Il tempo vola e la mia “missione napoletana” volge al termine. Tempo dunque di bilanci, ma innanzitutto tempo di ringraziamenti.
Ringrazio innanzitutto il Goethe Institut di Napoli, la direttrice Maria Carmen Morese e le sue collaboratrici per avermi dato, primo, la possibilità di partecipare al bellissimo progetto “Cambio d’aria”, rendendo così possibile il mio soggiorno a Napoli; secondo, per avermi accudito in modo fantastico durante queste tre settimane. Com’è che diceva già Johann Wolfgang Goethe: “Purtroppo è impossibile esprimere a parole la vera gratitudine”. Come sempre, aveva ragione.
Ringrazio le colleghe e i colleghi del Mattino – prima tra tutti Virman Cusenza – che mi hanno accolto calorosamente in redazione e mi hanno permesso di farmi un’idea del loro modo di lavorare e dell’enorme mole di lavoro che ricasca su ognuno di loro per produrre un giornale di qualità. Il loro impegno quotidiano smentisce con i fatti la facile ironia della cancelliera tedesca sugli scansafatiche dell’Europa del sud. Un grazie particolare va ad Annamaria Asprone, che ha preso sotto la sua ala protettiva lo sconosciuto collega tedesco e gli ha fatto conoscere, en passant, la più piccola e gradevole trattoria della città dove pranzare a mezzogiorno. Un grazie particolare va poi a Rosaria Capacchione che mi permesso di approfittare delle sue profonde conoscenze per quel che riguarda gli affari della Camorra; così come un grazie va a Massimo Zivelli che sta a Ischia, al quale devo dritte preziose, ma anche il viaggio in taxi più al cardiopalma di tutta la mia vita. Infine un grazie a Paolo Barnuto, l’Indiana Jones di Napoli, che mi ha portato con sé nella Napoli sotterranea alla ricerca di un tesoro molto particolare e che per un attimo mi ha nominato cardinale. O qualcosa del genere.
Voglio ringraziare Andrea Affaticati a Milano, che non solo ha tradotto fantasticamente i miei pezzi per Il Mattino e i miei blog per questo sito, ma in certi momenti ha mostrato anche una santa pazienza quando da un momento all’altro la programmazione veniva stravolta.
E un grazie va ai miei colleghi della WAZ a Essen, che si sono sobbarcati durante queste mie tre settimane di Napoli, il lavoro di mia competenza. Da lunedì sarò di nuovo al mio posto.
E di questa esperienza che resterà?
Certo impressioni indelebili di una città capace di stupire a ogni piè sospinto il visitatore. Napoli non è una città agghindata per i turisti, non è una città che usa la propria bellezza per mendicare attenzione. Napoli è una metropoli cocciuta, i suoi tesori vogliono essere conquistati. Chi ha visitato le sue chiese, San Gregorio Armeno con il suo bellissimo chiostro nascosto, o quella del Gesù Nuovo con la sua abbondanza di marmi, non si libererà facilmente dell’impressione che hanno fatto su di lui. Chi fa un’escursione nella Napoli sotterranea, tra catacombe e cisterne lasciate in eredità dai greci e dai romani, non potrà che portarsi dietro una nuova idea di eternità.
Napoli è una città dove ci si rilassa nel rinomato caffé Gambrinus davanti a una tazza di caffé e una sfogliatelle, oppure in uno di quelli più piccoli di piazza Bellini, nel centro storico. Dove fa piacere osservare la gente di una città che a colpo d’occhio (e non solo) appare frenetica, ma i cui abitanti trovano sempre il tempo per spiegare con calma allo straniero, perché via Toledo segnata in tutte le cartine, di fatto si chiama via Roma.
Il giallista partenopeo Maurizio de Giovanni, mi ha detto: “Chi non ha visto Napoli non ha la più pallida idea di cosa sia l’Europa”. Io, dopo tre settimane trascorse qui sono invece fermamente convinto che: chi non conosce Napoli non conosce l’Italia. E una sola visita non basta certo per conoscere questa città.
Ciao Napoli. Ci vediamo.
Giovedì, 23. giugno 2011
Caserta-Napoli - un viaggio in treno a ostacoli
Durante questa mia missione napoletana, mi accorgo di aver trascurato un po’ le aree limitrofe. Giusto una gita a Ischia, una puntata a Marechiaro e a Pozzuoli. Tutto qua. Ma almeno l’immenso parco e i giardini della Reggia di Caserta voglio vederli. E sulla via del ritorno, potrei fermarmi un attimo anche a visitare il famosissimo acquedotto di Maddaloni. Il treno mi sembra in questo caso il mezzo migliore. E invece...
L’andata va, tutto sommato, ancora bene, almeno dal momento in cui scopro che alla stazione centrale di Napoli i biglietti per Caserta non si comprano né ai distributori automatici e neanche alla biglietteria, ma all’edicola. Dopo 35 minuti sono sul posto. E’ ancora abbastanza presto, così posso visitare il parco senza ritrovarmi sotto il sol leone. Per farla breve: la Reggia è di una bellezza veramente travolgente. Il maestoso parco con i suoi giochi d’acqua e le cascate, gli imponenti saloni, il tripudio di affreschi su pareti e volte, tutto questo lascia il visitatore a bocca aperta. Non venire sarebbe stato imperdonabile. Una volta finita la visita, decido di iniziare il viaggio di ritorno.
Alla stazione di Caserta apprendo però che a causa di blocchi lungo i binari della stazione di Napoli, in quella direzione non viaggia nulla. E non si sa nemmeno quando verrà ripresa la circolazione. Un viaggiatore dice che è meglio aspettare piuttosto che mettersi alla ricerca di un autobus. E così facciamo. Attendiamo. Un’ora. Poi viene comunicato che il treno parte. Ma nella direzione opposta. Dunque scendiamo. Provo a chiedere a un altro viaggiatore se il taxi non potrebbe essere una soluzione alternativa. Mi fa cenno di lasciar perdere: “Per quattro chilometri chiedono 30 euro. Sono dei banditi”.
Dopo un’ora e mezza abbondante, viene annunciato un autobus sostitutivo, che poco dopo viene però di nuovo annullato. In compenso c’è di nuovo un treno, anche se va solo fino a Maddaloni, o forse addirittura fino a Cancello. Beh, meglio che niente.
Giunto a Maddaloni mi chiedo per un momento se non cogliere l’occasione per visitare velocemente l’acquedotto. Ma decido che è meglio restare in attesa alla stazione. Decisione saggia, visto che un quarto d’ora dopo arriva un treno che va fino a Cancello. Lì c’è una nuova sosta. Dopo un po’ viene annunciato un treno per Acerra. Non è da escludere che prosegua anche, via Casalnuovo, per Napoli. I vagoni sono strapieni, ma senza aria condizionata, il che trasforma questo viaggio in un’esperienza decisamente particolare.
Tre ore dopo l’orario di partenza ufficiale del “mio” treno da Caserta raggiungo finalmente Napoli. Alla stazione due ragazze distribuiscono ai passeggeri prove gratuite di un deodorante. Io ne prendo subito due.
Mercoledì, 22. giugno 2011
Dall'immondizia alla Napoli sotterranea
E alla fine l’esperienza dell’emergenza rifiuti a Napoli è toccata anche a me. Quei cumuli di immondizia, che all’inizio della mia missione partenopea avevo cercato invano, ora crescono di giorno in giorno ai bordi delle strade. Il bel tempo e il caldo fanno poi sì, che dai sacchetti divelti e dai cartoni strappati si levi un lezzo infernale verso il cielo. I pedoni girano con naso e bocca tappati, i residenti serrano le finestre di casa, i caffé e i ristoranti chiudono i battenti, tanto è inutile, con questo spettacolo indecenti di monnezza davanti all’uscio, di clienti comunque non ne vengono. E i politici, come usano fare i politici di tutto il mondo, si rimpallano abilmente la colpa di questa miseria. E’ una vergogna.
Stamattina attraverso, aiutato da alcune assi di legno, uno di questi cumuli puzzolenti per raggiungere il centro storico dove ho appuntamento con un collega, specializzatosi nella ricerca di chiese dimenticate della Napoli sotterranea. A una di queste si arriva attraversando un cancello cigolante che porta in un edificio diroccato. Ci incamminiamo per cantine polverose, volte che si sbriciolano e travi di legno marce e infine eccola la segreta con affreschi antichissimi, testimoni di una chiesa di molti secoli fa. Dopo un’ora di ricognizione in un ambiente simile, non è difficile immaginare come eravamo ridotti: sporchi, sudati e pronti per una doccia. Ma poco importa, visto che questa gita, alla quale si è aggiunta l’ispezione di altre cave (queste però pulite), un tempo i parte del vecchio anfiteatro della città, è stata un’occasione unica per vedere una parte della Napoli sotterranea diversa da quella mostrata ai turisti, cioè delle catacombe e delle cisterne. Un’esperienza veramente unica.
