Sono le 12.30 e, come sempre, nell’open space de “Il Secolo XIX” imperversa la quotidianità redazionale: i colleghi che telefonano in ogni angolo, i cellulari che squillano, le risate, le conversazioni, il battito sulle tastiere dei computer. E’ morto Toni Curtis e neanche Silvio Berlusconi sta troppo bene. Nulla di veramente grave. I monitor televisivi in redazione mostrano una popolare trasmissione di cucina - manca un po’ più di un’ora alla pausa pranzo.
Mi sono affezionato molto a questi rumori di fondo, nonostante, nei primi giorni, mi abbiano letteralmente travolto. Alla fine non è stato un problema: ho scritto i miei articoli in maniera “anticiclica”, ovvero, nei momenti di relativa calma - la mattina, durante la riunione redazionale oppure durante la pausa pranzo. Per il resto ho capito piuttosto in fretta, che il lavoro dei colleghi qui, non è né migliore né peggiore del lavoro in Germania: ha solo un’altra struttura temporale e tematica.
Essere redattore de “Il Secolo XIX” significa lavorare veramente fino a tardi e non avere altrettanto tempo libero come in Germania. Per quanto riguarda i commenti e l’organizzazione della prossima edizione, tuttavia, credo che qui si lavori con particolare dinamismo, entusiasmo e creatività (anche se, personalmente, non avrei dedicato un’intera pagina nella sezione cultura all’elezione di Miss Italia…). In altre parole: nonostante anche questo quotidiano regionale abbia vissuto tempi difficili, sembra non essersi perso d’animo. Il fatto, che qui non ci si lecchi perennemente le ferite, mi piace molto.
Va bene. Mi rendo conto che queste tematiche sono leccornie solo per i giornalisti. Per questo, prima di andare del tutto alla deriva, preferisco evidenziare altri aspetti, come la gentilezza nei miei confronti, la sincera curiosità dei colleghi per “il tedesco”, per il quale, sin dal primo giorno, era stata prevista una postazione lavoro e una tessera magnetica per aprire le porte (e non venitemi più a raccontare del caos e della capacità d’improvvisare italiana). Non voglio citare nessuno in particolare. Ringrazio tutti coloro che mi sono stati intorno, anche per le molte barzellette e i quotidiani giochi di parole, le risate fatte insieme parlando delle apparenti caratteristiche di tedeschi e italiani. E ringrazio tutti per le molte domande, che mi hanno posto sul mio Paese: qui ora sanno, che la Germania non è fatta solo di Baviera e che la Baviera non si limita alla città di Monaco e all’Oktoberfest, ma sanno addirittura chi sono i franconi. E’ già un bel risultato!
E il mio giudizio su Genova dopo quasi quattro settimane di vita nel centro storico? Essenzialmente ho confermato la mia prima impressione. Genova continua ad essere per me una città ricca di contraddizioni: orrenda e bella, puzzolente e profumata, silenziosa e rumorosa: Ci sono momenti in cui sei contento come una pasqua per non aver calpestato qualche piccolo e puzzolente mucchio di sporcizia sul marciapiede inclinato - poco più tardi lo sguardo viene catturato da un bassorilievo secolare sulla facciata di un palazzo. Non conosco nulla di simile e penso, che Genova potrebbe tranquillamente essere un po’ più sicura di sé stessa e investire di più nel turismo, anche se la città non offra scorci idilliaci da cartolina postale, ma voglia essere scoperta (fra l’altro, il suddetto rilievo si trova in via degli Orefici).
“Nulla ti piove dal cielo, ma devi elaborarti tutto da solo”, mi aveva avvertito un collega nei primissimi giorni in redazione. Va bene, anche se, i giornalisti, che aspettano che le cose vengano loro servite su un piatto d’argento, dovrebbero comunque riflettere seriamente sulla scelta del proprio mestiere. A parte questo, nel frattempo sono convinto che i genovesi siano i peggiori critici di sé stessi, che si attribuiscono dei pregiudizi, che non sono affatto veri. Non ho conosciuto né la leggendaria avarizia, né la presunta tendenza a essere scorbutici che dovrebbe caratterizzare sia i cittadini di questa città che i liguri in generale. Neanche le anziane signore, incrociate sull’autobus, mi hanno preso, come previsto, a gomitate in una lotta corpo a corpo per aggiudicarsi un posto a sedere. Tutti i miei interlocutori, ovunque io sia andato, cercando il dialogo con la popolazione locale: ho sempre ricevuto risposte cordiali, esaustive ed espansive (Commento di un collega: “Ovvio che ti danno delle informazioni - non costano mica nulla”).
Sicuramente, i genovesi non sono un popolo marittimo (la cosa interessante, è che neanche la città, nonostante il porto, profuma di mare e nessuno sa veramente perchè). Sono più propensi alle montagne, all’entroterra e, dunque, più taciturni che, ad esempio, in meridione. Ma anche in Germania, d’altronde, nessuno si aspetterebbe mai da un amburghese, che si comportasse come un cittadino di monaco (o magari come un francone… ). Ma come si dice: è il tono che fa la musica. Laddove ti mostri gentilmente rispettoso, vieni nella maggior parte dei casi ripagato con la stessa medaglia - ovunque al mondo.
In questo senso, dunque, intendo espressamente ringraziare i cittadini di questa città affascinante: sia quelli, che ho citato nei miei articoli, che i tanti, con i quali mi sono intrattenuto tanto per fare quattro chiacchiere. Fra di loro ho incontrato anche tanti immigranti nordafricani o sudamericani, che se la passano come nel resto del mondo: spesso si sentono “tollerati” e malcompresi, mentre molti locali sono convinti, che dovrebbero essere proprio loro a integrarsi meglio. Ma, per quanto riguarda Genova, non voglio permettermi di esprimere altri giudizi - quattro settimane passate in questa città non bastano per giudicare.
Vorrei, invece, esprimere un giudizio su qualcos’altro, o meglio, dare un consiglio al Ministero degli Affari Esteri tedesco: quello di risparmiare, a lungo andare, nonostante l’attuale politica del risparmio, il Goethe-Institut dai previsti tagli economici. Ovvio, che un giornalista, che ha potuto trascorrere quattro settimane in Italia, godendo delle temperature ancora estive, mangiando bene e bevendo ancora meglio, si metta ora a cantare le lodi di chi glielo ha permesso. E’ vero: le temperature erano piacevolmente calde e a Genova puoi riempirti lo stomaco che è un piacere. Ma non si tratta di questo. Si tratta, piuttosto, dello scopo di programmi come “Va bene!?”, che, a mio avviso, contribuiscono molto più alla comprensione reciproca fra i popoli in Europa, che tanti altri dialoghi ai massimi livelli politici. E questo, nonostante i successi dei programmi culturali del Goehte-Institut non si lascino immediatamente tradurre in cifre e statistiche, cosa che, peraltro, è da sempre il problema del mondo della cultura e della formazione.
Ecco qua: benché volessi evitarlo, ho finito per scrivere un saluto vagamente melodrammatico. Ma in fondo per le storie sobrie, basta leggere qui di seguito. Ciao Genova! A presto Norimberga.
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Wednesday, 29. September 2010
La morte? Cerchiamo di stare calmi!
Non voglio far passare a nessuno il buon umore. Ma chi scrive della vita in una città, non può fare a meno di parlare prima o poi della morte. Ammetto che, generalmente, non è una tematica che si affronta volentieri, né in Italia né in Germania. La tematica occupa nella classifica di popolarità uno degli ultimi posti, da qualche parte fra l’omosessualità e la débâcle della nazionale agli ultimi mondiali di calcio. E tutte le volte che, negli ultimi anni, ero in giro con degli amici italiani, al passaggio di un carro funebre ho potuto assistere alla stessa identica scena: con la rapidità del vento tutti quelli intorno a me si sono toccati – scusatemi – le palle. In fin dei conti, non si vuol certo essere il prossimo a viaggiare su quel carro, giusto?
A Genova, tuttavia, il rapporto con la morte mi sembra essere più rilassato, come per la serie: “Può capitare a tutti.” L’atteggiamento potrebbe essere collegato all’andamento demografico: in nessun’altra parte d’Italia, infatti, il tasso di persone anziane è più alto che a Genova e in Liguria, dove l’età media supera addirittura i 47 anni. Nel 2006 sono nati 4700 bambini, a fronte di 8158 casi di decesso. E come mi è stato gentilmente spiegato, in fin dei conti i genovesi sono un popolo di commercianti marittimi, con una lunga tradizione alle spalle. E così, nel corso dei secoli, i pericolosi viaggi per mare avrebbero insegnato loro che, in alcune circostanze, non ci vuol molto a farla finita con la bella vita.
Da queste parti, tuttavia, si coltiva anche un umorismo… nerissimo, a mio avviso insolito per l’Italia. Proprio come in Inghilterra, le barzellette sulla morte sono all’ordine del giorno, magari abbinate al tema dell’avarizia. Non per altro i genovesi godono di fama peggiore degli scozzesi. Lasciatemi, dunque, citare la barzelletta di un collega: L’epigrafe su una lapide recita “Qui giace Giobatta Parodi, morto nel tentativo di raccogliere una moneta da 50 lire”. E sulla lapide accanto si legge: “Qui giace Pinin Pittaluga, morto di rabbia, per non aver mai avuto un’occasione del genere.”
La battuta si addice per parlare di un luogo celebre come il “Cimitero di Staglieno” di Genova, uno dei maggiori cimiteri civici d’Europa (l’estesa superficie vanta addirittura una propria linea di autobus che viaggia da un settore all’altro del cimitero). Come tanti visitatori, anch’io mi sono subito pellegrinato alla tomba di Caterina Campodonico. Nata nel 1804 in uno dei quartieri più poveri della città, sbarcò il lunario vendendo noci e paste per la strada. Ilsuo più grande obiettivo, però, era quello di assicurarsi un posto fra i belli e ricchi della sua epoca – almeno da morta.
Del cimitero di Staglieno bisogna sapere, che rispecchia la severa struttura gerarchica e anche architettonica di Genova: in alto, lungo i pendii ben areati, riposano gli aristocratici e, pare, i cittadini più rispettabili. Proprio come in vita nei palazzi, i defunti “risiedono” qui all’interno di tombe monumentali e cripte che, per le loro dimensioni, non avrebbero nulla da invidiare alla più grandi cappelle. Le persone semplici dovevano (e devono) accontentarsi di un posticino più in basso, in uno dei tanti loculi accatastati per diversi metri uno sopra all’altro, circostanza che è spesso collegata a un certo allenamento fisico per chi resta in vita. Per cambiare i fiori all’ultima tomba in alto, bisogna salire su una delle scale che sono a disposizione. E chi soffre di vertigini, peggio per lui.
Ma torniamo a Caterina. La donna riuscì veramente a mettere da parte così tanti soldi, da potersi permettere nel 1881, anno della sua morte, un posticino nella parte migliore del cimitero, con tanto di statua di marmo, che la raffigura con la sua povera merce: due collane di noccioline e delle ciambelle. Per quanto sono riuscito a scoprire, tuttora i genovesi si rallegrano di cotanto “under statement” e parsimonia (a Norimberga, peraltro, i cittadini hanno simili attitudini). Probabilmente anche la gioia per il male altrui ricopre un ruolo importante. Si racconta, infatti, che gli eredi di Caterina si siano infuriati come il nano Tremotino. Infuriati che i soldi, che avevano elucubrato per anni, fossero stati scolpiti nella pietra.
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
A Genova, tuttavia, il rapporto con la morte mi sembra essere più rilassato, come per la serie: “Può capitare a tutti.” L’atteggiamento potrebbe essere collegato all’andamento demografico: in nessun’altra parte d’Italia, infatti, il tasso di persone anziane è più alto che a Genova e in Liguria, dove l’età media supera addirittura i 47 anni. Nel 2006 sono nati 4700 bambini, a fronte di 8158 casi di decesso. E come mi è stato gentilmente spiegato, in fin dei conti i genovesi sono un popolo di commercianti marittimi, con una lunga tradizione alle spalle. E così, nel corso dei secoli, i pericolosi viaggi per mare avrebbero insegnato loro che, in alcune circostanze, non ci vuol molto a farla finita con la bella vita.
Da queste parti, tuttavia, si coltiva anche un umorismo… nerissimo, a mio avviso insolito per l’Italia. Proprio come in Inghilterra, le barzellette sulla morte sono all’ordine del giorno, magari abbinate al tema dell’avarizia. Non per altro i genovesi godono di fama peggiore degli scozzesi. Lasciatemi, dunque, citare la barzelletta di un collega: L’epigrafe su una lapide recita “Qui giace Giobatta Parodi, morto nel tentativo di raccogliere una moneta da 50 lire”. E sulla lapide accanto si legge: “Qui giace Pinin Pittaluga, morto di rabbia, per non aver mai avuto un’occasione del genere.”
La battuta si addice per parlare di un luogo celebre come il “Cimitero di Staglieno” di Genova, uno dei maggiori cimiteri civici d’Europa (l’estesa superficie vanta addirittura una propria linea di autobus che viaggia da un settore all’altro del cimitero). Come tanti visitatori, anch’io mi sono subito pellegrinato alla tomba di Caterina Campodonico. Nata nel 1804 in uno dei quartieri più poveri della città, sbarcò il lunario vendendo noci e paste per la strada. Ilsuo più grande obiettivo, però, era quello di assicurarsi un posto fra i belli e ricchi della sua epoca – almeno da morta.
