La mia esperienza a Norimberga è terminata. Oggi si torna a casa e per l'ultima giornata sembra che godrò di effetti speciali: c'è un pallido sole dietro le nuvole e ha cominciato a nevicare, ma con un singolare fenomeno di turbinìo, come se dal basso i fiocchi venissero spinti verso l'alto e depositati sul balcone del mio mini-alloggio. Mi fa piacere, è un saluto adeguato, molto meglio della pioggia degli ultimi giorni.
Ieri ho pranzato con Arno e i suoi colleghi del team dei reporter, Gudrun e Hans-Peter, ci sono stati gli ultimi saluti al direttore Herr Hauck e al suo vice Herr Jungkunz, insomma la classica vigilia di partenza. Al Nuernberger Nachrichten sono stato accolto davvero bene e non posso che ringraziare tutti per l'assistenza e la pazienza. Sono riconoscente soprattutto a chi, Arno qui e Bettina in Italia, ha tradotto i miei pezzi e poi a chi è stato costretto a "passarli" per i lettori di Norimberga... Il grazie è comunque esteso a tutte le persone che ho conosciuto in città: non ho mai trovato "porte chiuse", anche quando non ero annunciato.
L'esperienza si conclude con una serie di altri sentimenti, oltre a quelli di riconoscenza e gratitudine. La sensazione che il tempo trascorso, che all'inizio di questo viaggio sembrava lungo, quattro settimane, da un certo punto in poi sia davvero volato. La speranza di essere riuscito in qualche modo a trasmettere a chi ha letto questo blog quello che via via mi è capitato di vedere e di provare a Norimberga. La consapevolezza che quello che ho raccontato è una piccola parte, e che servirebbe altro tempo ancora. Avrei voluto raccontarvi, ad esempio, la storia di successo e tragedia dello scultore Veit Stoss e quella misteriosa e altrettanto tragica di Kaspar Hauser, a cui il regista Werner Herzog ha dedicato un film noto anche in Italia, oppure la visita al Museo dei giocattoli, che è un viaggio nella storia della nostra infanzia e adolescenza (ho sentito visitatori italiani esclamare con meraviglia: "Ma questo ce l'avevo..."). Vi ho incuriosito? Spero di sì. Magari potreste mettere in programma, prima o poi, un viaggio a Norimberga, e non solo per il Mercato di Natale.
A Roberta Canu, direttrice del Goethe di Genova - il ringraziamento all'istituzione che ha reso possibile tutto questo è scontata, ma certamente doverosa - ho detto l'altro giorno che dopo avere preso confidenza con la città per un mese, adesso sarebbe proprio il momento di cominciare ad approfondire la conoscenza, partendo dalla lingua, che è sicuramente il primo strumento per entrare in contatto con una cultura diversa dalla propria. Quindi il Goethe Institut avrebbe dovuto provvedere a prolungare la mia permanenza...
Ovviamente non può essere così, ma prima o poi tornerò qui. Magari d'estate, per godermi il sole che non ho conosciuto e rilassarmi con un boccale in mano in un biergarten. Arrivederci, Norimberga.
Mercoledì, 8. dicembre 2010
Presi per la gola
Mi rendo conto che, pur avendole citate, non ho ancora dedicato il dovuto spazio alle specialità gastronomiche per eccellenza di Norimberga, quelle tutelate dal marchio di indicazione geografica protetta. Faccio ammenda e provvedo:
Nürnberger Rostbratwürste: autentico emblema della città, le salsicce arrostite alla griglia sono una vera squisitezza. Per essere dichiarate di Norimberga, devono avere una lunghezza fra i 7 e i 9 centimetri e pesare fra i 20 e i 25 grammi. La maggiorana fresca conferisce il tocco speciale alla carne di maiale. Sulla loro storia, che può essere fatta risalire al 1462 – e almeno al 1573 con le attuali caratteristiche - le leggende si sprecano: sono così piccole perché potevano passare dal buco della serratura delle celle delle prigioni (si dice che Hans Stromer, un patrizio del Medioevo finito dietro le sbarre a vita per discorsi sacrileghi, ne abbia consumate 27.000 in 38 anni), o da quello delle porte cittadine, aggirando il coprifuoco, oppure perché i macellai hanno trovato fin dai tempi antichi il modo di rendere la loro attività più redditizia riducendo le dimensioni del prodotto? Proprio grazie al fatto che hanno la misura di un dito, le salsicce sono pronte in pochi minuti e sono l’ideale prodotto da asporto. In occasione del Mercato di Natale, gli stand che li preparano sono numerosissimi. Si calcola che nelle quattro settimane ciascuno viaggi al ritmo di 20.000-50.000 salsicce e che la produzione annuale cittadina arrivi a un miliardo… Lo spuntino classico è “Drei in Weggla”, ovvero tre dentro un panino. Se chiedete di metterci anche un po’ di crauti, pensando di comportarvi da veri abitanti di Norimberga, da dietro il banco vi guarderanno interdetti: non si fa, al massimo la senape. I crauti o l’insalata di patate (fredda) sono invece l’accompagnamento delle salsicce consumate nei locali, servite su un “piatto” di stagno, magari a forma di cuore, con aggiunta di senape o rafano. Anche in questo caso, esiste un preciso canone “numerico”: ne potete scegliere sei, otto, dieci o dodici. Niente numeri dispari, così vuole la tradizione. Non fatevi guardar male, chiedendone sette.
Lebkuchen: L’altro “classico”, immancabile nel periodo natalizio, è dolce, un biscotto che ha una storia altrettanto lunga e gode a sua volta di protezione a livello europeo, invenzione dei monaci della Franconia nel XIV secolo. Le spezie che lo caratterizzano sono la dimostrazione dell’importanza e del rilievo del loro commercio a Norimberga, snodo europeo dei traffici mercantili. Il nome dovrebbe derivare dal termine latino libum, ovvero focaccia piatta, oppure dal germanico “leb”, pagnotta, mentre gli ingredienti sono nocciole, noci, mandorle, arancio candito, buccia di limone, miele, farina, zucchero, uova, cardamomo, coriandolo, pepe, zenzero… Le varietà sono numerose, regolate dalle percentuali dei differenti ingredienti: si trova tondo al cioccolato e anche “bianco”, ma di forma rettangolare, e pure nella versione per diabetici. Il tipo Kaiserlein prende il proprio nome dall’Imperatore Federico III, che nel 1487 invitò 4.000 bambini al castello, offrendo loro il dolce con il suo ritratto “stampato” sopra. Gli Oblaten Lebkuchen sono caratterizzati dall’“ostia” su cui la pasta è posata (pare che i monaci lo facessero per non farla “attaccare”) e devono avere almeno il 12,5% di mandorle e noci, mentre gli Elisenlebkuchen sono il top della qualità con almeno il 25% di mandorle e/o nocciole e/o noci. Il nome deriva in questo caso da quello della figlia di un produttore dotato di particolare abilità e talento. Come è immaginabile che sia nel caso di una specialità così popolare e diffusa, la produzione avviene su scala industriale, proposta anche in attraenti confezioni regalo, ma è ancora possibile trovare a Norimberga negozi di minori dimensioni che si qualificano per l’attività artigianale.
Birra: Della bevanda che ha caratterizzato il mio primo articolo qui a Norimberga, quando ne ho assaggiati 43 tipi partecipando a un test alla Fiera Brau Beviale, dirò soltanto che in Franconia ci sono 270 birrifici. Birre chiare, rosse, scure, ce n’è per tutti i gusti: a ciascuno la sua.
Nürnberger Rostbratwürste: autentico emblema della città, le salsicce arrostite alla griglia sono una vera squisitezza. Per essere dichiarate di Norimberga, devono avere una lunghezza fra i 7 e i 9 centimetri e pesare fra i 20 e i 25 grammi. La maggiorana fresca conferisce il tocco speciale alla carne di maiale. Sulla loro storia, che può essere fatta risalire al 1462 – e almeno al 1573 con le attuali caratteristiche - le leggende si sprecano: sono così piccole perché potevano passare dal buco della serratura delle celle delle prigioni (si dice che Hans Stromer, un patrizio del Medioevo finito dietro le sbarre a vita per discorsi sacrileghi, ne abbia consumate 27.000 in 38 anni), o da quello delle porte cittadine, aggirando il coprifuoco, oppure perché i macellai hanno trovato fin dai tempi antichi il modo di rendere la loro attività più redditizia riducendo le dimensioni del prodotto? Proprio grazie al fatto che hanno la misura di un dito, le salsicce sono pronte in pochi minuti e sono l’ideale prodotto da asporto. In occasione del Mercato di Natale, gli stand che li preparano sono numerosissimi. Si calcola che nelle quattro settimane ciascuno viaggi al ritmo di 20.000-50.000 salsicce e che la produzione annuale cittadina arrivi a un miliardo… Lo spuntino classico è “Drei in Weggla”, ovvero tre dentro un panino. Se chiedete di metterci anche un po’ di crauti, pensando di comportarvi da veri abitanti di Norimberga, da dietro il banco vi guarderanno interdetti: non si fa, al massimo la senape. I crauti o l’insalata di patate (fredda) sono invece l’accompagnamento delle salsicce consumate nei locali, servite su un “piatto” di stagno, magari a forma di cuore, con aggiunta di senape o rafano. Anche in questo caso, esiste un preciso canone “numerico”: ne potete scegliere sei, otto, dieci o dodici. Niente numeri dispari, così vuole la tradizione. Non fatevi guardar male, chiedendone sette.
Lebkuchen: L’altro “classico”, immancabile nel periodo natalizio, è dolce, un biscotto che ha una storia altrettanto lunga e gode a sua volta di protezione a livello europeo, invenzione dei monaci della Franconia nel XIV secolo. Le spezie che lo caratterizzano sono la dimostrazione dell’importanza e del rilievo del loro commercio a Norimberga, snodo europeo dei traffici mercantili. Il nome dovrebbe derivare dal termine latino libum, ovvero focaccia piatta, oppure dal germanico “leb”, pagnotta, mentre gli ingredienti sono nocciole, noci, mandorle, arancio candito, buccia di limone, miele, farina, zucchero, uova, cardamomo, coriandolo, pepe, zenzero… Le varietà sono numerose, regolate dalle percentuali dei differenti ingredienti: si trova tondo al cioccolato e anche “bianco”, ma di forma rettangolare, e pure nella versione per diabetici. Il tipo Kaiserlein prende il proprio nome dall’Imperatore Federico III, che nel 1487 invitò 4.000 bambini al castello, offrendo loro il dolce con il suo ritratto “stampato” sopra. Gli Oblaten Lebkuchen sono caratterizzati dall’“ostia” su cui la pasta è posata (pare che i monaci lo facessero per non farla “attaccare”) e devono avere almeno il 12,5% di mandorle e noci, mentre gli Elisenlebkuchen sono il top della qualità con almeno il 25% di mandorle e/o nocciole e/o noci. Il nome deriva in questo caso da quello della figlia di un produttore dotato di particolare abilità e talento. Come è immaginabile che sia nel caso di una specialità così popolare e diffusa, la produzione avviene su scala industriale, proposta anche in attraenti confezioni regalo, ma è ancora possibile trovare a Norimberga negozi di minori dimensioni che si qualificano per l’attività artigianale.
Birra: Della bevanda che ha caratterizzato il mio primo articolo qui a Norimberga, quando ne ho assaggiati 43 tipi partecipando a un test alla Fiera Brau Beviale, dirò soltanto che in Franconia ci sono 270 birrifici. Birre chiare, rosse, scure, ce n’è per tutti i gusti: a ciascuno la sua.
Martedì, 7. dicembre 2010
Conoscete Dürer?