Tutt’altro che unica, nel senso di rara, è invece l’esperienza dell’emergenza rifiuti. Ma i napoletani non si arrendono, non ci stanno ad adattarsi a questo disagio. E così fanno da sé: danno fuoco all’immondizia oppure usano i sacchi per costruire barricate che bloccano il traffico. Chissà che questo non induca qualche politico ad agire finalmente. Se la barricata possa sortire un qualche effetto? No, non lo sa, risponde uno dei residenti, ma in qualche modo bisogna pur difendersi. Viene ovviamente da chiedersi come reagirebbero cittadini tedeschi, se nelle loro strade si trovasse anche solo una minima parte dei rifiuti che si vedono qui. A casa mia basta che una volta non separi accuratamente i rifiuti, perché il vicino mi guardi di traverso. A Napoli un problema simile sarebbe del tutto secondario.
Stamattina attraverso, aiutato da alcune assi di legno, uno di questi cumuli puzzolenti per raggiungere il centro storico dove ho appuntamento con un collega, specializzatosi nella ricerca di chiese dimenticate della Napoli sotterranea. A una di queste si arriva attraversando un cancello cigolante che porta in un edificio diroccato. Ci incamminiamo per cantine polverose, volte che si sbriciolano e travi di legno marce e infine eccola la segreta con affreschi antichissimi, testimoni di una chiesa di molti secoli fa. Dopo un’ora di ricognizione in un ambiente simile, non è difficile immaginare come eravamo ridotti: sporchi, sudati e pronti per una doccia. Ma poco importa, visto che questa gita, alla quale si è aggiunta l’ispezione di altre cave (queste però pulite), un tempo i parte del vecchio anfiteatro della città, è stata un’occasione unica per vedere una parte della Napoli sotterranea diversa da quella mostrata ai turisti, cioè delle catacombe e delle cisterne. Un’esperienza veramente unica.
Tutt’altro che unica, nel senso di rara, è invece l’esperienza dell’emergenza rifiuti. Ma i napoletani non si arrendono, non ci stanno ad adattarsi a questo disagio. E così fanno da sé: danno fuoco all’immondizia oppure usano i sacchi per costruire barricate che bloccano il traffico. Chissà che questo non induca qualche politico ad agire finalmente. Se la barricata possa sortire un qualche effetto? No, non lo sa, risponde uno dei residenti, ma in qualche modo bisogna pur difendersi. Viene ovviamente da chiedersi come reagirebbero cittadini tedeschi, se nelle loro strade si trovasse anche solo una minima parte dei rifiuti che si vedono qui. A casa mia basta che una volta non separi accuratamente i rifiuti, perché il vicino mi guardi di traverso. A Napoli un problema simile sarebbe del tutto secondario.
Martedì, 21. giugno 2011
Maradona e i suoi testimoni
Impossibile arrivare da Dortmund a Napoli, la città di Diego Armando Maradona, senza parlare di calcio: anche perché la squadra di Dortmund si è appena aggiudicata lo scudetto tedesco, mentre il Napoli ha ritrovato il passo dei tempi gloriosi, inanellando importanti risultati. Ed è assolutamente impossibile non parlarne in una redazione dove è appesa una gigantografia dell’astro Cavani, e i colleghi ti prendono veramente in considerazione solo dopo che si è posata sulla scrivania l’acqua minerale “giusta”, cioè quella con il marchio dello sponsor che si vede sulle magliette dei calciatori del Napoli.
Non ci vuole molto a capire l’importanza che il calcio riveste in questa città. Basta registrare gli innumerevoli manifesti “devozionali” di Maradona attaccati un po’ ovunque, anche nei luoghi più impensabili. Manifesti ora sempre più spesso “aggiornati” con una foto accanto, che ritrae la squadra attuale. Maradona è rimasto, nonostante tutte le trasgressioni, l’abuso di stupefacenti, un idolo e guai a chi lo tocca. Sulla passeggiata del lungomare ci sono poi i venditori di magliette e bandiere del Napoli.
Per lungo tempo il calcio italiano si riduceva, nella testa dei tedeschi, a Juve, Milan, Inter e basta. Solo una volta i partenopei conquistarono le prime pagine dei giornali, e cioè quando questa storica squadra finì in serie C. Anche il Borussia Dortumund si è trovato anni fa sull’orlo del fallimento, ma riuscì per un soffio ad evitare la retrocessione e ora, esattamente come il Napoli, è di nuovo sulla cresta dell’onda. Per questo sarebbe bello se, in un futuro non troppo lontano, le due squadre si incontrassero per disputare una partita. L’idea è eccitante e gli italiani ne sarebbero probabilmente contenti: lo stadio di Dortmund insieme alla sua tifoseria si fregia del titolo di “tempio del calcio” tedesco, ha infatti la più imponente coulisse di tutta la Bundesliga (serie A). I tifosi del Napoli dal canto loro, mi assicurano i colleghi giornalisti, sono famosi per coniare i più divertenti cori da stadio contro la squadra avversaria. Insomma, sarebbe proprio ora di invitare il Napoli in uno stadio tedesco. Anche perché, a dire il vero, fino a oggi il Napoli ha lasciato poche tracce di sé nella Bundesliga. Una di queste porta il nome di Maurizio Gaudino. Un centrocampista, nato in Germania da genitori originari di Frattaminore, che incarnava alla perfezione lo stereotipo di come era “il tipico italiano” nella testa dei tedeschi: spessa catenina d’oro, Ferrari, abbronzatissimo e i capelli bagnati con un generosa dose di gel. Quando poi venne arrestato nel bel mezzo di uno show televisivo nel quale era stato invitato, con l’accusa di contrabbando di automobili, il quadro fu perfetto. La sua più grande occasione di successo calcistico Guadino la mancò invece nel 1989 durante la finale di Coppa Uefa. Allora giocava con il VfB Stuttgart che in quell’occasione perse proprio contro il Napoli.
Non ci vuole molto a capire l’importanza che il calcio riveste in questa città. Basta registrare gli innumerevoli manifesti “devozionali” di Maradona attaccati un po’ ovunque, anche nei luoghi più impensabili. Manifesti ora sempre più spesso “aggiornati” con una foto accanto, che ritrae la squadra attuale. Maradona è rimasto, nonostante tutte le trasgressioni, l’abuso di stupefacenti, un idolo e guai a chi lo tocca. Sulla passeggiata del lungomare ci sono poi i venditori di magliette e bandiere del Napoli.
Per lungo tempo il calcio italiano si riduceva, nella testa dei tedeschi, a Juve, Milan, Inter e basta. Solo una volta i partenopei conquistarono le prime pagine dei giornali, e cioè quando questa storica squadra finì in serie C. Anche il Borussia Dortumund si è trovato anni fa sull’orlo del fallimento, ma riuscì per un soffio ad evitare la retrocessione e ora, esattamente come il Napoli, è di nuovo sulla cresta dell’onda. Per questo sarebbe bello se, in un futuro non troppo lontano, le due squadre si incontrassero per disputare una partita. L’idea è eccitante e gli italiani ne sarebbero probabilmente contenti: lo stadio di Dortmund insieme alla sua tifoseria si fregia del titolo di “tempio del calcio” tedesco, ha infatti la più imponente coulisse di tutta la Bundesliga (serie A). I tifosi del Napoli dal canto loro, mi assicurano i colleghi giornalisti, sono famosi per coniare i più divertenti cori da stadio contro la squadra avversaria. Insomma, sarebbe proprio ora di invitare il Napoli in uno stadio tedesco. Anche perché, a dire il vero, fino a oggi il Napoli ha lasciato poche tracce di sé nella Bundesliga. Una di queste porta il nome di Maurizio Gaudino. Un centrocampista, nato in Germania da genitori originari di Frattaminore, che incarnava alla perfezione lo stereotipo di come era “il tipico italiano” nella testa dei tedeschi: spessa catenina d’oro, Ferrari, abbronzatissimo e i capelli bagnati con un generosa dose di gel. Quando poi venne arrestato nel bel mezzo di uno show televisivo nel quale era stato invitato, con l’accusa di contrabbando di automobili, il quadro fu perfetto. La sua più grande occasione di successo calcistico Guadino la mancò invece nel 1989 durante la finale di Coppa Uefa. Allora giocava con il VfB Stuttgart che in quell’occasione perse proprio contro il Napoli.
Lunedì, 20. giugno 2011
Meglio la Currywurst o la pizza con il Gouda?
