Allora ragazzi! E’ finita, purtroppo. Il mio primo incarico, scoprire come vivono i tedeschi residenti a Parma, l’ho portato a termine solo oggi. Non è facile trovare persone ormai perfettamente integratesi nella città.
Per quel che mi riguarda, invece, oggi finisco prima. Faccio ancora una passeggiata attorno a Palazzo Pilotta e poi metto insieme velocemente le mie carabattole.
Sto tornando in Germania e mi metto a fare la valigia: c’è la roba sporca, ci sono i souvenir, il prosciutto, il formaggio e il vino e, ovviamente, la coppa di Parma, una specialità che c’è solo qui. Ho scattato più di 700 fotografie, la stragrande maggioranza per il lavoro. Metto dentro anche il mio traduttore elettronico. L’ho comperato apposta per questo soggiorno, ma si è rivelata una vera ciofeca. Nel tempo che mi ci voleva a digitare la parola sconosciuta, il mio interlocutore me l’aveva già spiegata con un termine più comprensibile.
Torno a casa e metto in valigia: la contentezza di rivedere la famiglia, di ritrovarmi tra le mie quattro mura, così come il ricordo di un nutrito gruppo di nuovi amici che mi sono fatto qui, e un po’ di rilassatezza italiana nella speranza di conservarla il più a lungo possibile.
Faccio la valigia e lascio qui: le strade strette, la disperante penuria di parcheggi e l’alto tasso di umidità, che in certi giorni rendeva difficile respirare. E ovviamente i detersivi che in queste tre settimane non ho utilizzato. Mah, li useranno quelli che verranno dopo di me.
Tre settimane di ‘cambio d’aria’ tra due redazioni. Devo dire che la cosa che più mi ha affascinato del progetto “Va bene?!” è che funziona davvero. Per tre settimane ho potuto assorbire come una spugna la vita qui, mi sono potuto integrare con discrezione nella città, ho potuto assecondare la mia curiosità – un privilegio di noi giornalisti – di conoscere persone e sapere cosa li motiva. Vivere e lavorare a Parma: lo so che si tratta comunque solo di prime impressioni. Ma per queste prime impressioni voglio ringraziare sentitamente tutti coloro che le hanno rese possibili. Il Goethe-Institut, innanzitutto, senza il quale questo scambio non avrebbe potuto avvenire; i colleghi in Germania che in questo periodo si sono acollati anche il mio lavoro; i colleghi di Parma che in queste tre settimane mi hanno accolto e fatto sentire uno di loro; e infine Andrea Affaticati, la mia affascinante traduttrice di Milano, che ha tradotto in italiano i miei articoli per la Gazzetta così come i miei blog su questo sito.
Cercavo l’avventura, mi ritrovato in un vero e proprio viaggio di esplorazione nel corso del quale ho trovato amici.
Aver potuto aggiungere alla storia d’amore infinita tra gli italiani e i tedeschi un altro capitolo, lo considero un vero regalo.
Giovedì, 9. giugno 2011
Mangiare di gusto
A Parma il confronto con il mangiare e la buona tavola è continuo, ovunque ci si trovi. Ieri sera sono stato invitato da Anna a cena con degli amici, anche loro giornalisti. Un’occasione in cui una volta ancora mi sono reso conto che l’ora tarda in cui si usa andare a cena qui non confà proprio al mio bioritmo. L’appuntamento era per le 20.30, ma c’è stato da aspettare e così per ingannare il tempo abbiamo ordinato un ottimo bianco frizzante. Quando finalmente la cena è iniziata, introdotta da un antipasto composto da ottimo prosciutto di Parma, salame e melanzane alla parmigiana, ero già sazio. All’antipasto sono seguiti i tortellini d’erbette, che a Parma non possono mancare. Al secondo però mi si stavano già chiudendo gli occhi. Tema di conversazione è stato, oltre alle differenze nel lavoro giornalistico quotidiano tra Germania e Italia, soprattutto i diversi orari dei pranzi. I miei amici proprio non ci volevano credere e si piegavano dalle risate nell’apprendere che i tedeschi cenano tra le 18 e le 20. Ma quando io ho fatto notare loro, che in compenso gli italiani cenano piuttosto tardi, hanno replicato che non è vero. Che dire allora degli spagnoli, che si danno appuntamento per le undici di sera? Quando mi sono finalmente incamminato verso casa, era quasi mezzanotte e io oltre che sazio ero stanco da morire.
Stamane, nel corso di un’intervista con una collaboratrice tedesca dell’Ente europeo per la Sicurezza Alimentare, il discorso è di nuovo caduto – e come poteva essere altrimenti? – sul cibo e la buona tavola. Da lei ho appreso dove si compera a Parma la migliore coppa. E cioè, nella macelleria Farina o da Verdi in via Garibaldi. Una dritta importante per le cose prelibate che porterò ai miei sabato di ritorno in Germania.
E oggi mezzogiorno? Anna ha invitato me e gli altri colleghi a un pranzo di lavoro. In undici ci siamo attardati per oltre due oltre due ore attorno a un tavolo imbandito con ogni ben di Dio. L’idea dell’antipasto di pesce è stata veramente geniale. C’erano vongole, cozze, totani, sarde fritte e lumache di mare sott’olio, il tutto innaffiato da ottimo vino bianco ghiacciato. Visto l’antipasto, il secondo è stato più leggero: pezzi di pizza di diverso tipo.
Non c’è che dire: queste 24 ore di prelibatezze mi resteranno ancora a lungo nella memoria. A Parma sanno davvero cos’è la buona tavola! Solo agli orari della cena, ho come l’impressione, non mi abituerò mai.
Stamane, nel corso di un’intervista con una collaboratrice tedesca dell’Ente europeo per la Sicurezza Alimentare, il discorso è di nuovo caduto – e come poteva essere altrimenti? – sul cibo e la buona tavola. Da lei ho appreso dove si compera a Parma la migliore coppa. E cioè, nella macelleria Farina o da Verdi in via Garibaldi. Una dritta importante per le cose prelibate che porterò ai miei sabato di ritorno in Germania.
E oggi mezzogiorno? Anna ha invitato me e gli altri colleghi a un pranzo di lavoro. In undici ci siamo attardati per oltre due oltre due ore attorno a un tavolo imbandito con ogni ben di Dio. L’idea dell’antipasto di pesce è stata veramente geniale. C’erano vongole, cozze, totani, sarde fritte e lumache di mare sott’olio, il tutto innaffiato da ottimo vino bianco ghiacciato. Visto l’antipasto, il secondo è stato più leggero: pezzi di pizza di diverso tipo.
Non c’è che dire: queste 24 ore di prelibatezze mi resteranno ancora a lungo nella memoria. A Parma sanno davvero cos’è la buona tavola! Solo agli orari della cena, ho come l’impressione, non mi abituerò mai.
Mercoledì, 8. giugno 2011
Al bar parlo tedingliano
La lingua non è solo la chiave per la cultura, la lingua è anche la chiave per il cuore, ma la lingua può risultare anche snervate. Di questo mi rendo conto quotidianamente in questo mio soggiorno a Parma.
La televisione e il giornale, le vetrine e la spesa dal fruttivendolo, la chiacchiera al mattino al bar o durante la pausa con i colleghi. La lingua italiana sta diventando una sorta di cappa che mi costringe a tradurre giorno e notte, in tutte le situazioni. E così anche la più piccola parola in tedesco mi appare ora come ora un salutare ristoro, una più che gradita divagazione dalla quotidianità.
E non solo. Visto che non c’è modo di interrompere questo moto perpetuo del tradurre, strada facendo si sono istituite anche situazioni bizzarre di contaminazione linguistica.
Con Anna Maria Ferrari, per esempio, parlo volutamente nelle due lingue, visto che sarà poi lei a venire in autunno a lavorare alla “Thüringer Allgemeine”. Lei mi pone le domande in tedesco, io rispondo in italiano. I colleghi si divertono ad ascoltare questo “switching” linguistico. Regina Roland, la giornalista del canale televisivo “Deutsche Welle”, vuole un’intervista con il direttore. Lei pone le domande in inglese, lui risponde in italiano e io traduco in tedesco. Tutto come da copione.