Del cimitero di Staglieno bisogna sapere, che rispecchia la severa struttura gerarchica e anche architettonica di Genova: in alto, lungo i pendii ben areati, riposano gli aristocratici e, pare, i cittadini più rispettabili. Proprio come in vita nei palazzi, i defunti “risiedono” qui all’interno di tombe monumentali e cripte che, per le loro dimensioni, non avrebbero nulla da invidiare alla più grandi cappelle. Le persone semplici dovevano (e devono) accontentarsi di un posticino più in basso, in uno dei tanti loculi accatastati per diversi metri uno sopra all’altro, circostanza che è spesso collegata a un certo allenamento fisico per chi resta in vita. Per cambiare i fiori all’ultima tomba in alto, bisogna salire su una delle scale che sono a disposizione. E chi soffre di vertigini, peggio per lui.
Ma torniamo a Caterina. La donna riuscì veramente a mettere da parte così tanti soldi, da potersi permettere nel 1881, anno della sua morte, un posticino nella parte migliore del cimitero, con tanto di statua di marmo, che la raffigura con la sua povera merce: due collane di noccioline e delle ciambelle. Per quanto sono riuscito a scoprire, tuttora i genovesi si rallegrano di cotanto “under statement” e parsimonia (a Norimberga, peraltro, i cittadini hanno simili attitudini). Probabilmente anche la gioia per il male altrui ricopre un ruolo importante. Si racconta, infatti, che gli eredi di Caterina si siano infuriati come il nano Tremotino. Infuriati che i soldi, che avevano elucubrato per anni, fossero stati scolpiti nella pietra.
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Tuesday, 28. September 2010
Quanta polizia serve?
Uno degli appuntamenti preferiti dal Ministro degli Interni bavarese è l’annuale pubblicazione della statistica sulla criminalità. Benché non manchi mai qualche spiacevole sorpresa, come, ad esempio, l’aumento della violenza fra i giovani, tutto sommato sembra essere scolpito nella pietra che: Monaco è la metropoli più sicura di tutta la Germania. Ovviamente, anche la Baviera è il Bundesland più sicuro, dove – criminali, aguzzate le orecchie – i cattivi ragazzi vengono catturati in un battibaleno. Basti pensare, che due terzi dei delitti vengono risolti.
Tutto va a gonfie vele, dunque? Per niente. Nonostante siano in molti ad apprezzare il fatto di non dover temere nulla, da nessuna parte, neanche alle tre di notte, gli stessi sono urtati dall’elevata presenza delle forze dell’ordine e, alla sola vista degli ufficiali, si sentono limitati nella propria libertà civile. Personalmente non ho questo problema e le signore e i signori in uniforme non mi hanno mai dato fastidio. Per fortuna, altrimenti qui a Genova avrei un bel problema.
Ho viaggiato molto in Italia, ma in nessun’altra città ho mai notato così tante volanti, pattuglie e forze dell’ordine. Ho come l’impressione che siano ovunque: al porto vecchio, davanti a Palazzo Ducale, davanti a San Lorenzo. Sempre in gruppo e tutti diversi: Vigili, Carabinieri, Guardie di Finanza e persino qualche unità degli Alpini. Durante la mia prima corsa mattutina per il porto, il giorno dopo il mio arrivo, c’è mancato poco che non mi scontrassi contro una dozzina di Carabinieri, che stavano facendo colazione insieme, sorseggiando il loro caffé. Da allora, mantengo sempre una certa distanza di sicurezza dalle porte dei bar che incontro sulla mia strada. Ovviamente, poi, ho cercato di capire, sulla base di quanto ho appreso leggendo, il perché di cotanta polizia. Nella mia mente è andata più o meno così: Genova, ex-teatro di operazioni delle organizzazioni terroristiche, più G8, con l’uccisione di uno dei manifestanti, più città portuale, più punto di base dell’Ndrangheta, uguale un sacco di poliziotti.
E invece mi sono sbagliato alla grande e ho imparato, con che rapidità la nostra mente possa produrre delle valutazioni errate. Tutti coloro con cui ho parlato negli ultimi giorni, infatti, sono rimasti stupiti dalla mia valutazione e mi hanno spiegato che da un punto di vista genovese sarebbero addirittura poche le divise in città. La presenza di qualche unità degli Alpini, poi, sarebbe stata solo possibile grazie alle reiterate lamentele di molti cittadini, che non si sentivano sufficientemente protetti. Ma allora, se le cose stanno così. Come già detto: per me non ci sono problemi. A questo proposito, poi, consiglio caldamente ai genovesi visitare la Baviera e soprattutto Monaco, la capitale del Land. Lì troveranno poliziotti veramente a ogni angolo della strada - promesso!
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Tutto va a gonfie vele, dunque? Per niente. Nonostante siano in molti ad apprezzare il fatto di non dover temere nulla, da nessuna parte, neanche alle tre di notte, gli stessi sono urtati dall’elevata presenza delle forze dell’ordine e, alla sola vista degli ufficiali, si sentono limitati nella propria libertà civile. Personalmente non ho questo problema e le signore e i signori in uniforme non mi hanno mai dato fastidio. Per fortuna, altrimenti qui a Genova avrei un bel problema.
Ho viaggiato molto in Italia, ma in nessun’altra città ho mai notato così tante volanti, pattuglie e forze dell’ordine. Ho come l’impressione che siano ovunque: al porto vecchio, davanti a Palazzo Ducale, davanti a San Lorenzo. Sempre in gruppo e tutti diversi: Vigili, Carabinieri, Guardie di Finanza e persino qualche unità degli Alpini. Durante la mia prima corsa mattutina per il porto, il giorno dopo il mio arrivo, c’è mancato poco che non mi scontrassi contro una dozzina di Carabinieri, che stavano facendo colazione insieme, sorseggiando il loro caffé. Da allora, mantengo sempre una certa distanza di sicurezza dalle porte dei bar che incontro sulla mia strada. Ovviamente, poi, ho cercato di capire, sulla base di quanto ho appreso leggendo, il perché di cotanta polizia. Nella mia mente è andata più o meno così: Genova, ex-teatro di operazioni delle organizzazioni terroristiche, più G8, con l’uccisione di uno dei manifestanti, più città portuale, più punto di base dell’Ndrangheta, uguale un sacco di poliziotti.
E invece mi sono sbagliato alla grande e ho imparato, con che rapidità la nostra mente possa produrre delle valutazioni errate. Tutti coloro con cui ho parlato negli ultimi giorni, infatti, sono rimasti stupiti dalla mia valutazione e mi hanno spiegato che da un punto di vista genovese sarebbero addirittura poche le divise in città. La presenza di qualche unità degli Alpini, poi, sarebbe stata solo possibile grazie alle reiterate lamentele di molti cittadini, che non si sentivano sufficientemente protetti. Ma allora, se le cose stanno così. Come già detto: per me non ci sono problemi. A questo proposito, poi, consiglio caldamente ai genovesi visitare la Baviera e soprattutto Monaco, la capitale del Land. Lì troveranno poliziotti veramente a ogni angolo della strada - promesso!
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Sunday, 26. September 2010
L’Italia corre!
Che l’Italia sia una nazione appassionata di sport, lo sanno tutti in Germania. Ciononostante ci ostiniamo a credere, che qui si parli soprattutto di calcio & dintorni, mostrandosi altrimenti piuttosto restii nel praticare regolaremente un’attività fisica. Ignoro come si sia concretizzato questo annichilente pregiudizio. Tuttavia, posso immaginarmi, che siano state sommatte le attente osservazioni condotte per anni lungo le spiaggie italiane. Un turista medio tedesco potrebbe infatti pensare, che gli italiani non nuotino volentieri, limitandosi, nella migliore delle ipotesi, a umettarsi regolarmente con l’acqua salata, per potenziare la già ragguardevole abbronzatura. Laddove noi, ospiti settentrionali, bianchi come mozzarelle, amiamo stare in acqua per ore, nuotando a stile libero, ci raffrontiamo tuttalpiù con giovani locali che giocano a beach volley, impegnandosi veramente, solo al passaggio di qualche bella fanciulla. Anche in altri contesti molti tedeschi sono sicuri, che l’italiano adulto si dedichi al massimo a discipline sportive dall’elevato impatto visivo, che gli garantiscano tuttavia di non sudare o faticare troppo. Per non parlare poi delle orde di ciclisti in divisa high-tech, che ogni fine settimana vedi chiacchierare allegramente ad ogni angolo della strada.
Ora, a parte il fatto che neanche noi tedeschi siamo tutti piccoli Arnold Schwarzeneggers e che molti di noi si muovono esclusivamente durante le pause pubblicitarie, facendo avanti indietro fra il salone e la cucina: l’Italia sembra veramente essere stata contagiata da quella smania di correre che va propagandosi attualmente tutti i Paesi. Stando a un’indagine rappresentativa, condotta da una delle maggiori industrie di articoli sportivi, il 36% degli europei in età compresa fra i 15 e i 65 anni andrebbe regolarmente a correre lungo le strade, nei parchi e nei boschi. Sono staten ben 494 le maratone organizzate solo nel 2009, senza contare le innumerevoli altre piccole corse che hanno avuto luogo. In questo Genova è perfettamente al passo coi tempi: Durante le mie corse mattutine lungo il porto sono tutt’altro che solo e questa domenica ho addirittura assistito alla „Caruggincursa“: Una gara podistica lunga dieci chilometri che attraversa i vicoli del centro storico. Chi non aspirava a tanto, poteva ripiegare sui 5,5 chilometri della maratona amatoriale. Benché l’afflusso non sia stato così grande come per la maratona cittadina di Norimberga, alla quale, l’anno scorso, hanno partecipato oltre 7000 corridori, anche Genova, con i suoi 1500 partecipanti ha potuto superare l’affluenza del 2009. Il più veloce ha percorso i dieci chilometri in grandosi 31 minuti e otto secondi. Certo, anche l’arrivo dei corridori nella parte centrale del percorso di gara, 15 minuti dopo il via, non è stato privo di spettacolarità. Accanto alla linea del traguardo non poteva mancare una frequentatissima tenda dei massaggi, proprio come i punti ristoro con montagne d’acqua, di banane e di bevande isotoniche. Di fronte a uno spettacolo del genere un ingenuo osservatore avrebbe potuto credere, che proprio a Genova si stesse disputando una di quelle gare di Triathlon su distanza super lunga denominate “ironman”. Suvvia, almeno quando si suda e si fatica, un po’ di messinscena è concessa. In fondo c’erano anche le donne.
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Ora, a parte il fatto che neanche noi tedeschi siamo tutti piccoli Arnold Schwarzeneggers e che molti di noi si muovono esclusivamente durante le pause pubblicitarie, facendo avanti indietro fra il salone e la cucina: l’Italia sembra veramente essere stata contagiata da quella smania di correre che va propagandosi attualmente tutti i Paesi. Stando a un’indagine rappresentativa, condotta da una delle maggiori industrie di articoli sportivi, il 36% degli europei in età compresa fra i 15 e i 65 anni andrebbe regolarmente a correre lungo le strade, nei parchi e nei boschi. Sono staten ben 494 le maratone organizzate solo nel 2009, senza contare le innumerevoli altre piccole corse che hanno avuto luogo. In questo Genova è perfettamente al passo coi tempi: Durante le mie corse mattutine lungo il porto sono tutt’altro che solo e questa domenica ho addirittura assistito alla „Caruggincursa“: Una gara podistica lunga dieci chilometri che attraversa i vicoli del centro storico. Chi non aspirava a tanto, poteva ripiegare sui 5,5 chilometri della maratona amatoriale. Benché l’afflusso non sia stato così grande come per la maratona cittadina di Norimberga, alla quale, l’anno scorso, hanno partecipato oltre 7000 corridori, anche Genova, con i suoi 1500 partecipanti ha potuto superare l’affluenza del 2009. Il più veloce ha percorso i dieci chilometri in grandosi 31 minuti e otto secondi. Certo, anche l’arrivo dei corridori nella parte centrale del percorso di gara, 15 minuti dopo il via, non è stato privo di spettacolarità. Accanto alla linea del traguardo non poteva mancare una frequentatissima tenda dei massaggi, proprio come i punti ristoro con montagne d’acqua, di banane e di bevande isotoniche. Di fronte a uno spettacolo del genere un ingenuo osservatore avrebbe potuto credere, che proprio a Genova si stesse disputando una di quelle gare di Triathlon su distanza super lunga denominate “ironman”. Suvvia, almeno quando si suda e si fatica, un po’ di messinscena è concessa. In fondo c’erano anche le donne.
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Wednesday, 22. September 2010
Sangue per i vicoli di Genova!
Gli assassini e i ladri, il piccolo boreggiatore e il boss mafioso: tutti loro trovano di che divertirsi a Genova, una città dove si ruba, si uccide, si trafuga e si spara che è un piacere. Perlomeno nei romanzi gialli degli autori genovesi. Ma come portebbe essere diversamente: di rado una città si presta, già solo a prima vista, ad ospitare crimini di ogni genere.