Parliamo un po’ interculturalismo. Parliamo un po’ di scambio di culture, tradizioni e abitudini tra paesi. Ma senza riferirci alle sublimi espressioni artistiche, a Goethe o Dante, e tanto meno alla politica per favore! Parliamo dell’interculturalismo quotidiano. Parliamo del mangiare e del bere. A Dortmund, la città nella quale risiedo, vivono oltre tremila italiani. Molti sono originari della Sicilia, altri arrivano da Roma, dal Veneto o dalla Puglia. E ovviamente ci sono anche molte famiglie di origine napoletana che si sono insediate qui negli anni Sessanta. Per questo a Dortmund e dintorni ci sono ovviamente il “Café Napoli e la “Pizzeria Napoli”. Quest’ultima però, non va confusa con la pizzeria “Bella Napoli”, che esiste dal lontano 1970 e si fregia di essere stata la prima pizzeria della città. L’attuale proprietario si chiama Amir Abbas Ebrehimian, e ci vuole molta fantasia per immaginare quanto originale possa essere la sua cucina italiana. Come tutte le altre grandi città tedesche, anche a Dortmund è piena di ristoranti, pizzerie e gelaterie italiane. Molti di questi locali offrono oggi una cucina che si è avvicinata in modo impressionante alle abitudini culinarie tedesche. Un esempio su tutti: la pizza con vera mozzarella è una rarità, il più delle volte la pasta è ricoperta da uno spesso strato di formaggio “Gouda”. Ma che lo scambio gastronomico sia una cosa a senso unico, il visitatore tedesco lo scopre durante una passeggiata nel quartiere Chiaia. Lì, tra locali brasiliani, spagnoli o greci ce n’è anche uno che offre non solo una ragguardevole scelta di birre tedesche, ma anche tipica cucina tedesca. E tra le pietanze elencate c’è pure la la “Currywurst”, molto diffusa a Berlino e nell’area della Ruhr, regione alla quale appartiene anche Dortmund. Si tratta di una salsiccia di maiale arrostita o alla griglia sulla quale viene spalmata una salsa di ketchup rosso scura al curry. Normalmente si accompagna con patatine fritte, a loro volta sormontate da una generosa porzione di maionese. Come dice? Meglio la pizza con il “Gouda”? Beh, allora buon appetito!
Domenica, 19. giugno 2011
Un Commissario di Napoli
Stradine buie, personaggi ambigui e ovviamente l’onnipresente camorra – Napoli si presta benissimo alle ambientazioni noir. Ma ciò nonostante la città fino a oggi riveste un ruolo secondario tra i patiti del giallo in Germania. Eppure il genere, se ambientato in Italia, da anni va fortissimo. Sono anni che i gialli made in Italy vanno fortissimo in Germania. A catturare il lettore non è però tanto la trama ben costruita, quanto l’ambientazione densa di tratti folcloristici, e ancora – così pare – la capacità di veicolare una sorta di stile di vita mediterraneo. E proprio per questo, per i lettori è del tutto secondario che l’autore stesso non sia italiano. Ora però, tra la schiera compatta di autori affermati, si sta facendo largo uno scrittore partenopeo.
Donna Leon - un nome che suona così fantasticamente italiano. Solo che l’autrice, che da oltre vent’anni sforna un bestseller dopo l’altro, con al centro il suo commissario di polizia veneziano Guido Brunetti, non è italiana, ma un’americana residente a Venezia. Un dettaglio questo del tutto trascurabile però agli occhi dei suoi fan. Basta che nei suoi gialli si respiri quel fascino così particolare di Venezia. Basta che facciano sognare di quell’ultima vacanza sul Canal Grande. E anche il fatto che l’autrice strada facendo condisca le trame sempre più con un’abbondante dose di luoghi comuni e stereotipi, non ha fino a oggi nuociuto al successo dei libri.
Un altro autore molto amato, seppur non ai livelli di Donna Leon, è il tedesco Veit Heinichen, che da molti anni vive a Trieste. Il suo protagonista, il commissario Proteo Laurenti, batte le strade della patria d’elezione di Heinichen, cioè Trieste, e si confronta con frange di estrema destra e bande criminali dell’ex Jugoslavia. Diversamente dai gialli veneziani di Donna Leon, quelli di Heinichen offrono però personaggi costruiti in modo meticoloso e trame credibili. Anche quest’autore può oggi contare su una comunità di lettori affezionati.
Un punto in comune che hanno i romanzi sull’Italia della scrittrice americana e quelli dello scrittore tedesco è che, nella trasposizione cinematografica, i luoghi sono sì quelli veri della trama, ma in entrambi i casi si usano attori tedeschi. Solo che un tedesco che si cala nei panni di un italiano (o di come un tedesco si immagina un italiano) genera inevitabilmente effetti (non voluti) di comicità. Le trasposizioni delle imprese del commissario Brunetti si attardano poi ripetutamente su inquadrature del Ponte di Rialto o di piazza San Marco, tanto da dare l’impressione allo spettatore che si stia vedendo uno spot pubblicitario dell’Ente del Turismo di Venezia.
Il più amato dei giallisti italiani, i cui libri ogni tanto finiscono anche nelle bestseller list tedesche, è invece il siciliano Andrea Camilleri. Il suo stile narrativo con quelle atmosfere dense coniugate a una scrittura a volte quasi scarna, non è però di facile approccio per i lettori tedeschi, anche perché non sempre è possibile tradurre le peculiarità siciliane, quelle linguistiche così come di vita. Proprio per queste difficoltà anche la trasposizione filmica non ha avuto grande successo di pubblico in Germania.
Una crescente simpatia di pubblico la stanno avendo invece i libri del giallista partenopeo Maurizio de Giovanni. I dati di vendita in continua crescita dei suoi libri in Germania potrebbero segnare l’inizio di una svolta nel rapporto dei tedeschi verso il noir italiano. Questo scrittore, che ambienta i casi del suo commissario Ricciardi in una Napoli tetra e melanconica degli anni Trenta, rinuncia volutamente e rigorosamente a qualsiasi ammiccamento folcloristico. “Chi cerca ‘paesaggi idilliaci e rassicurazioni’ –dice Maurizio de Giovanni – vada in Toscana o sui laghi dell’Italia settentrionale. Chi invece cerca una cicatrice sull’anima deve venire a Napoli”. E sempre più tedeschi lo seguono nella città partenopea. Perlomeno dal punto di vista letterario.
Donna Leon - un nome che suona così fantasticamente italiano. Solo che l’autrice, che da oltre vent’anni sforna un bestseller dopo l’altro, con al centro il suo commissario di polizia veneziano Guido Brunetti, non è italiana, ma un’americana residente a Venezia. Un dettaglio questo del tutto trascurabile però agli occhi dei suoi fan. Basta che nei suoi gialli si respiri quel fascino così particolare di Venezia. Basta che facciano sognare di quell’ultima vacanza sul Canal Grande. E anche il fatto che l’autrice strada facendo condisca le trame sempre più con un’abbondante dose di luoghi comuni e stereotipi, non ha fino a oggi nuociuto al successo dei libri.
Un altro autore molto amato, seppur non ai livelli di Donna Leon, è il tedesco Veit Heinichen, che da molti anni vive a Trieste. Il suo protagonista, il commissario Proteo Laurenti, batte le strade della patria d’elezione di Heinichen, cioè Trieste, e si confronta con frange di estrema destra e bande criminali dell’ex Jugoslavia. Diversamente dai gialli veneziani di Donna Leon, quelli di Heinichen offrono però personaggi costruiti in modo meticoloso e trame credibili. Anche quest’autore può oggi contare su una comunità di lettori affezionati.
Un punto in comune che hanno i romanzi sull’Italia della scrittrice americana e quelli dello scrittore tedesco è che, nella trasposizione cinematografica, i luoghi sono sì quelli veri della trama, ma in entrambi i casi si usano attori tedeschi. Solo che un tedesco che si cala nei panni di un italiano (o di come un tedesco si immagina un italiano) genera inevitabilmente effetti (non voluti) di comicità. Le trasposizioni delle imprese del commissario Brunetti si attardano poi ripetutamente su inquadrature del Ponte di Rialto o di piazza San Marco, tanto da dare l’impressione allo spettatore che si stia vedendo uno spot pubblicitario dell’Ente del Turismo di Venezia.
Il più amato dei giallisti italiani, i cui libri ogni tanto finiscono anche nelle bestseller list tedesche, è invece il siciliano Andrea Camilleri. Il suo stile narrativo con quelle atmosfere dense coniugate a una scrittura a volte quasi scarna, non è però di facile approccio per i lettori tedeschi, anche perché non sempre è possibile tradurre le peculiarità siciliane, quelle linguistiche così come di vita. Proprio per queste difficoltà anche la trasposizione filmica non ha avuto grande successo di pubblico in Germania.
Una crescente simpatia di pubblico la stanno avendo invece i libri del giallista partenopeo Maurizio de Giovanni. I dati di vendita in continua crescita dei suoi libri in Germania potrebbero segnare l’inizio di una svolta nel rapporto dei tedeschi verso il noir italiano. Questo scrittore, che ambienta i casi del suo commissario Ricciardi in una Napoli tetra e melanconica degli anni Trenta, rinuncia volutamente e rigorosamente a qualsiasi ammiccamento folcloristico. “Chi cerca ‘paesaggi idilliaci e rassicurazioni’ –dice Maurizio de Giovanni – vada in Toscana o sui laghi dell’Italia settentrionale. Chi invece cerca una cicatrice sull’anima deve venire a Napoli”. E sempre più tedeschi lo seguono nella città partenopea. Perlomeno dal punto di vista letterario.