Ma anche nella quotidianità mi scopro saltare da una lingua all’altra. Con Sabrina, la gentilissima cameriera del mio bar preferito, parlo in “tedingliano”. Sua madre è italiana e non parla l’inglese. Il padre è inglese e non parla l’italiano. I due si sono conosciuti durante un soggiorno di studio a Berlino e si parlano in tedesco. Sabrina padroneggia tutte e tre le lingue e le mischia abilmente. Così, quando qualche giorno fa mi ha chiesto, in tedesco, se la Turingia confina con la Polonia, le ho ovviamente risposto in italiano.
Quando sabato mi rimetterò in viaggio per la Germania, sono curioso di sentire in che lingua ordinerò il primo caffé.
La televisione e il giornale, le vetrine e la spesa dal fruttivendolo, la chiacchiera al mattino al bar o durante la pausa con i colleghi. La lingua italiana sta diventando una sorta di cappa che mi costringe a tradurre giorno e notte, in tutte le situazioni. E così anche la più piccola parola in tedesco mi appare ora come ora un salutare ristoro, una più che gradita divagazione dalla quotidianità.
E non solo. Visto che non c’è modo di interrompere questo moto perpetuo del tradurre, strada facendo si sono istituite anche situazioni bizzarre di contaminazione linguistica.
Con Anna Maria Ferrari, per esempio, parlo volutamente nelle due lingue, visto che sarà poi lei a venire in autunno a lavorare alla “Thüringer Allgemeine”. Lei mi pone le domande in tedesco, io rispondo in italiano. I colleghi si divertono ad ascoltare questo “switching” linguistico. Regina Roland, la giornalista del canale televisivo “Deutsche Welle”, vuole un’intervista con il direttore. Lei pone le domande in inglese, lui risponde in italiano e io traduco in tedesco. Tutto come da copione.
Ma anche nella quotidianità mi scopro saltare da una lingua all’altra. Con Sabrina, la gentilissima cameriera del mio bar preferito, parlo in “tedingliano”. Sua madre è italiana e non parla l’inglese. Il padre è inglese e non parla l’italiano. I due si sono conosciuti durante un soggiorno di studio a Berlino e si parlano in tedesco. Sabrina padroneggia tutte e tre le lingue e le mischia abilmente. Così, quando qualche giorno fa mi ha chiesto, in tedesco, se la Turingia confina con la Polonia, le ho ovviamente risposto in italiano.
Quando sabato mi rimetterò in viaggio per la Germania, sono curioso di sentire in che lingua ordinerò il primo caffé.
Martedì, 7. giugno 2011
Un giorno di riprese a Parma
Cammino per via Cavour con in mano la Gazzetta di Parma. Il cameraman mi è alle calcagna. Devo continuare a fare su e giù per via Cavour, con ormai anche qualche passante che si volta stupito. Ma non è un incubo e purtroppo non mi sveglio. Si tratta della dura e, diciamolo, anche snervante realtà. La Deutsche Welle, il canale televisivo estero della Repubblica Federale tedesca, mi ha cooptato per sei ore di riprese. Sei ore dalle quale uscirà poi un servizio di sei minuti sul progetto “Va bene?!” e le mie avventure a Parma. Non c’è che dire riguardo all’accuratezza dei colleghi televisivi. Regina Roland si è svegliata appositamente alle tre del mattino per prendere l’aereo da Berlino, infilarsi poi in un treno e arrivare a Parma.
E io che faccio? Non le lascio nemmeno il tempo di finire una frase. Già nel momento in cui si discute del copione la sommergo letteralmente di informazioni. Immagino che in questi due giorni non abbia faticato a farsi un’idea di me. Ciò nonostante la collega della televisione si fa velocemente entusiasmare da questo interessante progetto di cambio di prospettiva. Capisce subito che un’iniziativa simile non può che avere molti beneficiari: i due quotidiani coinvolti, quello di Parma e quello di Erfurt, i Goethe Institute di Roma e Berlino e infine io e un po’ anche lei.
In primo luogo però i lettori, che vengono ad apprendere molte notizie sull’altro paese e sul modo in cui viene visto da uno straniero. Questo perlomeno è il nostro compito di giornalisti che, mentre lavoriamo, speriamo sempre che lettore e telespettatore si rendano conto il meno possibile delle nostre paure e dei nostri dubbi. Io mi devo reputare fortunato. I miei errori li potrà poi compensare Anna Ferrari. Perché questo “cambio d’aria” sarà concluso solo dopo che anche lei sarà giunta in autunno a Erfurt e avrà fatto le proprie esplorazioni.
“Prego!” mi fa il cameraman Giovanni arrivato da Bologna, strappandomi dai miei pensieri. Devo rimettermi in moto. E così torno a camminare su e giù per via Cavour con una Gazzetta in mano.
E io che faccio? Non le lascio nemmeno il tempo di finire una frase. Già nel momento in cui si discute del copione la sommergo letteralmente di informazioni. Immagino che in questi due giorni non abbia faticato a farsi un’idea di me. Ciò nonostante la collega della televisione si fa velocemente entusiasmare da questo interessante progetto di cambio di prospettiva. Capisce subito che un’iniziativa simile non può che avere molti beneficiari: i due quotidiani coinvolti, quello di Parma e quello di Erfurt, i Goethe Institute di Roma e Berlino e infine io e un po’ anche lei.
In primo luogo però i lettori, che vengono ad apprendere molte notizie sull’altro paese e sul modo in cui viene visto da uno straniero. Questo perlomeno è il nostro compito di giornalisti che, mentre lavoriamo, speriamo sempre che lettore e telespettatore si rendano conto il meno possibile delle nostre paure e dei nostri dubbi. Io mi devo reputare fortunato. I miei errori li potrà poi compensare Anna Ferrari. Perché questo “cambio d’aria” sarà concluso solo dopo che anche lei sarà giunta in autunno a Erfurt e avrà fatto le proprie esplorazioni.
“Prego!” mi fa il cameraman Giovanni arrivato da Bologna, strappandomi dai miei pensieri. Devo rimettermi in moto. E così torno a camminare su e giù per via Cavour con una Gazzetta in mano.
Lunedì, 6. giugno 2011
Il miracolo del parcheggiare
E alla fine è successo. Ieri mi rallegravo ancora del fatto di essere riuscito ad accaparrarmi un parcheggio nella città del Parmigianino. Stamattina un po’ meno, un Range Rover deve aver avuto problemi di manovra nell’entrare, e così ha pensato bene di parcheggiare alla “francese”. Spingendo la mia di qualche centimetro più avanti. Ma il danno a un più attento controllo è irrilevante e io mi sento sollevato: giusto due puntini microscopici sulla parte di plastica nera. Deve essersi trattato di un parcheggiatore provetto. Per fortuna faccio parte della categoria di persone che considera la macchina innanzitutto uno “strumento”, e che può dunque sopportare qua e là anche quale ammaccatura. Ma ci sono tedeschi che considerano la macchina alla stregua di un oggetto sacro, e per questi, già due puntini sarebbero una vera catastrofe, che richiederebbe un intervento delle forze dell’ordine e un’accurata indagine.
Anche per quel che riguarda il supposto diritto a parcheggiare davanti alla porta di casa, molti dei miei vicini non intendono ragione. Se un forestiero osa parcheggiarsi lì – ben inteso si tratta comunque di un parcheggio pubblico – l’atteggiamento è seduta stante bellicoso e una vena rabbiosa compare sulla fronte. O poco ci manca.