Uniti insieme i Caruggi, come vengono chiamati nel dialetto locale gli stretti vicoli del più grande centro storico medievale di tutta Europa, formano un labirinto lungo quaranta chilometri. Benché capiti ormai sempre più spesso di sentire il tintinnio dei bicchieri da vino o da cocktail dei bar alla moda, che gettano le loro luci persino nei più ambigui angoli della città vecchia, esistono ancora abbastanza angoli umidi, tetri, ammuffiti, depravati e tremendamente puzzolenti, lontano dallo sfarzo delle facciate su via Garibaldi, capaci di risvegliare al calar delle tenebre l’istinto fuggiasco di ogni turista. Il luogo resta, comunque, una geniale ambientazione per criminali, demi-monde e i loro avversari.
Come, ad esempio, il l’investigatore Bacci Pagano, un detective privato, classificato dalla fidanzata psicologa, come un “analfabeta dei sentimenti”. A bordo della sua Vespa 200 PX rossa sfreccia lungo i vicoli della città, costretto a difendersi puntualmente con la sua Beretta calibro 9, contro chi cerca di aggredirlo. E’ già la sesta volta che il suo ideatore, lo scrittore Morchio, lo manda in cerca di qualcuno, assicurandosi, fra l'altro, un certo successo.
Proprio come è capitato a Claudio Paglieri, che quest’estate ha sguinzagliato per la terza volta il suo Commissario Marco Luciani lungo la costa ligure, per far luce sulla misteriosa morte di un anziano pescatore, finendo poi sulle tracce di una spettacolare truffa d’opere d’arte (“La cacciatrice di teste” Edizioni Piemme/”Keine Pizza für Commissario Luciani”, Aufbau Taschenbuch Verlag“).
Anche a me piace leggere questo tipo di libri e questo mi allinea perfettamente con il crescente numero di amanti del giallo italiano. Nel mio caso, la storia d'amore è iniziata con Andrea Camilleri e il suo Commissario Salvo Montalbano. Dopo aver visitato diverse volte dei miei amici vicino Palermo, ho ritrovato, nei libri di Camillleri, uno spaccato sicuramente ironico, alle volte naturalmente esagerato, ma tutto sommato realistico di quel paesaggio umano che è la Sicilia, senza ovviamente escludere l'incredibilmente lunatico ed eternamente ingordo Montalbano.
Claudio Paglieri, che continua a lavorare principalmente come giornalista e che qui, nella redazione de “Il Secolo XIX”, siede a neanche dieci passi di distanza da me, ha fatto del suo Commissario Luciani un personaggio totalmente diverso: alto quasi due metri, patito del jogging, con pesanti disturbi alimentari e altri problemi e difetti psichici. Un carattere, insomma, pieno di contraddizioni, proprio come Genova. C’è solo una cosa che Luciani sembra sopportare meno di sé stesso: le questioni irrisolte. Ad ogni modo, il personaggio non è autobiografico. O meglio: non solo. “E’ un miscuglio di tante cose: di mie abitudini, di comportamenti osservati per strada oppure fra i miei conoscenti.” La risposta alla domanda, come mai abbia ideato un personaggio del genere, è alquanto pragmatica. “In questa massa di libri gialli che trovi sul mercato, volevo creare un personaggio, che si distinguesse, che colpisse”.
In effetti questo scrittore quarantacinquenne, pluripremiato in ambito letterario, ha iniziato piuttosto tardi a scrivere dei “gialli”, chiamati così dopo che negli anni 1930 l’editore Mondadori pubblicò una collana di romanzi polizieschi dalla copertina gialla. “In parte, perché io stesso sono un amante dei gialli, in parte perché è un genere che si vende bene, quando il prodotto è buono”. Ecco perché. Il primo caso del Commissario Luciani è stato pubblicato nel 2001, quando già numerosi detective fittizi si aggiravano per i vicoli di Genova. Ma sono pochi gli autori che, come lui e Morchio, hanno ottenuto un crescente successo, soprattutto all’estero.
Questo è dovuto soprattutto al fatto, che i suoi libri non pullulano di stereotipi e non sanno di atmosfere prettamente locali, come tuttora accade con molti scrittori non italiani. Basta dare uno sguardo ai romanzi di Donna Leon, anglo-americana d’origine, ma veneziana d’adozione. Le storie italiane dei suoi romanzi sono fin troppo artefatte e legate ai soliti stereotipi. La cosa peggiora, poi, con le riduzioni cinematografiche dei casi del “Commissiario Brunetti”. Quando gli attori tedeschi passeggiano lungo il ponte di Rialto cercando di parlare gesticolando, sono altrettanto autentici quanto il Hofbräuhaus a Genova. A sud delle Alpi, infatti, non fioriscono solo i limoni e il Paese non è fatto solo di mafia e di corruzione. Le spiagge sull’Adriatico settentrionale non accolgono solo mandrie di teutonici, ma sono una meta prediletta dagli stessi italiani. Neanche al sud splende sempre il sole. Berlusconi non è solo un insopportabile arrogante, ma anche un geniale imprenditore. Anche qui le famiglie numerose sono ormai in via d’estinzione e, anno dopo anno, la Cameo, nota in Germania col nome di Dr. Oetker, vende in Italia sempre più pizze surgelate. In altre parole: tutti i pregiudizi sull’Italia sono veri, ma al contempo, nessuno di essi è veramente corretto.
Anche da questo punto di vista libri come quelli del mio collega Paglieri sono come un’opera buona. Non solo i gialli, ma anche il suo racconto sul carattere dei liguri, pubblicato nel 2001. Me l'ha dato in dono lui stesso, la settimana scorsa. Ciò che mi ha maggiormente stupito leggendolo, è sapere che l’autore sia ancora vivo e vegeto. Raramente, infatti, ho assistito a una resa dei conti così spietata. Paglieri descrive i liguri, ma soprattutto i genovesi, come persone diffidenti e invidiose, tirchie, saccenti, che badano solo ai propri interessi, pessimisti, distaccati, insoddisfatti e non particolarmente fieri. Dei commercianti, che vorrebbero non esserlo. Dei navigatori, che si sentono più vicini alle montagne, che al mare davanti alla porta di casa. “Come tutti popoli che sono stati grandi e potenti e che la storia ha poi ridimensionato, i liguri hanno conservato un orgoglio e un' amarezza che li rendono spesso intrattabili” si legge, ad esempio, nelle prime venti pagine. Dopodiché il tono si fa più conciliante.
In effetti lui stesso è il primo a stupirsi di come, dopo l’uscita del libro, i suoi concittadini non gli abbiano reso la vita un inferno. In parte lo riconduce al fatto che, lui, da vero nativo, non ha fatto altro che descrivere i propri errori, raccontando, dunque, semplicemente la verità. E va bene. Ma per riabilitare i genovesi tengo a precisare che, ad oggi, sono sempre stato trattato con gentilezza. E poi: molto di ciò che Claudio scrive dei suoi conterranei, mi fa venire in mente la gente di Norimberga. E’ dal 1806, da quando Napoleone ha annesso la città al Regno della Baviera, che i cittadini di questa ex potente e ricca cittadina commerciale non fanno che lamentarsi e imprecare contro Monaco, come se la loro gloria non fosse affatto tramontata molto prima. Negli ultimi anni, tuttavia, la situazione è leggermente migliorata. Anche a Genova, come ammette Paglieri, benché questo non dipenda dai liguri: La crescente affluenza di turisti, di italiani, trasferitisi da altre regioni, e di stranieri, avrebbe fatto decisamente bene alla regione.
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Uniti insieme i Caruggi, come vengono chiamati nel dialetto locale gli stretti vicoli del più grande centro storico medievale di tutta Europa, formano un labirinto lungo quaranta chilometri. Benché capiti ormai sempre più spesso di sentire il tintinnio dei bicchieri da vino o da cocktail dei bar alla moda, che gettano le loro luci persino nei più ambigui angoli della città vecchia, esistono ancora abbastanza angoli umidi, tetri, ammuffiti, depravati e tremendamente puzzolenti, lontano dallo sfarzo delle facciate su via Garibaldi, capaci di risvegliare al calar delle tenebre l’istinto fuggiasco di ogni turista. Il luogo resta, comunque, una geniale ambientazione per criminali, demi-monde e i loro avversari.
Come, ad esempio, il l’investigatore Bacci Pagano, un detective privato, classificato dalla fidanzata psicologa, come un “analfabeta dei sentimenti”. A bordo della sua Vespa 200 PX rossa sfreccia lungo i vicoli della città, costretto a difendersi puntualmente con la sua Beretta calibro 9, contro chi cerca di aggredirlo. E’ già la sesta volta che il suo ideatore, lo scrittore Morchio, lo manda in cerca di qualcuno, assicurandosi, fra l'altro, un certo successo.
Proprio come è capitato a Claudio Paglieri, che quest’estate ha sguinzagliato per la terza volta il suo Commissario Marco Luciani lungo la costa ligure, per far luce sulla misteriosa morte di un anziano pescatore, finendo poi sulle tracce di una spettacolare truffa d’opere d’arte (“La cacciatrice di teste” Edizioni Piemme/”Keine Pizza für Commissario Luciani”, Aufbau Taschenbuch Verlag“).
Anche a me piace leggere questo tipo di libri e questo mi allinea perfettamente con il crescente numero di amanti del giallo italiano. Nel mio caso, la storia d'amore è iniziata con Andrea Camilleri e il suo Commissario Salvo Montalbano. Dopo aver visitato diverse volte dei miei amici vicino Palermo, ho ritrovato, nei libri di Camillleri, uno spaccato sicuramente ironico, alle volte naturalmente esagerato, ma tutto sommato realistico di quel paesaggio umano che è la Sicilia, senza ovviamente escludere l'incredibilmente lunatico ed eternamente ingordo Montalbano.
Claudio Paglieri, che continua a lavorare principalmente come giornalista e che qui, nella redazione de “Il Secolo XIX”, siede a neanche dieci passi di distanza da me, ha fatto del suo Commissario Luciani un personaggio totalmente diverso: alto quasi due metri, patito del jogging, con pesanti disturbi alimentari e altri problemi e difetti psichici. Un carattere, insomma, pieno di contraddizioni, proprio come Genova. C’è solo una cosa che Luciani sembra sopportare meno di sé stesso: le questioni irrisolte. Ad ogni modo, il personaggio non è autobiografico. O meglio: non solo. “E’ un miscuglio di tante cose: di mie abitudini, di comportamenti osservati per strada oppure fra i miei conoscenti.” La risposta alla domanda, come mai abbia ideato un personaggio del genere, è alquanto pragmatica. “In questa massa di libri gialli che trovi sul mercato, volevo creare un personaggio, che si distinguesse, che colpisse”.
In effetti questo scrittore quarantacinquenne, pluripremiato in ambito letterario, ha iniziato piuttosto tardi a scrivere dei “gialli”, chiamati così dopo che negli anni 1930 l’editore Mondadori pubblicò una collana di romanzi polizieschi dalla copertina gialla. “In parte, perché io stesso sono un amante dei gialli, in parte perché è un genere che si vende bene, quando il prodotto è buono”. Ecco perché. Il primo caso del Commissario Luciani è stato pubblicato nel 2001, quando già numerosi detective fittizi si aggiravano per i vicoli di Genova. Ma sono pochi gli autori che, come lui e Morchio, hanno ottenuto un crescente successo, soprattutto all’estero.
Questo è dovuto soprattutto al fatto, che i suoi libri non pullulano di stereotipi e non sanno di atmosfere prettamente locali, come tuttora accade con molti scrittori non italiani. Basta dare uno sguardo ai romanzi di Donna Leon, anglo-americana d’origine, ma veneziana d’adozione. Le storie italiane dei suoi romanzi sono fin troppo artefatte e legate ai soliti stereotipi. La cosa peggiora, poi, con le riduzioni cinematografiche dei casi del “Commissiario Brunetti”. Quando gli attori tedeschi passeggiano lungo il ponte di Rialto cercando di parlare gesticolando, sono altrettanto autentici quanto il Hofbräuhaus a Genova. A sud delle Alpi, infatti, non fioriscono solo i limoni e il Paese non è fatto solo di mafia e di corruzione. Le spiagge sull’Adriatico settentrionale non accolgono solo mandrie di teutonici, ma sono una meta prediletta dagli stessi italiani. Neanche al sud splende sempre il sole. Berlusconi non è solo un insopportabile arrogante, ma anche un geniale imprenditore. Anche qui le famiglie numerose sono ormai in via d’estinzione e, anno dopo anno, la Cameo, nota in Germania col nome di Dr. Oetker, vende in Italia sempre più pizze surgelate. In altre parole: tutti i pregiudizi sull’Italia sono veri, ma al contempo, nessuno di essi è veramente corretto.
Anche da questo punto di vista libri come quelli del mio collega Paglieri sono come un’opera buona. Non solo i gialli, ma anche il suo racconto sul carattere dei liguri, pubblicato nel 2001. Me l'ha dato in dono lui stesso, la settimana scorsa. Ciò che mi ha maggiormente stupito leggendolo, è sapere che l’autore sia ancora vivo e vegeto. Raramente, infatti, ho assistito a una resa dei conti così spietata. Paglieri descrive i liguri, ma soprattutto i genovesi, come persone diffidenti e invidiose, tirchie, saccenti, che badano solo ai propri interessi, pessimisti, distaccati, insoddisfatti e non particolarmente fieri. Dei commercianti, che vorrebbero non esserlo. Dei navigatori, che si sentono più vicini alle montagne, che al mare davanti alla porta di casa. “Come tutti popoli che sono stati grandi e potenti e che la storia ha poi ridimensionato, i liguri hanno conservato un orgoglio e un' amarezza che li rendono spesso intrattabili” si legge, ad esempio, nelle prime venti pagine. Dopodiché il tono si fa più conciliante.