Sabato, 18. giugno 2011
Una processione nel bel mezzo della confusione cittadina
Una tedesca che vive da qualche anno a Napoli mi ha dato il seguente consiglio: per scoprire la città – mi ha detto – o butti giù un programma di itinerari e ti ci attieni, oppure ti fai guidare dalla città stessa, senza una meta. Beh, a essere sinceri, queste sono opzioni valide per tutte le città, non solo per Napoli. E così, durante le prime due settimane del mio soggiorno partenopeo, ho provato una via di mezzo, il che ha funzionato abbastanza bene. Quello che ho però ho notato è che a Napoli si finisce ripetutamente in situazioni che non si possono prevedere.
Come quella di un paio di giorni fa, durante una passeggiata serale attraverso le tortuose stradine del centro storico. Svoltando nei pressi di San Lorenzo Maggiore, ci siamo ritrovati improvvisamente nel bel mezzo di una piccola processione in onore di Sant Antonio da Padova. Saranno state un’ottantina di persone tra fedeli, preti, chierici e banda musicale. Il prete intonava la preghiera, i parrocchiani lo seguivano. I fedeli poi si alternavano nel trasporto della pesante statua del santo. Infine è stata la volta della banda, che ha suonato un pezzo che ricordava però più un pezzo di Dixieland americano, piuttosto che un corale o un altro tipo di canzone religiosa. Molte delle persone ai bordi della strada, che stessero telefonando, facendo shopping o fossero in altre faccende affaccendate, al passare della piccola processione si sono fermate e fatte il segno della croce. Anche un gruppetto di ragazzi ha mollato il pallone. Una scena quasi surreale, questo momento di raccoglimento nel bel mezzo della confusione e del rumore.
Di tutt’altro tipo sono le “sessioni fotografiche” alle quali non si scappa se si fa un giro per la città. Non c’è praticamente giorno in cui non si vede una qualche famigliola radunata per la foto di gruppo davanti a Castel Nuovo, piuttosto che a Borgo Marinari oppure in piazza Plebiscito. Ogni ricorrenza è buona: dal matrimonio, dove gli sposi vengono costretti a posare in mille modi, alle prime comunioni, com’è capitato di vedere il giorno di Pentecoste. Ai bambini vestiti a festa, sudati e ormai snervati viene intimato dallo sguardo severo dei genitori, di stare fermi e farsi fotografare. E poco importa se alle ragazzine pizzica l’abito sotto il braccio e ai ragazzini la cravatta sul collo. Alla foto di rito non c’è scampo.
Due esempi, quelli raccontati qui, che mettono in luce lo stesso fenomeno: a Napoli il privato e il pubblico si mischiano come in nessun’altra città che ho sin qui visitato. Attraverso le finestre aperte giungono i discorsi privati, così come dalla strada giungono in casa e nelle varie stanze, senza che vi sia una men che minima possibilità di tenerli fuori, i rumori della strada. Non c’è nulla da fare, a questo bisogna arrendersi, a prescindere da come si intenda conoscere questa città: facendosi guidare dalla stessa o con una meta precisa in testa.
Come quella di un paio di giorni fa, durante una passeggiata serale attraverso le tortuose stradine del centro storico. Svoltando nei pressi di San Lorenzo Maggiore, ci siamo ritrovati improvvisamente nel bel mezzo di una piccola processione in onore di Sant Antonio da Padova. Saranno state un’ottantina di persone tra fedeli, preti, chierici e banda musicale. Il prete intonava la preghiera, i parrocchiani lo seguivano. I fedeli poi si alternavano nel trasporto della pesante statua del santo. Infine è stata la volta della banda, che ha suonato un pezzo che ricordava però più un pezzo di Dixieland americano, piuttosto che un corale o un altro tipo di canzone religiosa. Molte delle persone ai bordi della strada, che stessero telefonando, facendo shopping o fossero in altre faccende affaccendate, al passare della piccola processione si sono fermate e fatte il segno della croce. Anche un gruppetto di ragazzi ha mollato il pallone. Una scena quasi surreale, questo momento di raccoglimento nel bel mezzo della confusione e del rumore.
Di tutt’altro tipo sono le “sessioni fotografiche” alle quali non si scappa se si fa un giro per la città. Non c’è praticamente giorno in cui non si vede una qualche famigliola radunata per la foto di gruppo davanti a Castel Nuovo, piuttosto che a Borgo Marinari oppure in piazza Plebiscito. Ogni ricorrenza è buona: dal matrimonio, dove gli sposi vengono costretti a posare in mille modi, alle prime comunioni, com’è capitato di vedere il giorno di Pentecoste. Ai bambini vestiti a festa, sudati e ormai snervati viene intimato dallo sguardo severo dei genitori, di stare fermi e farsi fotografare. E poco importa se alle ragazzine pizzica l’abito sotto il braccio e ai ragazzini la cravatta sul collo. Alla foto di rito non c’è scampo.
Due esempi, quelli raccontati qui, che mettono in luce lo stesso fenomeno: a Napoli il privato e il pubblico si mischiano come in nessun’altra città che ho sin qui visitato. Attraverso le finestre aperte giungono i discorsi privati, così come dalla strada giungono in casa e nelle varie stanze, senza che vi sia una men che minima possibilità di tenerli fuori, i rumori della strada. Non c’è nulla da fare, a questo bisogna arrendersi, a prescindere da come si intenda conoscere questa città: facendosi guidare dalla stessa o con una meta precisa in testa.
Venerdì, 17. giugno 2011
Napoli, una scoperta musicale
“Zwei kleine Italiener, die träumen von Napoli”, tradotto “Due piccoli italiani sognano Napoli”. Era il 1962 quando questa canzone, cantata da Conny Froboes, spopolò in Germania. Era la prima volta che una canzone affrontava, per quanto in modo assai romanzato, il tema dei “Gastarbeiter”, come venivano chiamati allora i lavoratori fatti venire dall’Europa meridionale nel paese del miracolo economico. Questo disco, che ha venduto milioni di copie in Germania, racconta di due napoletani che pieni di tristezza guardano allontanarsi il treno che torna nella madre patria e che rimpiangono di non poter essere accanto alle loro “Marina e Tina” lì. Intanto, in quegli anni, sempre più tedeschi per soddisfare la loro sete di Italia, puntavano il muso del loro maggiolino VW o della loro Opel Kadett in direzione Venezia, Rimini o Napoli. Era un mondo alla rovescia. Perché per quanto fossero migliaia i napoletani che approdavano in Germania, chi come minatore a Dortmund o Duisburg, chi come operaio nelle grandi fabbriche automobilistiche di Wolfsburg o Köln, la maggior parte dei tedeschi ignorava la musica che questi lavoratori si mettevano in valigia. E a tutt’oggi la situazione non è poi cambiata molto, nonostante i successi degli anni Settanta e Ottanta, di Eros Ramazzoti, Umberto Tozzi, Alice o Gianna Nannini. La musica popolare che in Italia viene ancora ascoltata e coltivata, in Germania non la conosce praticamente nessuno. Unica eccezione “O sole mio”.
Ma da poco, Napoli offre ai visitatori che non si accontentano delle canzonette più o meno tutte uguali trasmesse dalla radio, un’opportunità da non perdere, di farsi una prima idea della musica partenopea. “Aria di Napoli” si chiama lo spettacolo musicale, tutto dedicato alle canzoni di questa città, che va in scena allo storico Teatro Trianon, che quest’anno festeggia i cent’anni. Le canzoni più famose, tra queste “Santa Lucia”, “Era de maggio” oppure “O surdato ‘nnammurato” vengono però proposte in una rivisitazioni moderna, ripulite dall’eccessivo pathos folcloristico originale. E così, accompagnato da una strizzatina d’occhio e una sana dose di autoironia – esplicitata attraverso le ripetute apparizioni sulla scena di un’altera Partneope di lungo vestita– lo spettacolo offre un suggestivo potpourri melodico per neofiti della canzone partenopea. E, ovviamente, non manca “O sole mio”.
Ma tornando alla canzone di Conny Froboes. L’aveva incisa anche in italiano con il titolo “Un bacio all’italiana”. Una versione che però in Germania non conosce anima viva.
Ma da poco, Napoli offre ai visitatori che non si accontentano delle canzonette più o meno tutte uguali trasmesse dalla radio, un’opportunità da non perdere, di farsi una prima idea della musica partenopea. “Aria di Napoli” si chiama lo spettacolo musicale, tutto dedicato alle canzoni di questa città, che va in scena allo storico Teatro Trianon, che quest’anno festeggia i cent’anni. Le canzoni più famose, tra queste “Santa Lucia”, “Era de maggio” oppure “O surdato ‘nnammurato” vengono però proposte in una rivisitazioni moderna, ripulite dall’eccessivo pathos folcloristico originale. E così, accompagnato da una strizzatina d’occhio e una sana dose di autoironia – esplicitata attraverso le ripetute apparizioni sulla scena di un’altera Partneope di lungo vestita– lo spettacolo offre un suggestivo potpourri melodico per neofiti della canzone partenopea. E, ovviamente, non manca “O sole mio”.