La casa in cui visse il pittore, disegnatore e incisore Albrecht Dürer (1471-1528), il figlio più illustre di Norimberga, umanista e innovatore del linguaggio artistico, è uno degli edifici-museo maggiormente visitati dai turisti e insieme uno dei più caratteristici per la sua costruzione a graticcio, ma – attenzione – non contiene opere del maestro che importò l’arte rinascimentale dall’Italia alla Germania. O meglio, se ne possono vedere parecchie in versione digitale o in copia, ma nessuna originale. D’altra parte, a quei tempi, non si usava che i quadri venissero appesi alle pareti domestiche…
Il suo autoritratto più famoso, quello in pelliccia, realizzato all’età di 28 anni, in cui appare a somiglianza di Gesù – o meglio, come scrive lo stesso Dürer nell’iscrizione in latino, “con colori eterni ho creato me stesso a mia immagine” - si trova alla Alte Pinakothek di Monaco, assieme ad altri capolavori. Il fatto che l’opera sia nella capitale della Baviera è uno dei motivi che alimenta la storica rivalità fra le due città: secondo quanto è ricordato su un pannello proprio nella casa di Dürer, fu il pittore Wolfgang Küfner a vendere il dipinto, che aveva ricevuto nel 1798 dalla città di Norimberga per un intervento di restauro. A Küfner, probabilmente, non sembrò neanche vero di avere una simile occasione per le mani: realizzò una copia, che restituì perché tornasse nella sala del municipio, dove era esposta dal XVI secolo, e offrì l’originale alla Alte Pinakothek. Dürer è stato un artista estremamente lungimirante in tema di copyright, tanto da ideare un monogramma per contraddistinguere e tutelare le sue opere - la lettera A che contiene la D – ma purtroppo in quel caso non è bastato. Solo nel 1805 ci si accorse che l’autoritratto conservato a Norimberga era un falso.
In città non mancano comunque le opere del grande pittore: il Museo nazionale germanico ne può mettere in campo alcune importanti come il ritratto di Massimiliano I, quello di Michael Wolgemut, che di Dürer fu maestro, caratterizzato da una grande precisione descrittiva del processo di invecchiamento, e quello della madre Barbara, opera giovanile del 1490, che solo nel 1979 è stata attribuita con certezza al maestro di Norimberga. A fare pendant a questo quadro esiste anche il ritratto del padre, che invece è finito in Italia, alla Galleria degli Uffizi di Firenze, dopo essere stato acquistato dai Medici nel 1628. Nella mappa che identifica i luoghi in cui si trovano opere di Dürer spicca anche Genova: a Palazzo Rosso è conservato infatti il “Ritratto di giovane”, già della collezione veneziana Vendramin, poi acquistato da Giuseppe Maria Durazzo nel 1670. Dürer lo realizzò in occasione del secondo soggiorno a Venezia, anno 1506, durante il quale gli furono tributati onori da grande artista. Lui, in una lettera all’amico umanista Willibald Pirckheimer, ebbe modo di sottolineare: “Qui sono un signore, in patria un parassita…”.
Tre anni dopo, ormai affermato, comprò la casa di Norimberga, che aveva già un secolo sulle spalle. Qui visse fino alla morte, e fece anche in tempo, nel 1526, a finire di pagare gli interessi. Sopravvissuto ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, l’edificio conserva la cucina originale, mentre gli altri ambienti ricostruiti riescono comunque a fornire l’idea di come si vivesse al tempo di Dürer. Per l’audioguida – anche in italiano - è stata scelta una prospettiva inconsueta: quella della moglie dell’artista, che racconta la vita quotidiana dentro la mura domestiche. Un appunto alla direzione del Museo: la signora è un po’ prolissa e la sua narrazione andrebbe preceduta con qualche informazione rapida di base, che invece si trova sui pannelli (in tedesco e in inglese).
Ma com’erano nella realtà i rapporti fra marito e moglie? Si trattò di un matrimonio combinato dalle famiglie, che permise all’artista di compiere anche un balzo sociale, grazie alla dote di Agnes. L’amore, però, era un’altra cosa. In questo periodo, l’ultimo piano della casa – in cui è allestito anche un laboratorio per mostrare come lavoravano gli artisti nel 1500 – ospita una serie di opere grafiche, di ritratti su medaglie, le ultime prodotte in vita, e di lettere di Dürer, fra cui un’illustrazione per il libro satirico “La nave dei folli” di Sebastian Brant: un giovane uomo attraente accetta un sacchetto di denaro da una donna più anziana e contemporaneamente alza la coda di un asino che… produce monete d’oro. Anno dell’opera, 1494, lo stesso del matrimonio fra Albrecht e Agnes, che però – per onor di verità- era più giovane di lui di quattro anni…
Va anche detto che vivere accanto a un artista come Dürer non doveva essere facile: appena sposato, partì per l’Italia – per di più mentre a Norimberga infuriava un’epidemia - e poi replicò nel 1506. Erano viaggi lunghi, che duravano più di un anno, periodi durante i quali ad Agnes toccò gestire gli affari di famiglia. Si capisce come nel 1520, quando lui fece ancora una volta le valigie per Anversa e l’Olanda – Venezia nel frattempo era caduta in declino - lei volle seguirlo: non fu però un viaggio fortunato, lui prese la malaria, da cui non guarì più. In una lettera indirizzata da Dürer a Pirckheimer, Agnes si becca pure l’epiteto di “vecchia cornacchia”, tanto per rendere l’idea. Non avendo avuto figli – e pensare che Dürer era il terzo di diciotto… - Agnes ereditò tutto: decise in ogni caso di continuare a commercializzare l’opera del marito, a partire dal Trattato sulle proporzioni dell'uomo. Avrà avuto anche la sua convenienza, come si dice a Genova, però questo merito le va riconosciuto.
Il suo autoritratto più famoso, quello in pelliccia, realizzato all’età di 28 anni, in cui appare a somiglianza di Gesù – o meglio, come scrive lo stesso Dürer nell’iscrizione in latino, “con colori eterni ho creato me stesso a mia immagine” - si trova alla Alte Pinakothek di Monaco, assieme ad altri capolavori. Il fatto che l’opera sia nella capitale della Baviera è uno dei motivi che alimenta la storica rivalità fra le due città: secondo quanto è ricordato su un pannello proprio nella casa di Dürer, fu il pittore Wolfgang Küfner a vendere il dipinto, che aveva ricevuto nel 1798 dalla città di Norimberga per un intervento di restauro. A Küfner, probabilmente, non sembrò neanche vero di avere una simile occasione per le mani: realizzò una copia, che restituì perché tornasse nella sala del municipio, dove era esposta dal XVI secolo, e offrì l’originale alla Alte Pinakothek. Dürer è stato un artista estremamente lungimirante in tema di copyright, tanto da ideare un monogramma per contraddistinguere e tutelare le sue opere - la lettera A che contiene la D – ma purtroppo in quel caso non è bastato. Solo nel 1805 ci si accorse che l’autoritratto conservato a Norimberga era un falso.
In città non mancano comunque le opere del grande pittore: il Museo nazionale germanico ne può mettere in campo alcune importanti come il ritratto di Massimiliano I, quello di Michael Wolgemut, che di Dürer fu maestro, caratterizzato da una grande precisione descrittiva del processo di invecchiamento, e quello della madre Barbara, opera giovanile del 1490, che solo nel 1979 è stata attribuita con certezza al maestro di Norimberga. A fare pendant a questo quadro esiste anche il ritratto del padre, che invece è finito in Italia, alla Galleria degli Uffizi di Firenze, dopo essere stato acquistato dai Medici nel 1628. Nella mappa che identifica i luoghi in cui si trovano opere di Dürer spicca anche Genova: a Palazzo Rosso è conservato infatti il “Ritratto di giovane”, già della collezione veneziana Vendramin, poi acquistato da Giuseppe Maria Durazzo nel 1670. Dürer lo realizzò in occasione del secondo soggiorno a Venezia, anno 1506, durante il quale gli furono tributati onori da grande artista. Lui, in una lettera all’amico umanista Willibald Pirckheimer, ebbe modo di sottolineare: “Qui sono un signore, in patria un parassita…”.
Tre anni dopo, ormai affermato, comprò la casa di Norimberga, che aveva già un secolo sulle spalle. Qui visse fino alla morte, e fece anche in tempo, nel 1526, a finire di pagare gli interessi. Sopravvissuto ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, l’edificio conserva la cucina originale, mentre gli altri ambienti ricostruiti riescono comunque a fornire l’idea di come si vivesse al tempo di Dürer. Per l’audioguida – anche in italiano - è stata scelta una prospettiva inconsueta: quella della moglie dell’artista, che racconta la vita quotidiana dentro la mura domestiche. Un appunto alla direzione del Museo: la signora è un po’ prolissa e la sua narrazione andrebbe preceduta con qualche informazione rapida di base, che invece si trova sui pannelli (in tedesco e in inglese).
Ma com’erano nella realtà i rapporti fra marito e moglie? Si trattò di un matrimonio combinato dalle famiglie, che permise all’artista di compiere anche un balzo sociale, grazie alla dote di Agnes. L’amore, però, era un’altra cosa. In questo periodo, l’ultimo piano della casa – in cui è allestito anche un laboratorio per mostrare come lavoravano gli artisti nel 1500 – ospita una serie di opere grafiche, di ritratti su medaglie, le ultime prodotte in vita, e di lettere di Dürer, fra cui un’illustrazione per il libro satirico “La nave dei folli” di Sebastian Brant: un giovane uomo attraente accetta un sacchetto di denaro da una donna più anziana e contemporaneamente alza la coda di un asino che… produce monete d’oro. Anno dell’opera, 1494, lo stesso del matrimonio fra Albrecht e Agnes, che però – per onor di verità- era più giovane di lui di quattro anni…
Va anche detto che vivere accanto a un artista come Dürer non doveva essere facile: appena sposato, partì per l’Italia – per di più mentre a Norimberga infuriava un’epidemia - e poi replicò nel 1506. Erano viaggi lunghi, che duravano più di un anno, periodi durante i quali ad Agnes toccò gestire gli affari di famiglia. Si capisce come nel 1520, quando lui fece ancora una volta le valigie per Anversa e l’Olanda – Venezia nel frattempo era caduta in declino - lei volle seguirlo: non fu però un viaggio fortunato, lui prese la malaria, da cui non guarì più. In una lettera indirizzata da Dürer a Pirckheimer, Agnes si becca pure l’epiteto di “vecchia cornacchia”, tanto per rendere l’idea. Non avendo avuto figli – e pensare che Dürer era il terzo di diciotto… - Agnes ereditò tutto: decise in ogni caso di continuare a commercializzare l’opera del marito, a partire dal Trattato sulle proporzioni dell'uomo. Avrà avuto anche la sua convenienza, come si dice a Genova, però questo merito le va riconosciuto.
Lunedì, 6. dicembre 2010
Ferrovie tedesche, 175 anni e nuove sfide
Domani sarà una ricorrenza importante per le Ferrovie tedesche e per la città e per festeggiare l'evento arriverà anche il cancelliere Angela Merkel. Centosettantacinque anni fa, il 7 dicembre 1835, Norimberga e Fuerth furono collegate dalla ferrovia, la prima in Germania. Alle 11 del mattino da Plaerrer, una piazza che oggi è uno degli snodi principali del traffico cittadino, si mosse la locomotiva a vapore Adler, l’Aquila, che era stata fatta arrivare dall’Inghilterra - dove nel 1825 era stata aperta la Stockton-Darlington ad opera di George Stephenson, grazie alla "Rocket - con tanto di macchinista, l’ingegnere meccanico William Wilson, che poi avrebbe deciso di fermarsi a Norimberga per il resto della sua vita e oggi riposa, insieme ad altre personalità illustri della storia cittadina, nel cimitero di San Giovanni.
I sei chilometri tra Norimberga e Fürth vennero percorsi dal treno con il suo carico di duecento passeggeri in soli 9 minuti, quando la carrozza a cavalli impiegava circa un'ora: fu un successo clamoroso per i promotori dell'opera, che nel primo anno di attività raccolsero 450.000 passeggeri. Sotto quella spinta “a vapore”, Norimberga era destinata a diventare il primo centro industriale dell'intera Germania. Oggi la rete ferroviaria tedesca raggiunge quasi 38 mila chilometri e sui treni viaggiano 1,9 miliardi di persone e 341 milioni di tonnellate di merce, secondo i dati del 2009. In media, un tedesco sale sul treno 23,2 volte l'anno: in Europa fanno meglio solo gli austriaci (25,6), gli svizzeri (29,3), i lussemburghesi (34,6) e i danesi (35,4). Auto, moto, bus e tram vincono comunque il confronto quanto a mezzi di trasporto più frequentati: solo l'aereo perde il confronto con il treno.
Autentico vanto della Germania per puntualità e qualità del servizio - anche se nei giorni scorsi un mio viaggio di venti minuti nella vicina Erlangen si è trasformato, causa nevicata, in una mezza odissea: come dicevo in uno dei primi blog, nessuno è perfetto - le ferrovie hanno conosciuto purtroppo una pagina tragica durante la Seconda guerra mondiale nelle operazioni di deportazione di prigionieri e internati verso i campi di concentramento e sterminio. Senza la rete ferroviaria, l’Olocausto non avrebbe mai raggiunto la dimensione che ha effettivamente avuto: è un aspetto che il frequentatissimo Museo delle Ferrovie tedesche a Norimberga mette in luce senza remore nell'ambito della sua esposizione permanente.