In effetti lui stesso è il primo a stupirsi di come, dopo l’uscita del libro, i suoi concittadini non gli abbiano reso la vita un inferno. In parte lo riconduce al fatto che, lui, da vero nativo, non ha fatto altro che descrivere i propri errori, raccontando, dunque, semplicemente la verità. E va bene. Ma per riabilitare i genovesi tengo a precisare che, ad oggi, sono sempre stato trattato con gentilezza. E poi: molto di ciò che Claudio scrive dei suoi conterranei, mi fa venire in mente la gente di Norimberga. E’ dal 1806, da quando Napoleone ha annesso la città al Regno della Baviera, che i cittadini di questa ex potente e ricca cittadina commerciale non fanno che lamentarsi e imprecare contro Monaco, come se la loro gloria non fosse affatto tramontata molto prima. Negli ultimi anni, tuttavia, la situazione è leggermente migliorata. Anche a Genova, come ammette Paglieri, benché questo non dipenda dai liguri: La crescente affluenza di turisti, di italiani, trasferitisi da altre regioni, e di stranieri, avrebbe fatto decisamente bene alla regione.
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Monday, 20. September 2010
Dove butto la bottiglietta di plastica?
La coda all’ingresso di Palazzo Ducale è enorme, ma le persone su Piazza de Ferrari non spingono per entrare nell’edificio. Vogliono raggiungere un punto informazione sulla sinistra dello scalone. Lì ci sono tante piccola bottigliette trasparenti e chi se ne aggiudica una, può subito andarla a riempire lì accanto, con… dell’acqua corrente! L’iniziativa della città di Genova vuole convincere le persone, a non acquistare più l’acqua minerale confezionata, tenendo, invece, il bicchiere direttamente sotto al rubinetto, sicuramente per risparmiare, ma soprattutto per evitare ulteriore spazzatura.
Questo accadeva nel tardo pomeriggio dell’11 settembre, mentre Genova attendeva con ansia la “Notte Bianca”, la megafesta che dura fino all’alba del giorno seguente. Allora ho pensato: se davanti a un’occasione del genere, le persone attendono in massa davanti a un punto informazioni della citta per ricevere informazioni sulla tutela dell’ambiente, dovrò a poco a poco abbandonare quel pregiudizio tipicamente tedesco, che vuole che gli italiani non si facciano il menché minimo scrupolo su cosa buttino giorno dopo giorno nei bidoni della spazzatura.
Le immagini del 2008 sono più che note in Germania: sacchetti dell’immondizia sullo sfondo del Vesuvio, il fumo nero che sale nel cuore di Napoli dalle montagne di rifiuti in fiamme, schiere di ratti, che attraversano in pieno giorno il centro storico e treni carichi d’immondizia che raggiungono anche la Renania Settentrionale-Westfalia per essere bruciati e smaltiti a caro prezzo per i contribuenti italiani. Basta pronunciare “Napoli” fra un gruppo di amici, che qualcuno di risponde subito “spazzatura”, dando il la per la più bella delle discussioni sulla sporcizia, sulla Mafia e sul fatto che “gli italiani” non capiranno mai, quanto sia importante reciclare e disporre di un ordinato sistema di vuoti a rendere.
In Germania la tematica ti accompagna sin dall'infanzia. Alle volte, penso che la prima parola che imparano i bambini tedeschi dopo “mamma” e “papà” sia “raccolta differenziata” (solo mio figlio preferiva inspiegabilmente dire “anatra”). Io stesso ho sentito parlare per la prima volta di “reciclaggio” in terza o quarta elementare, ovvero neanche 30 anni fa. Mi ricordo perfettamente: la materia si chiamava “educazione civica” e quella strana parola era riportata in un librone, circondata da tante immagini colorate di fiumi inquinati e alberi senza foglie che dovevano mostrare come noi uomini, da veri porci quali siamo, dovremmo controllarci un po’ per amore della natura. E allora: comprate solo vuoti a rendere e separate la plastica dall’alluminio, la carta e il vetro.
E’ da allora che lo facciamo. Ovunque ci sono container di diversi colori che farebbero capire persino a un analfabeta cosa ci vada buttato dentro. Verde = vetro verde, marrone = vetro marrone, bianco = vetro bianco, blu = carta, giallo = materiali plastici, marrone scuro = rifiuti organici. E in pendent ai container le case e gli appartamenti sono dotati di secchi dell’immondizia con diversi scomparti per una corretta raccolta differenziata. Dal 2003, poi, chi compra una lattina di Cola o una birra in una bottiglietta di plastica deve pagare il vuoto a rendere e dal 2006 la maggior parte dei negozi sono tenuti a riprendere i vuoti a rendere anche quando non li hanno personalmente venduti.
Non che tutto questo ci piaccia, ma lo facciamo appunto per abitudine e, segretamente, siamo anche orgogliosi di essere così esemplari. Questo, infatti, ci permette sempre di puntare l’indice contro gli spagnoli, i francesi, gli italiani e via dicendo, scuotendo il capo in un misto di indignazione e compassione.
Bene, per quanto riguarda Genova devo purtroppo dire, che le persone in fila davanti a Palazzo Ducale cercavano di farsi largo perché il punto informazioni distribuiva qulacosa gratuitamente e perché un po’ di acqua potabile in una pratica bottiglieta non può far mai male quando ci attendono diverse ore di spettacoli all’aria aperta. La maggior parte dei rifiuti è finita in modo indifferenziato nei grandi bidoni che almeno nel centro storico (e dunque davanti la mia porta di casa) vengono rumorosamente svuoltati giorno dopo giorno, mattina e sera. “Lo smaltimento dei rifiuti a Genova è vagamente preistorico”, deplorava agli inizi di giugno anche Pietro Antonio D’Alema, capo dell’Amiu, l’Azienda Multiservizi e d’Igiene Urbana della città. Se da un lato fra il 2006 e il 2009 la raccolta differenziata è stata estesa dal 12 al 27% dei rifiuti, a fronte delle 336 000 tonnellate di spazzatura l’anno (550 chili pro capite) che finiscono semplicemente in discariche straripanti, la percentuale non soddisfa i responsabili del comune.
Ciononostante, persino nella stretta citta vecchia con le sue viuzze non più larghe di un asciugamano si trovano ormai dei secchi dell’immondizia solo per la plastica. Negli spazi più larghi si può fare la raccolta differenziata quasi come in Germania. Grazie a diverse campagne di senisbilizzazione, l’Amiu cerca di accerscere la consapevolezza del problema. Nella regione esiste persino un modello sperimentale di raccolta differenziata al quale partecipano qualche migliaio di famiglie. E parlando con gli italiani si percepisce una maggiore comprensione e la volontà di cambiare qualcosa (abbinata spesso alla confessione che la strada per raggiungere i punti di raccolta è spesso lunga e faticosa…). Credete, dunque, che il reciclaggio dei rifiuti non funzionerà mai in Italia? Non la metterei proprio così. Basta osservare i padroni dei cani: non appena l’amico a quattro zampe lascia cadere qualcosa, il suo padroncino o la sua padroncina tirano subito fuori una busta e raccolgono ordinatamente queste “mine a pressione”. Mi piacerebbe vederla in Germania una cosa del genere. Ogni Paese ha dunque i suoi difetti. E allora: un po’ di pazienza, per favore.
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Questo accadeva nel tardo pomeriggio dell’11 settembre, mentre Genova attendeva con ansia la “Notte Bianca”, la megafesta che dura fino all’alba del giorno seguente. Allora ho pensato: se davanti a un’occasione del genere, le persone attendono in massa davanti a un punto informazioni della citta per ricevere informazioni sulla tutela dell’ambiente, dovrò a poco a poco abbandonare quel pregiudizio tipicamente tedesco, che vuole che gli italiani non si facciano il menché minimo scrupolo su cosa buttino giorno dopo giorno nei bidoni della spazzatura.
Le immagini del 2008 sono più che note in Germania: sacchetti dell’immondizia sullo sfondo del Vesuvio, il fumo nero che sale nel cuore di Napoli dalle montagne di rifiuti in fiamme, schiere di ratti, che attraversano in pieno giorno il centro storico e treni carichi d’immondizia che raggiungono anche la Renania Settentrionale-Westfalia per essere bruciati e smaltiti a caro prezzo per i contribuenti italiani. Basta pronunciare “Napoli” fra un gruppo di amici, che qualcuno di risponde subito “spazzatura”, dando il la per la più bella delle discussioni sulla sporcizia, sulla Mafia e sul fatto che “gli italiani” non capiranno mai, quanto sia importante reciclare e disporre di un ordinato sistema di vuoti a rendere.
In Germania la tematica ti accompagna sin dall'infanzia. Alle volte, penso che la prima parola che imparano i bambini tedeschi dopo “mamma” e “papà” sia “raccolta differenziata” (solo mio figlio preferiva inspiegabilmente dire “anatra”). Io stesso ho sentito parlare per la prima volta di “reciclaggio” in terza o quarta elementare, ovvero neanche 30 anni fa. Mi ricordo perfettamente: la materia si chiamava “educazione civica” e quella strana parola era riportata in un librone, circondata da tante immagini colorate di fiumi inquinati e alberi senza foglie che dovevano mostrare come noi uomini, da veri porci quali siamo, dovremmo controllarci un po’ per amore della natura. E allora: comprate solo vuoti a rendere e separate la plastica dall’alluminio, la carta e il vetro.
E’ da allora che lo facciamo. Ovunque ci sono container di diversi colori che farebbero capire persino a un analfabeta cosa ci vada buttato dentro. Verde = vetro verde, marrone = vetro marrone, bianco = vetro bianco, blu = carta, giallo = materiali plastici, marrone scuro = rifiuti organici. E in pendent ai container le case e gli appartamenti sono dotati di secchi dell’immondizia con diversi scomparti per una corretta raccolta differenziata. Dal 2003, poi, chi compra una lattina di Cola o una birra in una bottiglietta di plastica deve pagare il vuoto a rendere e dal 2006 la maggior parte dei negozi sono tenuti a riprendere i vuoti a rendere anche quando non li hanno personalmente venduti.
Non che tutto questo ci piaccia, ma lo facciamo appunto per abitudine e, segretamente, siamo anche orgogliosi di essere così esemplari. Questo, infatti, ci permette sempre di puntare l’indice contro gli spagnoli, i francesi, gli italiani e via dicendo, scuotendo il capo in un misto di indignazione e compassione.
Bene, per quanto riguarda Genova devo purtroppo dire, che le persone in fila davanti a Palazzo Ducale cercavano di farsi largo perché il punto informazioni distribuiva qulacosa gratuitamente e perché un po’ di acqua potabile in una pratica bottiglieta non può far mai male quando ci attendono diverse ore di spettacoli all’aria aperta. La maggior parte dei rifiuti è finita in modo indifferenziato nei grandi bidoni che almeno nel centro storico (e dunque davanti la mia porta di casa) vengono rumorosamente svuoltati giorno dopo giorno, mattina e sera. “Lo smaltimento dei rifiuti a Genova è vagamente preistorico”, deplorava agli inizi di giugno anche Pietro Antonio D’Alema, capo dell’Amiu, l’Azienda Multiservizi e d’Igiene Urbana della città. Se da un lato fra il 2006 e il 2009 la raccolta differenziata è stata estesa dal 12 al 27% dei rifiuti, a fronte delle 336 000 tonnellate di spazzatura l’anno (550 chili pro capite) che finiscono semplicemente in discariche straripanti, la percentuale non soddisfa i responsabili del comune.
Ciononostante, persino nella stretta citta vecchia con le sue viuzze non più larghe di un asciugamano si trovano ormai dei secchi dell’immondizia solo per la plastica. Negli spazi più larghi si può fare la raccolta differenziata quasi come in Germania. Grazie a diverse campagne di senisbilizzazione, l’Amiu cerca di accerscere la consapevolezza del problema. Nella regione esiste persino un modello sperimentale di raccolta differenziata al quale partecipano qualche migliaio di famiglie. E parlando con gli italiani si percepisce una maggiore comprensione e la volontà di cambiare qualcosa (abbinata spesso alla confessione che la strada per raggiungere i punti di raccolta è spesso lunga e faticosa…). Credete, dunque, che il reciclaggio dei rifiuti non funzionerà mai in Italia? Non la metterei proprio così. Basta osservare i padroni dei cani: non appena l’amico a quattro zampe lascia cadere qualcosa, il suo padroncino o la sua padroncina tirano subito fuori una busta e raccolgono ordinatamente queste “mine a pressione”. Mi piacerebbe vederla in Germania una cosa del genere. Ogni Paese ha dunque i suoi difetti. E allora: un po’ di pazienza, per favore.
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Friday, 17. September 2010
Oktoberfest a Genova: meglio evitare paragoni!
