Giovedì, 5. agosto 2010
La bandiera multikulti
Al termine di una settimana di riprese molto intensa e faticosa, soprattutto per il cameraman Francesco Tosto che si è sobbarcato turni di lavoro tra le dieci e le dodici ore quotidiane, cerco di stilare un bilancio dell’esperienza berlinese.
Il segno è sicuramente positivo considerando che il rischio di fare un buco nell’acqua era molto alto. Dalla metà di luglio nella capitale tedesca sono iniziate le ferie estive. Il che vuol dire che gran parte delle persone più titolate per parlare di integrazione in un quartiere “difficile” come quello di Neukölln non erano facilmente rintracciabili.
A questo proposito mi sarebbe piaciuto parlare con alcuni politici e studiosi della materia, come la scrittrice di origini turche Guner Yasemin Balci, nata nel ’75 a Neukölln e autrice del libro appena uscito “Arabqueen o il gusto della libertà”, ma purtroppo tanti erano già partiti per le vacanze. Così con la giornalista freelance Regina Friedrich, che mi ha dato un aiuto prezioso nelle ricerche per il documentario, abbiamo deciso di concentrarci su delle piccole ma significative storie personali, in gran parte di giovani berlinesi di origine araba o turca. In questa modo abbiamo cercato di analizzare il modello di integrazione avviato nelle associazioni e nelle scuole di Neukölln, senza avere la pretesa di arrivare ad una risposta univoca.
Secondo alcuni testimoni gran parte delle 160 comunità straniere presenti nel quartiere vivono tutt’ora in una condizione di forte isolamento, praticamente separate dalle altre comunità e dalla società tedesca. Con una fascia di persone, per lo più sopra i quarant’anni, che si rifiuta ancora di imparare il tedesco o che si ostina a vivere nella capitale della nuova Germania con le stesse consuetudini e tradizioni degli sperduti villaggi di origine dell’Anatolia, del Kurdistan oppure del Libano.
D’altro canto non sono pochi gli esempi di famiglie miste, oppure di immigrati di terza o quarta generazione dove l’identità culturale iniziale si è praticamente dissolta, ad iniziare dalla lingua madre. Come la famiglia di Lial Akkouch, una delle protagoniste del film “Neukölln Unlimited”, premio giovani all’ultima Berlinale del cinema. Lial con i suoi fratelli Hassan e Maradona parla un tedesco perfetto, scambiando solo con la madre qualche parola in arabo. Lingua che non sa né leggere né scrivere perché da quando si trova in Germania non ha mai avuto l’occasione di studiare.
Le risposte ad un tema così complesso sono tante, come le responsabilità individuali e collettive. A iniziare da quelle di alcuni padri che si ostinano a tenere le proprie figlie chiuse in casa, costringendole a matrimoni combinati con ragazzi che non hanno mai visto prima per favorire rapporti e scambi di favori tra clan.
Sul versante opposto abbiamo registrato l’ottusità di alcune procedure burocratiche messe in atto dalle istituzioni tedesche con il risultato di impedire a molti immigrati l’ottenimento del permesso di soggiorno insieme a standard di vita accettabili.
L’impressione generale è che l’esempio di Neukölln sia tutto sommato una efficace testimonianza dello sforzo che la Germania sta facendo per promuovere e migliorare i processi di integrazione.
Processi molto interessanti dal nostro punto di osservazione, quello italiano intendo, dove problematiche simili saranno sempre più all’ordine del giorno. In sostanza penso che l’esperienza tedesca possa costituire un esempio interessante anche in altri paesi . Basti pensare ai numeri record nella capitale tedesca: solo a Neukölln su trecentomila abitanti, 125 mila (quasi la metà) appartengono a famiglie di immigranti di prima, seconda o terza generazione, molti di questi già provvisti del passaporto tedesco. Senza dimenticare che in alcuni asili o scuole elementari i figli di famiglie di immigranti arrivano al 90% del totale.
