Rifugiati. Qui in Germania questa parola assume un significato che in Italia abbiamo dimenticato da tempo. Forse non tutti i tedeschi sarebbero d’accordo con me, poiché pensano che manchi anche al loro paese la capacità di fornire reale accoglienza. Ma quando vedi le enormi differenze che regolano la vita di queste persone nei due paesi riesci a capire perché alcuni avvocati tedeschi, e di rimando decine di magistrati loro connazionali, abbiamo deciso di bollare come “disumane” le condizioni in cui noi, in Italia, permettiamo che queste persone vivano.
Ho trascorso la mattinata prima in una associazione iraniana che si occupa di rifugiati iraniani e afgani a Berlino, poi con un gruppo di giovani richiedenti asilo che a turno, nel Parlamento, hanno incontrato un esponente del partito Die Linke, La sinistra, e poi parlamentari dei verdi. Chiedevano la possibilità di poter frequentare corsi di tedesco, necessari al loro inserimento. Sono stati ascoltati, è stato assicurato loro che le loro richieste avrebbero avuto voce (con quanta possibilità di successo non so). Nella capitale la situazione è sicuramente più agevolata che in altre parti della Germania. Resta un punto fondamentale, in Italia abbiamo centinaia di persone come loro che non riescono a far valere i loro diritti di esseri umani. Sono rinchiusi nei Cie (centri di identificazione ed espulsioni), campi e tendopoli dove il rispetto della dignità umana è un accessorio. E quando viene loro riconosciuto lo status di rifugiati vengono abbandonati a loro stessi, senza la minima preoccupazione di uno Stato che a stento li sopporta a dispetto di qualsiasi convenzione internazionale.
I respingimenti sono l’evidente limitazione, in Italia, del diritto d’asilo.
Negli occhi dei ragazzi che ho incontrato questa mattina, e che si trovano in Germania da pochi mesi, ho letto dolore e timore, così come in quelli dei loro coetanei conosciuti a Roma. Alle spalle hanno tutti lo stesso passato, gli stessi traumi, e il ricordo di famiglie che forse non ritroveranno mai più. La differenza è che Sohrab e Derya e tutti gli altri come loro che ho conosciuto qui a Berlino possono sperare in un futuro dignitoso, al contrario di chi dopo mesi e mesi è ancora rinchiuso nei Cie di Roma, di Milano, di Torino, di Modena, di Gradisca, di Bari e di Trapani. Così come nel Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Mineo e nei centri di prima accoglienza di Porto Empedocle, Cagliari e Lampedusa.
Martedì, 29. novembre 2011
Gli occhi dei rifugiati
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