Ci siamo! Oggi, a Monaco di Baviera, mio domicilio tedesco, prende il via la duecentesima edizione dell’Oktoberfest. Auguri! E così, da diverse settimane ormai, i media si fanno in quattro per indagare, nel profondo della Baviera meridionale, alcune questioni terribilmente importanti sulla festa. Domande tipo: Che sapore ha la birra? E perché rende gli ospiti stranieri subito ubriachi? Dove acquistare ancora un costume tipico bavarese? Quale tattica adottare quando si hanno già tre litri di birra nel sangue e si vuole comunque flirtare con l’australiana che non ci capisce neanche da sobri? E infine, importantissimo: come intrufolarsi in uno dei tendoni stracolmi di gente se non si ha prenotato?
E va bene, capisco i miei colleghi: non si può mica reinventare ogni anno la ruota. Devo ammettere, poi, di non essere un grande fan della manifestazione, nonostante, per la maggior parte degli italiani (come per molti tedeschi e bavaresi) abbia addirittura qualcosa di mistico. In fondo sarebbe uno stile di vita o farebbe addirittura parte del “patrimonio culturale”. Confesso che, frasi del genere, mi fanno rizzare un po’ i capelli, anche se sono gli stessi organizzazioni a pubblicizzare così l’Oktoberfest. A mio avviso, infatti, la festa non altro che una foglia di fico per un’immensa sbevazzata, capace di attirare sei milioni di persone, che consumano altrettanti litri di Birra. In altre parole: per chi lavora nel settore gastronomico e alberghiero, questa è una straordinaria opportunità per guadagnare un mucchio di soldi. Prego, non è sbagliato, ma la cultura e il commercio sono due paia di maniche.
Per chi vive a Monaco, l’Oktoberfest è sinonimo di stato d’emergenza, in senso positivo e negativo. In quel periodo, infatti, il mondo si riversa in città, l’atmosfera è internazionale e prevalentemente pacifica e spensierata. D’altra parte, però, per paura di attacchi terroristici, molte parti della città restano chiuse al pubblico e la presenza delle forze dell’ordine è massiccia. I mezzi di trasporto pubblici sono sovraffollati e, spesso, il loro stato non è dei migliori. Come accennavo prima: molti bevono troppo. Posta in questo modo, la situazione diventa lampante anche per i miei colleghi de “Il Secolo XIX” di Genova, dove fino al 26 settembre si svolgerà un’edizione locale dell’Oktoberfest.
E allora? Si può in qualche modo paragonare all’originale? No e fare un paragone non avrebbe neanche senso. In fin dei conti, a Genova è stato solo allestito un immenso tendone, sul parcheggio di Piazza della Vittoria, preceduto da qualche panca all’aperto. Mancano le montagne russe, le giostre, gli stand e il corteo. Insomma, a giudicare dalla grandezza, la sagra genovese corrisponde a qualsiasi piccola festa di paese in Baviera. E l’offerta eno-gastronomica? La birra è la stessa Hofbräu di tutti gli Oktoberfest e che ovunque ha lo stesso sapore. Quanto alle pietanze, si può scegliere fra tutta una serie di piatti che qui sono considerati tipicamente bavaresi: stinco di maiale con crauti, patatine e panino, “Wurstel” e Wiener Schnitzel, ribattezzata qui “milanese gigante”. Ma, anche in questo caso, siamo sinceri: alle volte i piatti “tipicamente italiani” che trovi in Germania, non sono certo migliori. E poi: non si può certo dire che il cibo delle nostre feste popolari sia un esempio di alta cucina. Non è mica obbligatorio offrire ovunque sgombri e trote alla brace, bue allo spiedo, formaggio Emmental e panini con salsiccia arrosto.
La pensa così anche chi potrebbe fare un paragone, primo fra tutti, il direttore del Hofbräu giunto a Genova per l’occasione. Ma anche Thomas Meier e i suoi 13 colleghi della “Banda musicale degli alpini di Richersbeuern” che nei primi giorni di festa provvederanno alla tradizionale musica e all’obbligatorio inno “Oans, zwoa, gsuffa”. Basterebbe prenderla come uno scherzo, dice il clarinettista Meier. L’unica cosa che deplora veramente è la barriera linguistica. Lui e i suoi colleghi si farebbero capire a gesti, ma la cosa sembra funzionare.
Anche gli italiani, che sono già stati a Monaco, mi spiegano a grandi linee che, certo, tutto questo sarebbe diverso e sì, forse anche un po’ esagerato, ma rappresenterebbe comunque un’altra offerta della città, una piacevole alternativa - piacere e divertimento per molti, senza tuttavia avere l’obbligo di partecipare. Quest’argomentazione rilassata soddisfa anche un eterno brontolone come me. A Monaco, come a Genova.
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
E va bene, capisco i miei colleghi: non si può mica reinventare ogni anno la ruota. Devo ammettere, poi, di non essere un grande fan della manifestazione, nonostante, per la maggior parte degli italiani (come per molti tedeschi e bavaresi) abbia addirittura qualcosa di mistico. In fondo sarebbe uno stile di vita o farebbe addirittura parte del “patrimonio culturale”. Confesso che, frasi del genere, mi fanno rizzare un po’ i capelli, anche se sono gli stessi organizzazioni a pubblicizzare così l’Oktoberfest. A mio avviso, infatti, la festa non altro che una foglia di fico per un’immensa sbevazzata, capace di attirare sei milioni di persone, che consumano altrettanti litri di Birra. In altre parole: per chi lavora nel settore gastronomico e alberghiero, questa è una straordinaria opportunità per guadagnare un mucchio di soldi. Prego, non è sbagliato, ma la cultura e il commercio sono due paia di maniche.
Per chi vive a Monaco, l’Oktoberfest è sinonimo di stato d’emergenza, in senso positivo e negativo. In quel periodo, infatti, il mondo si riversa in città, l’atmosfera è internazionale e prevalentemente pacifica e spensierata. D’altra parte, però, per paura di attacchi terroristici, molte parti della città restano chiuse al pubblico e la presenza delle forze dell’ordine è massiccia. I mezzi di trasporto pubblici sono sovraffollati e, spesso, il loro stato non è dei migliori. Come accennavo prima: molti bevono troppo. Posta in questo modo, la situazione diventa lampante anche per i miei colleghi de “Il Secolo XIX” di Genova, dove fino al 26 settembre si svolgerà un’edizione locale dell’Oktoberfest.
E allora? Si può in qualche modo paragonare all’originale? No e fare un paragone non avrebbe neanche senso. In fin dei conti, a Genova è stato solo allestito un immenso tendone, sul parcheggio di Piazza della Vittoria, preceduto da qualche panca all’aperto. Mancano le montagne russe, le giostre, gli stand e il corteo. Insomma, a giudicare dalla grandezza, la sagra genovese corrisponde a qualsiasi piccola festa di paese in Baviera. E l’offerta eno-gastronomica? La birra è la stessa Hofbräu di tutti gli Oktoberfest e che ovunque ha lo stesso sapore. Quanto alle pietanze, si può scegliere fra tutta una serie di piatti che qui sono considerati tipicamente bavaresi: stinco di maiale con crauti, patatine e panino, “Wurstel” e Wiener Schnitzel, ribattezzata qui “milanese gigante”. Ma, anche in questo caso, siamo sinceri: alle volte i piatti “tipicamente italiani” che trovi in Germania, non sono certo migliori. E poi: non si può certo dire che il cibo delle nostre feste popolari sia un esempio di alta cucina. Non è mica obbligatorio offrire ovunque sgombri e trote alla brace, bue allo spiedo, formaggio Emmental e panini con salsiccia arrosto.
La pensa così anche chi potrebbe fare un paragone, primo fra tutti, il direttore del Hofbräu giunto a Genova per l’occasione. Ma anche Thomas Meier e i suoi 13 colleghi della “Banda musicale degli alpini di Richersbeuern” che nei primi giorni di festa provvederanno alla tradizionale musica e all’obbligatorio inno “Oans, zwoa, gsuffa”. Basterebbe prenderla come uno scherzo, dice il clarinettista Meier. L’unica cosa che deplora veramente è la barriera linguistica. Lui e i suoi colleghi si farebbero capire a gesti, ma la cosa sembra funzionare.
Anche gli italiani, che sono già stati a Monaco, mi spiegano a grandi linee che, certo, tutto questo sarebbe diverso e sì, forse anche un po’ esagerato, ma rappresenterebbe comunque un’altra offerta della città, una piacevole alternativa - piacere e divertimento per molti, senza tuttavia avere l’obbligo di partecipare. Quest’argomentazione rilassata soddisfa anche un eterno brontolone come me. A Monaco, come a Genova.
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Thursday, 16. September 2010
Viaggio nel ventre di Genova
A Genova è iniziato “l’Oktoberfest” - una tematica che sicuramente dovrò affrontare. Ma prima di dilettarmi con i pregiudizi gastronomici sulla Germania e sull’Italia, volevo mettermi alla ricerca del “ventre di Genova”, che ho scovato proprio a due passi da casa mia, nel centro storico. Prego, il piatto è servito:
Esistono momenti, in cui il tempo nel “Sa Pesta” sembra fermarsi. Nel locale cala un silenzio quasi tombale e all'improviso, in quei pochi metri quadri che separano il forno a legna rovente, la vetrina con le torte salate e la cassa, Paolo Benvenuto si ferma. Alle volte, poi, avanza lentamente verso il telefono. Lì tiene le sue sigarette. Ne estrae una, prende l’accendino - ma poi rimette entrambi subito via. All’ingresso si è riformata la folla. Una fiumana di persone con in mente una sola cosa: aggiudicarsi uno dei 70 posti a sedere e mangiare della farinata - la farinata di “Sa Pesta”.
Ogni città ha le sue peculiarità: la disposizione delle strade, i profumi e i rumori, gli stili architettonici e.. le abitudini alimentari dei suoi abitanti. I genovesi possono vantare una dozzina di piatti tipici, ma solo due sono sempre in vetta alla classifica: il pesto e la farinata. Per mangiare la pasta con la salsa al basilico ti consigliano diversi indirizzi. Per la schiacciata di farina di ceci mischiata con acqua, olio d’oliva e sale, invece, la meta è sempre la stessa: “Sa Pesta”, via dei Giustiniani 16 - il regno di Paolo, sua sorella Antonella e una manciata di dipendenti.
Paolo arriva presto la mattina, quando la città vecchia ancora dorme. Poco dopo le sette apre le saracinesche e si mette al lavoro: prima accende il forno bruciando tronchetti di castagno e rovere, poi lavora l’impasto per le sue torte salate, che stende nelle teglie di rame, rotonde e piane. L’impasto viene farcito con verdure e formaggio. “E’ un lavoro che richiede del tempo. Le torte devono cuocere lentamente, a bassa temperatura”, spiega. Per la farinata, invece, è tutta un’altra storia. L’impasto, piuttosto liquido, impiega poco a cuocersi, ma ha bisogno di temperature elevate. Una volta infornato deve fare delle bolle grandi, poi piccole, per dieci minuti circa. Paolo non sa dire esattamente quanto: non ha orologio, non ha bilancia o misurino per gli ingredienti. “E’ da 26 anni che lo faccio”, ma non ha mai contato quante farinate sforni ogni giorno. “Molte”. Punto e basta.
I primi ospiti si presentano alle 12, inizialmente in maniera ordinata. Antonella li accoglie sempre con la stessa domanda: “Quanti siete?”. A quel punto le persone vengono fatte accomodare nelle salette del locale - una piccola davanti e una leggermente più grande dietro. Paolo inforna una dopo l’altra le prime farinate. Accanto a lui Riccardo, lo chef, si occupa degli ordini di pasta, pesce e carne. Con nonchalance Antonella indossa un grembiule e all’improvviso inizia così un balletto dalla coreografia perfetta.
Senza preavviso lo spazio davanti al bancone si è riempito di gente, che attende fin sulla strada. “In quanti? In quattro. Qualche minuto, prego. E voi? In due?” Nel frattempo squilla il telefono, un bambino in sala si mette a piangere. Contemporaneamente gli ordini per Paolo piovono come pioggia giù dal cielo. “Mi servono tre piatti misti, di cui uno senza acciughe e poi due farniate. Poi…” Paolo volteggia, con un piccolo coltello a lama larga taglia la farinata e con una paletta dispone le fette sui piatti, poi prende le lunghe e pesanti aste di ferro, gira la grossa teglia in forno, la alza, la sforna e inforna la prossima. In tutto questo saluta gli habitué del suo locale, pesa le pozioni da asporto e fa cassa. Proprio come faceva un tempo suo padre, proprio come si è sempre fatto qui.
Tutti possono leggere la storia del locale sulle tovagliette di carta. In dialetto genovese “Sa pesta” significa “sale pestato”. Un tempo, infatti, il commercio del sale era una delle principali fonti d’introito per la città. Era in case come questa che i blocchi di sale venivano spezzati e venduti. Già secoli fa si era soliti abbinare all’attivit una specie di fast-food, fatto di cibi semplici come torte di verdura, della trippa, del baccalà e, appunto, della farinata.
La famiglia di Paolo e Antonella ha rilevato il locale dopo la seconda guerra mondiale. A destra del forno è appesa una foto degli anni 1950. “Quello giovane è mio padre, accanto mio zio”, dice Paolo. Sulla foto si vede persino il cartellino del prezzo: una porzione di farinata per 150 lire. Oggi costa di più, ma con tre euro per le porzioni d’asporto, resta pur sempre un piacere relativamente economico. La farinata rende sazi. E molto addirittura. “Abbiamo dei clienti che la mangiano tutti i giorni. Io non potrei”, dice Antonella ridendo. Poi deve scappare al telefono. “Una prenotazione per sabato. Ora si che noi due abbiamo un bel problema. Vedrò di fare il possibile.” La gentilezza colpisce, perché non viene mai meno, neanche quando la situazione si fa frenetica e Paolo e Antonella devono sbrigarsi. E poi un sorriso non si nega a nessuno, che si comporti bene: operai, architetti, politici, studenti e turisti. Chiunque. “E’ stato sempre così”, dice la capa.