Dati importanti con cui le autorità tedesche fanno i conti da tempo, con schemi che all’improvviso possono anche ribaltarsi. Due esempi pratici: lo scorso fine settimana siamo andati a fare delle riprese in una delle piscine comunali all’aperto, frequentate soprattutto da giovani adolescenti di origine turca o araba. Insieme ai ragazzi, che si lanciavano a pancia sotto sulle curve paraboliche degli scivoli d’acqua, abbiamo visto delle ragazze tedesche che facevano il bagno vestite con magliette e pantaloncini fino al ginocchio. Un modo, secondo alcuni, per rispettare le usanze religiose di amici e fidanzati turchi o arabi. Per altri solo una delle tante provocazioni dettate dalle nuove mode giovanili. Fatto sta che da qualche tempo le piscine pubbliche a Neukölln hanno vietato espressamente, per ragioni igieniche, la balneazione con vestiti e coopricapi.
I processi di integrazione si sviluppano velocemente e vanno in direzioni a volte imprevedibili che lasciano di stucco anche gli stessi protagonisti: è il caso di Ibrahim Bassal, un simpatico commerciante arrivato a Berlino dal Libano trent’anni fa. Con i suoi cugini Ibrahim ha deciso di festeggiare i successi della nazionale di calcio tedesca ai recenti mondiali in Sudafrica ricoprendo la facciata del suo palazzo, sulla Sonnenallee a Neukölln, con un enorme bandierone di venti metri per cinque con i colori tedeschi, nero-rosso-giallo. “Io mi sento soprattutto berlinese – racconta Ibrahim – e non capisco perché la gente si sorprende tanto se con i miei amici faccio il tifo per la Germania”.
Fino alla semifinale il negozio di elettricità della famiglia Bassal è stato il crocevia di migliaia di persone che hanno festeggiato rumorosamente i trionfi della nazionale più multiculturale della storia calcistica tedesca (con ben 11 giocatori su 23 di origini turca, tunisina, ghanese, polacca, bosniaca, nigeriana, spagnola). Una grande festa rovinata in parte proprio dai tedeschi - in particolare da alcuni gruppi legati alla sinistra radicale – che hanno tentato di strappare e bruciare più volte il bandierone accusando il proprietario del negozio di eccessivo nazionalismo.
“I più anziani di loro mi hanno detto che si sentivano in imbarazzo – spiega Ibrahim - perché la visione di quella bandiera li riportava indietro agli anni del nazismo. Ora penso che dalla fine della guerra siano passati 65 anni e che sia arrivata l’ora di mettere da parte il senso di colpa per festeggiare insieme e con orgoglio il simbolo di una Germania, la mia Germania – sottolinea convinto Ibrahim - in grado di accogliere persone di cultura e provenienza diversa, come è successo proprio a me e alla mia famiglia tanti anni fa!”.
Il segno è sicuramente positivo considerando che il rischio di fare un buco nell’acqua era molto alto. Dalla metà di luglio nella capitale tedesca sono iniziate le ferie estive. Il che vuol dire che gran parte delle persone più titolate per parlare di integrazione in un quartiere “difficile” come quello di Neukölln non erano facilmente rintracciabili.
A questo proposito mi sarebbe piaciuto parlare con alcuni politici e studiosi della materia, come la scrittrice di origini turche Guner Yasemin Balci, nata nel ’75 a Neukölln e autrice del libro appena uscito “Arabqueen o il gusto della libertà”, ma purtroppo tanti erano già partiti per le vacanze. Così con la giornalista freelance Regina Friedrich, che mi ha dato un aiuto prezioso nelle ricerche per il documentario, abbiamo deciso di concentrarci su delle piccole ma significative storie personali, in gran parte di giovani berlinesi di origine araba o turca. In questa modo abbiamo cercato di analizzare il modello di integrazione avviato nelle associazioni e nelle scuole di Neukölln, senza avere la pretesa di arrivare ad una risposta univoca.
Secondo alcuni testimoni gran parte delle 160 comunità straniere presenti nel quartiere vivono tutt’ora in una condizione di forte isolamento, praticamente separate dalle altre comunità e dalla società tedesca. Con una fascia di persone, per lo più sopra i quarant’anni, che si rifiuta ancora di imparare il tedesco o che si ostina a vivere nella capitale della nuova Germania con le stesse consuetudini e tradizioni degli sperduti villaggi di origine dell’Anatolia, del Kurdistan oppure del Libano.