Con un approccio simile è di gran lunga meglio avvalersi dell’offerta “park-and-ride” molto diffusa nelle città italiane. Perché parcheggiare nei centri cittadini è di fatto un’avventura. E non solo per le molte aree riservate giustamente ai residenti. Nei grandi parcheggi dei supermercati, per esempio, o quelli lungo le strade periferiche lo spazio di manovra per entrarvi è talmente limitato che nel frattempo mi sono fatto l’idea che gli italiani non scendano nemmeno dalla macchina, ma che in una sorta di processo di evaporazione si “diffondano” nell’ambiente. Certo, non l’ho mai visto con i miei occhi. Sono sempre già lì, quando arrivo.
Comunque, io ho imparato velocemente a parcheggiare qui a Parma. E giorno dopo giorno mi scopro più abile. Ciò nonostante ho preso una decisione: il libretto della macchina dice che la mia misura in tutto 4507 millimetri, e io giuro che la prossima sarà una vettura piccola. Sono sicuro che la percezione dello spazio mentre si parcheggia sarà tutt’altra cosa. E sono proprio gli italiani a offrire – al posto delle grandi familiari – le alternative più affascinanti in questa classe.
Anche per quel che riguarda il supposto diritto a parcheggiare davanti alla porta di casa, molti dei miei vicini non intendono ragione. Se un forestiero osa parcheggiarsi lì – ben inteso si tratta comunque di un parcheggio pubblico – l’atteggiamento è seduta stante bellicoso e una vena rabbiosa compare sulla fronte. O poco ci manca.
Con un approccio simile è di gran lunga meglio avvalersi dell’offerta “park-and-ride” molto diffusa nelle città italiane. Perché parcheggiare nei centri cittadini è di fatto un’avventura. E non solo per le molte aree riservate giustamente ai residenti. Nei grandi parcheggi dei supermercati, per esempio, o quelli lungo le strade periferiche lo spazio di manovra per entrarvi è talmente limitato che nel frattempo mi sono fatto l’idea che gli italiani non scendano nemmeno dalla macchina, ma che in una sorta di processo di evaporazione si “diffondano” nell’ambiente. Certo, non l’ho mai visto con i miei occhi. Sono sempre già lì, quando arrivo.
Comunque, io ho imparato velocemente a parcheggiare qui a Parma. E giorno dopo giorno mi scopro più abile. Ciò nonostante ho preso una decisione: il libretto della macchina dice che la mia misura in tutto 4507 millimetri, e io giuro che la prossima sarà una vettura piccola. Sono sicuro che la percezione dello spazio mentre si parcheggia sarà tutt’altra cosa. E sono proprio gli italiani a offrire – al posto delle grandi familiari – le alternative più affascinanti in questa classe.
Domenica, 5. giugno 2011
Strangers in the Night
Sabato sera a Parma. Armato di ombrello decido di fare una passeggiata notturno attraverso le strade e i vicoli pressoché deserti del centro. Le poche gocce di pioggia che scendono sono fresche, l’aria è tiepida e a me vengono in mente canzoni sdolcinate del tipo: “Strangers in the Night”, “Singing in the Rain”. Manca poco che mi metto anche a cantare.
D’un tratto qualcuno mi grida: “Aspetti”. Una donna piccola, alta poco più di 1,50 metri i esce da un portone e mi viene velocemente incontro. E’ una filippina, dal volto gentile, gli occhi vispi e una pancetta di tutto riguardo. Ma anziché chiedermi un’indicazione stradale mi fa seduta stante una dichiarazione d’amore. E mentre io mi lambicco ancora il cervello e mi domando se avrò poi capito bene quelle due parole, lei continua a parlare. Mi dice che le farebbe piacere portarmi nel suo piccolo appartamento per dimostrarmi quanto mi ama. Il tutto per 30 euro. Se poi mi avanzasse addirittura una mezz’ora, allora sarebbero 50 euro. Non mi lascia nemmeno il tempo di proferire una parola che già mi ha già preso sottobraccio. Tutt’altro che avvezzo a situazioni simili cerco di togliermi dall’impaccio spiegando che non ho tutto questo tempo. Una risposta che a quanto pare lei non capisce. O non vuole capire. E mi tocca dire in modo molto deciso “adesso basta!” perché la mia nuova amica mi lasci libero, per quanto evidentemente risentita.
Prostituzione a Parma.
Facendo successivamente una ricerca in Internet trovo il rapporto “Hidden Prostitution” di Claudio Donadel e Raffaello Martini, del Fondo regionale europeo, ERDF. Patrocinati tra l’altro anche dalla Regione Emilia-Romagna, compiono ricerche sulla prostituzione nelle diverse province. A Parma hanno individuato 30 donne che esercitano questa forma di prostituzione, un terzo di loro arriva dall’Europa dell’est. Proprio queste, prevalentemente di origine albanese o rumena stanno vieppiù scacciando la maggioranza delle donne africane (prevalentemente nigeriane), dominicane e filippine.
A spingerle a prostituirsi sono molto spesso fattori economici, il che spiega facilmente perché siano soprattutto le straniere a vendersi. Nella quotidianità parmense non si notano però. Sono, così si legge nel rapporto, un pezzo di normalità italiana. E comunque non trasformano Parma in un luogo di perdizione.
D’un tratto qualcuno mi grida: “Aspetti”. Una donna piccola, alta poco più di 1,50 metri i esce da un portone e mi viene velocemente incontro. E’ una filippina, dal volto gentile, gli occhi vispi e una pancetta di tutto riguardo. Ma anziché chiedermi un’indicazione stradale mi fa seduta stante una dichiarazione d’amore. E mentre io mi lambicco ancora il cervello e mi domando se avrò poi capito bene quelle due parole, lei continua a parlare. Mi dice che le farebbe piacere portarmi nel suo piccolo appartamento per dimostrarmi quanto mi ama. Il tutto per 30 euro. Se poi mi avanzasse addirittura una mezz’ora, allora sarebbero 50 euro. Non mi lascia nemmeno il tempo di proferire una parola che già mi ha già preso sottobraccio. Tutt’altro che avvezzo a situazioni simili cerco di togliermi dall’impaccio spiegando che non ho tutto questo tempo. Una risposta che a quanto pare lei non capisce. O non vuole capire. E mi tocca dire in modo molto deciso “adesso basta!” perché la mia nuova amica mi lasci libero, per quanto evidentemente risentita.
Prostituzione a Parma.
Facendo successivamente una ricerca in Internet trovo il rapporto “Hidden Prostitution” di Claudio Donadel e Raffaello Martini, del Fondo regionale europeo, ERDF. Patrocinati tra l’altro anche dalla Regione Emilia-Romagna, compiono ricerche sulla prostituzione nelle diverse province. A Parma hanno individuato 30 donne che esercitano questa forma di prostituzione, un terzo di loro arriva dall’Europa dell’est. Proprio queste, prevalentemente di origine albanese o rumena stanno vieppiù scacciando la maggioranza delle donne africane (prevalentemente nigeriane), dominicane e filippine.
A spingerle a prostituirsi sono molto spesso fattori economici, il che spiega facilmente perché siano soprattutto le straniere a vendersi. Nella quotidianità parmense non si notano però. Sono, così si legge nel rapporto, un pezzo di normalità italiana. E comunque non trasformano Parma in un luogo di perdizione.
Venerdì, 3. giugno 2011
Belli e buoni!
Mia moglie, preoccupata, dalla lontana Turingia mi chiede: ma in Italia c'è la festa dell’Ascensione? A quanto pare è dell'avviso che una piccola pausa me la sia meritata tutta. Ascensione: il termine italiano per questa festa religiosa mi fa venire in mente la parola ascensore, e mi viene da sorridere. D’altro canto sempre di salita verso l’alto si tratta. Sì, l’Ascensione quest’anno si è festeggiata anche in Italia, visto che cadeva il 2 giugno, lo stesso giorno della festa della Repubblica. Una festa, quest’ultima che viene celebrata con grande impiego di Tricolore. A Roma poi, si assiste ogni anno anche a una grande parata militare.