Anche il resto non è quasi cambiato. Il telefono, la calcolatrice e il registratore di cassa elettronico sono gli unici pochi oggetti “moderni” di questo post. L’arredamento è quello di una volta, proprio come le mattonelle bianche e verdi alla parete. Le tegli in rame, la tazza di metallo con cui Paolo misura l’olio. Tutto ha una sua patina, le sue ammaccature. Da quanto tempo la legna bruci in quel forno non lo sa neanche Paolo, che di anni ne ha 44. Ciononostante non lo cambierebbe per nulla al mondo. “I nuovi diventano subito troppo caldi e si raffreddano troppo in fretta. Questo, invece, mantiene la temperatura costante per diverse ore”. E anche il resto non deve cambiare. Non c’è motivo. A differenza di tanti altri locali storici, “Sa Pesta” ha superato persino l’avvento degli hamburger negli anni 1980, cosa della quale Antonella e Paolo vanno particolarmente orgogliosi. “Qui sono sempre venuti molti clienti”, dice Paolo. Ad un certo punto bisogna prendere una decisione. O diventi il proprietario di una fabbrica o tutto rimane così com’è. E a me piace lavorare qui al forno. Non voglio vivere senza tutto questo”.
I mangiatori affamati sanno apprezzarlo. “Un locale del genere non esiste due volte”, afferma un habitué. Concorrenza? “Se uno qui in zona provasse ad aprire una trattoria, potrebbe direttamente suicidarsi”, dice. E allora, brindiamo al futuro!
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Esistono momenti, in cui il tempo nel “Sa Pesta” sembra fermarsi. Nel locale cala un silenzio quasi tombale e all'improviso, in quei pochi metri quadri che separano il forno a legna rovente, la vetrina con le torte salate e la cassa, Paolo Benvenuto si ferma. Alle volte, poi, avanza lentamente verso il telefono. Lì tiene le sue sigarette. Ne estrae una, prende l’accendino - ma poi rimette entrambi subito via. All’ingresso si è riformata la folla. Una fiumana di persone con in mente una sola cosa: aggiudicarsi uno dei 70 posti a sedere e mangiare della farinata - la farinata di “Sa Pesta”.
Ogni città ha le sue peculiarità: la disposizione delle strade, i profumi e i rumori, gli stili architettonici e.. le abitudini alimentari dei suoi abitanti. I genovesi possono vantare una dozzina di piatti tipici, ma solo due sono sempre in vetta alla classifica: il pesto e la farinata. Per mangiare la pasta con la salsa al basilico ti consigliano diversi indirizzi. Per la schiacciata di farina di ceci mischiata con acqua, olio d’oliva e sale, invece, la meta è sempre la stessa: “Sa Pesta”, via dei Giustiniani 16 - il regno di Paolo, sua sorella Antonella e una manciata di dipendenti.
Paolo arriva presto la mattina, quando la città vecchia ancora dorme. Poco dopo le sette apre le saracinesche e si mette al lavoro: prima accende il forno bruciando tronchetti di castagno e rovere, poi lavora l’impasto per le sue torte salate, che stende nelle teglie di rame, rotonde e piane. L’impasto viene farcito con verdure e formaggio. “E’ un lavoro che richiede del tempo. Le torte devono cuocere lentamente, a bassa temperatura”, spiega. Per la farinata, invece, è tutta un’altra storia. L’impasto, piuttosto liquido, impiega poco a cuocersi, ma ha bisogno di temperature elevate. Una volta infornato deve fare delle bolle grandi, poi piccole, per dieci minuti circa. Paolo non sa dire esattamente quanto: non ha orologio, non ha bilancia o misurino per gli ingredienti. “E’ da 26 anni che lo faccio”, ma non ha mai contato quante farinate sforni ogni giorno. “Molte”. Punto e basta.
I primi ospiti si presentano alle 12, inizialmente in maniera ordinata. Antonella li accoglie sempre con la stessa domanda: “Quanti siete?”. A quel punto le persone vengono fatte accomodare nelle salette del locale - una piccola davanti e una leggermente più grande dietro. Paolo inforna una dopo l’altra le prime farinate. Accanto a lui Riccardo, lo chef, si occupa degli ordini di pasta, pesce e carne. Con nonchalance Antonella indossa un grembiule e all’improvviso inizia così un balletto dalla coreografia perfetta.
Senza preavviso lo spazio davanti al bancone si è riempito di gente, che attende fin sulla strada. “In quanti? In quattro. Qualche minuto, prego. E voi? In due?” Nel frattempo squilla il telefono, un bambino in sala si mette a piangere. Contemporaneamente gli ordini per Paolo piovono come pioggia giù dal cielo. “Mi servono tre piatti misti, di cui uno senza acciughe e poi due farniate. Poi…” Paolo volteggia, con un piccolo coltello a lama larga taglia la farinata e con una paletta dispone le fette sui piatti, poi prende le lunghe e pesanti aste di ferro, gira la grossa teglia in forno, la alza, la sforna e inforna la prossima. In tutto questo saluta gli habitué del suo locale, pesa le pozioni da asporto e fa cassa. Proprio come faceva un tempo suo padre, proprio come si è sempre fatto qui.
Tutti possono leggere la storia del locale sulle tovagliette di carta. In dialetto genovese “Sa pesta” significa “sale pestato”. Un tempo, infatti, il commercio del sale era una delle principali fonti d’introito per la città. Era in case come questa che i blocchi di sale venivano spezzati e venduti. Già secoli fa si era soliti abbinare all’attivit una specie di fast-food, fatto di cibi semplici come torte di verdura, della trippa, del baccalà e, appunto, della farinata.
La famiglia di Paolo e Antonella ha rilevato il locale dopo la seconda guerra mondiale. A destra del forno è appesa una foto degli anni 1950. “Quello giovane è mio padre, accanto mio zio”, dice Paolo. Sulla foto si vede persino il cartellino del prezzo: una porzione di farinata per 150 lire. Oggi costa di più, ma con tre euro per le porzioni d’asporto, resta pur sempre un piacere relativamente economico. La farinata rende sazi. E molto addirittura. “Abbiamo dei clienti che la mangiano tutti i giorni. Io non potrei”, dice Antonella ridendo. Poi deve scappare al telefono. “Una prenotazione per sabato. Ora si che noi due abbiamo un bel problema. Vedrò di fare il possibile.” La gentilezza colpisce, perché non viene mai meno, neanche quando la situazione si fa frenetica e Paolo e Antonella devono sbrigarsi. E poi un sorriso non si nega a nessuno, che si comporti bene: operai, architetti, politici, studenti e turisti. Chiunque. “E’ stato sempre così”, dice la capa.
Anche il resto non è quasi cambiato. Il telefono, la calcolatrice e il registratore di cassa elettronico sono gli unici pochi oggetti “moderni” di questo post. L’arredamento è quello di una volta, proprio come le mattonelle bianche e verdi alla parete. Le tegli in rame, la tazza di metallo con cui Paolo misura l’olio. Tutto ha una sua patina, le sue ammaccature. Da quanto tempo la legna bruci in quel forno non lo sa neanche Paolo, che di anni ne ha 44. Ciononostante non lo cambierebbe per nulla al mondo. “I nuovi diventano subito troppo caldi e si raffreddano troppo in fretta. Questo, invece, mantiene la temperatura costante per diverse ore”. E anche il resto non deve cambiare. Non c’è motivo. A differenza di tanti altri locali storici, “Sa Pesta” ha superato persino l’avvento degli hamburger negli anni 1980, cosa della quale Antonella e Paolo vanno particolarmente orgogliosi. “Qui sono sempre venuti molti clienti”, dice Paolo. Ad un certo punto bisogna prendere una decisione. O diventi il proprietario di una fabbrica o tutto rimane così com’è. E a me piace lavorare qui al forno. Non voglio vivere senza tutto questo”.
I mangiatori affamati sanno apprezzarlo. “Un locale del genere non esiste due volte”, afferma un habitué. Concorrenza? “Se uno qui in zona provasse ad aprire una trattoria, potrebbe direttamente suicidarsi”, dice. E allora, brindiamo al futuro!
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Monday, 13. September 2010
Avanti e indiestro: In treno da Genova a Casella
La strumentazione all’interno della cabina di manovra è un po’ come Genova: variegata. Il tachigrafo viene dalla Svizzera, l’indicatore per la pressione dei freni dall’Austria e il banco con il vecchissimo sterzo in ottone, che permette al macchinista di accellerare o rallentare, dall’Italia, proprio come la vecchia canottiera che, stretta attorno alla conduttura d’aria compressa, aiuta a mantenere la tenuta.
Benvenuti in un luogo storico per gli appassionati di treni, benvenuti sulla Genova Casella, una delle ultime ferrovie a scartamento ridotto sopravvissuta al boom automobilistico degli anni 1960 e 1970 e che, giorno per giorno, percorre più volte su e giù i 24 chilometri di tratta che collegano la piccola stazione geonvese sopra Piazza Manin a Casella Paese. Il tutto, accompagnato da un cigolio e uno stridio talvolta assordanti, da dondolii e sussulti che tuttavia non scombussolano più Adriano D’Izza.
Sono 22 anni ormai che lavora per il “trenino”, vendendo biglietti, facendo il controllore o aiutando dove ci sia più bisogno di lui. “Da noi tutti fanno tutto – e magari anche qualcosa in più e per giunta quasi gratis”, dice ridendo. Poi apre lo sportello, sale sulla scaletta consumata dell’ormai cinquantennale vagone e fa in modo che quei due o tre passeggeri alla stazione di Sardorella, salgano senza problemi sul treno. D’Izza indossa il borsello del controllore, attraversa le carrozze, sempre ben affollate di domenica, e, dopo aver controllato i biglietti dei passeggeri saliti a bordo, ha ancora un po’ di tempo per seguire la partita Genova – Chievo sul suo cellulare, abilitato a ricevere sia le frequenze radio che tv. “Una straordinaria invenzione”, afferma. Proprio come il “trenino”: ogni qual volta incroci delle strade, i viandanti, gli automobilisti e i ciclisti sorridono con aria trasognata e salutano con la mano treno e passeggeri. Un idillio? Si e no.
Chiusa questa parentesi, la situazione in Italia è uguale a quella in Germania: le ferrovie vengono criticate spesso e volentieri, benché l’organizzazione non potrebbe essere più diversa. Nonostante siano entrambi imprese statali, con la riforma ferroviaria del 1994 la Deutsche Bahn (DB) è stata orientata in ogni modo al profitto e all’efficienza, mentre le Ferrovie dello Stato (FS) continuano a funzionare come sempre, ovvero, come direbbero molti italiani, non funzionano. Parlando con i passeggeri dei treni regionali per Genova, un giornalista tedesco ha l’impressione di essere rientrato in patria. “Adesso investono miliardi sulle tratte dell’alta velocità, esaurendo i fondi per le aree regionali”. Oppure: “I treni hanno diversi decenni e sono da buttare”. Un altro: “Mancano le coincidenze”. Altri classici: lo stato delle piccole stazioni, la sporcizia nelle carrozze, la mancanza di servizi igienici, senza ovviamente dimenticare la popolare espressione “Un tempo era tutto diverso”.
Questo, ovviamente, non vale per l’ottantenne ferrovia Genova-Casella. D’altronde qui, fatta eccezione per i graffiti sui treni, tutto è rimasto come prima. Il fine settimana, poi, quei rumori di fondo talvolta fortissimi che si sentono quando il treno, raggiungendo la velocità massima di 35 km orari, costeggia a fatica i verdi versanti dei monti, vengono attutiti dalle numerose famiglie con prole a seguito, che si diverte giocando a bordo del treno. Il riprovevole stato delle carrozze, le improvvise fermate e l’interminabile cambio di locomotiva alla stazione di Canova-Crocetta, sembrano essere benaccetti e rappresentano addirittura la maggior attrattiva per tutti quei turisti e gitanti che salgono sul “trenino”. Questa domenica la situazione non è diversa. Il macchinista fa addirittura una sosta aggiuntiva – dei bambini hanno urgenza di andare al bagno. Sul Trenino questo non è affatto un problema.
D’Izza si rallegra della gran simpatia dimostrata a questa piccola impresa ferroviaria del 1929, con la sua quarantina di dipendenti impiegati nell’amministrazione, nella manutenzione e nella gestione dei treni. Tuttavia, nonostante il divertimento, la simpatia non è incondizionata. “E’ una simpatia dettata soprattutto dai prezzi”, spiega. D’izza, infatti, immagina che se la società alzasse il prezzo dei biglietti, a fronte degli elevati costi di manutenzione della strumentazione di bordo, l’amicizia con i genovesi, notoriamente tirchi, sarebbe presto finita.