Il Museo delle ferrovie tedesche osserverà tre giorni di chiusura per “celebrazioni”, che sono cominciate stasera per i manager e i dipendenti, a cui sarà riservata anche la serata di mercoledì, e proseguiranno domani con la presenza del cancelliere Merkel, del numero uno delle Ferrovie tedesche, Rüdiger Grube, del ministro dei trasporti statale, Peter Ramsauer, del suo collega bavarese, Martin Zeil, oltre ai sindaci di Norimberga, Ulrich Maly, e di Fürth, Thomas Jung. Per il pubblico le porte si riapriranno gratuitamente il 12 dicembre per festeggiare il compleanno dell’Aquila, con varie iniziative di contorno e la presenza straordinaria dell’Angelo di Natale, la diciottenne Johanna Heller; anche la stazione centrale quel giorno sarà animata da una serie di spettacoli teatrali e musicali. Ma in questo periodo si può andare a visitare anche il Museo della cultura industriale, dove è stato costruito un bel percorso che racconta con immagini e filmati quali trasformazioni ha subito la strada da Norimberga a Fuerth dal 1835 a oggi e in particolare che cosa è cambiato nel suo "paesaggio" produttivo.
I sei chilometri tra Norimberga e Fürth vennero percorsi dal treno con il suo carico di duecento passeggeri in soli 9 minuti, quando la carrozza a cavalli impiegava circa un'ora: fu un successo clamoroso per i promotori dell'opera, che nel primo anno di attività raccolsero 450.000 passeggeri. Sotto quella spinta “a vapore”, Norimberga era destinata a diventare il primo centro industriale dell'intera Germania. Oggi la rete ferroviaria tedesca raggiunge quasi 38 mila chilometri e sui treni viaggiano 1,9 miliardi di persone e 341 milioni di tonnellate di merce, secondo i dati del 2009. In media, un tedesco sale sul treno 23,2 volte l'anno: in Europa fanno meglio solo gli austriaci (25,6), gli svizzeri (29,3), i lussemburghesi (34,6) e i danesi (35,4). Auto, moto, bus e tram vincono comunque il confronto quanto a mezzi di trasporto più frequentati: solo l'aereo perde il confronto con il treno.
Autentico vanto della Germania per puntualità e qualità del servizio - anche se nei giorni scorsi un mio viaggio di venti minuti nella vicina Erlangen si è trasformato, causa nevicata, in una mezza odissea: come dicevo in uno dei primi blog, nessuno è perfetto - le ferrovie hanno conosciuto purtroppo una pagina tragica durante la Seconda guerra mondiale nelle operazioni di deportazione di prigionieri e internati verso i campi di concentramento e sterminio. Senza la rete ferroviaria, l’Olocausto non avrebbe mai raggiunto la dimensione che ha effettivamente avuto: è un aspetto che il frequentatissimo Museo delle Ferrovie tedesche a Norimberga mette in luce senza remore nell'ambito della sua esposizione permanente.
Il Museo delle ferrovie tedesche osserverà tre giorni di chiusura per “celebrazioni”, che sono cominciate stasera per i manager e i dipendenti, a cui sarà riservata anche la serata di mercoledì, e proseguiranno domani con la presenza del cancelliere Merkel, del numero uno delle Ferrovie tedesche, Rüdiger Grube, del ministro dei trasporti statale, Peter Ramsauer, del suo collega bavarese, Martin Zeil, oltre ai sindaci di Norimberga, Ulrich Maly, e di Fürth, Thomas Jung. Per il pubblico le porte si riapriranno gratuitamente il 12 dicembre per festeggiare il compleanno dell’Aquila, con varie iniziative di contorno e la presenza straordinaria dell’Angelo di Natale, la diciottenne Johanna Heller; anche la stazione centrale quel giorno sarà animata da una serie di spettacoli teatrali e musicali. Ma in questo periodo si può andare a visitare anche il Museo della cultura industriale, dove è stato costruito un bel percorso che racconta con immagini e filmati quali trasformazioni ha subito la strada da Norimberga a Fuerth dal 1835 a oggi e in particolare che cosa è cambiato nel suo "paesaggio" produttivo.
Il (piccolo) mondo di Behaim
Si saranno mai incontrati, Martin Behaim da Norimberga, nato nel 1459 (ma secondo alcune fonti, nel 1436) e morto nel 1507, e Cristoforo Colombo da Genova (1451-1506)? E’ possibile che il commerciante, navigatore e cartografo tedesco e l’esploratore e scopritore delle Americhe si siano incrociati alla corte di Giovanni II, re del Portogallo, dove il genovese era andato a battere cassa – invano - per riuscire a finanziare la sua impresa? Intorno alla loro possibile conoscenza ci sono ipotesi, supposizioni, ma nessuna certezza documentale. Certamente Behaim era una personalità in vista in quel di Lisbona, tanto da essere stato nominato dal re nella commissione dei matematici incaricata di trovare il sistema per determinare la latitudine, e in seguito, nel 1484, anche invitato a partecipare a un viaggio di esplorazione della costa occidentale dell’Africa.
Queste conoscenze sono state riversate da Behaim nel primo mappamondo della storia, orgogliosamente conservato nel Germanisches Nationalmuseum di Norimberga, un enorme contenitore della storia dell’arte e della cultura tedesca dalla notte dei tempi a oggi – senza dimenticare gli oggetti della vita quotidiana, con una straordinaria raccolta di pianoforti e altri strumenti musicali - la cui visita richiede sicuramente parecchie ore, se non giorni (handicap per gli italiani: nessuna audio guida, un vero peccato; l’unica concessione è alla lingua inglese).
Tornando a Behaim, non si sa se il suo lavoro di studioso alla corte portoghese abbia influenzato Colombo o Magellano, anzi pare di no, ma di sicuro si doveva trovare in sintonia con il navigatore genovese, come mostra appunto il suo mappamondo, conosciuto come Erdapfel, la mela terrestre. Il consiglio della città di Norimberga gli diede l’incarico di realizzarlo dopo il suo ritorno in patria, nel 1490, avvenuto per sbrigare alcune faccende ereditarie, che si protrassero alquanto. Mettendo insieme tutte le nozioni che aveva, le conoscenze derivanti dagli studi e dagli scritti di Strabone, Plinio, Tolomeo e Marco Polo, più le informazioni tratte dal suo viaggio in Africa, Behaim sfornò due anni dopo, proprio nel 1492, la meraviglia oggi conservata in una saletta del Germanisches Nationalmuseum. Una gran bella fatica, subito “rovinata” dalla scoperta dell’America, che nel mappamondo ovviamente non compare. Anche Behaim avrebbe voluto compiere un viaggio verso l’Ovest, oltre le isole conosciute dell’Atlantico, e il suo mappamondo doveva funzionare un po’ anche come dépliant pubblicitario per sollecitare eventuali investitori. Così viene spiegata la presenza di parecchie indicazioni scritte destinate a richiamare l’interesse di commercianti ambiziosi: qui si trovano pietre preziose, là spezie esotiche, là ancora legname pregiato. Il re dello Sri Lanka viene segnalato come il possessore del rubino più grande e più bello del mondo, anche se il suo popolo va in giro senza vestiti, mentre gli abitanti delle isole Nicobar hanno una caratteristica singolare: la testa di cane. Insomma, le leggende non mancano, anche il Giardino dell'Eden non c'è: Behaim è uomo di scienza. Altre annotazioni sono puntuali, come le balene al largo del Capo di Buona Speranza, mentre nel mare davanti a Genova – si riescono a distinguere varie città e regioni della Penisola – sono comuni i delfini. Il Giappone si chiama Cipango, ed è l’isola più grande fra Asia ed Europa, la più nobile e ricca, mentre i due poli restano terre incognite: su quello artico, dove un uomo dà la caccia un orso, la topografia è immaginaria, su quello antartico è invece collocata un’aquila con testa di vergine, simbolo della città e dei committenti dell’opera. Era un mondo più piccolo di quello che conosciamo – 28 mila chilometri di circonferenza, contro i 40 mila reali – ma non meno interessante, no?
Queste conoscenze sono state riversate da Behaim nel primo mappamondo della storia, orgogliosamente conservato nel Germanisches Nationalmuseum di Norimberga, un enorme contenitore della storia dell’arte e della cultura tedesca dalla notte dei tempi a oggi – senza dimenticare gli oggetti della vita quotidiana, con una straordinaria raccolta di pianoforti e altri strumenti musicali - la cui visita richiede sicuramente parecchie ore, se non giorni (handicap per gli italiani: nessuna audio guida, un vero peccato; l’unica concessione è alla lingua inglese).
Tornando a Behaim, non si sa se il suo lavoro di studioso alla corte portoghese abbia influenzato Colombo o Magellano, anzi pare di no, ma di sicuro si doveva trovare in sintonia con il navigatore genovese, come mostra appunto il suo mappamondo, conosciuto come Erdapfel, la mela terrestre. Il consiglio della città di Norimberga gli diede l’incarico di realizzarlo dopo il suo ritorno in patria, nel 1490, avvenuto per sbrigare alcune faccende ereditarie, che si protrassero alquanto. Mettendo insieme tutte le nozioni che aveva, le conoscenze derivanti dagli studi e dagli scritti di Strabone, Plinio, Tolomeo e Marco Polo, più le informazioni tratte dal suo viaggio in Africa, Behaim sfornò due anni dopo, proprio nel 1492, la meraviglia oggi conservata in una saletta del Germanisches Nationalmuseum. Una gran bella fatica, subito “rovinata” dalla scoperta dell’America, che nel mappamondo ovviamente non compare. Anche Behaim avrebbe voluto compiere un viaggio verso l’Ovest, oltre le isole conosciute dell’Atlantico, e il suo mappamondo doveva funzionare un po’ anche come dépliant pubblicitario per sollecitare eventuali investitori. Così viene spiegata la presenza di parecchie indicazioni scritte destinate a richiamare l’interesse di commercianti ambiziosi: qui si trovano pietre preziose, là spezie esotiche, là ancora legname pregiato. Il re dello Sri Lanka viene segnalato come il possessore del rubino più grande e più bello del mondo, anche se il suo popolo va in giro senza vestiti, mentre gli abitanti delle isole Nicobar hanno una caratteristica singolare: la testa di cane. Insomma, le leggende non mancano, anche il Giardino dell'Eden non c'è: Behaim è uomo di scienza. Altre annotazioni sono puntuali, come le balene al largo del Capo di Buona Speranza, mentre nel mare davanti a Genova – si riescono a distinguere varie città e regioni della Penisola – sono comuni i delfini. Il Giappone si chiama Cipango, ed è l’isola più grande fra Asia ed Europa, la più nobile e ricca, mentre i due poli restano terre incognite: su quello artico, dove un uomo dà la caccia un orso, la topografia è immaginaria, su quello antartico è invece collocata un’aquila con testa di vergine, simbolo della città e dei committenti dell’opera. Era un mondo più piccolo di quello che conosciamo – 28 mila chilometri di circonferenza, contro i 40 mila reali – ma non meno interessante, no?
Sabato, 4. dicembre 2010
La lunga strada dell’integrazione
Il quartiere dove sto vivendo questa esperienza alla scoperta di Norimberga, Gostenhof, è il più multietnico della città: il 54 per cento dei residenti, la maggioranza, sono stranieri: turchi, greci, italiani – che in tutta la città sono circa settemila – e altre nazionalità, un miscuglio di provenienze e culture. Ci sono iniziative per sottolineare questa caratteristica,
come il grande cartellone che è stato collocato all’interno della stazione della metropolitana, sul muro di fronte al marciapiede di attesa, con la foto di decine di persone, bambini, giovani e adulti di differenti origini, accompagnata da uno slogan che recita: “Gostenhof è variopinta. E anche Norimberga. Ed è bene così”. Lo ha voluto la “Casa di vicinato” – istituzione del Comune che svolge varie attività sul fronte dell’integrazione - per dare una risposta netta e chiara ai manifesti e alle posizioni dei partiti di destra. Il dibattito nel Paese sul tema dell’immigrazione è vivo, rinfocolato l'estate scorsa da Thilo Sarrazin, esponente della Spd e membro del direttorio della Bundesbank, con il libro “La Germania si distrugge da sola”, durissimo soprattutto nei confronti della comunità musulmana, a sua volta aspramente criticato dai suoi stessi compagni di partito, oltre che dal cancelliere Angela Merkel. Ma le reazioni della popolazione non sono state sulla stessa lunghezza d’onda, anzi Sarrazin ha incassato molti consensi, segnale dell’esistenza di un malessere vero. L'autore lo ha esposto senza forme condizionali, senza filtri, sostenendo che i turchi di terza generazione sono ostili all’integrazione e che ”il continuo aumento dei meno forti e dei meno intelligenti renderà meno forte il futuro della Germania. È inevitabile che la Germania sarà più piccola e più povera”.