A Parma quest’anno la festa dell’Ascensione dura quattro giorni filati. In tedesco venerdì si dice “Freitag”, parola che, tradotta letteralmente, vuol dire giorno (Tag) libero (frei). E libero è stato veramente per molti questo giorno, al quale poi seguiva il fine settimana. Così molti parmensi hanno colto l’occasione per fare il ponte e recarsi in montagna o al mare, che vuol dire per lo più a La Spezia che dista circa 120 chilometri.
Ma anche per chi è rimasto in città ci sono molte occasioni di distrazione. Da venerdì a domenica Parma è in festa con molte iniziative di quartiere. Tra queste la manifestazione “Belli e Buoni” che trasforma via Cavour, la più importante strada dello shopping situata nella zona pedonale, per tre giorni in una lunga tavolata di prodotti alimentari tipici di primissimo ordine che rendono onore alla fama di questa città, considerata la capitale del gusto. Già la mattina di venerdì si vedono allineati lungo via Cavour ben quindici gazebo. In ognuno di questi i commercianti vendono prodotti tipici delle loro regioni di provenienza.
Ci sono forme di pane e arrosti dalle dimensioni impressionanti; vera mozzarella di bufala; salame di cinghiale toscano; frutta essiccata, tra questa anche meloni e pomelo; arancini siciliani, che sono palle di riso impanate e fritte con ripieno di ragù di carne, piselli e mozzarella; speck, salamelle e strudel dell’Alto Adige. C’è anche un indiano con uno stand di bigiotteria e una tenda che vende utensili per la casa. Ma gli organizzatori li hanno posizionati ai margini della zona gourmet.
Io assaggio stupefatto. Chiedo i prezzi e faccio confronti. Soprattutto se si è stranieri il prezzo va valutato in una certa prospettiva. Ma alla fine decido che 10 euro per 225 grammi di cantucci siciliani alle mandorle sono comunque troppi. Preferisco investirli in un “filetto di suino”. So che a casa ne saranno contenti, anche se il maiale è sardo e non parmense. Intanto però l'ho comperata qui.
A Parma quest’anno la festa dell’Ascensione dura quattro giorni filati. In tedesco venerdì si dice “Freitag”, parola che, tradotta letteralmente, vuol dire giorno (Tag) libero (frei). E libero è stato veramente per molti questo giorno, al quale poi seguiva il fine settimana. Così molti parmensi hanno colto l’occasione per fare il ponte e recarsi in montagna o al mare, che vuol dire per lo più a La Spezia che dista circa 120 chilometri.
Ma anche per chi è rimasto in città ci sono molte occasioni di distrazione. Da venerdì a domenica Parma è in festa con molte iniziative di quartiere. Tra queste la manifestazione “Belli e Buoni” che trasforma via Cavour, la più importante strada dello shopping situata nella zona pedonale, per tre giorni in una lunga tavolata di prodotti alimentari tipici di primissimo ordine che rendono onore alla fama di questa città, considerata la capitale del gusto. Già la mattina di venerdì si vedono allineati lungo via Cavour ben quindici gazebo. In ognuno di questi i commercianti vendono prodotti tipici delle loro regioni di provenienza.
Ci sono forme di pane e arrosti dalle dimensioni impressionanti; vera mozzarella di bufala; salame di cinghiale toscano; frutta essiccata, tra questa anche meloni e pomelo; arancini siciliani, che sono palle di riso impanate e fritte con ripieno di ragù di carne, piselli e mozzarella; speck, salamelle e strudel dell’Alto Adige. C’è anche un indiano con uno stand di bigiotteria e una tenda che vende utensili per la casa. Ma gli organizzatori li hanno posizionati ai margini della zona gourmet.
Io assaggio stupefatto. Chiedo i prezzi e faccio confronti. Soprattutto se si è stranieri il prezzo va valutato in una certa prospettiva. Ma alla fine decido che 10 euro per 225 grammi di cantucci siciliani alle mandorle sono comunque troppi. Preferisco investirli in un “filetto di suino”. So che a casa ne saranno contenti, anche se il maiale è sardo e non parmense. Intanto però l'ho comperata qui.
Giovedì, 2. giugno 2011
Ha il permesso? - Va bene!
I permessi sono una cosa fondamentale in Italia. Basta sventolare sotto il naso dell’addetto di turno il documento giusto, che si aprono tutte le porte. Senza permesso invece, il custode si limita a scuotere stoicamente la testa. I permessi poi sono molto differenziati. Anche quelli per la circolazione, che sono talmente complicati che nemmeno gli italiani ci si raccapezzano. A Parma, per esempio, sono cinque le zone a traffico limitato contrassegnate da altrettanti colori. Io nel frattempo mi ritrovo sul cruscotto ben quattro permessi, ma ciò nonostante non ho ancora capito cosa posso fare e cosa no se non voglio rischiare una multa. Multe che qui sono peraltro parecchio salate, soprattutto se confrontate con quelle in Germania. 39 euro è l’ammenda base per aver parcheggiato una notte in divieto di sosta. E devo pure stare attento a quello che è scritto in piccolo sulla contravvenzione: e cioè che va pagata entro cinque giorni alla posta. Al sesto infatti l’importo dell’ammenda raddoppia. Non c’è dunque da meravigliarsi che qui tutti si ingegnano per avere i lasciapassare gusti.
Per quel che riguarda i giornalisti poi, se sono muniti di tesserino godono di un trattamento privilegiato per tutto quello che riguarda istruzione e cultura. Per esempio entrano gratis nei musei e nelle biblioteche. E se uno si porta dietro anche la macchina fotografica? Dio ce ne scampi e liberi. Per la macchina fotografica ci vuole ovviamente un permesso a parte. Permesso che bisogna procurarsi in non si sa bene quale ufficio.
Ed ecco cosa mi è capitato al proposito ieri. Era la seconda volta che mi recavo nella cattedrale per ammirare la cupola. Una cupola che, stando a quanto si legge in un volume fotografico (reperibile nella Galleria Nazionale di Palazzo Pilotta) è “la più bella al mondo”. E in effetti, gli affreschi che la ornano, realizzati dal grande maestro del Rinascimento, Correggio, hanno un effetto quasi ipnotico. Essendomi riproposto di scattare anche qualche foto, mi ero portato dietro la macchina fotografica.
Ma come in quasi ogni altro luogo, anche qui avevo adocchiato la scritta: “Vietato fotografare”. Mi reco allora all’ufficio informazione che si trova a fianco del Duomo e chiedo lumi a un’addetta. La signora si limita però a scrollare la spalle. Le foto sono di competenza del custode. Allora vado dal custode, gli spiego chi sono, che fotografo senza flash e solo con il cavalletto, che le immagini scattate le userò esclusivamente per me e il giornale. Ma lui imperterrito scuote la testa. Poi mi fa cenno di seguirlo, e a passo veloce torna al punto informazione. Giunti lì apre finalmente la bocca e mi informa che ci vuole prima l’autorizzazione dell’ingegnere. Lo chiama, gli dice un paio di cose, mi passa il telefono e se ne torna rapidamente in chiesa. L’ingegnere parla molto velocemente e in più farfuglia. Io non capisco nulla, ma alla fine lo ringrazio. “E di che mi stai ringraziando?” mi replica lui. “’Also’, perché credo di aver capito che fotografare è vietato”. Mentre mi incammino di nuovo verso la chiesa continuo però a chiedermi cosa mai mi abbia detto.
Giunto in Duomo il custode mi chiede: “E allora?”. “Ho parlato con l’ingegnere” mi limito a rispondergli diplomaticamente. Ma lui pare più che soddisfatto. “Va bene” replica, annuendo con la testa e poi facendomi segno con la mano mi fa passare. Le foto sono diventate molto belle.
Per quel che riguarda i giornalisti poi, se sono muniti di tesserino godono di un trattamento privilegiato per tutto quello che riguarda istruzione e cultura. Per esempio entrano gratis nei musei e nelle biblioteche. E se uno si porta dietro anche la macchina fotografica? Dio ce ne scampi e liberi. Per la macchina fotografica ci vuole ovviamente un permesso a parte. Permesso che bisogna procurarsi in non si sa bene quale ufficio.