Ma tornando alla canzone di Conny Froboes. L’aveva incisa anche in italiano con il titolo “Un bacio all’italiana”. Una versione che però in Germania non conosce anima viva.
Mercoledì, 15. giugno 2011
Il posto, anche nel viottolo più piccolo è - per le macchine
Napoli non è proprio la città ideale per una passeggiata di piacere. Non perché manchi di strade e vicoli che invitano a prendersela comoda. Il fatto è che risulta difficile godersi le facciate dei vecchi palazzi, i piccoli negozi e le osterie nascoste, quando anche nelle vie più strette si corre di continuo il rischio di restare vittima di un incidente stradale. Ecco un tentativo.
Il quartiere scelto è quello di Chiaia, secondo le guide turistiche tedesche ma anche i tassisti partenopei il “salotto di Napoli”. E non è proprio un’esagerazione. Lungo le strade e i vicoli attorno a piazza dei Martiri, così come di via Chiaia, si trovano negozi eleganti, caffé prestigiosi e facciate restaurate a regola d’arte.
Decidiamo di iniziare la passeggiata mattutina partendo da piazza dei Martiri e infilandoci in via Alabardieri. Si tratta di una stradina stretta, con vetrine allestite con cura che fanno venire voglia di fermarcisi un attimo davanti. Solo che in men che non si dica spuntano i primi motorini che a clacson spiegato rivendicano la stretta carreggiata. Il pedone ha giusto il tempo di mettersi in salvo su quella striscia (pressoché inesistente) di marcapiede, che già dietro alla Vespa arrivano due macchine, il cui volume riempie tutta la strada. Seguono tassì, furgoni, altri motorini, mentre noi cerchiamo di raggiungere indenni via Belledonne – un nome ricco di promesse! Il cartello stradale “Traffico limitato” accende poi per un momento la speranza nel pedone, che qui la situazione potrebbe essere più calma. Ma gli automobilisti nemmeno lo registrano il cartello. E la passeggiata tranquilla che ci si era immaginati continua a essere quello che è stata fino a quel momento: un irritante slalom tra motorini parcheggiati, interrotto a sua volta dai tassì e dalle macchine che passano.
Poi di nuovo un sussulto di speranza. Lungo via Imbriani, un tratto di circa cento metri è occupato dalle bancarelle del mercato. L’offerta è mista: alcune vendono frutta e verdura, altre scarpe, t-shirts e molto altro. Ai clienti resta uno spazio di circa due metri, sufficiente, come scopriremo da lì a pochissimo, per macchine di ogni tipo. E quando un automobilista impaziente prova a far manovra con il suo Suv, a noi non rimangono che due vie di fuga: o tra i cassonetti straripanti di rifiuti, oppure dietro all’attaccapanni con i vestiti per l’estate. Decidiamo per i vestiti. Dopo di che, snervati, riprendiamo la via del ritorno per prenderci un caffé in piazza dei Martiri.
Martedì, 14. giugno 2011
Da un luogo all'altro
A Roma è piazza di Spagna, a Firenze Ponte Vecchio, a Milano il Duomo. Sono questi i luoghi che un turista, al quale è stato concesso di esprimere un unico desiderio su cosa vuole vedere in ognuna di queste città, sceglierebbe. E a Napoli? Esiste anche qui quel luogo che fa la differenza? Difficile dirlo. A porre la domanda a tre persone diverse si ottengono, infatti, tre risposte diverse. Minimo.
La signora del Goethe-Institut suggerisce piazza Bellini. E in effetti questa piazza nel cuore del centro storico, molto raccolta ma con un carattere tutto suo, vale davvero una visita. Difficile resistere alla seduzione dei pochi piccoli bar, non fermarsi per un caffé, oppure per un digestivo dopo cena. E se si è fortunati, in lontananza si sente pure uno studente di musica esercitarsi su un nuovo pezzo. Insomma, Napoli by Night, come la si desidera.
Il tassista che dall’aeroporto ci porta in città ci consiglia invece la piazza antistante la Certosa di San Martino. Da lì la vista su Napoli è spettacolare, il Vesuvio pare a portata di mano, sotto il mare luccicante con una grande nave da crociera che sta per lasciare il Golfo. Scendendo poi la scalinata si viene continuamente sorpresi da nuovi scorci. E così, passo, passo ci si avvicina al centro, prima che la città stessa non ingoi il turista in uno dei vicoli stretti dei Quartiere Spagnoli.
Secondo un collega del giornale il posto di Napoli da non perdere è invece il caffé Gambinus il posto di Napoli. Seduti a uno dei suoi tavolini lo sguardo spazia liberamente sull’enorme piazza Plebiscito e la Fontana del Carciofo (che effettivamente ha una sorprendente similitudine con questo ortaggio). Magari si ordina un cornetto al gelato. Si osserva la gente. E’ il modo migliore per scordarsi del tempo.
Ma chi crede che la lista dei posti da visitare sia finita, si sbaglia. Manca ancora la “Napoli sotterranea”, che non va assolutamente persa. E anche la Cappella Sansevero, consigliataci vivamente dal giallista Maurizio de Giovanni, attende una nostra visita. Ma stiamo a vedere. Forse quello che diventerà per noi il luogo speciale si trova da tutt’altra parte, lì dove non ce lo saremmo aspettati. Non sarebbe la prima sorpresa che Napoli ha in serbo per noi.
La signora del Goethe-Institut suggerisce piazza Bellini. E in effetti questa piazza nel cuore del centro storico, molto raccolta ma con un carattere tutto suo, vale davvero una visita. Difficile resistere alla seduzione dei pochi piccoli bar, non fermarsi per un caffé, oppure per un digestivo dopo cena. E se si è fortunati, in lontananza si sente pure uno studente di musica esercitarsi su un nuovo pezzo. Insomma, Napoli by Night, come la si desidera.
Il tassista che dall’aeroporto ci porta in città ci consiglia invece la piazza antistante la Certosa di San Martino. Da lì la vista su Napoli è spettacolare, il Vesuvio pare a portata di mano, sotto il mare luccicante con una grande nave da crociera che sta per lasciare il Golfo. Scendendo poi la scalinata si viene continuamente sorpresi da nuovi scorci. E così, passo, passo ci si avvicina al centro, prima che la città stessa non ingoi il turista in uno dei vicoli stretti dei Quartiere Spagnoli.
Secondo un collega del giornale il posto di Napoli da non perdere è invece il caffé Gambinus il posto di Napoli. Seduti a uno dei suoi tavolini lo sguardo spazia liberamente sull’enorme piazza Plebiscito e la Fontana del Carciofo (che effettivamente ha una sorprendente similitudine con questo ortaggio). Magari si ordina un cornetto al gelato. Si osserva la gente. E’ il modo migliore per scordarsi del tempo.
Ma chi crede che la lista dei posti da visitare sia finita, si sbaglia. Manca ancora la “Napoli sotterranea”, che non va assolutamente persa. E anche la Cappella Sansevero, consigliataci vivamente dal giallista Maurizio de Giovanni, attende una nostra visita. Ma stiamo a vedere. Forse quello che diventerà per noi il luogo speciale si trova da tutt’altra parte, lì dove non ce lo saremmo aspettati. Non sarebbe la prima sorpresa che Napoli ha in serbo per noi.
Lunedì, 13. giugno 2011
(Niente) Fine settimana per giornalisti
Oggi niente giornali. Per lo meno in Germania. Normalmente tutti i quotidiani escono il lunedì. Ma oggi no. Come mai? Perché è Pentecoste. In Germania Pentecoste è un giorno di festa. Ma anche ieri era un giorno di festa. Difficile da capire? Allora andiamo per ordine.
Parliamo del lavoro. O, più precisamente, di orari di lavoro. Solo qualche settimana fa la Kanzlerin Angela Merkel ha creato non poco scompiglio con quel suo appunto che i cittadini dei paesi mediterranei dovrebbero lavorare di più, anziché starsene sempre in vacanza, pigramente spaparanzati sulle spiagge. Okay, non ha usato proprio questa parole, ma il popolo così ha recepito il suo messaggio.
Che anche in Italia si lavori un sacco, lo sa chiunque vi abbia trascorso anche solo più di due giorni. Basta che sia uscito un attimo dalla città per fare una passeggiata lungo la spiaggia. Ecco due esempi. Diversamente dalla Germania, qui molti negozi sono aperti anche di domenica, e i quotidiani si pubblicano sette giorni su sette tra il Brennero e la Sicilia. Ed eccoci di nuovo al tema iniziale.