D’altro canto non sono pochi gli esempi di famiglie miste, oppure di immigrati di terza o quarta generazione dove l’identità culturale iniziale si è praticamente dissolta, ad iniziare dalla lingua madre. Come la famiglia di Lial Akkouch, una delle protagoniste del film “Neukölln Unlimited”, premio giovani all’ultima Berlinale del cinema. Lial con i suoi fratelli Hassan e Maradona parla un tedesco perfetto, scambiando solo con la madre qualche parola in arabo. Lingua che non sa né leggere né scrivere perché da quando si trova in Germania non ha mai avuto l’occasione di studiare.
Le risposte ad un tema così complesso sono tante, come le responsabilità individuali e collettive. A iniziare da quelle di alcuni padri che si ostinano a tenere le proprie figlie chiuse in casa, costringendole a matrimoni combinati con ragazzi che non hanno mai visto prima per favorire rapporti e scambi di favori tra clan.
Sul versante opposto abbiamo registrato l’ottusità di alcune procedure burocratiche messe in atto dalle istituzioni tedesche con il risultato di impedire a molti immigrati l’ottenimento del permesso di soggiorno insieme a standard di vita accettabili.
L’impressione generale è che l’esempio di Neukölln sia tutto sommato una efficace testimonianza dello sforzo che la Germania sta facendo per promuovere e migliorare i processi di integrazione.
Processi molto interessanti dal nostro punto di osservazione, quello italiano intendo, dove problematiche simili saranno sempre più all’ordine del giorno. In sostanza penso che l’esperienza tedesca possa costituire un esempio interessante anche in altri paesi . Basti pensare ai numeri record nella capitale tedesca: solo a Neukölln su trecentomila abitanti, 125 mila (quasi la metà) appartengono a famiglie di immigranti di prima, seconda o terza generazione, molti di questi già provvisti del passaporto tedesco. Senza dimenticare che in alcuni asili o scuole elementari i figli di famiglie di immigranti arrivano al 90% del totale.
Dati importanti con cui le autorità tedesche fanno i conti da tempo, con schemi che all’improvviso possono anche ribaltarsi. Due esempi pratici: lo scorso fine settimana siamo andati a fare delle riprese in una delle piscine comunali all’aperto, frequentate soprattutto da giovani adolescenti di origine turca o araba. Insieme ai ragazzi, che si lanciavano a pancia sotto sulle curve paraboliche degli scivoli d’acqua, abbiamo visto delle ragazze tedesche che facevano il bagno vestite con magliette e pantaloncini fino al ginocchio. Un modo, secondo alcuni, per rispettare le usanze religiose di amici e fidanzati turchi o arabi. Per altri solo una delle tante provocazioni dettate dalle nuove mode giovanili. Fatto sta che da qualche tempo le piscine pubbliche a Neukölln hanno vietato espressamente, per ragioni igieniche, la balneazione con vestiti e coopricapi.
I processi di integrazione si sviluppano velocemente e vanno in direzioni a volte imprevedibili che lasciano di stucco anche gli stessi protagonisti: è il caso di Ibrahim Bassal, un simpatico commerciante arrivato a Berlino dal Libano trent’anni fa. Con i suoi cugini Ibrahim ha deciso di festeggiare i successi della nazionale di calcio tedesca ai recenti mondiali in Sudafrica ricoprendo la facciata del suo palazzo, sulla Sonnenallee a Neukölln, con un enorme bandierone di venti metri per cinque con i colori tedeschi, nero-rosso-giallo. “Io mi sento soprattutto berlinese – racconta Ibrahim – e non capisco perché la gente si sorprende tanto se con i miei amici faccio il tifo per la Germania”.
Fino alla semifinale il negozio di elettricità della famiglia Bassal è stato il crocevia di migliaia di persone che hanno festeggiato rumorosamente i trionfi della nazionale più multiculturale della storia calcistica tedesca (con ben 11 giocatori su 23 di origini turca, tunisina, ghanese, polacca, bosniaca, nigeriana, spagnola). Una grande festa rovinata in parte proprio dai tedeschi - in particolare da alcuni gruppi legati alla sinistra radicale – che hanno tentato di strappare e bruciare più volte il bandierone accusando il proprietario del negozio di eccessivo nazionalismo.