Effettivamente, agli occhi di un tedesco, i biglietti della ferrovia Genova-Casell a sono incredibilimente bassi, ma si limitano al traffico locale. Durante la settimana una corsa semplice da un capolinea all’altro del Trenino costa due Euro, il fine settimana tre. Prezzi concorrenziali, insomma. Se da un lato ci sarebbe bisogno di ben altri fondi, per tener in ordine l’infrastruttura e i treni, è pur vero che ci sono anche gli autobus che collegano Genova a Casella. “E sono più veloci dei nostri treni. Capita così che i nostri scompartimenti partano vuoti da Casella, mentre i bus sono pieni”, dice Francesco Costa. Anche lui lavora da 17 anni ormai per la ferrovia Genova-Caselle in qualità di capostazione di Piazza Manin e, dunque, di principale responsabile per l’intera tratta.
Negli ultimi 15 anni, con la concorrenza dovuta al potenziamento delle strade, la media dei viaggiatori sarebbe scesa da 900 a 300 al giorno, costringendo il Trenino ad appoggiarsi più che mai alle sovvenzioni pubbliche. In passato, però, neanche queste ultime sono sempre bastate. I fondi sono stati progressivamente ridotti. Di recente, l’infrastruttura, di competenza della Regione Liguria, era in parte talmente rovinata, da dover chiudere la tratta. Da Aprile di quest’anno la Ferrovia Genova Casella è entrata a far parte della Azienda Mobilità e Trasporti (AMT). Il 60 percento della società è di proprietà del Comune di Genova, il resto in mano agli investitori privati. Costa non pensa, tuttavia, che proprio per questo il prezzo del biglietto possa aumentare. “Dobbiamo optare per una soluzione intermedia e offrire un servizio che soddisfi i pendolari quanto i turisti”. D’altronde, aggiunge Costa, il trenino farebbe “parte del servizio pubblico”.
Quest’anno in Germania le Ferrovie festeggiano il loro anniversario – condito, ovviamente, con una buona dose di nostalgia: mostre speciali al Museo della ferrovia di Norimberga e raduni di locomotive a vapore, che fanno brillare anche gli occhi di quella gente, che ama lamentarsi della ferrovie tedesche. D’Izza e Costa ignorano che proprio 175 anni fa, la prima locomotiva a vapore percorreva la tratta da Norimberga a Fürth. In compenso, però, una notizia dalla Germania ha raggiunto persino la loro piccola stazione: I 500 Euro di risarcimento che la Deutsche Bahn ha pagato a quei viaggiatori, svenuti a luglio a bordo dei surriscaldati treni ad alta velocità. “Da noi più che 500 Euro, ti avrebbero ripagato con 500 mazzate”, dice d’Izza. Quando, tuttavia, lui e Costa apprendono, quanto costi viaggiare in treno in Germania, il loro entusiasmo per il presunto buon servizio nella “patria ferroviaria” si affievolisce. Vi ricordate quando parlavamo di “servizio pubblico”? Neanche in pieno delirio un dirigente della DB pronuncerebbe una frase del genere.
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Benvenuti in un luogo storico per gli appassionati di treni, benvenuti sulla Genova Casella, una delle ultime ferrovie a scartamento ridotto sopravvissuta al boom automobilistico degli anni 1960 e 1970 e che, giorno per giorno, percorre più volte su e giù i 24 chilometri di tratta che collegano la piccola stazione geonvese sopra Piazza Manin a Casella Paese. Il tutto, accompagnato da un cigolio e uno stridio talvolta assordanti, da dondolii e sussulti che tuttavia non scombussolano più Adriano D’Izza.
Sono 22 anni ormai che lavora per il “trenino”, vendendo biglietti, facendo il controllore o aiutando dove ci sia più bisogno di lui. “Da noi tutti fanno tutto – e magari anche qualcosa in più e per giunta quasi gratis”, dice ridendo. Poi apre lo sportello, sale sulla scaletta consumata dell’ormai cinquantennale vagone e fa in modo che quei due o tre passeggeri alla stazione di Sardorella, salgano senza problemi sul treno. D’Izza indossa il borsello del controllore, attraversa le carrozze, sempre ben affollate di domenica, e, dopo aver controllato i biglietti dei passeggeri saliti a bordo, ha ancora un po’ di tempo per seguire la partita Genova – Chievo sul suo cellulare, abilitato a ricevere sia le frequenze radio che tv. “Una straordinaria invenzione”, afferma. Proprio come il “trenino”: ogni qual volta incroci delle strade, i viandanti, gli automobilisti e i ciclisti sorridono con aria trasognata e salutano con la mano treno e passeggeri. Un idillio? Si e no.
Chiusa questa parentesi, la situazione in Italia è uguale a quella in Germania: le ferrovie vengono criticate spesso e volentieri, benché l’organizzazione non potrebbe essere più diversa. Nonostante siano entrambi imprese statali, con la riforma ferroviaria del 1994 la Deutsche Bahn (DB) è stata orientata in ogni modo al profitto e all’efficienza, mentre le Ferrovie dello Stato (FS) continuano a funzionare come sempre, ovvero, come direbbero molti italiani, non funzionano. Parlando con i passeggeri dei treni regionali per Genova, un giornalista tedesco ha l’impressione di essere rientrato in patria. “Adesso investono miliardi sulle tratte dell’alta velocità, esaurendo i fondi per le aree regionali”. Oppure: “I treni hanno diversi decenni e sono da buttare”. Un altro: “Mancano le coincidenze”. Altri classici: lo stato delle piccole stazioni, la sporcizia nelle carrozze, la mancanza di servizi igienici, senza ovviamente dimenticare la popolare espressione “Un tempo era tutto diverso”.
Questo, ovviamente, non vale per l’ottantenne ferrovia Genova-Casella. D’altronde qui, fatta eccezione per i graffiti sui treni, tutto è rimasto come prima. Il fine settimana, poi, quei rumori di fondo talvolta fortissimi che si sentono quando il treno, raggiungendo la velocità massima di 35 km orari, costeggia a fatica i verdi versanti dei monti, vengono attutiti dalle numerose famiglie con prole a seguito, che si diverte giocando a bordo del treno. Il riprovevole stato delle carrozze, le improvvise fermate e l’interminabile cambio di locomotiva alla stazione di Canova-Crocetta, sembrano essere benaccetti e rappresentano addirittura la maggior attrattiva per tutti quei turisti e gitanti che salgono sul “trenino”. Questa domenica la situazione non è diversa. Il macchinista fa addirittura una sosta aggiuntiva – dei bambini hanno urgenza di andare al bagno. Sul Trenino questo non è affatto un problema.
D’Izza si rallegra della gran simpatia dimostrata a questa piccola impresa ferroviaria del 1929, con la sua quarantina di dipendenti impiegati nell’amministrazione, nella manutenzione e nella gestione dei treni. Tuttavia, nonostante il divertimento, la simpatia non è incondizionata. “E’ una simpatia dettata soprattutto dai prezzi”, spiega. D’izza, infatti, immagina che se la società alzasse il prezzo dei biglietti, a fronte degli elevati costi di manutenzione della strumentazione di bordo, l’amicizia con i genovesi, notoriamente tirchi, sarebbe presto finita.
Effettivamente, agli occhi di un tedesco, i biglietti della ferrovia Genova-Casell a sono incredibilimente bassi, ma si limitano al traffico locale. Durante la settimana una corsa semplice da un capolinea all’altro del Trenino costa due Euro, il fine settimana tre. Prezzi concorrenziali, insomma. Se da un lato ci sarebbe bisogno di ben altri fondi, per tener in ordine l’infrastruttura e i treni, è pur vero che ci sono anche gli autobus che collegano Genova a Casella. “E sono più veloci dei nostri treni. Capita così che i nostri scompartimenti partano vuoti da Casella, mentre i bus sono pieni”, dice Francesco Costa. Anche lui lavora da 17 anni ormai per la ferrovia Genova-Caselle in qualità di capostazione di Piazza Manin e, dunque, di principale responsabile per l’intera tratta.
Negli ultimi 15 anni, con la concorrenza dovuta al potenziamento delle strade, la media dei viaggiatori sarebbe scesa da 900 a 300 al giorno, costringendo il Trenino ad appoggiarsi più che mai alle sovvenzioni pubbliche. In passato, però, neanche queste ultime sono sempre bastate. I fondi sono stati progressivamente ridotti. Di recente, l’infrastruttura, di competenza della Regione Liguria, era in parte talmente rovinata, da dover chiudere la tratta. Da Aprile di quest’anno la Ferrovia Genova Casella è entrata a far parte della Azienda Mobilità e Trasporti (AMT). Il 60 percento della società è di proprietà del Comune di Genova, il resto in mano agli investitori privati. Costa non pensa, tuttavia, che proprio per questo il prezzo del biglietto possa aumentare. “Dobbiamo optare per una soluzione intermedia e offrire un servizio che soddisfi i pendolari quanto i turisti”. D’altronde, aggiunge Costa, il trenino farebbe “parte del servizio pubblico”.
Quest’anno in Germania le Ferrovie festeggiano il loro anniversario – condito, ovviamente, con una buona dose di nostalgia: mostre speciali al Museo della ferrovia di Norimberga e raduni di locomotive a vapore, che fanno brillare anche gli occhi di quella gente, che ama lamentarsi della ferrovie tedesche. D’Izza e Costa ignorano che proprio 175 anni fa, la prima locomotiva a vapore percorreva la tratta da Norimberga a Fürth. In compenso, però, una notizia dalla Germania ha raggiunto persino la loro piccola stazione: I 500 Euro di risarcimento che la Deutsche Bahn ha pagato a quei viaggiatori, svenuti a luglio a bordo dei surriscaldati treni ad alta velocità. “Da noi più che 500 Euro, ti avrebbero ripagato con 500 mazzate”, dice d’Izza. Quando, tuttavia, lui e Costa apprendono, quanto costi viaggiare in treno in Germania, il loro entusiasmo per il presunto buon servizio nella “patria ferroviaria” si affievolisce. Vi ricordate quando parlavamo di “servizio pubblico”? Neanche in pieno delirio un dirigente della DB pronuncerebbe una frase del genere.
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Friday, 10. September 2010
Una parola sull'integrazione
La mia prima settimana di lavoro in Italia è finita. E’ interessante vedere come il proprio sguardo su molte cose qui stia lentamente cambiando e come, soprattutto conversando con i genovesi, inizi a vedere questa città in maniera leggermente diversa, ma anche differenziata. Prendiamo, ad esempio il successo o l’insuccesso dell’integrazione dei tanti immigrati. Anche in Germania la tematica è tornata a ricoprire i primi posti sull’agenda del Paese, ma, grazie al cielo, questa volta se ne discute. Persino il governo guidato da Helmut Kohl, più o meno convinto fino alla fine che i “Gastarbeiter” e i loro figli sarebbero rientrati a casa, non si era sufficientemente impegnato per l’integrazione e la comprensione reciproca.
Arrivando a Genova si ha subito la sensazione, che le diverse nazionalità qui convivano in maniera relativamente pacifica. Per lo meno, questa è stata la mia prima impressione e così anche quella dei tanti turisti a cui ho chiesto per un articolo per il “Secolo XIX” come vedessero la città. Quando parli con i genovesi però, trapela la convinzione che ci siano tuttora diversi problemi fra loro e gli immigrati. Ho sentito parlare di bande di giovani criminali, di spaccio di droga e di altre forme di criminalità. L’intera gamma criminosa, insomma, che conosco bene dalla Germania e da Norimberga. Molti cittadini sono anche turbati dallo stato in cui imperversano certi angoli del centro storico, dall’evidente prostituzione che i molti turisti giornalieri definiscono semplicemente un “elemento pittoresco” della città. D’altro canto quest’oggi ho parlato con molti musulmani che festeggiavano la fine del Ramadan al porto. Loro si lamentavano dei numerosi ostacoli che da diversi anni vengono posti al progetto di costruzione di una moschea centrale per la grande comunità islamica e del fatto, che per grandi feste come questa, fossero costretti ad affittare ampi spazi. E’ difficile per me giudicare quante di queste accuse reciproche corrispondano alla realtà e quante, invece, non si fondino sui diffusi preguidizi. Eppure, mi sono riproposto di approfondire nei prossimi giorni questa tematica, mosso da un interesse giornalistico e personale.
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Arrivando a Genova si ha subito la sensazione, che le diverse nazionalità qui convivano in maniera relativamente pacifica. Per lo meno, questa è stata la mia prima impressione e così anche quella dei tanti turisti a cui ho chiesto per un articolo per il “Secolo XIX” come vedessero la città. Quando parli con i genovesi però, trapela la convinzione che ci siano tuttora diversi problemi fra loro e gli immigrati. Ho sentito parlare di bande di giovani criminali, di spaccio di droga e di altre forme di criminalità. L’intera gamma criminosa, insomma, che conosco bene dalla Germania e da Norimberga. Molti cittadini sono anche turbati dallo stato in cui imperversano certi angoli del centro storico, dall’evidente prostituzione che i molti turisti giornalieri definiscono semplicemente un “elemento pittoresco” della città. D’altro canto quest’oggi ho parlato con molti musulmani che festeggiavano la fine del Ramadan al porto. Loro si lamentavano dei numerosi ostacoli che da diversi anni vengono posti al progetto di costruzione di una moschea centrale per la grande comunità islamica e del fatto, che per grandi feste come questa, fossero costretti ad affittare ampi spazi. E’ difficile per me giudicare quante di queste accuse reciproche corrispondano alla realtà e quante, invece, non si fondino sui diffusi preguidizi. Eppure, mi sono riproposto di approfondire nei prossimi giorni questa tematica, mosso da un interesse giornalistico e personale.