A parte qualche rara eccezione, in Germania i giornali di domenica non escono, motivo per cui la maggior parte dei giornalisti il sabato non lavora. Un privilegio che i colleghi italiani registrano con stupore e invidia. I resoconti delle partite del campionato di calcio tedesco, partite che si giocano prevalentemente sabato, si leggono dunque non prima di lunedì. A meno che il lunedì non sia giorno di festa. Come il Lunedì dell’Angelo. O come oggi, il lunedì di Pentecoste. In Italia questa festa non viene celebrata, mentre ai lavoratori tedeschi regala un giorno libero in più. Anche ai giornalisti che non lavorano di domenica ma tornano il lunedì per l’edizione del martedì. I tedeschi lo chiamano week end lungo. E forse anche la Kanzlerin.
Parliamo del lavoro. O, più precisamente, di orari di lavoro. Solo qualche settimana fa la Kanzlerin Angela Merkel ha creato non poco scompiglio con quel suo appunto che i cittadini dei paesi mediterranei dovrebbero lavorare di più, anziché starsene sempre in vacanza, pigramente spaparanzati sulle spiagge. Okay, non ha usato proprio questa parole, ma il popolo così ha recepito il suo messaggio.
Che anche in Italia si lavori un sacco, lo sa chiunque vi abbia trascorso anche solo più di due giorni. Basta che sia uscito un attimo dalla città per fare una passeggiata lungo la spiaggia. Ecco due esempi. Diversamente dalla Germania, qui molti negozi sono aperti anche di domenica, e i quotidiani si pubblicano sette giorni su sette tra il Brennero e la Sicilia. Ed eccoci di nuovo al tema iniziale.
A parte qualche rara eccezione, in Germania i giornali di domenica non escono, motivo per cui la maggior parte dei giornalisti il sabato non lavora. Un privilegio che i colleghi italiani registrano con stupore e invidia. I resoconti delle partite del campionato di calcio tedesco, partite che si giocano prevalentemente sabato, si leggono dunque non prima di lunedì. A meno che il lunedì non sia giorno di festa. Come il Lunedì dell’Angelo. O come oggi, il lunedì di Pentecoste. In Italia questa festa non viene celebrata, mentre ai lavoratori tedeschi regala un giorno libero in più. Anche ai giornalisti che non lavorano di domenica ma tornano il lunedì per l’edizione del martedì. I tedeschi lo chiamano week end lungo. E forse anche la Kanzlerin.
Domenica, 12. giugno 2011
Una corsa in taxi da brivido
Sono a Napoli da quasi una settimana e lentamente inizio a capirci qualcosa. Per esempio che le strade non sempre hanno il nome usato comunemente (ben inteso, l’ho capito, ma non è che mi ci raccapezzo sempre). E ancora, che ad alcuni ascensori bisogna prima far ingoiare una moneta da 10 cent perché si mettano in moto (una cosa impensabile in Germania). Un’altra cosa che ho capito è che il motivo dei fuochi d’artificio che ogni tanto si sentono vicino al mio albergo – sempre molto brevi, in compenso assai rumorosi – non è necessariamente un matrimonio o una festa di compleanno particolarmente gioiosa. A volte si tratta di comunicazioni tra clan rivali di due quartieri (basta saperlo però, così si evita l’errore di recarsi in loco e chiedere se si può partecipare alla festa...).
E infine, c’è ovviamente il traffico, che lascia stupefatto un tedesco. Qui il codice stradale è inteso più come raccomandazione non vincolante da parte delle istituzioni, anziché come norma da rispettare e basta. Ma che ciò nonostante non regni il caos, testimonia del trionfo dell’individualismo sulla collettività. Tuttavia: la prova più vivida di questa tesi non l’ho avuta nel pieno centro di Napoli, ma su di Ischia, nota comunemente come placida e tranquilla.
Il tempo era volato durante quella mia giornata di ricerche che dovevo svolgere sull’isola. E io non me ne ero reso conto. Da un collega molto disponibile mi ero fatto portare in Vespa ai Giardini Poseidon. Un tragitto durante il quale lui, tra una buca e l’altra abilmente schivata, mi aveva raccontato dei suoi numerosi incidenti (“sei negli ultimi due anni) e delle conseguenze (“otto settimane di gesso”). Ora però il tempo stringeva, e visto che volevo riuscire a prendere l’ultimo aliscafo, il collega mi aveva consigliato un taxi. Sarebbe stato più veloce. Bello sbaglio. Fino a Forio è andata ancora bene, ma a Casamicciola la coda non si muoveva di un centimetro. E intanto il tempo passava imperterrito. A un certo punto, gettando l’occhio nello specchietto retrovisore, il tassista si è reso conto della disperazione che mi stava assalendo. E così, temerariamente è uscito dalla coda e si è immesso nella carreggiata contro mano. Ne è seguita una corsa a rotta di collo, durata dieci minuti, dove abbiamo fatto il pelo ai bordi della strada, siamo passati sui marciapiedi, abbiamo infilato strade laterali o, per l’appunto, corsie in contro mano. Bianco come un cencio e con la fronte bagnata di sudore sono riuscito in questo modo ad acciuffare per un pelo ancora l’aliscafo.
Al molo di Mergellina un tassista ha provato a offrirmi i suoi servigi. Ma ho preferito andare a piedi. Un vero toccasana per i nervi.
E infine, c’è ovviamente il traffico, che lascia stupefatto un tedesco. Qui il codice stradale è inteso più come raccomandazione non vincolante da parte delle istituzioni, anziché come norma da rispettare e basta. Ma che ciò nonostante non regni il caos, testimonia del trionfo dell’individualismo sulla collettività. Tuttavia: la prova più vivida di questa tesi non l’ho avuta nel pieno centro di Napoli, ma su di Ischia, nota comunemente come placida e tranquilla.
Il tempo era volato durante quella mia giornata di ricerche che dovevo svolgere sull’isola. E io non me ne ero reso conto. Da un collega molto disponibile mi ero fatto portare in Vespa ai Giardini Poseidon. Un tragitto durante il quale lui, tra una buca e l’altra abilmente schivata, mi aveva raccontato dei suoi numerosi incidenti (“sei negli ultimi due anni) e delle conseguenze (“otto settimane di gesso”). Ora però il tempo stringeva, e visto che volevo riuscire a prendere l’ultimo aliscafo, il collega mi aveva consigliato un taxi. Sarebbe stato più veloce. Bello sbaglio. Fino a Forio è andata ancora bene, ma a Casamicciola la coda non si muoveva di un centimetro. E intanto il tempo passava imperterrito. A un certo punto, gettando l’occhio nello specchietto retrovisore, il tassista si è reso conto della disperazione che mi stava assalendo. E così, temerariamente è uscito dalla coda e si è immesso nella carreggiata contro mano. Ne è seguita una corsa a rotta di collo, durata dieci minuti, dove abbiamo fatto il pelo ai bordi della strada, siamo passati sui marciapiedi, abbiamo infilato strade laterali o, per l’appunto, corsie in contro mano. Bianco come un cencio e con la fronte bagnata di sudore sono riuscito in questo modo ad acciuffare per un pelo ancora l’aliscafo.
Al molo di Mergellina un tassista ha provato a offrirmi i suoi servigi. Ma ho preferito andare a piedi. Un vero toccasana per i nervi.
Sabato, 11. giugno 2011
Ischia - una noia mortale, o che cosa?
Venerdì mattina. Al Molo Beverello si accalcano i passeggeri per imbarcarsi sul primo aliscafo che porta a Ischia. E’ un pubblico misto, molte persone anziane, ma qua e la c’è anche qualche giovane. C’è chi si porta dietro una valigia, per un soggiorno più lungo, chi solo lo zaino, per una gita di un giorno. Qualcuno parla in tedesco, ma i più in italiano, anche se ogni tanto si colgono pure spezzoni di parole francesi. Di giovani tedeschi invece, neanche l’ombra. Certo, si tratta al momento solo di un’impressione a caldo. Ma cosa c’è di vero nell’assunto che a Ischia ci arrivano solo tedeschi over 60 a fare le vacanze? E quanto hanno ragione i giovani a lamentare che l’isola è “noiosa?”. Quarantacinque minuti dopo la partenza, l’aliscafo attracca al porto di Ischia. La ricognizione può cominciare.
Werner e Ilse Gertler, entrambi 66enni, se ne stanno seduti al bar “L’orologio”, non lontano dal porto, ognuno con il suo cappuccino. La coppia abita nei pressi di Ratisbona e da anni viene a Ischia. “L’abbiamo scoperto negli anni 80, e da allora siamo tornati quasi ogni anno”. Esattamente come altri 500mila tedeschi, che annualmente approdano qui, che hanno eletto Ischia a loro domicilio delle vacanze. Cos’è che amano in particolare? “Le terme sono fantastiche, siamo in un bell’albergo e si possono fare stupende passeggiate. Il tempo è magnifico, nei locali e nei negozi si parla tedesco. Che altro si può desiderare?”.