Ed ecco cosa mi è capitato al proposito ieri. Era la seconda volta che mi recavo nella cattedrale per ammirare la cupola. Una cupola che, stando a quanto si legge in un volume fotografico (reperibile nella Galleria Nazionale di Palazzo Pilotta) è “la più bella al mondo”. E in effetti, gli affreschi che la ornano, realizzati dal grande maestro del Rinascimento, Correggio, hanno un effetto quasi ipnotico. Essendomi riproposto di scattare anche qualche foto, mi ero portato dietro la macchina fotografica.
Ma come in quasi ogni altro luogo, anche qui avevo adocchiato la scritta: “Vietato fotografare”. Mi reco allora all’ufficio informazione che si trova a fianco del Duomo e chiedo lumi a un’addetta. La signora si limita però a scrollare la spalle. Le foto sono di competenza del custode. Allora vado dal custode, gli spiego chi sono, che fotografo senza flash e solo con il cavalletto, che le immagini scattate le userò esclusivamente per me e il giornale. Ma lui imperterrito scuote la testa. Poi mi fa cenno di seguirlo, e a passo veloce torna al punto informazione. Giunti lì apre finalmente la bocca e mi informa che ci vuole prima l’autorizzazione dell’ingegnere. Lo chiama, gli dice un paio di cose, mi passa il telefono e se ne torna rapidamente in chiesa. L’ingegnere parla molto velocemente e in più farfuglia. Io non capisco nulla, ma alla fine lo ringrazio. “E di che mi stai ringraziando?” mi replica lui. “’Also’, perché credo di aver capito che fotografare è vietato”. Mentre mi incammino di nuovo verso la chiesa continuo però a chiedermi cosa mai mi abbia detto.
Giunto in Duomo il custode mi chiede: “E allora?”. “Ho parlato con l’ingegnere” mi limito a rispondergli diplomaticamente. Ma lui pare più che soddisfatto. “Va bene” replica, annuendo con la testa e poi facendomi segno con la mano mi fa passare. Le foto sono diventate molto belle.
Mercoledì, 1. giugno 2011
Tedesco come lingua straniera
Napoli è stata distrutta da una nuova eruzione del Vesuvio, e al suo posto sta sorgendo Newpoli. Capri ha chiuso le proprie frontiere, e un giornalista che avrebbe dovuto scrivere delle città più belle del mondo si rende suo malgrado conto che tutte le città si assomigliano. Corre l’anno 2033. “Napoli-Blues” è il titolo dell’avvincente storia raccontata da Barbara Krohn.
I ragazzi del Liceo Classico Romagnosi si dimostrano tutt’altro che riottosi nell’apprendimento del tedesco. Prova ne sono Laura Gelmini (17), Buirma Malo (19), Esperia Bianchi (17) e Gianpaolo Mora (18) che animati da uno zelo lodevole si immergono in questo testo tutt’altro che facile. Questo quartetto fa parte di un gruppo di 14 studenti che frequentano il Romagnosi e che hanno superato con successo l’esame di lingua del livello B2 (certificazione Goethe). Per Buirma in particolare è stata una prova difficile. Originaria dell’Albania è arrivata in Italia solo cinque anni fa. Il che vuol dire che per lei già l’italiano è una lingua straniera, la prima, seguono poi l’inglese e il tedesco. E come se non bastasse: storia e geografia vengono insegnate esclusivamente in tedesco.
Il professor Gerhard Hassler, che opera in veste di membro esterno nelle scuole della città, sa bene quanto sia importante da queste parti conoscere il tedesco. La Germania è per l’Emilia-Romagna il partner commerciale numero uno, viene ancora prima della Francia. “E’ una lingua bella, ma difficile” commenta Esperia, mentre Gianpaolo osserva: “Sapere il tedesco è importante per il lavoro e per l’economia”.
Il liceo Romagnosi si trova lungo via Maria Luigia, un bellissimo viale sulla riva occidentale della Parma. A fargli da cornice alberi secolari, che a loro volta sono separati dal torrente – in questi giorni piuttosto basso – da una pietraia. Lungo il marciapiede sono allineate centinaia di motociclette, motorini e biciclette. La strada di per sé è poco trafficata. Perlomeno fino a mezzogiorno quando finiscono le lezioni e l’istituto per il commercio così come i due licei, lo scientifico e il classico, sputano fuori migliaia di studenti.
Ma non è solo il Romagnosi che contraddice il luogo comune sugli italiani poco inclini a studiare le lingue straniere. Tutt’altro, si impegnano tantissimo. Il sistema scolastico italiano prevede poi l’obbligatorietà dell’insegnamento di una lingua straniera già a partire dalla seconda classe.
Sarebbe piuttosto da pensare che siano i tedeschi a non metterci più di tanto zelo. In Germania, dove la competenza didattica è di appannaggio della regioni, l’obbligo della lingua straniera esiste infatti solo a partire dalle superiori.
I ragazzi del Liceo Classico Romagnosi si dimostrano tutt’altro che riottosi nell’apprendimento del tedesco. Prova ne sono Laura Gelmini (17), Buirma Malo (19), Esperia Bianchi (17) e Gianpaolo Mora (18) che animati da uno zelo lodevole si immergono in questo testo tutt’altro che facile. Questo quartetto fa parte di un gruppo di 14 studenti che frequentano il Romagnosi e che hanno superato con successo l’esame di lingua del livello B2 (certificazione Goethe). Per Buirma in particolare è stata una prova difficile. Originaria dell’Albania è arrivata in Italia solo cinque anni fa. Il che vuol dire che per lei già l’italiano è una lingua straniera, la prima, seguono poi l’inglese e il tedesco. E come se non bastasse: storia e geografia vengono insegnate esclusivamente in tedesco.
Il professor Gerhard Hassler, che opera in veste di membro esterno nelle scuole della città, sa bene quanto sia importante da queste parti conoscere il tedesco. La Germania è per l’Emilia-Romagna il partner commerciale numero uno, viene ancora prima della Francia. “E’ una lingua bella, ma difficile” commenta Esperia, mentre Gianpaolo osserva: “Sapere il tedesco è importante per il lavoro e per l’economia”.
Il liceo Romagnosi si trova lungo via Maria Luigia, un bellissimo viale sulla riva occidentale della Parma. A fargli da cornice alberi secolari, che a loro volta sono separati dal torrente – in questi giorni piuttosto basso – da una pietraia. Lungo il marciapiede sono allineate centinaia di motociclette, motorini e biciclette. La strada di per sé è poco trafficata. Perlomeno fino a mezzogiorno quando finiscono le lezioni e l’istituto per il commercio così come i due licei, lo scientifico e il classico, sputano fuori migliaia di studenti.
Ma non è solo il Romagnosi che contraddice il luogo comune sugli italiani poco inclini a studiare le lingue straniere. Tutt’altro, si impegnano tantissimo. Il sistema scolastico italiano prevede poi l’obbligatorietà dell’insegnamento di una lingua straniera già a partire dalla seconda classe.
Sarebbe piuttosto da pensare che siano i tedeschi a non metterci più di tanto zelo. In Germania, dove la competenza didattica è di appannaggio della regioni, l’obbligo della lingua straniera esiste infatti solo a partire dalle superiori.
Martedì, 31. maggio 2011
Non senza la mia senape
Vivere all’estero vuol dire anche arrangiarsi nella quotidianità. Me ne rendo conto ben presto, e cioè una sera di ritorno dal lavoro. Ho una fame lupo, ma mi ritrovo davanti al frigo vuoto. E sì che mangiare da queste parti è la cosa più semplice del mondo. Basta andare nel più vicino negozio di alimentari – che qui, per quanto piccolo si fregia già del nome di supermercato – rifornirsi di un po’ di pasta e vino, di prosciutto e mortadella, di qualche pomodoro, di aceto, olio e una cipolla, e già la tavola è imbandita.
