s un supermercato mediorientale (qual è). Da Ka De We ci sono gli anziani tedeschi benestanti, che hanno mooooolto tempo a disposizione: si muovono alla moviola e ordinano lentamente a commesse al rallentatore. Hanno tracce di gioventù negli occhi o nei capelli: ma si vede che sono ben più anziani del Muro. E, per adesso, non li ha buttati giù nessuno.
Poi siamo andati a est, a conoscere gente che, con i denari di un lunch per quattro da Ka De We, potrebbe pagarsi un mese d’affitto. Ho saputo di giovani naziskin, conosciuto vecchi comunisti, intravisto tedeschi di Russia, studiato i cervi di Honecker, ammirato palazzi decapitati. Ho inaugurato un centro per giovani chiamato Betonia in onore del cemento (giuro). Poi sono salito all’Undicesimo Cielo: un bed & breakfast DDR-style che sembra essere stato arredato da Cappuccetto Rosso dopo aver litigato con Michael Jackson. Costo, 11 euro a notte, colazione compresa.
Lo sapevo che la Germania è un posto interessante.
Beppe: Ho conosciuto Mark Spörrle. Ha una valigia che è il doppio della mia.
Ho conosciuto Mark Spörrle: è più alto di me, più grosso di me, più giovane di me e ha una valigia che è il doppio della mia. Se il nostro viaggio è destinato a demolire gli stereotipi su italiani e tedeschi, cominciamo male. Se invece parliamo del carattere, andiamo benone. Mark S. sembra, come me, contento di salire su un treno a Berlino e scendere a Palermo, dopo una settimana. Questo potrebbe non essere un segno di salute mentale, ma si sa che i giornalisti sono gente strana, a ogni latitudine.
La Hauptbanhof di Berlino è una stazione talmente bella da far commuovere un viaggiatore. Mark mi dice che alcuni berlinesi preferivano quella di prima; e Ugo, che viaggia con noi come traduttrice, sostiene che i convogli di prima classe, nei binari più profondi, restano all’aperto, fuori dalla pensilina, e costringono i viaggiatori a bagnarsi. Questa sarebbe la prova che la “Germania dispone di un sistema ferroviario democratico”. Boh.
Torniamo in albergo, e ci sfidiamo in un gioco nuovo: “Chi riesce a vuotare la propria valigia e descriverne il contenuto in 90 secondi”. L’operazione avviene sotto gli occhi della telecamera e di cinque avventori del bar nell’Art’otel di Wallstrasse (zona Mitte). Piuttosto perplessi, devo dire: mai avevano visto un italiano e un tedesco contare magliette e mutande in un pubblico esercizio, all’ora dell’aperitivo. Ma c’è sempre una prima volta, nella vita.
La Hauptbanhof di Berlino è una stazione talmente bella da far commuovere un viaggiatore. Mark mi dice che alcuni berlinesi preferivano quella di prima; e Ugo, che viaggia con noi come traduttrice, sostiene che i convogli di prima classe, nei binari più profondi, restano all’aperto, fuori dalla pensilina, e costringono i viaggiatori a bagnarsi. Questa sarebbe la prova che la “Germania dispone di un sistema ferroviario democratico”. Boh.
Torniamo in albergo, e ci sfidiamo in un gioco nuovo: “Chi riesce a vuotare la propria valigia e descriverne il contenuto in 90 secondi”. L’operazione avviene sotto gli occhi della telecamera e di cinque avventori del bar nell’Art’otel di Wallstrasse (zona Mitte). Piuttosto perplessi, devo dire: mai avevano visto un italiano e un tedesco contare magliette e mutande in un pubblico esercizio, all’ora dell’aperitivo. Ma c’è sempre una prima volta, nella vita.
Giovedì, 15 aprile 2010
Mark: Come preparare la valigia - tentativi e primi cliché!
Domani, dunque, si parte. Otto giorni per attraversare la Germania e l'Italia, sulle tracce di falsi stereotipi e cliché, con Beppe, Soledad e Gianni - la mia famiglia italiana, almeno per la durata del viaggio. Non li ho mai incontrati prima d'ora, il che rende la cosa alquanto entusiasmante.