Già, cosa si può desiderare di più? Cosa si potrebbe volere di più lo sanno soprattutto gli addetti al turismo di Ischia. Vorrebbero più tedeschi. Possibilmente giovani, perché è dalle giovani generazioni che ci si ripromette maggiori incassi. Visitatori che non si limitano a godersi le terme e a fare passeggiate. Che prendono lezioni di immersione o di windsurfing, che di tanto in tanto affittano una barca a vela, che alla sera vanno a cena al ristorante e dopo, anziché a letto, si tuffano nella vita notturna. Gente, insomma, che spende.
Ma c’è un piccolo problema. I tedeschi più giovani nemmeno la prendono in considerazione quest’opzione. Theresa e Sylvia, 22 e 24 anni, siedono al porto di Casamicciola e guardano verso il fazzoletto di spiaggia compresso tra le imbarcazioni all’ancora e la strada costiera. “Non sarà mica una spiaggia questa” dice Theresa che come l’amica abita nei pressi di Kiel, una città della Germania del nord. “Ci si possono divertire giusto i bambini”. Le due sono approdate a Ischia da Sorrento dove stanno trascorrendo una vacanza. A consigliar loro caldamente l’isola sono stati i genitori di Sylvia. Solo che le due ragazze non sembrano proprio entusiaste. E serve a poco raccontare delle numerose possibilità di fare sport, dei bar sulla spiaggia e delle discoteche. Non abboccano. “Mah, è tutto un po’ tanto desolato”.
Ma il problema è un altro. In Germania Ischia sta per terme, bagni curativi, insomma concetti che per i giovani sono eccitanti tanto quanto parole come reumatismo, vene varicose e carrelli per la deambulazione. A Ischia vanno “i vecchi”. Chi vuole tuffarsi nella confusione va a Palma di Maiorca, Ibiza, Gran Canaria. Oppure sulla costa adriatica. Dove, per altro, c’è anche mare e spiaggia. Chi vuole cambiare quest’immagine radicatasi nel corso di decenni, ne avrà ancora da lavorare.
E comunque non va sottovalutato il rischio che questi giovani in cerca di divertimento e trambusto, potrebbero scacciare il pubblico più attempato. “Ischia è bella com’è” concordano le tre signore tedesche appena sedutesi a un caffé nel centro di Forio. Sono arrivate sull’isola per giocare a bridge e rilassarsi. “Qui tutto è lindo, non ci sono discariche abusive, niente sacchetti dell’immondizia lungo il ciglio della strada. Se solo non ci fosse il rumore infernale del traffico”. E in effetti la passeggiata sul lungomare di Casamicciola, per esempio, si trasforma in una prova alquanto snervante. Motorini scoppiettanti e una coda infinita di macchine che riempiono l’aria di rumore e di gas di scarico, lasciano intuire cosa ci sarà qui non appena parte l’alta stagione.
Il traffico offusca un po’ anche l’impressione che il novizio si è fatto di Ischia. Impressione che per il resto è positiva. Chissà forse sarebbe più sensato ripulire l’immagine dell’ “isola verde”, porre restrizioni alla circolazione delle macchine, piuttosto che cercare ossessivamente nuovi vacanzieri che probabilmente non verranno comunque.
Werner e Ilse Gertler, entrambi 66enni, se ne stanno seduti al bar “L’orologio”, non lontano dal porto, ognuno con il suo cappuccino. La coppia abita nei pressi di Ratisbona e da anni viene a Ischia. “L’abbiamo scoperto negli anni 80, e da allora siamo tornati quasi ogni anno”. Esattamente come altri 500mila tedeschi, che annualmente approdano qui, che hanno eletto Ischia a loro domicilio delle vacanze. Cos’è che amano in particolare? “Le terme sono fantastiche, siamo in un bell’albergo e si possono fare stupende passeggiate. Il tempo è magnifico, nei locali e nei negozi si parla tedesco. Che altro si può desiderare?”.
Già, cosa si può desiderare di più? Cosa si potrebbe volere di più lo sanno soprattutto gli addetti al turismo di Ischia. Vorrebbero più tedeschi. Possibilmente giovani, perché è dalle giovani generazioni che ci si ripromette maggiori incassi. Visitatori che non si limitano a godersi le terme e a fare passeggiate. Che prendono lezioni di immersione o di windsurfing, che di tanto in tanto affittano una barca a vela, che alla sera vanno a cena al ristorante e dopo, anziché a letto, si tuffano nella vita notturna. Gente, insomma, che spende.
Ma c’è un piccolo problema. I tedeschi più giovani nemmeno la prendono in considerazione quest’opzione. Theresa e Sylvia, 22 e 24 anni, siedono al porto di Casamicciola e guardano verso il fazzoletto di spiaggia compresso tra le imbarcazioni all’ancora e la strada costiera. “Non sarà mica una spiaggia questa” dice Theresa che come l’amica abita nei pressi di Kiel, una città della Germania del nord. “Ci si possono divertire giusto i bambini”. Le due sono approdate a Ischia da Sorrento dove stanno trascorrendo una vacanza. A consigliar loro caldamente l’isola sono stati i genitori di Sylvia. Solo che le due ragazze non sembrano proprio entusiaste. E serve a poco raccontare delle numerose possibilità di fare sport, dei bar sulla spiaggia e delle discoteche. Non abboccano. “Mah, è tutto un po’ tanto desolato”.
Ma il problema è un altro. In Germania Ischia sta per terme, bagni curativi, insomma concetti che per i giovani sono eccitanti tanto quanto parole come reumatismo, vene varicose e carrelli per la deambulazione. A Ischia vanno “i vecchi”. Chi vuole tuffarsi nella confusione va a Palma di Maiorca, Ibiza, Gran Canaria. Oppure sulla costa adriatica. Dove, per altro, c’è anche mare e spiaggia. Chi vuole cambiare quest’immagine radicatasi nel corso di decenni, ne avrà ancora da lavorare.
E comunque non va sottovalutato il rischio che questi giovani in cerca di divertimento e trambusto, potrebbero scacciare il pubblico più attempato. “Ischia è bella com’è” concordano le tre signore tedesche appena sedutesi a un caffé nel centro di Forio. Sono arrivate sull’isola per giocare a bridge e rilassarsi. “Qui tutto è lindo, non ci sono discariche abusive, niente sacchetti dell’immondizia lungo il ciglio della strada. Se solo non ci fosse il rumore infernale del traffico”. E in effetti la passeggiata sul lungomare di Casamicciola, per esempio, si trasforma in una prova alquanto snervante. Motorini scoppiettanti e una coda infinita di macchine che riempiono l’aria di rumore e di gas di scarico, lasciano intuire cosa ci sarà qui non appena parte l’alta stagione.
Il traffico offusca un po’ anche l’impressione che il novizio si è fatto di Ischia. Impressione che per il resto è positiva. Chissà forse sarebbe più sensato ripulire l’immagine dell’ “isola verde”, porre restrizioni alla circolazione delle macchine, piuttosto che cercare ossessivamente nuovi vacanzieri che probabilmente non verranno comunque.
Giovedì, 9. giugno 2011
Zero informazioni, o quasi, per turisti tedeschi
L’Italia resta per i tedeschi la meta estiva per eccellenza. Una predilezione che non è stata scalfita né dalla crisi finanziarie e nemmeno dalla dolorosa sconfitta inferta dagli azzurri ai tedeschi ai Mondiali del 2006. I tedeschi adorano la Toscana, soprattutto i centri e le città più piccole, come Lucca o San Gimignano, tanto ripulite e agghindate da parere case delle bambole... e di conseguenza spesso altrettanto “eccitanti”. Anche il lago di Garda è saldamente in mano tedesca, per non parlare del “grill teutonico” lungo la costa adriatica. E Napoli?
Di Napoli – si può dire senza esagerare – che la maggioranza dei vacanzieri sbarcati a Capodichino conosce giusto una cosa: il tratto che separa l’aeroporto dall’imbarcadero per Ischia o Capri. Oppure ci si infila subito nel bus che porta ad Amalfi, Positano o Ravello. “Neapel City” resta per i più terra incognita. Una sorta di “no-go-area”.
E così, se uno tiene a mente queste cose, non si stupirà quando l’impiegato del piccolo ufficio di informazione turistica di piazza Plebiscito, alla domanda posta in tedesco risponde scrollando le spalle e precisando: “Solo italiano, English, spagnolo”. Noi però insistiamo con il tedesco. L’uomo allora, leggermente snervato, dice che sì, c’è anche un collega che parla piuttosto bene il tedesco, solo che oggi non lavora. “Potreste tornare più tardi? Magari domani?”.