Vivere in Italia vuole dire far proprie subito le abitudini alimentari locali. Ci si sveglia un po’ più tardi che a casa e una volta finita la toilette mattutina ci si fionda nel primo bar. Lì si ordina un caffé – quello che in Germania viene chiamato Espresso – e una brioche ripiena di cioccolato. Una bomba calorica e un concentrato di caffeina, questa prima colazione, che mi fa arrivare in scioltezza fino a mezzogiorno. E se a quel punto non ho voglia di un sandwich dalla macchinetta me ne torno a casa per la “siesta” e mi preparo un piatto freddo. Per cena c’è poi sempre abbastanza tempo per un piatto di pasta accompagnato da un bicchiere di vino.
Il cibo italiano è fantastico, ma per quanto lo si possa apprezzare, al più tardi dopo una settimana, si è assaliti dalla voglia matta di quel pane ai multicereali tedesco, di un pezzo di quella salsiccia di fegato saporita, di un paio di patate lesse. I ristoranti di fascia superiore, dove si serve prelibato pesce e ottime pietanze di carne, propongono anche specialità locali. Per esempio: tortellini ripieni di un misto di formaggi freschi, e ancora arrosti di manzo. A completare il tutto c’è poi quel sublime liquore di Parma, dal sapore indefinibile e dalla gradazione vertiginosa, che viene servito come digestivo.
Ma oggi ho deciso di concedermi qualcosa di veramente speciale: dal macellaio ho comperato alcune fette di Porchetta, con tanto grasso attorno, il che le rende particolarmente saporite. Poi gli ho spalmato sopra della senape – per la precisione Born-Senf di Erfurt – che porto sempre con me anche quando vengo in Italia. Eh si, perché a questo po’ di Germania non posso proprio rinunciare, e così questo pranzo di per sé frugale si è trasformato in un vero banchetto.
Vivere in Italia vuole dire far proprie subito le abitudini alimentari locali. Ci si sveglia un po’ più tardi che a casa e una volta finita la toilette mattutina ci si fionda nel primo bar. Lì si ordina un caffé – quello che in Germania viene chiamato Espresso – e una brioche ripiena di cioccolato. Una bomba calorica e un concentrato di caffeina, questa prima colazione, che mi fa arrivare in scioltezza fino a mezzogiorno. E se a quel punto non ho voglia di un sandwich dalla macchinetta me ne torno a casa per la “siesta” e mi preparo un piatto freddo. Per cena c’è poi sempre abbastanza tempo per un piatto di pasta accompagnato da un bicchiere di vino.
Il cibo italiano è fantastico, ma per quanto lo si possa apprezzare, al più tardi dopo una settimana, si è assaliti dalla voglia matta di quel pane ai multicereali tedesco, di un pezzo di quella salsiccia di fegato saporita, di un paio di patate lesse. I ristoranti di fascia superiore, dove si serve prelibato pesce e ottime pietanze di carne, propongono anche specialità locali. Per esempio: tortellini ripieni di un misto di formaggi freschi, e ancora arrosti di manzo. A completare il tutto c’è poi quel sublime liquore di Parma, dal sapore indefinibile e dalla gradazione vertiginosa, che viene servito come digestivo.
Ma oggi ho deciso di concedermi qualcosa di veramente speciale: dal macellaio ho comperato alcune fette di Porchetta, con tanto grasso attorno, il che le rende particolarmente saporite. Poi gli ho spalmato sopra della senape – per la precisione Born-Senf di Erfurt – che porto sempre con me anche quando vengo in Italia. Eh si, perché a questo po’ di Germania non posso proprio rinunciare, e così questo pranzo di per sé frugale si è trasformato in un vero banchetto.
Lunedì, 30. maggio 2011
Serata di beneficenza con Fisichella
Va beh, lo ammetto. Non amo il calcio. Ci sono sport che mi sono molto più congeniali. Anche gli assembramenti delle folle non fanno proprio per me. Ciò nonostante ci sono eventi che uno non può perdere. Per esempio quello di stasera allo Stadio Tardini, dov’è di casa il Parma, una squadra che conosco pure io. Al Tardini questa sera c’è la “Partita del cuore”.
Si sfideranno personaggi illustri. Tra questi i cantanti Gigi D’Alessio e Claudio Baglioni, l’attore Raoul Bova, il comico Gene Gnocchi, i corridori di Formula 1 Giancarlo Fisichella, Felipe Massa e Ferdinando Alonso, il ministro della Giustizia Angelino Alfano, quello degli Interni Roberto Maroni e altri politici. Tutti scesi in campo su invito della Fondazione Telethon. Il ricavato della serata verrà devoluto alla ricerca sulla sclerosi multipla. Una serata così, con tutte questi personaggi famosi, non me la posso proprio perdere, e così vinco la mia ritrosia e mi infilo tra la massa. Chissà mai che a fine partita, non sia diventato anch’io un vero tifoso.
Vista la causa più che nobile dell’evento, avrei pagato volentieri il biglietto, ma i colleghi qui del giornale si sono dati da fare per farmi avere un accredito ufficiale. Così per sostenere fattivamente l’iniziativa non mi resta che fare una donazione. E c’è un modo molto comodo di farlo: telefonando a un numero fisso oppure inviando un sms tramite cellulare. E immagino che, anche grazie alla copertura puntuale dell’evento da parte della Gazzetta che oggi alla “Partita del cuore” dedicava una pagina intera, saranno in molti, tra quelli che non ce l’hanno fatta a venire allo stadio, a scegliere questa via.
Si sfideranno personaggi illustri. Tra questi i cantanti Gigi D’Alessio e Claudio Baglioni, l’attore Raoul Bova, il comico Gene Gnocchi, i corridori di Formula 1 Giancarlo Fisichella, Felipe Massa e Ferdinando Alonso, il ministro della Giustizia Angelino Alfano, quello degli Interni Roberto Maroni e altri politici. Tutti scesi in campo su invito della Fondazione Telethon. Il ricavato della serata verrà devoluto alla ricerca sulla sclerosi multipla. Una serata così, con tutte questi personaggi famosi, non me la posso proprio perdere, e così vinco la mia ritrosia e mi infilo tra la massa. Chissà mai che a fine partita, non sia diventato anch’io un vero tifoso.
Vista la causa più che nobile dell’evento, avrei pagato volentieri il biglietto, ma i colleghi qui del giornale si sono dati da fare per farmi avere un accredito ufficiale. Così per sostenere fattivamente l’iniziativa non mi resta che fare una donazione. E c’è un modo molto comodo di farlo: telefonando a un numero fisso oppure inviando un sms tramite cellulare. E immagino che, anche grazie alla copertura puntuale dell’evento da parte della Gazzetta che oggi alla “Partita del cuore” dedicava una pagina intera, saranno in molti, tra quelli che non ce l’hanno fatta a venire allo stadio, a scegliere questa via.