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Fermate le casse fai da te!
E’ arrivato il momento di parlare di un vero pregiudizio. Niente paura: questa volta non si tratta di un tipico stereotipo tedesco contro l’Italia. Si tratta, piuttosto, di un pregiudizio del tutto personale che io nutro contro una malattia propagatsi lentamente e di soppiatto tanto in Germania quanto in Italia: la cassa “fai da te”. Per spiegarlo devo tornare un po’ indietro nel tempo e volgere lo sguardo alla mia infanzia, quando non c’era nulla di più bello per me, che gironzolare con i miei genitori in vacanza in Italia per un supermercato, ricco di profumi sconosciuti e di rituali eccitanti e ignoti, come, ad esempio, il numeretto da ritirare per attendere il proprio turno al banco gastronomia oppure il pagamento alle casse. Quando il conto era dispari, infatti, anziché restituire esigui importi in Lire, il resto veniva pagato in caramelle. CARAMELLE! Purtroppo questa microeconomia italiana, fondata sui piccoli prodotti dolciari, rimasta vittima dell’introduzione dell’Euro, cosa che ho potuto sopportare anche in virtù della mia età ormai avanzata. Ma adesso basta scherzare! I proprietari delle grandi catene di negozi stanno cercando di introdurre in tutta Europa casse automatiche che, con la voce fredda e metallica di un computer, esortano i clienti a passare i propri acquisti sullo scanner, a riporli nella busta e a ficcare i soldi in una fessura. I primi a introdurre questa fesseria da noi in Germania sono stati quelli di IKEA. Anche a Monaco conosco ormai alcuni ipermercati che hanno introdotto questi cosi. E anche qui a Genova mi è capitato ben due volte di incontrare questo sistema di pagamento, ad esempio nel supermercato sotto la redazione de “Il Secolo XIX”. Non ho chiesto ai titolari, ma immagino che i motivi siano gli stessi addotti anche in Germania: il sistema è moderno, più rapido e rispecchia la volontà del cliente di oggi che, altrimenti, non ne farebbe così largo uso. Ma fatemi il piacere! Le casse automatiche vengono usate così spesso solo perché contemporaneamente ci sono una o al massimo due casse “normali” aperte, alle quali la fila si fa subito chilometrica. Sono state introdotte per permettere ai titolari di risparmiarsi i costi del personale alle casse. Ebbene, io mi rifiuto. Indipendentemente che sia in Italia o in Germania: anche di fronte a un’unica cassa aperta, continuerò a mettermi in fila, anche a costo di aspettare delle ore. Voglio ricevere il mio resto dalle mani di una persona, anche se, da tempo ormai, ha smesso di restituirmi delle caramelle.
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Wednesday, 8. September 2010
Noi giornalisti siamo tutti uguali
In tutto il mondo, i giornalisti non godono di ottima fama e questo non certo da ieri. Già Mark Twain pensava che: “I giornalisti sono persone, che passano la loro vita a riflettere su quale mestiere abbiano in realtà mancato”. A questo Kurt Tucholsky aggiungeva: “L’abile giornalista possiede un’arma: passare sotto silenzio – e quest’arma la usa fin troppo spesso”. Per farla breve: apparentemente non abbiamo un piano, siamo pigri, stando a diversi sondaggi anche corruttibili, ubbidienti e acritici. Ma niente paura: non prendiamo questi pregiudizi come un fatto personale. Non alle Nürnberger Nachrichten, non al “Secolo XIX” di Genova, come ho potuto constatare in diversi colloqui sull’argomento. Da questo punto di vista noi, in quanto categoria professionale, siamo tutti uguali, indipendentemente dalla socializzazione o dalla nazionalità e nonostante tutte le altre differenze, che iniziano proprio dall’ambiente di lavoro. A Norimberga siamo in due o tre a condividere le nostre stanze, mentre qui a Genova esiste un unico, enorme open space. Solo i capi e il grafico hanno un loro ufficio. Il che ha i suoi vantaggi: i colleghi lavorano molto chiamandosi fra di loro e collaborando fra le diverse redazioni. Ognuno vede subito chi c’è e chi non c’è. D’altra parte, però, non è sempre facile sviluppare delle idee chiare quando davanti, dietro e accanto a te si telefona o si conversa in gruppetti e contemporaneamente squillano anche i cellulari. Per un giornalista tedesco tutto questo è un costante flusso comunicativo, dinamico e talvolta persino vertiginoso. D’altronde sono diverse le occasioni in cui puoi ricaricarti per affrontare tutto ciò. Come da noi, la mattina fino alle undici circa è tutto molto tranquillo. Dopodiché si passa a un’esaustiva riunione di redazione con tanto di disamina critica e scelta delle tematiche per il giorno dopo. Segue: una vera pausa pranzo, degna di tale nome. A Norimberga, io e i miei colleghi schizziamo rapidamente in mensa o ci riforniamo tuttalpiù in una tavola calda nei paraggi. Qui, invece, si va a mangiare, senza disdegnare un antipasto, un piatto principale, un dessert seguito da un caffè – il programma completo, insomma. Il tutto dura alle volte anche un’ora e mezzo, seguita subito da un’altra conferenza. I primi giorni ho immaginariamente levato le mani al cielo, chiedendomi, come intendessero realizzare il loro giornale. Eppure ci riescono, ogni giorno di nuovo e, in media, il “Secolo XIX” è addirittura più ampio delle “Nürnberger Nachrichten”. E’ solo che qui a Genova ci vuole un po’ di più, prima che i redattori lascino l’ufficio. Un collega mi ha detto che oggi vuole uscire presto. Intendeva alle 20.30.
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Tuesday, 7. September 2010
Breve visita all'ufficio postale
La burocrazia è un mostro. E quando si chiede dove stia di casa, si conosce già la risposta: in Germania. A quanto pare, nessun altro ufficio va tanto per il sottile quanto gli uffici in Germania. Su internet circolano straordinari aneddoti sull’argomento, come la storia del circolo promotore della Deutsche Oper di Berlino che, qualche anno fa, ha dovuto raccogliere niente meno che 22 autorizzazioni per poter innalzare un nuovo pennone della bandiera. Oggi tuttavia, il pregiudizio, che vuole la Germania la più ostinata nazione burocratica e impiegatizia d’Europa, è stato vagamente invalidato quando, qui a Genova, mi sono recato alla posta. L’idea era quella di spedire un piccolo pacchetto e di raggiungere, poi, per la redazione de “Il Secolo XIX”. E invece, neanche avevo oltrepassato la porta a vetri, ho avuto l’impressione di essere finito nella sala d’attesa di una stazione ferroviaria in pieno sciopero dei terni. C’erano persone sedute ovunque, tutte intente a chiacchierare o indaffaratissime con il proprio cellulare. Non mi ci è voluto molto a capire il perché. Molto gentilmente una signora mi ha spiegato che avrei dovuto prendere un foglietto e aspettare finché il mio numero non avrebbe coinciso col numero del mio sportello riportato su una delle lavagne luminose disposte tutt’intorno nell’ufficio. La prima mossa sbagliata è stata prendere il foglietto sbagliato da un automatico dedicato esclusivamente alle operazioni di bancoposta. Va bene, un errore da principiante. Finalmente dotato del numeretto giusto, ho notato che c’erano altre cinque persone prima di me. “Non ci vorrà molto”, ho pensato. Neanche per sogno. Anziché spedire lettere e pacchi, gli impiegati sembravano solo badare a loro stessi, curiosi di sapere come stessero i colleghi o i di loro figli, nonché interessati a scoprire se il capo sarebbe stato di cattivo umore come di recente – roba del genere, insomma. Dopo una mezz’ora d’attesa, per sicurezza, ho preso posto su una delle sedie, dove un signore stava dando libero sfogo alla sua rabbia. “Fanno sempre così. Tutti i giorni, ore e ore, solo ad aspettare”, si lamentava. Vedendo le due signore sedute alla sua sinistra e alla sua destra stralunare gli occhi in segno di approvazione, ho iniziato a riflettere su cosa sia tipicamente tedesco o tipicamente italiano. Potrebbe darsi che la tanto criticata privatizzazione della posta e delle ferrovie tedesche, sia, invece, servita a qualcosa? Potrebbe mica essere che la vera patria del tanto vituperato impiegatume si trovi a sud delle Alpi? E’ mai possibile che la pazienza degli italiani non sia poi così spiccata come crediamo sempre in Germania? Prima di poter approfondire le mie riflessioni, sono finalmente riuscito a riporre il mio foglietto con il numero 25 nel piccolo cestino accanto allo sportello e ho spedito il mio pacchetto. Anche questo mi ha permesso di apprendere qualcosa: benché ci sia voluto del tempo, sono stato servito con estrema cordialità. Quand’è così, è sempre un piacere tornare.
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Monday, 6. September 2010
Genova: Benvenuti nella città delle contraddizioni
A volte è solo una questione di tempo, prima che qualcuno arrivi in una città straniera. Oppure d’impressioni. Da questo punto di vista, Genova mi rende la vita facile. Neanche da due giorni in città e già la testa è piena d’immagini, di profumi e di rumori, come non esistono altrove in Italia. Né tantomeno in Germania. Una spazzatrice-lavastrada della nettezza urbana, ad esempio, che alle undici di sabato sera si aggira per il centro storico di Norimberga, scatenerebbe in poco tempo una spietata rivolta dei residenti. Proprio come le persone, che s’intrattengono in piena zona residenziale, chiacchierando ad alta voce fino a notte fonda, circostanza che, proprio a Genova, assume tutt’altri livelli: nelle strette viuzze e fra i grandi palazzi del centro storico, tutte quelle voci di italiani, magrebini, senegalesi ed ecuadoregni vengono amplificate naturalmente e, credetemi, mi sono bastate due notti per sapere di cosa parlo. Probabilmente anche io a casa mia ne sarei quasi subito infastidito. E dopo la mia prima giornata di lavoro presso la redazione del quotidiano “Il Secolo XIX” sarei in grado di giustificare questo atteggiamento, senza fare subito la figura del borghesuccio tedesco. Quando uno dei miei nuovi colleghi ha sentito, che per quattro settimane avrei vissuto in pieno centro storico, mi ha mostrato la sua compassione, spiegandomi che proprio di recente aveva deciso di lasciare quella zona per trasferirsi altrove: c’è troppo rumore. Tuttavia, mi ha come dato l’impressione, che fosse solo quello il vero problema, e non chi faceva rumore. D’altronde, trovare subito un colpevole per la propria insoddisfazione, non sembra affatto appartenere all’indole italiana. Ciò premesso, quell’incessante brusio fa parte della città, proprio come il Mar Mediterraneo. E questo, non certo da ieri. “Nessuna città è più vivace” scrisse Petrarca 700 anni fa sulla città. Giudizio che si addice sicuramente meglio di quella stroncatura totale proposta qualche secolo più tardi da Heinrich Heine, che reputava Genova “orrenda oltre ogni limite”. Con il suo parere, Petrarca lascia spazio a tutte quelle contraddizioni di cui vive questa città: lo schiamazzo notturno nei vicoli, la quiete fra le ville dei quartieri signorili in collina. La puzza di urina in certi angoli del quartiere medievale, il profumo delle spezie e del caffè davanti alle piccole botteghe e ai bar. La bellezza del porto e la sconfinata bruttezza della tangenziale, che lo separa con i suoi alti pilastri betonati dal centro storico. C’è solo una cosa che mi sarei risparmiato volentieri: l’unica succursale autorizzata dell’“Oktoberfest” di Monaco si svolge proprio a Genova, dal 16 al 26 settembre, come si legge sui lunghi striscioni in tutta la città. Il tassista, che dall’aeroporto mi ha accompagnato al mio alloggio, ha subito dato il cessato allarme: non sarebbero previste orgie di boccali di birra, né tantomeno il personale di servizio maldisposto o le migliaia di Bierleichen, ovvero di "cadaveri di birra", che, come ogni anno, popolano i mezzi di trasporto pubblici della città di Monaco, fornendo spesso non certo un bello spettacolo. Il vice-direttore de “Il Secolo XIX” ha dichiarato, che pur non essendo lui stesso un fan dell’Oktoberfest, la prima edizione organizzata l’anno scorso sarebbe stata un grande successo e questo lo renderebbe felice per la sua città. Ecco qui un’altra contraddizione perfettamente integrata, sulla quale, tuttavia, preferisco non esprimermi.
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
(Traduzione italiana: Soledad Ugolinelli)
Friday, 20. August 2010
Buon viaggio!
All’inizio di settembre, in clima ancora estivo, Arno Stoffels, reporter del quotidiano Nürnberger Nachrichten, inizierà il suo viaggio alla scoperta di Genova.
Ospite per un mese della redazione del quotidiano genovese Il Secolo XIX, offrirà ai lettori un’insolita prospettiva tedesca sul mondo italiano.
Siamo ansiosi di conoscere insieme a voi i risultati di questo eccezionale incontro tra Liguria e Baviera!
Ospite per un mese della redazione del quotidiano genovese Il Secolo XIX, offrirà ai lettori un’insolita prospettiva tedesca sul mondo italiano.
Siamo ansiosi di conoscere insieme a voi i risultati di questo eccezionale incontro tra Liguria e Baviera!
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