Un simbolo della politica di Norimberga a favore dell’integrazione è stata la cerimonia che si è tenuta nei giorni scorsi nella sala del municipio: una manifestazione che si ripete ormai da dieci anni per accogliere ufficialmente ma informalmente quanti sono diventati cittadini tedeschi negli ultimi dodici mesi. Nel 2010 sono stati 1.559, con ucraini (282), turchi (258), iracheni (177) e russi (157) ai primi posti di questa “classifica”. Eccetto polacchi e greci, che possono conservare la doppia cittadinanza, per gli altri si è trattato di una scelta definitiva: ora sono tedeschi a tutti gli effetti, alle prossime elezioni politiche potranno esprimere il loro voto. Gli italiani erano al di sotto delle venti unità. La presenza dei connazionali a Norimberga ormai è storica, risale agli anni Cinquanta del Novecento, e dunque l’integrazione è già avvenuta da tempo, non è un fenomeno attuale, anche se pure per noi non mancano problemi educativi con i più giovani, soprattutto per quanto riguarda l’apprendimento scolastico. E’ una situazione che nemmeno l’amministrazione comunale riesce a decifrare in modo chiaro, però il disagio che provano e provocano è un dato di fatto. Lo stesso discorso, mi spiegano, vale per i ragazzi turchi.
Nella sede del municipio, per la cerimonia, sono arrivate alcune centinaia di persone di quei 1.559 “nuovi tedeschi”, tutti accolti con una stretta di mani dal sindaco Ulrich Maly, che alla fine si è prestato per una foto-ricordo personale con ciascuno. Prima musica e un rinfresco, preceduti dagli interventi dello stesso sindaco e di due neo-cittadini, una donna venuta dalla Cechia e un uomo dall’Irak. “L’integrazione è un lavoro politico continuo – spiega il sindaco – non si può mai dire di averla raggiunta pienamente. Gli italiani sono qui da cinquant’anni, e sono arrivati a più riprese nel corso del tempo, diverso è invece il caso di altri migranti venuti dai Paesi dell’ex Unione sovietica e dall’Est europeo: venticinquemila arrivi nel giro di pochi anni rendono la loro situazione più complicata, più difficile". Per loro, dice Maly "c'è bisogno di tempo”. Del totale della popolazione di Norimberga, il 37 per cento ha radici altrove, non in Germania, mentre il 19 non possiede il passaporto tedesco. “Andiamo insieme verso il futuro”, ha esortato il sindaco. E’ un percorso lungo, quello dell’integrazione, che non finisce con l’acquisizione della cittadinanza: lì si chiude un capitolo ma se ne apre un altro, il viaggio continua.
come il grande cartellone che è stato collocato all’interno della stazione della metropolitana, sul muro di fronte al marciapiede di attesa, con la foto di decine di persone, bambini, giovani e adulti di differenti origini, accompagnata da uno slogan che recita: “Gostenhof è variopinta. E anche Norimberga. Ed è bene così”. Lo ha voluto la “Casa di vicinato” – istituzione del Comune che svolge varie attività sul fronte dell’integrazione - per dare una risposta netta e chiara ai manifesti e alle posizioni dei partiti di destra. Il dibattito nel Paese sul tema dell’immigrazione è vivo, rinfocolato l'estate scorsa da Thilo Sarrazin, esponente della Spd e membro del direttorio della Bundesbank, con il libro “La Germania si distrugge da sola”, durissimo soprattutto nei confronti della comunità musulmana, a sua volta aspramente criticato dai suoi stessi compagni di partito, oltre che dal cancelliere Angela Merkel. Ma le reazioni della popolazione non sono state sulla stessa lunghezza d’onda, anzi Sarrazin ha incassato molti consensi, segnale dell’esistenza di un malessere vero. L'autore lo ha esposto senza forme condizionali, senza filtri, sostenendo che i turchi di terza generazione sono ostili all’integrazione e che ”il continuo aumento dei meno forti e dei meno intelligenti renderà meno forte il futuro della Germania. È inevitabile che la Germania sarà più piccola e più povera”.
Un simbolo della politica di Norimberga a favore dell’integrazione è stata la cerimonia che si è tenuta nei giorni scorsi nella sala del municipio: una manifestazione che si ripete ormai da dieci anni per accogliere ufficialmente ma informalmente quanti sono diventati cittadini tedeschi negli ultimi dodici mesi. Nel 2010 sono stati 1.559, con ucraini (282), turchi (258), iracheni (177) e russi (157) ai primi posti di questa “classifica”. Eccetto polacchi e greci, che possono conservare la doppia cittadinanza, per gli altri si è trattato di una scelta definitiva: ora sono tedeschi a tutti gli effetti, alle prossime elezioni politiche potranno esprimere il loro voto. Gli italiani erano al di sotto delle venti unità. La presenza dei connazionali a Norimberga ormai è storica, risale agli anni Cinquanta del Novecento, e dunque l’integrazione è già avvenuta da tempo, non è un fenomeno attuale, anche se pure per noi non mancano problemi educativi con i più giovani, soprattutto per quanto riguarda l’apprendimento scolastico. E’ una situazione che nemmeno l’amministrazione comunale riesce a decifrare in modo chiaro, però il disagio che provano e provocano è un dato di fatto. Lo stesso discorso, mi spiegano, vale per i ragazzi turchi.
Nella sede del municipio, per la cerimonia, sono arrivate alcune centinaia di persone di quei 1.559 “nuovi tedeschi”, tutti accolti con una stretta di mani dal sindaco Ulrich Maly, che alla fine si è prestato per una foto-ricordo personale con ciascuno. Prima musica e un rinfresco, preceduti dagli interventi dello stesso sindaco e di due neo-cittadini, una donna venuta dalla Cechia e un uomo dall’Irak. “L’integrazione è un lavoro politico continuo – spiega il sindaco – non si può mai dire di averla raggiunta pienamente. Gli italiani sono qui da cinquant’anni, e sono arrivati a più riprese nel corso del tempo, diverso è invece il caso di altri migranti venuti dai Paesi dell’ex Unione sovietica e dall’Est europeo: venticinquemila arrivi nel giro di pochi anni rendono la loro situazione più complicata, più difficile". Per loro, dice Maly "c'è bisogno di tempo”. Del totale della popolazione di Norimberga, il 37 per cento ha radici altrove, non in Germania, mentre il 19 non possiede il passaporto tedesco. “Andiamo insieme verso il futuro”, ha esortato il sindaco. E’ un percorso lungo, quello dell’integrazione, che non finisce con l’acquisizione della cittadinanza: lì si chiude un capitolo ma se ne apre un altro, il viaggio continua.
Venerdì, 3. dicembre 2010
Il mondo a Norimberga
Di fronte al vecchio municipio, addossata alla chiesa di San Sebaldo, la bancarella di Santiago de Cuba diffonde ritmi caraibici e l’effetto che provoca è decisamente singolare, visto che la casetta di legno è completamente circondata dalla neve e il termometro segna -6 gradi. Oggetti artigianali, borsette, collane, bandiere, sculture, strumenti musicali cercano di trasmettere un po’ dell’anima di Cuba a chi passa e si ferma per curiosare. Il Mercato di Natale di Norimberga è anche una vetrina internazionale, in cui diverse culture hanno l’occasione di presentarsi e di incontrarsi: un’esperienza avviata nel 1982 con la prima presenza della città di Cracovia in una nicchia della chiesa di San Lorenzo, che due anni dopo ha preso la forma di un vero e proprio “Mercato delle città partner” nella piazza dei municipio, con le bancarelle della stessa Cracovia, di Skopje (Macedonia) e Glasgow (Scozia). Nel 1997 è stato costituito dal municipio l’Ufficio per le relazioni internazionali, che ha avviato progetti e iniziative a sfondo umanitario in città come San Carlos in Nicaragua, Charkiw in Ucraina, e ancora con Skopje e Cracovia. Oggi gli stand in piazza del municipio sono ventuno e ben tredici delle quattordici città gemellate sono presenti – manca all’appello solo Hadera, Israele – a cui si aggiungono altri cinque centri con cui Norimberga intrattiene rapporti di amicizia: Brasov (Romania), Bar (Montenegro), e le italiane Verona, Chiusa e Montagna. L’elenco dei partecipanti è completato dalla regione francese del Limousin, dal piccolo villaggio di Kalkudah in Sri Lanka e per la prima volta, appunto, Santiago de Cuba.
Girando per la piazza del municipio si possono trovare kilt scozzesi accanto a bamboline romene, forti distillati del Montenegro e saponi profumati di Nizza - che è città gemellata dal lontano 1954 - immagini sacre della Grecia e decorazioni natalizie di Praga, passando per le collane e il balsamo di tigre della cinese Shenzen e le scatoline di legno di betulla che vengono dall’Ucraina, antibatteriche e adatte a conservare a lungo gli alimenti, poste accanto alle matrioske che hanno i volti di Putin e Medvedev, ma anche dell'ex presidente americano Clinton. Atlanta, Stati Uniti, rilancia dal suo stand il mito di "Via col vento" e del bourbon, il Nicaragua presenta invece una selezione di qualità di caffè.
L’Italia è rappresentata in forze a Norimberga: oltre a Verona, Chiusa e Montan, c’è anche Venezia, città amica dal 1954. Si punta soprattutto, com’è ovvio, sui prodotti gastronomici. Lo stand veronese di Vanni Caldari e Loredana Boresi mette in bella mostra salumi e formaggi - tra cui quello "ubriaco", grazie al vino con cui è lavorato - grappe e pandoro servito caldo, con lo zucchro a velo. Ma il punto d'orgoglio è il gluhwein, altrimenti detto vin brulé, prodotto con vino Merlot, poco zucchero, arance e un mix segreto di spezie. "Quanto vino abbiamo portato? Da dare da bere a tutta Norimberga", sorride Vanni, augurandosi di finirlo, come lo scorso anno, il giorno prima della chiusura. Sarebbe una gran bella soddisfazione. Al banco di Verona non lo dicono forte, però sono convinti: questo gluehwein non teme confronti. “Quello di Norimberga è uno dei Mercati di Natale più antichi del mondo e per noi è davvero un grandissimo onore essere qui - dicono Vanni e Loredana - Conosciamo la lingua tedesca quanto basta per farci capire, ma al settimo anno di presenza sono tanti, ormai, i visitatori affezionati che ci conoscono e tornano a trovarci”.
Fioccano complimenti sinceri pure per il gluehwein prodotto da Chiusa e Montagna con uve Schiava (80 per cento) e Lagrein (20 per cento). Dietro il banco, Michael e Sandra Oberpertinger e Richard Giovanelli sono gli ambasciatori dei due centri dell'Alto Adige, che presentano per il quarto anno prodotti tipici come speck e salsicce affumicate, pane duro e succo di mela, ma anche oggetti natalizi in legno, angeli e statuine del presepe. Ovviamente il tedesco non è un problema per loro, ma anche Alberto Castelli, portacolori di Venezia e realizzatore di maschere, non fa fatica a colloquiare con i visitatori tedeschi. "Sono autodidatta - racconta dietro il bacone, mentre affetta il formaggio per gli assaggi - ho imparato parlando, l'importante è non aver paura di sbagliare". Alberto vive a Norimberga dal '98, dopo una precedente esperienza come rappresentante di una ditta produttrice del tradizionale vetro di Murano, e qui organizza diverse attività per promuovere il turismo e la conoscenza di Venezia, fra cui una festa con la partecipazione di un centinaio di maschere del Carnevale e un mercato dei sapori italiani.