Ma noi siamo qui adesso. Non è che avrebbe almeno del materiale informativo? Facciamo cenno verso l’espositore di legno dal quale fa capolinea qualche solitario dépliant. Lui allora ci mette in mano una piantina della città. Lì c’è scritto tutto, ci assicura. E in effetti, la cartina contiene anche brevi informazioni sulle più note attrazioni turistiche di Napoli. Peccato che anche queste siano solo in italiano o in inglese. Alla nostra domanda se in tedesco non c’è nulla, lui di nuovo scrolla le spalle. Poi però si mette a frugare nel cassetto inferiore della scrivania e tira fuori un dépliant polveroso con molte fotografie della città. E lì finalmente c’è anche qualche informazione in tedesco.
Se da una parte molti turisti tedeschi in vacanza in Italia bypassano Napoli, dall’altra i napoletani non sono attrezzati a ricevere ospiti dalla Germania. Un circolo infernale, insomma, che sarebbe utile spezzare. I tedeschi potrebbero per esempio superare la loro paura di Napoli, mentre i napoletani dovrebbero prendere esempio da molte altre città e regioni italiane, che organizzano giornate di informazione in Germania. Un’impresa certo un po’ faticosa, ma porta turismo. In quelle occasioni si servono vino rosso e quei fantastici antipasti per i quali i tedeschi vanno matti. E ovviamente ci sono dépliant informativi, elenchi di alberghi, suggerimenti di ristoranti a gogo. I tedeschi amano i dépliant.
Di Napoli – si può dire senza esagerare – che la maggioranza dei vacanzieri sbarcati a Capodichino conosce giusto una cosa: il tratto che separa l’aeroporto dall’imbarcadero per Ischia o Capri. Oppure ci si infila subito nel bus che porta ad Amalfi, Positano o Ravello. “Neapel City” resta per i più terra incognita. Una sorta di “no-go-area”.
E così, se uno tiene a mente queste cose, non si stupirà quando l’impiegato del piccolo ufficio di informazione turistica di piazza Plebiscito, alla domanda posta in tedesco risponde scrollando le spalle e precisando: “Solo italiano, English, spagnolo”. Noi però insistiamo con il tedesco. L’uomo allora, leggermente snervato, dice che sì, c’è anche un collega che parla piuttosto bene il tedesco, solo che oggi non lavora. “Potreste tornare più tardi? Magari domani?”.
Ma noi siamo qui adesso. Non è che avrebbe almeno del materiale informativo? Facciamo cenno verso l’espositore di legno dal quale fa capolinea qualche solitario dépliant. Lui allora ci mette in mano una piantina della città. Lì c’è scritto tutto, ci assicura. E in effetti, la cartina contiene anche brevi informazioni sulle più note attrazioni turistiche di Napoli. Peccato che anche queste siano solo in italiano o in inglese. Alla nostra domanda se in tedesco non c’è nulla, lui di nuovo scrolla le spalle. Poi però si mette a frugare nel cassetto inferiore della scrivania e tira fuori un dépliant polveroso con molte fotografie della città. E lì finalmente c’è anche qualche informazione in tedesco.
Se da una parte molti turisti tedeschi in vacanza in Italia bypassano Napoli, dall’altra i napoletani non sono attrezzati a ricevere ospiti dalla Germania. Un circolo infernale, insomma, che sarebbe utile spezzare. I tedeschi potrebbero per esempio superare la loro paura di Napoli, mentre i napoletani dovrebbero prendere esempio da molte altre città e regioni italiane, che organizzano giornate di informazione in Germania. Un’impresa certo un po’ faticosa, ma porta turismo. In quelle occasioni si servono vino rosso e quei fantastici antipasti per i quali i tedeschi vanno matti. E ovviamente ci sono dépliant informativi, elenchi di alberghi, suggerimenti di ristoranti a gogo. I tedeschi amano i dépliant.
Mercoledì, 8. giugno 2011
Una città (quasi) senza immondizia
Nel suo tono sembrava quasi esserci una lieve nota di dispiacere. No, mi diceva il collega mentre discutevamo del problema rifiuti a Napoli, al momento non ci sono cumuli di immondizia particolarmente spettacolari da visitare. Sì, qua e là, lungo i marcapiedi si vede un sacco di immondizia esploso, ma si tratta tutto sommato di una cosa normale, e certo non comparabili all’emergenza di qualche settimana fa. “Mi spiace”.
Ora non è che io abbia un disperato bisogno di ritrovarmi tra montagne di immondizia, ho ancora ben presente le immagini delle strade straripanti di rifiuti mostrate anche dai media tedeschi, immagini che una volta ancora hanno contribuito a rafforzare il giudizio negativo su Napoli. Noi, gli addetti al mestiere, ne abbiamo poi raccontato con dovizia di particolari. Ma visto che siamo giornalisti dovremmo anche praticare una sana autocritica. E allora bisogna pur ammettere che queste storie su Napoli e l’immondizia, su Napoli e la camorra, su Napoli e la corruzione, lette tra le quattro mura di casa propria, trasmettono si un certo brivido, ma anche quella sensazione di “tipicamente italiano” e dunque per fortuna, lontane dal proprio uscio. Ma a voler essere onesti, bisogna anche dire che a volte questi servono pure per distogliere lo sguardo e distorcere l’immagine delle nefandezze di casa propria. Scandali e nefandezze, che a ben vedere, non sono poi tanto da quelle che si consumano ai piedi del Vesuvio.
Uno di questi scandali ha recentemente riguardato Dortmund, una città a nord ovest di Colonia, dalla quale dista circa un’ora di macchina. Lì, per anni, un imprenditore ha importato dal Kazachstan e da altri paesi scarti altamente tossici dell’industria elettronica dismettendoli poi in modo abusivo. Nessuno ha però fatto nulla. In compenso su 360 persone (dipendenti e abitanti dell’area circostante) sono stati rilevati tassi di sostanze velenose nel sangue al di sopra della norma. E sì che per anni questa società veniva indicata come impresa modello.
Nella regione della Sassonia, e precisamente nei pressi della città di Lipsia, le autorità presumono invece che in più di una discarica non abilitata a questo tipo di smaltimento, siano finite tonnellate di rifiuti tossici provenienti da tutta la Germania così come dall’Italia. Al momento sono in corso indagini contro i gestori di questi siti.
E ancora. Solo pochi anni fa sono stati condannati dei politici per aver preso mazzette da un imprenditore che in cambio ha ottenuto l’autorizzazione alla costruzione di un assai controverso inceneritore.
Dortmund, Lipsia, Colonia. La Germania, a ben vedere, non avrebbe bisogno di Napoli per indignarsi su qualsivoglia scandalo dei rifiuti. Ma in Germania a volte si ama pensare che gli scandali riguardano sempre gli altri.
Ora non è che io abbia un disperato bisogno di ritrovarmi tra montagne di immondizia, ho ancora ben presente le immagini delle strade straripanti di rifiuti mostrate anche dai media tedeschi, immagini che una volta ancora hanno contribuito a rafforzare il giudizio negativo su Napoli. Noi, gli addetti al mestiere, ne abbiamo poi raccontato con dovizia di particolari. Ma visto che siamo giornalisti dovremmo anche praticare una sana autocritica. E allora bisogna pur ammettere che queste storie su Napoli e l’immondizia, su Napoli e la camorra, su Napoli e la corruzione, lette tra le quattro mura di casa propria, trasmettono si un certo brivido, ma anche quella sensazione di “tipicamente italiano” e dunque per fortuna, lontane dal proprio uscio. Ma a voler essere onesti, bisogna anche dire che a volte questi servono pure per distogliere lo sguardo e distorcere l’immagine delle nefandezze di casa propria. Scandali e nefandezze, che a ben vedere, non sono poi tanto da quelle che si consumano ai piedi del Vesuvio.
Uno di questi scandali ha recentemente riguardato Dortmund, una città a nord ovest di Colonia, dalla quale dista circa un’ora di macchina. Lì, per anni, un imprenditore ha importato dal Kazachstan e da altri paesi scarti altamente tossici dell’industria elettronica dismettendoli poi in modo abusivo. Nessuno ha però fatto nulla. In compenso su 360 persone (dipendenti e abitanti dell’area circostante) sono stati rilevati tassi di sostanze velenose nel sangue al di sopra della norma. E sì che per anni questa società veniva indicata come impresa modello.
Nella regione della Sassonia, e precisamente nei pressi della città di Lipsia, le autorità presumono invece che in più di una discarica non abilitata a questo tipo di smaltimento, siano finite tonnellate di rifiuti tossici provenienti da tutta la Germania così come dall’Italia. Al momento sono in corso indagini contro i gestori di questi siti.
E ancora. Solo pochi anni fa sono stati condannati dei politici per aver preso mazzette da un imprenditore che in cambio ha ottenuto l’autorizzazione alla costruzione di un assai controverso inceneritore.
Dortmund, Lipsia, Colonia. La Germania, a ben vedere, non avrebbe bisogno di Napoli per indignarsi su qualsivoglia scandalo dei rifiuti. Ma in Germania a volte si ama pensare che gli scandali riguardano sempre gli altri.
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