“I più anziani di loro mi hanno detto che si sentivano in imbarazzo – spiega Ibrahim - perché la visione di quella bandiera li riportava indietro agli anni del nazismo. Ora penso che dalla fine della guerra siano passati 65 anni e che sia arrivata l’ora di mettere da parte il senso di colpa per festeggiare insieme e con orgoglio il simbolo di una Germania, la mia Germania – sottolinea convinto Ibrahim - in grado di accogliere persone di cultura e provenienza diversa, come è successo proprio a me e alla mia famiglia tanti anni fa!”.
Venerdì, 30. luglio 2010
Al Bio-Laden con il passaporto…
Con l’arrivo del cameraman Francesco Tosto siamo finalmente passati alla fase operativa, all’inizio delle riprese per il nostro documentario sul modello di integrazione a Neukölln. Tutto procede come da tabella di marcia, a parte qualche piccolo inconveniente dovuto ad un approccio tutt’altro che flessibile con le riprese televisive. Un esempio su tutti: ieri, ora di pranzo. Il quartiere di Neukölln è deserto. Qui siamo nel pieno delle ferie estive, una sorta di Ferragosto berlinese. Scuole chiuse, famiglie al mare o in montagna, strade deserte. Entriamo dentro uno dei tanti Bio-Laden di Kreuz-Kölln, la parte nord del quartiere che sta subendo una profonda trasformazione grazie allo sbarco di artisti e professionisti che aprono gallerie e uffici ristrutturando gli appartamenti della zona. E’ proprio quello che cercavamo per il documentario, con l’obiettivo di raccontare con le immagini la “gentrification” in atto nel quartiere. Il Bio-laden non è altro che una sorta di atelier gastronomico un po’ radical-chic, con prodotti biologici, naturali, ecosolidali, ecocompatibili, riciclabili al 100 per cento e via discorrendo. Oltre al bancone con il caffè di Cuba, il Cacao del Costa Rica, il gelato artigianale, c’è la parte abbigliamento con le magliette di cotone con i colori naturali, l’enoteca con il vino senza additivi, la sezione frutta e verdura con i prodotti dell’orto. Il tutto chiaramente a prezzi non proprio economici. Chiediamo ad una gentile signorina al banco il permesso per girare e fare, nel caso, anche qualche domanda. Francesco inizia a riprendere con la telecamera zucchine e melanzane quando davanti a lui si staglia l’imponente figura della proprietaria del negozio che sgrana gli occhi e inizia a urlare “Chi siete? Chi vi ha dato il permesso di usare la telecamera? Fatemi vedere il vostro passaporto!”. Neppure un agente della Kriminalpolizei avrebbe potuto essere più efficace. Inutile spiegare che avevamo appena chiesto il permesso alla commessa. Ci vuole una autorizzazione scritta e poi non siamo neppure in grado di fornire la carta da visita della nostra società di produzione. La signora minaccia di chiamare la polizia, rivolta la commessa come un pedalino per il permesso accordato senza il suo consenso e ci caccia dal locale in malo modo dopo aver preso le nostre generalità.
Niente di grave, certo. In altre occasione sarebbe volato anche qualche ceffone. Comunque un esempio di come da queste parti bisogna sempre avere qualcosa di scritto in mano, anche se si gira in un parco o in una pubblica piazza (non ci crederete ma ci è successo veramente mentre riprendevamo degli aquiloni svolazzare nel cielo dell’ex aeroporto di Tempelhof!).
Per l’autorizzazione alle riprese di solito non basta chiedere a voce, oppure per telefono. Ci vuole una richiesta preliminare via mail, poi la conferma telefonica, con tempi praticamente impossibili per una piccola produzione televisiva come la nostra.