Ma lo shopping al Mercato di Natale delle città partner può essere l'occasione anche per servire una buona causa, come propone l’associazione Srilanka Hilfe Nuernberg, di cui è presidente Ulrike Schoeneberg. L'organizzazione è attiva da sei anni per aiutare il Paese dopo il terribile tsunami ed è presente in piazza del Municipio attraverso i suoi volontari, che offrono ai visitatori dello stand di Kalkudah giocattoli in legno, sculture di elefanti, disegni realizzati appositamente dai bambini di una scuola e poi incorniciati, fino all'ultima novità: una carta ricavata dagli escrementi di elefante su cui sono poi state realizzate decorazioni. Oltre ai progetti sul fronte sanitario e per l’aiuto ai più piccoli, l’associazione realizzerà l’estate prossima un’iniziativa assieme al municipio, che ha sostenuto la nascita dell'organizzazione stessa. “Due artisti, Thomas May e Pirko Schroeder – spiega il responsabile dell’Ufficio per i rapporti internazionali, Norbert Schuergers – andranno in Sri Lanka con l’obiettivo di sviluppare là con la popolazione locale una serie di produzione artigianali da vendere poi ai turisti. Crediamo che creare in loco le condizioni perché la popolazione possa guadagnarsi da vivere con il proprio lavoro, piuttosto che dipendere sempre dagli aiuti economici dell’estero, sia un’operazione più efficace e di maggiore prospettiva nel tempo. Certo, occorre un po' di estro creativo per farla decollare, ma il progetto può rivelarsi interessante e offrire qualche occasione di guadagno anche a persone che hanno subito gravi menomazioni fisiche durante la guerra civile che ha insanguinato il Paese".
Girando per la piazza del municipio si possono trovare kilt scozzesi accanto a bamboline romene, forti distillati del Montenegro e saponi profumati di Nizza - che è città gemellata dal lontano 1954 - immagini sacre della Grecia e decorazioni natalizie di Praga, passando per le collane e il balsamo di tigre della cinese Shenzen e le scatoline di legno di betulla che vengono dall’Ucraina, antibatteriche e adatte a conservare a lungo gli alimenti, poste accanto alle matrioske che hanno i volti di Putin e Medvedev, ma anche dell'ex presidente americano Clinton. Atlanta, Stati Uniti, rilancia dal suo stand il mito di "Via col vento" e del bourbon, il Nicaragua presenta invece una selezione di qualità di caffè.
L’Italia è rappresentata in forze a Norimberga: oltre a Verona, Chiusa e Montan, c’è anche Venezia, città amica dal 1954. Si punta soprattutto, com’è ovvio, sui prodotti gastronomici. Lo stand veronese di Vanni Caldari e Loredana Boresi mette in bella mostra salumi e formaggi - tra cui quello "ubriaco", grazie al vino con cui è lavorato - grappe e pandoro servito caldo, con lo zucchro a velo. Ma il punto d'orgoglio è il gluhwein, altrimenti detto vin brulé, prodotto con vino Merlot, poco zucchero, arance e un mix segreto di spezie. "Quanto vino abbiamo portato? Da dare da bere a tutta Norimberga", sorride Vanni, augurandosi di finirlo, come lo scorso anno, il giorno prima della chiusura. Sarebbe una gran bella soddisfazione. Al banco di Verona non lo dicono forte, però sono convinti: questo gluehwein non teme confronti. “Quello di Norimberga è uno dei Mercati di Natale più antichi del mondo e per noi è davvero un grandissimo onore essere qui - dicono Vanni e Loredana - Conosciamo la lingua tedesca quanto basta per farci capire, ma al settimo anno di presenza sono tanti, ormai, i visitatori affezionati che ci conoscono e tornano a trovarci”.
Fioccano complimenti sinceri pure per il gluehwein prodotto da Chiusa e Montagna con uve Schiava (80 per cento) e Lagrein (20 per cento). Dietro il banco, Michael e Sandra Oberpertinger e Richard Giovanelli sono gli ambasciatori dei due centri dell'Alto Adige, che presentano per il quarto anno prodotti tipici come speck e salsicce affumicate, pane duro e succo di mela, ma anche oggetti natalizi in legno, angeli e statuine del presepe. Ovviamente il tedesco non è un problema per loro, ma anche Alberto Castelli, portacolori di Venezia e realizzatore di maschere, non fa fatica a colloquiare con i visitatori tedeschi. "Sono autodidatta - racconta dietro il bacone, mentre affetta il formaggio per gli assaggi - ho imparato parlando, l'importante è non aver paura di sbagliare". Alberto vive a Norimberga dal '98, dopo una precedente esperienza come rappresentante di una ditta produttrice del tradizionale vetro di Murano, e qui organizza diverse attività per promuovere il turismo e la conoscenza di Venezia, fra cui una festa con la partecipazione di un centinaio di maschere del Carnevale e un mercato dei sapori italiani.
Ma lo shopping al Mercato di Natale delle città partner può essere l'occasione anche per servire una buona causa, come propone l’associazione Srilanka Hilfe Nuernberg, di cui è presidente Ulrike Schoeneberg. L'organizzazione è attiva da sei anni per aiutare il Paese dopo il terribile tsunami ed è presente in piazza del Municipio attraverso i suoi volontari, che offrono ai visitatori dello stand di Kalkudah giocattoli in legno, sculture di elefanti, disegni realizzati appositamente dai bambini di una scuola e poi incorniciati, fino all'ultima novità: una carta ricavata dagli escrementi di elefante su cui sono poi state realizzate decorazioni. Oltre ai progetti sul fronte sanitario e per l’aiuto ai più piccoli, l’associazione realizzerà l’estate prossima un’iniziativa assieme al municipio, che ha sostenuto la nascita dell'organizzazione stessa. “Due artisti, Thomas May e Pirko Schroeder – spiega il responsabile dell’Ufficio per i rapporti internazionali, Norbert Schuergers – andranno in Sri Lanka con l’obiettivo di sviluppare là con la popolazione locale una serie di produzione artigianali da vendere poi ai turisti. Crediamo che creare in loco le condizioni perché la popolazione possa guadagnarsi da vivere con il proprio lavoro, piuttosto che dipendere sempre dagli aiuti economici dell’estero, sia un’operazione più efficace e di maggiore prospettiva nel tempo. Certo, occorre un po' di estro creativo per farla decollare, ma il progetto può rivelarsi interessante e offrire qualche occasione di guadagno anche a persone che hanno subito gravi menomazioni fisiche durante la guerra civile che ha insanguinato il Paese".
Giovedì, 2. dicembre 2010
In der eisigen Klemme
Deutschland und Mitteleuropa kämpfen mit einem der härtesten und frühesten Wintereinbrüche der letzten hundert Jahre: Lange Staus, auf Bahnhöfen blockierte Züge, Flughäfen, auf denen Behelfsunterkünfte für die Passagiere gestrichener oder verspäteter Flüge improvisiert werden. Und es ist noch lange kein Ende abzusehen. Die Meteorologen sprechen auch für die nächsten Tage Wetterwarnungen aus, mit Schnee, tiefen Minusraden und Eisregen. Auch in Nürnberg dreht sich natürlich alles um dieses Thema. Die weiße Fläche ist ein wunderbarer Anblick, ein Spaziergang als Schlitterpartie an der Stadtmauer ist ein einzigartiges Erlebnis, aber nach einem ganzen Tag mit ununterbrochenen Niederschlägen, die die Arbeit für den Straßendienst fast unmöglich machen, frage ich mich langsam, ob sie den Schnee hier in der Stadt etwa nicht räumen wollen. Überlässt man die „Drecksarbeit“ etwa allein den Privatwagen und Bussen, die den Schnee langsam in braunen Matsch verwandeln, dessen Farbe an Sandstrand erinnert? Sicher ist man hier schlechtes Wetter gewöhnt, aber sind glatte Bürgersteige nicht vor allem für ältere Bürger eine Gefahr?
Offenbar bin ich nicht der einzige, der sich diese Frage stellt, denn die Stadtverwaltung sah sich heute Abend gezwungen, eine Erklärung herauszugeben, mit der sie auf heftige Kritik der Bürger am mangelnden Winterdienst antwortet. Unter Hinweis auf die Tatsache, dass der Wintereinbruch unerwartet früh kam, machte die Stadtverwaltung darin technische Schwierigkeiten wie gesetzliche Arbeits- und Ruhezeiten des Personals für die Situation verantwortlich. Die Stadtoberen haben demnach ein reines Gewissen, sie machen ihrerseits das Verhalten der Autofahrer für das Chaos verantwortlich. Auf der Internetseite der „Nürnberger Nachrichten“ wurde die Position der Stadtverwaltung ausführlich kommentiert und kritisiert. Ein Leser sagt, dass er keine Ahnung habe, wo die Hunderte von angeblich mit Räumungsarbeiten beschäftigten städtischen Angestellten abgeblieben seien, dass er nicht einem einzigen von ihnen auf den Straßen begegnet sei, obwohl er viele Stunden im Auto verbracht habe. Die Snowboarder sind ganz im Gegensatz zu den Autofahrern glücklich über die Lage. Sie eröffneten gestern Abend offiziell die Saison in der Altstadt, indem sie sich über Facebook zu einem Flash-mob verbredeten. Der Hügel der Nürnberger Burg verwandelte sich dadurch überraschend in eine städtische Bühne für ihre Kunststücke.
(Deutsche Übersetzung: Bettina Gabbe)
Offenbar bin ich nicht der einzige, der sich diese Frage stellt, denn die Stadtverwaltung sah sich heute Abend gezwungen, eine Erklärung herauszugeben, mit der sie auf heftige Kritik der Bürger am mangelnden Winterdienst antwortet. Unter Hinweis auf die Tatsache, dass der Wintereinbruch unerwartet früh kam, machte die Stadtverwaltung darin technische Schwierigkeiten wie gesetzliche Arbeits- und Ruhezeiten des Personals für die Situation verantwortlich. Die Stadtoberen haben demnach ein reines Gewissen, sie machen ihrerseits das Verhalten der Autofahrer für das Chaos verantwortlich. Auf der Internetseite der „Nürnberger Nachrichten“ wurde die Position der Stadtverwaltung ausführlich kommentiert und kritisiert. Ein Leser sagt, dass er keine Ahnung habe, wo die Hunderte von angeblich mit Räumungsarbeiten beschäftigten städtischen Angestellten abgeblieben seien, dass er nicht einem einzigen von ihnen auf den Straßen begegnet sei, obwohl er viele Stunden im Auto verbracht habe. Die Snowboarder sind ganz im Gegensatz zu den Autofahrern glücklich über die Lage. Sie eröffneten gestern Abend offiziell die Saison in der Altstadt, indem sie sich über Facebook zu einem Flash-mob verbredeten. Der Hügel der Nürnberger Burg verwandelte sich dadurch überraschend in eine städtische Bühne für ihre Kunststücke.
(Deutsche Übersetzung: Bettina Gabbe)
Mercoledì, 1. dicembre 2010
Un inverno da lupi
Qualcosa del genere, in città, non mi era mai capitato di vederla. E anche per gli abitanti di Norimberga che ho "interrogato", il fenomeno ha un carattere eccezionale. Oggi siamo entrati a pieno titolo nell'inverno meteorologico: una nevicata con i fiocchi, come si dice, cominciata nel primo pomeriggio e che non accenna a calmarsi. La città è completamente imbiancata, fra i marciapiedi e la strada non si coglie più il dislivello: è tutta una distesa uniforme, soffice sotto i piedi. Neve farinosa, leggera, che sembra zucchero. Lunedì avevo già raccontato il fenomeno della città imbiancata, dopo la prima spruzzata della settimana precedente, poi ieri era stato tutto molto più tranquillo. Ancora tanta neve lungo le strade, ma parecchi tratti nel frattempo erano stati puliti, per rendere comunque agevole il movimento di auto e pedoni. In tanti punti aveva cominciato a sciogliersi, triturata dalle ruote delle auto, e a sporcarsi. Anche al Mercato di Natale le cose sembravano andare un po' meglio: temperature sempre basse, ma se i turisti hanno in corpo un panino con wuerstel arrostiti e un bicchiere di gluehwein, un giro fra i banchi lo fanno sempre volentieri. La "qualità" della nevicata era più evidente non appena si lasciava il centro: all'arena Luitpold, una delle aree intorno al Doku Zentrum in cui si tenevano le parate dell'epoca nazista, era davvero un bello spettacolo vedere i bambini lanciarsi sullo slittino, da una collinetta, sotto gli occhi dei genitori.