Sabato, 28. maggio 2011
Birra, grappa e amicizia tra i popoli
Stamattina mi sveglio piuttosto tardi, in bocca, al posto della lingua, mi sembra di aver una coperta di flanella. Ieri sera ho fatto ancora un salto nel piccolo Irish Pub vicino alla chiesa di San Giovanni. “Ho assolutamente bisogno del bagno e di un irish wishy” comunico alla formosa cameriera. Ed ero serissimo. Dopo il mio giro di ricognizione della parte ovest del centro, volevo farmi ancora un bicchiere della staffa per poi tornare al mio appartamento che si trova nel centro. Invece, di lì a poco, ordinavo il secondo Jameson e cominciavo a guardarmi intorno. Alla parete, dietro il bancone, c’erano le pubblicità della Kilkenny e della Guinnes. Anche il tipo alla mia sinistra del bancone beveva birra. Un’“affumicata” di Göller. Davanti a un altro c’era una Paulaner, mentre quello al tavolo accanto beveva una Radeberger. “Una Radeberger originale?” chiedo al giovane. “Originale” risponde lui contento di sapere che sono tedesco. Mi presenta Thomas, un 34enne di Vienna, che da otto mesi lavora nel dipartimento mangimi della European Food Safety Authority (EFSA) che ha sede a Parma. “Mi piacerebbe bere birra italiana, ma qui non ne servono” si lamenta. Thomas trova poi piuttosto curioso il modo in cui gli italiani consumano la birra. “La sorseggiano come fosse vino. Una bottiglia da 0,66 cl basta per tutta la famiglia”. I tre del tavolo accanto, tutti attorno ai trent’anni, si avvicinano, sono molto gentili e hanno una gran voglia di fare conoscenza, sono italiani appunto. All’improvviso appare una bottiglia di plastica, dentro un liquido trasparente. E’ grappa greca. “Viva la Grecia!” esclamano e insistono perché Thomas e io se ne beva. “Jamas”, all’amicizia. Un tipo tatuato dalla testa ai piedi inizia a cantare in un buon tedesco “Deutschland, Deutschland über alles” e offre il secondo giro. Quello della Radeberger mi spiega che ci sono tre birrifici nella provincia. La Panil, apprendo, viene prodotta a Torrechiara, la Ducato a Busseto – città natale di Giuseppe Verdi – mentre la terza è prodotta da un birrificio di Parma a conduzione familiare. E di nuovo la bottiglia di plastica con l’intruglio greco fa il giro. Quando finalmente mi incammino verso casa è mezzanotte e io sono piuttosto alticcio.
Ma che importa. Sbronzarsi in nome della fratellanza tra i popoli – ci sono destini indubbiamente peggiori.
Ma che importa. Sbronzarsi in nome della fratellanza tra i popoli – ci sono destini indubbiamente peggiori.
Venerdì, 27. maggio 2011
Una testata notevole
La prima settimana di lavoro è quasi finita, ma continuo a essere impressionato dalla storia della Gazzetta di Parma.
Questo giornale, nel quale posso lavorare per tre settimane, viene pubblicato ininterrottamente dal 1735, cioè da quando l’Italia era ancora sotto dominio spagnolo. Un giornale che vantava già 51 anni quando i rivoluzionari francesi si impossessarono del potere.
Oggi la Gazzetta è, grazie al lavoro di giornalisti e redattori, un quotidiano moderno con una diffusione di circa 45mila copie. Un risultato niente male per un giornale i cui lettori sono prevalentemente gli abitanti di Parma (180mila persone) e quelli della cerchia circostante (circa 420mila persone). Il giornale è molto amato, il suo direttore, Giuliano Molossi, personalità assai influente in città.
A vederlo Molossi ricorda un patriarca di stampo moderno. Questo signore, curato nell’abbigliamento, con una chioma argento e i lineamenti molto fini, parco di parole e gesti, dirige il lavoro di questa testata la cui sede si trova in via Mantova, esattamente al confine tra la città e una zona industriale. Alle pareti del suo ufficio, caratterizzato da due vetrate e la cui porta è sempre aperta, sono esposte alcune edizioni storiche della Gazzetta, attestati e un grande manifesto in bianco e nero del padre. Prima del figlio è stato, infatti, lui a dirigere la Gazzetta, per ben 35 anni. Ed è vicino a quel manifesto che Giuliano Molossi si mette ovviamente quando gli chiedo di scattargli una foto ritratto.
Due volte al giorno ci si ritrova nella stanza del Direttore per la riunione redazionale. In un’atmosfera molto rilassata i capiredattori espongono le proposte per le loro pagine e lo stato del lavoro. Molossi parla a voce basse, corregge, chiede, pretende e sorride. Ma di punto in bianco può anche alzare la voce, accalorarsi se si scontra con uno dei capi desk.
A un certo punto, mentre sfoglia un numero della “Thüringer Allgemeine” il suo viso si illumina. Quello che lo colpisce sono i diversi dorsi nei quali è strutturato il giornale. La Gazzetta invece è fatto di un unico. Questo tipo di “rilegatura”, ogni sezione a sé, gli piace molto. “Perché non possiamo fare una cosa così anche in Italia?” chiede ai colleghi. Il dorso dello sport per il papà, quello sulla città per la mamma, e quello sui fatti del mondo per il signor figlio, l’idea gli piace molto. Così come gli piace il tipo di stampa della “Thüringer Allgemeine”. Nella sua lode capto addirittura una punta di entusiasmo. Le foto riprodotte sono veramente belle, dice, si colgono pure i particolari e i colori sono naturali. Dipenderà dalle rotative, Molossi ne è sicuro. Io sorrido educatamente, perché di stampa non ne so veramente nulla. Ma, quasi fossi un emissario, mi rallegro di questi complimenti per le molte donne e i molti uomini nella lontana Turingia.
Questo giornale, nel quale posso lavorare per tre settimane, viene pubblicato ininterrottamente dal 1735, cioè da quando l’Italia era ancora sotto dominio spagnolo. Un giornale che vantava già 51 anni quando i rivoluzionari francesi si impossessarono del potere.
Oggi la Gazzetta è, grazie al lavoro di giornalisti e redattori, un quotidiano moderno con una diffusione di circa 45mila copie. Un risultato niente male per un giornale i cui lettori sono prevalentemente gli abitanti di Parma (180mila persone) e quelli della cerchia circostante (circa 420mila persone). Il giornale è molto amato, il suo direttore, Giuliano Molossi, personalità assai influente in città.
A vederlo Molossi ricorda un patriarca di stampo moderno. Questo signore, curato nell’abbigliamento, con una chioma argento e i lineamenti molto fini, parco di parole e gesti, dirige il lavoro di questa testata la cui sede si trova in via Mantova, esattamente al confine tra la città e una zona industriale. Alle pareti del suo ufficio, caratterizzato da due vetrate e la cui porta è sempre aperta, sono esposte alcune edizioni storiche della Gazzetta, attestati e un grande manifesto in bianco e nero del padre. Prima del figlio è stato, infatti, lui a dirigere la Gazzetta, per ben 35 anni. Ed è vicino a quel manifesto che Giuliano Molossi si mette ovviamente quando gli chiedo di scattargli una foto ritratto.
Due volte al giorno ci si ritrova nella stanza del Direttore per la riunione redazionale. In un’atmosfera molto rilassata i capiredattori espongono le proposte per le loro pagine e lo stato del lavoro. Molossi parla a voce basse, corregge, chiede, pretende e sorride. Ma di punto in bianco può anche alzare la voce, accalorarsi se si scontra con uno dei capi desk.
A un certo punto, mentre sfoglia un numero della “Thüringer Allgemeine” il suo viso si illumina. Quello che lo colpisce sono i diversi dorsi nei quali è strutturato il giornale. La Gazzetta invece è fatto di un unico. Questo tipo di “rilegatura”, ogni sezione a sé, gli piace molto. “Perché non possiamo fare una cosa così anche in Italia?” chiede ai colleghi. Il dorso dello sport per il papà, quello sulla città per la mamma, e quello sui fatti del mondo per il signor figlio, l’idea gli piace molto. Così come gli piace il tipo di stampa della “Thüringer Allgemeine”. Nella sua lode capto addirittura una punta di entusiasmo. Le foto riprodotte sono veramente belle, dice, si colgono pure i particolari e i colori sono naturali. Dipenderà dalle rotative, Molossi ne è sicuro. Io sorrido educatamente, perché di stampa non ne so veramente nulla. Ma, quasi fossi un emissario, mi rallegro di questi complimenti per le molte donne e i molti uomini nella lontana Turingia.