Sono settimane che continuo a chiedermi: cos'è tipicamente italiano?
E soprattutto: che cos'è tipicamente tedesco?
Sicuramente non il mio modo di preparare una valigia - questo devo ammetterlo. Nel mio caso, infatti, non si può certo dire che, a bagagli fatti, "aspetti con impazienza l'inizio del viaggio", come si legge nella prefazione a questo blog. Per chiudere una valigia mi ci vorranno al massimo tre, quattro secondi. Tutto ciò che precede questo gesto potrebbe essere riassunto in un rapido "tiraivestitifuoridallarmadioebuttalinvaligia".
Ho stabilito il mio record personale prima di un reading a Erfurt: 30 secondi. In questo lasso di tempo sono: entrato in casa farfugliando incessantemente "camicia nera, giacca a righe, penna per gli autografi", ho arraffato suddette cose e sono corso fuori di casa per andare in stazione (con sommo sconcerto di mia moglie).
Anche quando mi capita di avere più tempo a disposizione, mi riduco comunque all'ultimo minuto prima della partenza. Trascorro il tempo che mi separa dalla mio viaggio riflettendo se sia meglio portare le scarpe nere o piuttosto quelle blu. E soprattutto quante - e quali??? - camicie. Mettiamo, ad esempio, che viaggi prima a Palermo e da lì rientri in aereo, quale sarà la valigia più adatta? L'imponente valigia rigida per i viaggi oltreoceano, talmente pesante da dissuadere chiunque dal rubarsela al nastro di consegna dei bagagli? La logora sacca da viaggio, commiserata persino dai ladri professionisti? O piuttosto una dozzinale valigia, che non dia particolarmente nell'occhio…?
(L'avrete sicuramente notato anche voi: in un attimo nell'ultimo paragrafo si è insinuato uno spiacevole pregiudizio tedesco nei confronti dell'italiana Palermo. Un pregiudizio che speriamo si riveli assolutamente sbagliato e infondato - almeno per il bene della mia valigia!)
Quello che voglio dire: se dovessimo veramente attenerci alla precisione, alla diligenza e alla puntualità che gli stranieri, e dunque anche gli italiani, attribuiscono ai tedeschi, avrei dovuto preparare la mia valigia in tutt'altro modo: impiegando esattamente un'ora, facendo movimenti lenti ma comunque accurati, tenendo accanto a me la mia lista di cose indispensabili per un "piccolo viaggio di lavoro in territorio europeo". Il mio modo di fare la valigia è forse tipicamente tedesco?
E se così non fosse, cosa rivela sulla mia persona?
Nei prossimi giorni tenterò se non altro di scoprire il modo in cui Beppe, il mio compagno di blog italiano, prepara la sua valigia.
Beppe, straordinario autore di libri di straordinario successo sui suoi connazionali. Beppe, con cui non sono mai riuscito a parlare al telefono, perchè sempre indaffarato con i suoi viaggi a Londra o Hanoi. Colui che, agli occhi di un tedesco, ha saputo presentarsi via mail e concordare il tragitto di viaggio in maniera assolutamente atipica e concisa per un italiano.
Quando, tuttavia, ho proposto di stilare innanzitutto una lista dei più comuni stereotipi dei tedeschi nei confronti degli italiani e viceversa, per riflettere poi su quali luoghi avremmo potuto infine visitare, lui mi ha semplicemente scritto: "Ma saliamo sul treno e partiamo.“ Dite che in questo caso lo stereotipo sia azzeccato?
Caro Beppe, non sarei un tipico tedesco se non avessi preparato qualche bella sorpresa per quelle tre giornate e mezzo che trascorreremo in Germania: luoghi e incontri che, spero, ci aiuteranno a scrivere se gli stereotipi degli italiani nei confronti dei tedeschi siano giusti o sbagliati.
Domani mattina partiamo innanzitutto da Berlino facendo un giro che ci condurrà a un'insolita meta...
Questa sera, però, ci incontriamo con altri giornalisti, con i nostri angeli del Goethe-Institut e con l'Ambasciatore Italiano al Literaturhaus. E questo significa camicia nera e giacca a righe...