Anche questa mattina tutto sembrava destinato a scorrere in modo regolare e invece dal primo pomeriggio la nevicata non ha dato tregua, mandanto in tilt il traffico e mettendo in crisi i trasporti. Già martedì era apparso qualche titolo tipo "neve caos" sulle locandine dei quotidiani popolari: immagino che per l'edizione di domani dovranno inventare qualche formula ulteriormente rafforzativa. Pare che da un secolo, o quanto meno da un'ottantina d'anni, l'inverno non si presentasse all'appuntamento con una forza simile. Da Berlino a Monaco, temperature di parecchi gradi sotto lo zero, con i meteorologi che annunciano: sarà un inverno lungo, davvero rigido, e con tanta neve. Incidenti stradali, treni in ritardo, voli aerei cancellati: problemi a Norimberga, ma ancora di più a Monaco, dove risultavano annullati ben 250 arrivi e partenze. Insomma, quando l'inverno colpisce duro, è difficile difendersi, anche per città abituate a farlo. Due immagini: le auto incolonnate in maniera molto disciplinata per le strade del centro (ho sentito qualche colpo di clacson, ma poca roba) e passeggeri alla stazione ferroviaria che sbuffavano perché il loro Intercity per Monaco aveva dieci minuti di ritardo. Viziati...
In questo momento, -6: e chi mette il naso fuori?
Anche questa mattina tutto sembrava destinato a scorrere in modo regolare e invece dal primo pomeriggio la nevicata non ha dato tregua, mandanto in tilt il traffico e mettendo in crisi i trasporti. Già martedì era apparso qualche titolo tipo "neve caos" sulle locandine dei quotidiani popolari: immagino che per l'edizione di domani dovranno inventare qualche formula ulteriormente rafforzativa. Pare che da un secolo, o quanto meno da un'ottantina d'anni, l'inverno non si presentasse all'appuntamento con una forza simile. Da Berlino a Monaco, temperature di parecchi gradi sotto lo zero, con i meteorologi che annunciano: sarà un inverno lungo, davvero rigido, e con tanta neve. Incidenti stradali, treni in ritardo, voli aerei cancellati: problemi a Norimberga, ma ancora di più a Monaco, dove risultavano annullati ben 250 arrivi e partenze. Insomma, quando l'inverno colpisce duro, è difficile difendersi, anche per città abituate a farlo. Due immagini: le auto incolonnate in maniera molto disciplinata per le strade del centro (ho sentito qualche colpo di clacson, ma poca roba) e passeggeri alla stazione ferroviaria che sbuffavano perché il loro Intercity per Monaco aveva dieci minuti di ritardo. Viziati...
In questo momento, -6: e chi mette il naso fuori?
Lunedì, 29. novembre 2010
Come quando fuori nevica
La prima apparizione era stata venerdì, proprio il giorno di apertura del Mercato di Natale, e in quella circostanza mi era venuto da pensare che i responsabili dell'Ufficio turistico di Norimberga avessero agganci davvero molto in alto... La cerimonia inaugurale con la neve: come pensare a qualcosa di più suggestivo per richiamare il pubblico nella piazza del Mercato, in barba all'ansia da attentati terroristici? E infatti - merito della neve oppure no - quella sera sono arrivate fra ventimila e trentamila persone per assistere allo spettacolo.
Era stata solo una spruzzata, una neve farinosa che non aveva resistito a lungo sulle strade. Avendo occasione di vederla raramente a Genova, la mia reazione era stata quella tipica dei bambini: la neve è sempre magica, no? Il mio amico e collega Arno si era dimostrato meno entusiasta. Probabilmente, pensava già ai disagi che il fenomeno avrebbe potuto causare. Ma, come detto, era durata poco. Questa mattina è diverso.
Oggi sarà la giornata giusta per testare come funziona una grande città come Norimberga quando nevica, perché la notte ha lasciato tutto sotto uno spesso strato bianco, e questa volta il fenomeno non dà proprio l'impressione di voler cessare alla svelta. Di prima mattina, nel cortile interno del complesso dove trascorro questo periodo alla scoperta di Norimberga, si è cominciato a sentire il rumore di qualche attrezzo: era necessario aprire un corridoio, disegnare una traccia per poterlo attraversare. Guardo sul sito Internet del Nuernberger Nachrichten e vedo immagini di mezzi spazzaneve, auto in difficoltà, rallentamenti su strade e autostrade. All'aeroporto di Monaco si prospettano quindici voli cancellati. E mercoledì è annunciato il ghiaccio. Mi rendo conto di quello che aveva in mente Arno.
Anche questa è un'esperienza. Ci si imbacucca e via, per sperimentare Norimberga imbiancata.
Era stata solo una spruzzata, una neve farinosa che non aveva resistito a lungo sulle strade. Avendo occasione di vederla raramente a Genova, la mia reazione era stata quella tipica dei bambini: la neve è sempre magica, no? Il mio amico e collega Arno si era dimostrato meno entusiasta. Probabilmente, pensava già ai disagi che il fenomeno avrebbe potuto causare. Ma, come detto, era durata poco. Questa mattina è diverso.
Oggi sarà la giornata giusta per testare come funziona una grande città come Norimberga quando nevica, perché la notte ha lasciato tutto sotto uno spesso strato bianco, e questa volta il fenomeno non dà proprio l'impressione di voler cessare alla svelta. Di prima mattina, nel cortile interno del complesso dove trascorro questo periodo alla scoperta di Norimberga, si è cominciato a sentire il rumore di qualche attrezzo: era necessario aprire un corridoio, disegnare una traccia per poterlo attraversare. Guardo sul sito Internet del Nuernberger Nachrichten e vedo immagini di mezzi spazzaneve, auto in difficoltà, rallentamenti su strade e autostrade. All'aeroporto di Monaco si prospettano quindici voli cancellati. E mercoledì è annunciato il ghiaccio. Mi rendo conto di quello che aveva in mente Arno.
Anche questa è un'esperienza. Ci si imbacucca e via, per sperimentare Norimberga imbiancata.
Sabato, 27. novembre 2010
In piazza con Laurin, aspettando il Christkind
Il grande giorno è arrivato, quello dell'apertura del mercato di Natale di Norimberga, che richiama ogni anno in piazza, per l'inaugurazione, svariate migliaia di persone, e che porta in città, fino al 24 dicembre, oltre due milioni di visitatori. Gli amici delle Nuernberger Nachrichten mi hanno chiesto di seguire la cerimonia e di raccontarla con gli occhi di chi la vede per la prima volta, le mie impressioni a caldo, sull'onda dell'emozione. Casualità ha voluto che in piazza, accanto a me, ci fosse il piccolo Laurin, quattro anni appena compiuti, assieme alla mamma. Uno dopo l'altro, i bambini lì intorno salivano sulle spalle degli adulti per cercare di vedere qualcosa, di "catturare" il Christkind mentre recita il suo prologo dal balcone della chiesa della Vergine e poi dichiara ufficialmente aperto il mercato di Natale. Ho pensato che anche Laurin dovesse avere quella possibilità e così l'ho preso sulle spalle.
Alla fine ho deciso di raccontare proprio quella storia, i lettori la troveranno pubblicata oggi sul giornale: noi due insieme per la prima volta in piazza a Norimberga, io cinquantenne giornalista di Genova, ospite del Nuernberger Nachrichten, e Laurin con il suo berretto rosso, che abita con i genitori vicino ad Ansbach.
In città c'era un po' di tensione, un po' di paura per la minaccia di un attentato terroristico di cui in Germania si parla ormai da giorni e così la polizia ha rafforzato la sua presenza, ma a me, straniero, tutto poteva apparire normale, se non lo avessi saputo: con una folla così grande, perché stupirsi di una cospicua presenza delle forze dell'ordine, preposte a controllare che tutto proceda nel migliore dei modi?
Quando alle 17.30 si sono spente le luci, la chiesa mi è apparsa ancora più grande, circondata dall'ultimo chiarore del giorno, che presto sarebbe diventato notte. Poi i canti di Natale, Heilige Nacht, e ancora una voce maschile. Quando la luce si è accesa sul Christkind, lo stupore ha attraversato la piazza come una scossa. Lei, Johanna, ha parlato con voce ispirata, gioiosa, il suo prologo aveva quasi l'andamento melodico di una canzone. Tanti applausi per lei, e ancora canti. In mezz’ora era tutto finito, Arno Stoffels - il collega che mi aveva fatto da guida al mercato e spiegato un po' di cose per farmi capire l'essenza della cerimonia - ed io abbiamo salutato Laurin e i suoi genitori e siamo tornati in redazione. Magari con Laurin ci rivedremo l’anno prossimo, forse il mio tedesco sarà un po' migliorato e allora potremo anche chiacchierare. Intanto Buon Natale a tutti, di vero cuore.
Alla fine ho deciso di raccontare proprio quella storia, i lettori la troveranno pubblicata oggi sul giornale: noi due insieme per la prima volta in piazza a Norimberga, io cinquantenne giornalista di Genova, ospite del Nuernberger Nachrichten, e Laurin con il suo berretto rosso, che abita con i genitori vicino ad Ansbach.
In città c'era un po' di tensione, un po' di paura per la minaccia di un attentato terroristico di cui in Germania si parla ormai da giorni e così la polizia ha rafforzato la sua presenza, ma a me, straniero, tutto poteva apparire normale, se non lo avessi saputo: con una folla così grande, perché stupirsi di una cospicua presenza delle forze dell'ordine, preposte a controllare che tutto proceda nel migliore dei modi?
Quando alle 17.30 si sono spente le luci, la chiesa mi è apparsa ancora più grande, circondata dall'ultimo chiarore del giorno, che presto sarebbe diventato notte. Poi i canti di Natale, Heilige Nacht, e ancora una voce maschile. Quando la luce si è accesa sul Christkind, lo stupore ha attraversato la piazza come una scossa. Lei, Johanna, ha parlato con voce ispirata, gioiosa, il suo prologo aveva quasi l'andamento melodico di una canzone. Tanti applausi per lei, e ancora canti. In mezz’ora era tutto finito, Arno Stoffels - il collega che mi aveva fatto da guida al mercato e spiegato un po' di cose per farmi capire l'essenza della cerimonia - ed io abbiamo salutato Laurin e i suoi genitori e siamo tornati in redazione. Magari con Laurin ci rivedremo l’anno prossimo, forse il mio tedesco sarà un po' migliorato e allora potremo anche chiacchierare. Intanto Buon Natale a tutti, di vero cuore.
Giovedì, 25. novembre 2010
Riflessioni sul Memorium
Due commenti ricevuti a un articolo su questo blog mi offrono l'opportunità di tornare sul tema del Memorium, l'esposizione permanente che è stata inaugurata domenica scorsa nel Palazzo di giustizia di Norimberga, nell'attico ristrutturato sopra la Sala 600, l'aula in cui si svolsero i processi ai criminali nazisti, dal 1945 al '49. Stephanie Maasbaum, studentessa di storia, esprime nel suo commento la convinzione che sia giusto, necessario e importante realizzare questi luoghi della memoria, meglio ancora se legati all'ambiente originale in cui la Storia stessa si consumò, per dare modo alle giovani generazioni di vedere e sentire che cosa è accaduto. Pone però anche due domande: se sia stata fatta veramente giustizia, alla luce del numero tutto sommato esiguo di processati e condannati, e se, in realtà, non si sia voluta riversare la colpa di una generazione su pochi, singoli colpevoli.
Silvia Tozzi, una lettrice italiana, contesta in qualche modo alla studentessa tedesca di tenere una posizione che finisce per coinvolgere tutto un popolo nell'assunzione di una colpa e sarebbe molto felice se, al contrario, in Italia fossimo capaci "di andare un po' a fondo nel nostro passato". Tuttavia, aggiunge Silvia, un'operazione del genere è prima di tutto politica, e sarebbe sbagliato volerla completare nelle aule giudiziarie. In sede giudiziaria i riflettori sono puntati su alcuni colpevoli soltanto, aggiunge: è inevitabile, anche se può apparire un'operazione insufficiente e di facciata. Ma il "fare pulizia" deve continuare anche per via amministrativa, culturale e, appunto, politica. Una posizione, quella di Silvia, che mi sento di sottoscrivere.