Giovedì, 26. maggio 2011
Parma in bicicletta
A vederlo Gianluca si intuisce subito che è una persona con un’indubbia passione per la cucina e la buona tavola. Abbiamo appuntamento in redazione per fare insieme il giro di Parma in bicicletta. Con stupore noto con quanta agilità e sicurezza questo 48 enne si muove in sella alla bicicletta, quasi fossero un tutt’uno. Gianluca inizia con lo spiegarmi la planimetria delle piste ciclabili: c’è un grande anello che gira attorno al centro storico; anello dal quale poi dipartono a raggiera singoli percorsi in tutte le direzioni. Sono complessivamente 100 chilometri di piste ciclabili, così si legge nel pieghevole, che però da solo una visione d’insieme. Solo pochi anni fa il comune ha deciso di indicare le piste ciclabili con il colore verde. Il che è molto utile. Lì dove i marciapiedi sono larghi abbastanza, ci si muove agilmente lungo la pista. Le regole stradali per i ciclisti sono severe più o meno quanto quelle tedesche. Solo che qui nessuno le rispetta. Vedasi in centro storico che dovrebbe essere riservato ai pedoni. Ma i ciclisti sono riusciti lo stesso a impossessarsene. Per questo sarebbe cosa utile se anche le disposizioni comunali ne prendessero atto.
Il giro con Gianluca si trasforma in un “sightseeing tour” e io ne sono entusiasta. Mi mostra la stazione, il nuovo palazzo dell’Efsa e il ponte Europa, il Parco Ducale, l’acquedotto e lo stadio dell’AC Parma. E poi mi porta lì, vicino a casa sua, dove la città repentinamente cessa e inizia la tranquillità della campagna.
Dopo ben quattro ore di pedalata riporto la bicicletta al Punto Bici di via Toschi. In tutto pago 2,5 euro, un prezzo irrisorio per una gita di un giorno all’aria aperta. Unica nota dolente: nonostante sia un ciclista provetto, alla sera mi fa male il fondoschiena. Il che è da imputare alla seduta particolarmente rattrappita alla quale mi ha costretto la vecchia bici da donna che mi è stata affittata. Purtroppo la città non offre modelli più moderni da noleggiare.
Riassumendo dunque. Parma in bicicletta: come mezzo di trasporto per andare dal punto A al punto B è perfetto, non ultimo perché la città e piatta. Se invece ci si vuole cimentare in un giro più sportivo allora bisogna uscire, non ultimo perché le strettoie sulle piste ciclabili così come il traffico rallentano molto. Perfetta la bicicletta è anche per chi vuole pedalare in tutta calma e rilassatezza. Quello su cui gli amministratori si dovrebbero concentrare ora è: dotare il percorso di una segnaletica che guidi il visitatore verso le singole attrazioni e mete turistiche. Per quel che mi riguarda, infatti, devo ammettere che senza Gianluca mi sarei sentito perso nel mio piccolo “Giro di Parma”.
Il giro con Gianluca si trasforma in un “sightseeing tour” e io ne sono entusiasta. Mi mostra la stazione, il nuovo palazzo dell’Efsa e il ponte Europa, il Parco Ducale, l’acquedotto e lo stadio dell’AC Parma. E poi mi porta lì, vicino a casa sua, dove la città repentinamente cessa e inizia la tranquillità della campagna.
Dopo ben quattro ore di pedalata riporto la bicicletta al Punto Bici di via Toschi. In tutto pago 2,5 euro, un prezzo irrisorio per una gita di un giorno all’aria aperta. Unica nota dolente: nonostante sia un ciclista provetto, alla sera mi fa male il fondoschiena. Il che è da imputare alla seduta particolarmente rattrappita alla quale mi ha costretto la vecchia bici da donna che mi è stata affittata. Purtroppo la città non offre modelli più moderni da noleggiare.
Riassumendo dunque. Parma in bicicletta: come mezzo di trasporto per andare dal punto A al punto B è perfetto, non ultimo perché la città e piatta. Se invece ci si vuole cimentare in un giro più sportivo allora bisogna uscire, non ultimo perché le strettoie sulle piste ciclabili così come il traffico rallentano molto. Perfetta la bicicletta è anche per chi vuole pedalare in tutta calma e rilassatezza. Quello su cui gli amministratori si dovrebbero concentrare ora è: dotare il percorso di una segnaletica che guidi il visitatore verso le singole attrazioni e mete turistiche. Per quel che mi riguarda, infatti, devo ammettere che senza Gianluca mi sarei sentito perso nel mio piccolo “Giro di Parma”.
Mercoledì, 25. maggio 2011
Puntualità tedesca
Ieri nella redazione della Gazzetta: insieme ad Anna e Gianluca, che mi accompagnerà nel mio piccolo Giro di Parma, mettiamo a punto i dettagli. Quando anche il luogo dell’appuntamento è fissato Anna, dopo aver controllato l’ora, mi ricorda la riunione di redazione del pomeriggio. Sono le 15.50. Esattamente otto minuti dopo mi presento davanti alla sua scrivania e le dico: “Andiamo?” Anna ributta l’occhio sull’orologio e scoppia a ridere. Nel suo sguardo colgo un lampo di divertimento. Sono le 15.58. Questa è la proverbiale puntualità tedesca, osserva.
Si tratta di un giudizio o di un pregiudizio?
Ma i tedeschi sono veramente così iper-corretti? Un lettore italiano, commentando la mia intervista online di presentazione alla Gazzetta di Parma, aveva ammesso che il tratto caratteriale che ama dei tedeschi è proprio quello della precisione.
E gli italiani invece? E’ vero che arrivano per principio in ritardo? Per quello che ho potuto sperimentare personalmente: no. In compenso però, se si sfora di qualche minuto non casca il mondo, e questo lo trovo molto gradevole.
Certo un mix di entrambi entrambi i tratti sarebbe l’ideale: più tolleranza negli appuntamenti, ma maggior puntualità di autobus e treni...
Già stamane ho avuto l’occasione di mettere alla prova i pregiudizi. Sono arrivato in ritardo. Ci ho messo troppo nell’elaborare sul mio piccolo Netbook le foto scattate ieri. Con Gianluca avevo appuntamento alle 11.30. Ma non ce l’ho fatta. Alle 11.36, ero ancora in pieno centro, squilla il mio cellulare, dall’altra parte c’è Anna. Ah, penso, non vorrà mica far sua la puntualità tedesca? Niente affatto. Vuole solo sapere se per caso mi è successo qualcosa visto che arrivavo in bicicletta. Nella sua voce colgo la preoccupazione, ma nessuna traccia di rimprovero per quella manciata di minuti di ritardo. E così il mondo torna a girare per il verso giusto.
Si tratta di un giudizio o di un pregiudizio?
Ma i tedeschi sono veramente così iper-corretti? Un lettore italiano, commentando la mia intervista online di presentazione alla Gazzetta di Parma, aveva ammesso che il tratto caratteriale che ama dei tedeschi è proprio quello della precisione.
E gli italiani invece? E’ vero che arrivano per principio in ritardo? Per quello che ho potuto sperimentare personalmente: no. In compenso però, se si sfora di qualche minuto non casca il mondo, e questo lo trovo molto gradevole.
Certo un mix di entrambi entrambi i tratti sarebbe l’ideale: più tolleranza negli appuntamenti, ma maggior puntualità di autobus e treni...
Già stamane ho avuto l’occasione di mettere alla prova i pregiudizi. Sono arrivato in ritardo. Ci ho messo troppo nell’elaborare sul mio piccolo Netbook le foto scattate ieri. Con Gianluca avevo appuntamento alle 11.30. Ma non ce l’ho fatta. Alle 11.36, ero ancora in pieno centro, squilla il mio cellulare, dall’altra parte c’è Anna. Ah, penso, non vorrà mica far sua la puntualità tedesca? Niente affatto. Vuole solo sapere se per caso mi è successo qualcosa visto che arrivavo in bicicletta. Nella sua voce colgo la preoccupazione, ma nessuna traccia di rimprovero per quella manciata di minuti di ritardo. E così il mondo torna a girare per il verso giusto.
(Pagina 1 di 2, in totale 17 notizie)
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