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Sono settimane che continuo a chiedermi: cos'è tipicamente italiano?
E soprattutto: che cos'è tipicamente tedesco?
Sicuramente non il mio modo di preparare una valigia - questo devo ammetterlo. Nel mio caso, infatti, non si può certo dire che, a bagagli fatti, "aspetti con impazienza l'inizio del viaggio", come si legge nella prefazione a questo blog. Per chiudere una valigia mi ci vorranno al massimo tre, quattro secondi. Tutto ciò che precede questo gesto potrebbe essere riassunto in un rapido "tiraivestitifuoridallarmadioebuttalinvaligia".
Ho stabilito il mio record personale prima di un reading a Erfurt: 30 secondi. In questo lasso di tempo sono: entrato in casa farfugliando incessantemente "camicia nera, giacca a righe, penna per gli autografi", ho arraffato suddette cose e sono corso fuori di casa per andare in stazione (con sommo sconcerto di mia moglie).
Anche quando mi capita di avere più tempo a disposizione, mi riduco comunque all'ultimo minuto prima della partenza. Trascorro il tempo che mi separa dalla mio viaggio riflettendo se sia meglio portare le scarpe nere o piuttosto quelle blu. E soprattutto quante - e quali??? - camicie. Mettiamo, ad esempio, che viaggi prima a Palermo e da lì rientri in aereo, quale sarà la valigia più adatta? L'imponente valigia rigida per i viaggi oltreoceano, talmente pesante da dissuadere chiunque dal rubarsela al nastro di consegna dei bagagli? La logora sacca da viaggio, commiserata persino dai ladri professionisti? O piuttosto una dozzinale valigia, che non dia particolarmente nell'occhio…?
(L'avrete sicuramente notato anche voi: in un attimo nell'ultimo paragrafo si è insinuato uno spiacevole pregiudizio tedesco nei confronti dell'italiana Palermo. Un pregiudizio che speriamo si riveli assolutamente sbagliato e infondato - almeno per il bene della mia valigia!)
Quello che voglio dire: se dovessimo veramente attenerci alla precisione, alla diligenza e alla puntualità che gli stranieri, e dunque anche gli italiani, attribuiscono ai tedeschi, avrei dovuto preparare la mia valigia in tutt'altro modo: impiegando esattamente un'ora, facendo movimenti lenti ma comunque accurati, tenendo accanto a me la mia lista di cose indispensabili per un "piccolo viaggio di lavoro in territorio europeo". Il mio modo di fare la valigia è forse tipicamente tedesco?
E se così non fosse, cosa rivela sulla mia persona?
Nei prossimi giorni tenterò se non altro di scoprire il modo in cui Beppe, il mio compagno di blog italiano, prepara la sua valigia.
Beppe, straordinario autore di libri di straordinario successo sui suoi connazionali. Beppe, con cui non sono mai riuscito a parlare al telefono, perchè sempre indaffarato con i suoi viaggi a Londra o Hanoi. Colui che, agli occhi di un tedesco, ha saputo presentarsi via mail e concordare il tragitto di viaggio in maniera assolutamente atipica e concisa per un italiano.
Quando, tuttavia, ho proposto di stilare innanzitutto una lista dei più comuni stereotipi dei tedeschi nei confronti degli italiani e viceversa, per riflettere poi su quali luoghi avremmo potuto infine visitare, lui mi ha semplicemente scritto: "Ma saliamo sul treno e partiamo.“ Dite che in questo caso lo stereotipo sia azzeccato?
Caro Beppe, non sarei un tipico tedesco se non avessi preparato qualche bella sorpresa per quelle tre giornate e mezzo che trascorreremo in Germania: luoghi e incontri che, spero, ci aiuteranno a scrivere se gli stereotipi degli italiani nei confronti dei tedeschi siano giusti o sbagliati.
Domani mattina partiamo innanzitutto da Berlino facendo un giro che ci condurrà a un'insolita meta...
Questa sera, però, ci incontriamo con altri giornalisti, con i nostri angeli del Goethe-Institut e con l'Ambasciatore Italiano al Literaturhaus. E questo significa camicia nera e giacca a righe...
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
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