Credo che la risposta migliore ai dubbi e alle domande di Stephanie l'abbia data il sindaco di Norimberga, Ulrich Maly, in un passaggio del suo discorso all'inaugurazione del Memorium, sostenendo che l'incalcolabile tragedia non sarebbe mai accaduta se molti milioni di persone non avessero avuto un atteggiamento di passiva accettazione, quando non di attiva collaborazione, e che gli accusati e i condannati nella Sala 600 non furono gli unici colpevoli. Trovo che sia stato un discorso molto onesto e anche coraggioso, che riconosce colpe più grandi, morali e non solo, rispetto a quello che furono effettivamente accertate, giudicate e punite, anche con la morte. Ma non si può mettere sul banco degli imputati una generazione e un intero popolo. Benjamin Ferencz, uno degli accusatori in uno dei processi che seguirono, quello contro i Gruppi speciali, ha detto che lasciando la Germania provò un solo rimpianto, che nessun tedesco avesse mai detto "Mi dispiace" per quello che era accaduto, ma in questi giorni, a Norimberga, si è detto felice di avere ascoltato parole molto diverse. Credo anch'io che quello che si sta facendo a Norimberga sul fronte dell'elaborazione della Storia e della memoria sia un'operazione meritevole di approvazione e di sostegno. E' un percorso lungo, non facile, spesso doloroso, ma bisogna riconoscere a chi lo sta conducendo di non aver voluto nascondere nulla.
Silvia Tozzi, una lettrice italiana, contesta in qualche modo alla studentessa tedesca di tenere una posizione che finisce per coinvolgere tutto un popolo nell'assunzione di una colpa e sarebbe molto felice se, al contrario, in Italia fossimo capaci "di andare un po' a fondo nel nostro passato". Tuttavia, aggiunge Silvia, un'operazione del genere è prima di tutto politica, e sarebbe sbagliato volerla completare nelle aule giudiziarie. In sede giudiziaria i riflettori sono puntati su alcuni colpevoli soltanto, aggiunge: è inevitabile, anche se può apparire un'operazione insufficiente e di facciata. Ma il "fare pulizia" deve continuare anche per via amministrativa, culturale e, appunto, politica. Una posizione, quella di Silvia, che mi sento di sottoscrivere.
Credo che la risposta migliore ai dubbi e alle domande di Stephanie l'abbia data il sindaco di Norimberga, Ulrich Maly, in un passaggio del suo discorso all'inaugurazione del Memorium, sostenendo che l'incalcolabile tragedia non sarebbe mai accaduta se molti milioni di persone non avessero avuto un atteggiamento di passiva accettazione, quando non di attiva collaborazione, e che gli accusati e i condannati nella Sala 600 non furono gli unici colpevoli. Trovo che sia stato un discorso molto onesto e anche coraggioso, che riconosce colpe più grandi, morali e non solo, rispetto a quello che furono effettivamente accertate, giudicate e punite, anche con la morte. Ma non si può mettere sul banco degli imputati una generazione e un intero popolo. Benjamin Ferencz, uno degli accusatori in uno dei processi che seguirono, quello contro i Gruppi speciali, ha detto che lasciando la Germania provò un solo rimpianto, che nessun tedesco avesse mai detto "Mi dispiace" per quello che era accaduto, ma in questi giorni, a Norimberga, si è detto felice di avere ascoltato parole molto diverse. Credo anch'io che quello che si sta facendo a Norimberga sul fronte dell'elaborazione della Storia e della memoria sia un'operazione meritevole di approvazione e di sostegno. E' un percorso lungo, non facile, spesso doloroso, ma bisogna riconoscere a chi lo sta conducendo di non aver voluto nascondere nulla.
Mercoledì, 24. novembre 2010
Il sogno di Anna
Anna Bruno ha 28 anni e un sogno, che è anche un obiettivo concreto: diventare stilista di moda. Nell’attesa, distribuisce caffè, cappuccini, cornetti, fette di torta e toast da “Segafredo”, riconosciuto marchio italiano che ha un proprio bar-punto di incontro all’interno della stazione ferroviaria centrale di Norimberga. Ogni gesto è accompagnato con un sorriso da cui scaturisce un calore più che mai mediterraneo.
In sottofondo, musica italiana, le canzoni che girano oggi anche nelle nostre radio. Qui viene ovviamente chi vuole gustare un espresso “tricolore”, ma la clientela – affezionata o di passaggio – non conosce nazionalità. Anna viene da Napoli, ha raggiunto qui suo padre, arrivato undici anni fa per lavoro, e racconta che, tutto sommato, in Italia non riuscirebbe più a vivere. A Norimberga era venuta con l’idea di fermarsi sette giorni, invece ci abita ormai da sette anni.
“Soprattutto per quanto riguarda il rapporto dello Stato con il cittadino, qui si vive meglio – racconta Anna – Il sostegno che si riceve è notevole, anche se ovviamente è altrettanto alto ciò che viene preteso”. Rispetto all’Italia, dice, la differenza più grande che lei ha percepito nella vita quotidiana è che qui le persone sono molto concentrate sul lavoro: “Si lavora per vivere, più che il contrario. E quando la giornata è finita, di solito si va a casa. Ovviamente, anche qui si esce nel fine settimana per andare in discoteca, però la mentalità di fondo è differente. Poi, quando arrivano le ferie, da qui si parte e si va molto in giro, per l’Europa, per il mondo: l’Italia piace moltissimo, è una delle mete preferite dei tedeschi, secondo quanto io stessa ho potuto verificare parlando con i clienti. Mi piace chiedere, chiacchierare, così mi raccontano anche le loro vacanze”. La prima esperienza lavorativa di Anna in Germania è stata in un Eiskaffee italiano ed è durata tre anni: “Mi hanno messo a servire i gelati, ma allora non sapevo il tedesco e quindi all’inizio non capivo quasi nulla di quello che mi chiedevano. Però è stato divertente e formativo”.
Per imparare il tedesco, “che è molto difficile per noi”, Anna è andata scuola, seguendo un corso per sei mesi, cinque ore al giorno. “Il segreto? Dimenticarsi l’italiano: questo mi diceva il mio insegnante ed è vero. Non bisogna pensare nella propria lingua e poi tradurre, ma abituarsi a pensare direttamente nella lingua che si sta imparando”. Ricordate il famoso sfogo di Trapattoni, quando era allenatore del Bayern Monaco, anno 1998, la cui conferenza stampa con una serie di invettive contro un giocatore, Strunz, rimbalzò immediatamente in Italia? Il Trap concluse il suo monologo traducendo letteralmente “Io ho finito”, che però in tedesco è un errore. “Quella – dice Anna - era proprio la dimostrazione di come ci si può sbagliare pensando nella propria lingua”. Accompagnando lo studio con le letture e guardando la tv, colloquiando ogni giorno, oggi Anna non ha problemi dietro il bancone di “Segafredo”, così come le sue due colleghe, di origini portoghese e turca: insieme sono un bell’esempio della multiculturalità di Norimberga. Di una cosa Anna è certa, vuole continuare a studiare. Nel suo futuro, chissà, un lavoro come stilista di moda, per cui aveva cominciato a studiare in Italia, oppure qualche altra attività comunque “artistica”, nel design, nella grafica pubblicitaria. Le occasioni non dovrebbero mancarle: in bocca al lupo, Anna.
In sottofondo, musica italiana, le canzoni che girano oggi anche nelle nostre radio. Qui viene ovviamente chi vuole gustare un espresso “tricolore”, ma la clientela – affezionata o di passaggio – non conosce nazionalità. Anna viene da Napoli, ha raggiunto qui suo padre, arrivato undici anni fa per lavoro, e racconta che, tutto sommato, in Italia non riuscirebbe più a vivere. A Norimberga era venuta con l’idea di fermarsi sette giorni, invece ci abita ormai da sette anni.
“Soprattutto per quanto riguarda il rapporto dello Stato con il cittadino, qui si vive meglio – racconta Anna – Il sostegno che si riceve è notevole, anche se ovviamente è altrettanto alto ciò che viene preteso”. Rispetto all’Italia, dice, la differenza più grande che lei ha percepito nella vita quotidiana è che qui le persone sono molto concentrate sul lavoro: “Si lavora per vivere, più che il contrario. E quando la giornata è finita, di solito si va a casa. Ovviamente, anche qui si esce nel fine settimana per andare in discoteca, però la mentalità di fondo è differente. Poi, quando arrivano le ferie, da qui si parte e si va molto in giro, per l’Europa, per il mondo: l’Italia piace moltissimo, è una delle mete preferite dei tedeschi, secondo quanto io stessa ho potuto verificare parlando con i clienti. Mi piace chiedere, chiacchierare, così mi raccontano anche le loro vacanze”. La prima esperienza lavorativa di Anna in Germania è stata in un Eiskaffee italiano ed è durata tre anni: “Mi hanno messo a servire i gelati, ma allora non sapevo il tedesco e quindi all’inizio non capivo quasi nulla di quello che mi chiedevano. Però è stato divertente e formativo”.
Per imparare il tedesco, “che è molto difficile per noi”, Anna è andata scuola, seguendo un corso per sei mesi, cinque ore al giorno. “Il segreto? Dimenticarsi l’italiano: questo mi diceva il mio insegnante ed è vero. Non bisogna pensare nella propria lingua e poi tradurre, ma abituarsi a pensare direttamente nella lingua che si sta imparando”. Ricordate il famoso sfogo di Trapattoni, quando era allenatore del Bayern Monaco, anno 1998, la cui conferenza stampa con una serie di invettive contro un giocatore, Strunz, rimbalzò immediatamente in Italia? Il Trap concluse il suo monologo traducendo letteralmente “Io ho finito”, che però in tedesco è un errore. “Quella – dice Anna - era proprio la dimostrazione di come ci si può sbagliare pensando nella propria lingua”. Accompagnando lo studio con le letture e guardando la tv, colloquiando ogni giorno, oggi Anna non ha problemi dietro il bancone di “Segafredo”, così come le sue due colleghe, di origini portoghese e turca: insieme sono un bell’esempio della multiculturalità di Norimberga. Di una cosa Anna è certa, vuole continuare a studiare. Nel suo futuro, chissà, un lavoro come stilista di moda, per cui aveva cominciato a studiare in Italia, oppure qualche altra attività comunque “artistica”, nel design, nella grafica pubblicitaria. Le occasioni non dovrebbero mancarle: in bocca al lupo, Anna.
Domenica, 21. novembre 2010
Dalla colpa alla responsabilità
Negli anni Cinquanta e Sessanta, mi racconta il sindaco Ulrich Maly, nessuno qui voleva più parlare di quello che era accaduto sotto la dittatura, i tragici anni del Nazionalsocialismo. Ricordare faceva male, la Germania - e Norimberga - volevano rialzarsi dalla guerra perduta, dalle distruzioni: della libera città imperiale, poi diventata il luogo-simbolo dei raduni di Hitler, era rimasto davvero poco, il 90 per cento era ridotto in macerie dopo i bombardamenti alleati. Fra i pochi edifici rimasti pressoché indenni c’era il palazzo di giustizia, che dietro aveva le carceri: fu quello il motivo, più forte delle ragioni storiche, per il quale gli americani scelsero la città come sede del processo ai ventuno maggiori criminali nazisti, i sopravvissuti alla disfatta, quelli che ancora non si erano tolti la vita.
Adesso, 65 anni dopo l’inizio del processo che portò, quasi un anno dopo, a dodici condanne a morte, a varie pene detentive e solo a tre assoluzioni, Norimberga scrive un altro capitolo importante nel suo viaggio nella memoria, lungo la strada che dai dolori e dalle tragedie la vuole identificare sempre più come città della pace e dei diritti umani. Maly, in carica dal 2002, è nato nel 1960, come me, fa parte di una generazione che non ha vissuto la guerra ma che l’ha conosciuta dai racconti dei propri familiari. Nel 1985, mi racconta in un buon italiano – da studente, ride, ha lavorato in un’enoteca – è ricominciata la discussione sul passato che ha portato nel 2001 all’apertura del Centro di documentazione sui raduni nazisti, di cui ho già parlato in questo blog, e oggi invece segnerà l’inaugurazione ufficiale, con i ministri degli Esteri della Germania e della Russia, del Memorium. La mostra permanente è allestita nell’attico dell’ala del Palazzo di giustizia, proprio sopra la Sala 600 in cui dal 20 novembre 1945 sfilarono Goering, Hess e gli altri imputati, fra cui Julius Streicher, feroce antisemita, la cui casa è in seguito diventata la sede della società editrice del Nuernberger Nachtrichten, il quotidiano che mi ospita.
Forse l’importanza dell’avvenimento viene colta maggiormente da chi è straniero come me, oppure arriva comunque da altri luoghi – sono duecento i giornalisti convenuti qui per l’occasione – e meno dagli abitanti della città, ma tutto sommato è una reazione normale, ovunque, quando vivi a costante contatto con la storia, quando la conosci e sai che c’è. Esiste, mi dice il sindaco, non la si può dimenticare e dobbiamo confrontarci con quello che è accaduto. Ci sono due punti fondamentali di questa iniziativa: fissare i fatti, tramandandone la memoria alle future generazioni, e porre l’accento sul fatto che proprio con quel processo sono state scritte qui a Norimberga le regole del diritto internazionale, i principi che hanno portato, molto tempo dopo, all’istituzione della Corte penale dell’Aja. Un percorso ancora incompiuto, norme che non hanno impedito la consumazione di altri massacri e genocidi, dall’ex Jugoslavia al Ruanda: ricordarlo è un altro punto significativo di questa mostra.
Con gli altri colleghi sono entrato in anteprima nella Sala 600, che da lunedì sarà aperta in maniera più regolare al pubblico che visiterà il Memorium, anche se resta un’aula di giustizia in cui si svolgono abitualmente processi. Non ci sono più i banchi dei giudici sotto le finestre, a destra, mentre quello degli imputati, di fronte, è nello stesso punto immortalato dalle fotografie e dai filmati, con l’orologio e l’ascensore – tuttora funzionante – per condurre i detenuti in aula. Nell'attico, su una superficie di 750 metri quadrati, grandi pannelli illuminati, con documenti, fotografie e filmati, ripercorrono tutta la storia del primo processo e degli altri che seguirono, testimoniano la “grande macchina” della giustizia, le tonnellate di documenti ricevuti e prodotti, la registrazione parola per parola delle 218 udienze. L'audioguida per ora è solo in tedesco e in inglese, spero che presto se ne potranno aggiungere altre, fra cui l'italiano, così come avviene in modo molto efficace al Centro di documentazione. Uno degli oggetti più forti da un punto di vista emotivo è rappresentato dalla panca su cui sedeva Goering con altri sette imputati, alle cui spalle scorre il filmato in bianco e nero: gli imputati entrano, uno a uno, in aula. Compiere un buon lavoro, efficace, in difesa dei diritti umani, dice il sindaco di Norimberga, è il nostro lavoro, è la responsabilità della politica, perché non dobbiamo dimenticare che i grandi crimini compiuti dal nazismo sono cominciati da piccoli delitti contro la dignità delle persone.
Adesso, 65 anni dopo l’inizio del processo che portò, quasi un anno dopo, a dodici condanne a morte, a varie pene detentive e solo a tre assoluzioni, Norimberga scrive un altro capitolo importante nel suo viaggio nella memoria, lungo la strada che dai dolori e dalle tragedie la vuole identificare sempre più come città della pace e dei diritti umani. Maly, in carica dal 2002, è nato nel 1960, come me, fa parte di una generazione che non ha vissuto la guerra ma che l’ha conosciuta dai racconti dei propri familiari. Nel 1985, mi racconta in un buon italiano – da studente, ride, ha lavorato in un’enoteca – è ricominciata la discussione sul passato che ha portato nel 2001 all’apertura del Centro di documentazione sui raduni nazisti, di cui ho già parlato in questo blog, e oggi invece segnerà l’inaugurazione ufficiale, con i ministri degli Esteri della Germania e della Russia, del Memorium. La mostra permanente è allestita nell’attico dell’ala del Palazzo di giustizia, proprio sopra la Sala 600 in cui dal 20 novembre 1945 sfilarono Goering, Hess e gli altri imputati, fra cui Julius Streicher, feroce antisemita, la cui casa è in seguito diventata la sede della società editrice del Nuernberger Nachtrichten, il quotidiano che mi ospita.
Forse l’importanza dell’avvenimento viene colta maggiormente da chi è straniero come me, oppure arriva comunque da altri luoghi – sono duecento i giornalisti convenuti qui per l’occasione – e meno dagli abitanti della città, ma tutto sommato è una reazione normale, ovunque, quando vivi a costante contatto con la storia, quando la conosci e sai che c’è. Esiste, mi dice il sindaco, non la si può dimenticare e dobbiamo confrontarci con quello che è accaduto. Ci sono due punti fondamentali di questa iniziativa: fissare i fatti, tramandandone la memoria alle future generazioni, e porre l’accento sul fatto che proprio con quel processo sono state scritte qui a Norimberga le regole del diritto internazionale, i principi che hanno portato, molto tempo dopo, all’istituzione della Corte penale dell’Aja. Un percorso ancora incompiuto, norme che non hanno impedito la consumazione di altri massacri e genocidi, dall’ex Jugoslavia al Ruanda: ricordarlo è un altro punto significativo di questa mostra.
Con gli altri colleghi sono entrato in anteprima nella Sala 600, che da lunedì sarà aperta in maniera più regolare al pubblico che visiterà il Memorium, anche se resta un’aula di giustizia in cui si svolgono abitualmente processi. Non ci sono più i banchi dei giudici sotto le finestre, a destra, mentre quello degli imputati, di fronte, è nello stesso punto immortalato dalle fotografie e dai filmati, con l’orologio e l’ascensore – tuttora funzionante – per condurre i detenuti in aula. Nell'attico, su una superficie di 750 metri quadrati, grandi pannelli illuminati, con documenti, fotografie e filmati, ripercorrono tutta la storia del primo processo e degli altri che seguirono, testimoniano la “grande macchina” della giustizia, le tonnellate di documenti ricevuti e prodotti, la registrazione parola per parola delle 218 udienze. L'audioguida per ora è solo in tedesco e in inglese, spero che presto se ne potranno aggiungere altre, fra cui l'italiano, così come avviene in modo molto efficace al Centro di documentazione. Uno degli oggetti più forti da un punto di vista emotivo è rappresentato dalla panca su cui sedeva Goering con altri sette imputati, alle cui spalle scorre il filmato in bianco e nero: gli imputati entrano, uno a uno, in aula. Compiere un buon lavoro, efficace, in difesa dei diritti umani, dice il sindaco di Norimberga, è il nostro lavoro, è la responsabilità della politica, perché non dobbiamo dimenticare che i grandi crimini compiuti dal nazismo sono cominciati da piccoli delitti contro la dignità delle persone.
Venerdì, 19. novembre 2010
Sorridi, sei su Google
Due notizie si rincorrono nella redazione delle Nuernberger Nachtrichten, una che sembra buona, o quanto meno è curiosa, e una che invece porta con sé un po’ di inquietudine e un senso di precarietà, di fragilità. Partirò dalla cattiva notizia, cioè l’allarme terrorismo che ha investito la Germania – e Norimberga con sé – in queste ultime ore, lanciato dal ministro dell’Interno Thomas de Maizière: secondo le informazioni filtrate dall’estero, provenienti da Paesi amici, ha detto, un attentato sarebbe in preparazione sul suolo tedesco entro la fine di novembre. Per questa ragione la presenza della polizia nelle maggiori città è stata rafforzata, sono stati aumentati i controlli nelle stazioni ferroviarie e negli aeroporti, sono stati schierati agenti con il mitra. La minaccia è seria, ha detto il ministro, ma l’allarme non deve trasformarsi in isteria. E in effetti tutto sembra scorrere in maniera assolutamente normale.
Norimberga si appresta a celebrare, il 26 novembre, l’apertura del suo Mercatino di Natale, il più famoso dell’intera Germania, di cui qui si va giustamente orgogliosi: da giorni sono in corso i preparativi, la macchina degli allestimenti procede senza sosta nella piazza del mercato, dove saranno accolte 180 bancarelle, e in tutte le aree limitrofe che verranno coinvolte dalla festa, con spazi speciali riservati ai più piccoli. Nelle vie dello shopping, gli addetti in cima alle autoscale sono impegnati a sistemare le illuminazioni che accenderanno il centro storico. E’ un evento di cui ho sentito molto parlare e che ormai attendo anch’io con impazienza: sono curioso di vedere quando, alle cinque e mezza del pomeriggio, le luci si spegneranno e il Christkindl, il Bambin Gesù, apparirà dal balcone della Chiesa della Vergine per invitare tutti i bambini a partecipare con gioia al grande evento. Per la città questa celebrazione significa anche affari, l’arrivo di oltre due milioni di visitatori che portano qualcosa come 100 milioni di euro, ma l’aspetto che credo debba essere preservato è proprio quello della partecipazione dei più piccoli: la speranza è che nulla, in nessun modo, possa in qualche modo rovinare la loro festa.
La notizia leggera è invece che Norimberga ha appena conquistato un modo in più per farsi conoscere nel mondo: con altre diciannove città tedesche, le maggiori, adesso è su Google Street View e grazie a questo strumento la si può guardare e “girare” stando comodamente seduti a casa propria. Basta un clic per riuscire a “curiosare” in una via o in una piazza, leggere un’insegna, studiare un portone, scoprire un angolo nascosto. Libertà a 360 gradi. Secondo qualcuno, è anche troppa: sono stati 244.000, infatti, i tedeschi che hanno detto “no”, che non hanno voluto che la propria casa finisse in quelle degli altri, che chiunque potesse mettere il naso nella loro privacy. Per questo, se utilizzerete lo strumento per capire com’è fatta Norimberga, vi capiterà di trovare degli edifici “oscurati”: sono quelli i cui proprietari hanno detto a Google “grazie, ma non ci sto”. Come sempre, la tecnologia non è di per sé buona o cattiva: dipende dall’uso che se ne fa. Personalmente, mi sento di consigliare un giro virtuale con Street View, soprattutto a chi finora non ha avuto modo di visitare Norimberga: ammirando la fortezza, il centro storico e le chiese sul proprio personal computer, con possibilità anche di “zoomare” sui particolari, magari scaturirà la voglia di venire qui in carne e ossa. Sicuramente ne vale la pena. Ma attenzione: giornate di sole come quelle che si trovano su Google nella realtà sono rare, soprattutto in questa stagione…
Norimberga si appresta a celebrare, il 26 novembre, l’apertura del suo Mercatino di Natale, il più famoso dell’intera Germania, di cui qui si va giustamente orgogliosi: da giorni sono in corso i preparativi, la macchina degli allestimenti procede senza sosta nella piazza del mercato, dove saranno accolte 180 bancarelle, e in tutte le aree limitrofe che verranno coinvolte dalla festa, con spazi speciali riservati ai più piccoli. Nelle vie dello shopping, gli addetti in cima alle autoscale sono impegnati a sistemare le illuminazioni che accenderanno il centro storico. E’ un evento di cui ho sentito molto parlare e che ormai attendo anch’io con impazienza: sono curioso di vedere quando, alle cinque e mezza del pomeriggio, le luci si spegneranno e il Christkindl, il Bambin Gesù, apparirà dal balcone della Chiesa della Vergine per invitare tutti i bambini a partecipare con gioia al grande evento. Per la città questa celebrazione significa anche affari, l’arrivo di oltre due milioni di visitatori che portano qualcosa come 100 milioni di euro, ma l’aspetto che credo debba essere preservato è proprio quello della partecipazione dei più piccoli: la speranza è che nulla, in nessun modo, possa in qualche modo rovinare la loro festa.
La notizia leggera è invece che Norimberga ha appena conquistato un modo in più per farsi conoscere nel mondo: con altre diciannove città tedesche, le maggiori, adesso è su Google Street View e grazie a questo strumento la si può guardare e “girare” stando comodamente seduti a casa propria. Basta un clic per riuscire a “curiosare” in una via o in una piazza, leggere un’insegna, studiare un portone, scoprire un angolo nascosto. Libertà a 360 gradi. Secondo qualcuno, è anche troppa: sono stati 244.000, infatti, i tedeschi che hanno detto “no”, che non hanno voluto che la propria casa finisse in quelle degli altri, che chiunque potesse mettere il naso nella loro privacy. Per questo, se utilizzerete lo strumento per capire com’è fatta Norimberga, vi capiterà di trovare degli edifici “oscurati”: sono quelli i cui proprietari hanno detto a Google “grazie, ma non ci sto”. Come sempre, la tecnologia non è di per sé buona o cattiva: dipende dall’uso che se ne fa. Personalmente, mi sento di consigliare un giro virtuale con Street View, soprattutto a chi finora non ha avuto modo di visitare Norimberga: ammirando la fortezza, il centro storico e le chiese sul proprio personal computer, con possibilità anche di “zoomare” sui particolari, magari scaturirà la voglia di venire qui in carne e ossa. Sicuramente ne vale la pena. Ma attenzione: giornate di sole come quelle che si trovano su Google nella realtà sono rare, soprattutto in questa stagione…
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