Detto ciò non tutti sono così formali e diffidenti rispetto alla telecamera. E’ il caso di un gruppo di ragazze di nove nazionalità diverse che ha fondato una squadra di calcio femminile multikulti - come si dice da queste parti - con sede tra Kreuzberg e Neukölln. La squadra ha avuto il suo momento di celebrità grazie ad un film “Football under cover” (presente nella cineteca del Goethe). La pellicola racconta le peripezie sostenute per l’organizzazione di un incontro di calcio a Teheran tra la squadra berlinese e la nazionale di calcio femminile iraniana. Incontro avvenuto a porte chiuse, con le giocatrici (tedesche comprese) tutte velate e vestite secondo i precetti della legge islamica, tra il tripudio di scatenate fans persiane. Mitap, 40 anni, allenatrice della squadra, nata a Berlino da una famiglia turca, spiega che tutto è nato quasi per gioco: “Eravamo in poche all’inizio, nessuno ci credeva. Poi si è formato un bel gruppo. Abbiamo fondato la società con un presidente turco e oltre alle calciatrici greche, palestinesi, albanesi, tunisine sono finalmente arrivate anche le ragazze tedesche che ora costituiscono il 50% della squadra”. Un bell’esempio di integrazione anche se dal punto di vista prettamente sportivo i risultati devono ancora migliorare.
Famiglia e scuola secondo il Dottor Erdogan, del Dipartimento di psicologia di Neukölln, sono le chiavi necessarie per migliorare il processo di integrazione delle varie comunità straniere nella società tedesca. Su questo stanno lavorando da tempo anche le Stadtteilmütter, un gruppo di madri di Neukölln, tutte di origine turca o araba, che dal 2004, grazie al sostegno della circoscrizione comunale, svolge una attività porta a porta nelle famiglie di immigrati del quartiere, in particolare quelle dove l’alto tasso di disoccupazione e l’ignoranza sono terreno fertile per l’isolamento culturale e lo sviluppo della criminalità giovanile. “La nostra difficoltà maggiore – racconta Mualla Gundogu, tre figli dai 7 ai 20 anni – è riuscire ad aprire un canale di comunicazione anche con i padri. Sono loro nella grande maggioranza dei casi ad avere la mentalità più chiusa, a obbligare le figlie a restare a casa, ad impedirle di frequentare la scuola ed imparare il tedesco”.
Niente di grave, certo. In altre occasione sarebbe volato anche qualche ceffone. Comunque un esempio di come da queste parti bisogna sempre avere qualcosa di scritto in mano, anche se si gira in un parco o in una pubblica piazza (non ci crederete ma ci è successo veramente mentre riprendevamo degli aquiloni svolazzare nel cielo dell’ex aeroporto di Tempelhof!).
Per l’autorizzazione alle riprese di solito non basta chiedere a voce, oppure per telefono. Ci vuole una richiesta preliminare via mail, poi la conferma telefonica, con tempi praticamente impossibili per una piccola produzione televisiva come la nostra.
Detto ciò non tutti sono così formali e diffidenti rispetto alla telecamera. E’ il caso di un gruppo di ragazze di nove nazionalità diverse che ha fondato una squadra di calcio femminile multikulti - come si dice da queste parti - con sede tra Kreuzberg e Neukölln. La squadra ha avuto il suo momento di celebrità grazie ad un film “Football under cover” (presente nella cineteca del Goethe). La pellicola racconta le peripezie sostenute per l’organizzazione di un incontro di calcio a Teheran tra la squadra berlinese e la nazionale di calcio femminile iraniana. Incontro avvenuto a porte chiuse, con le giocatrici (tedesche comprese) tutte velate e vestite secondo i precetti della legge islamica, tra il tripudio di scatenate fans persiane. Mitap, 40 anni, allenatrice della squadra, nata a Berlino da una famiglia turca, spiega che tutto è nato quasi per gioco: “Eravamo in poche all’inizio, nessuno ci credeva. Poi si è formato un bel gruppo. Abbiamo fondato la società con un presidente turco e oltre alle calciatrici greche, palestinesi, albanesi, tunisine sono finalmente arrivate anche le ragazze tedesche che ora costituiscono il 50% della squadra”. Un bell’esempio di integrazione anche se dal punto di vista prettamente sportivo i risultati devono ancora migliorare.
Famiglia e scuola secondo il Dottor Erdogan, del Dipartimento di psicologia di Neukölln, sono le chiavi necessarie per migliorare il processo di integrazione delle varie comunità straniere nella società tedesca. Su questo stanno lavorando da tempo anche le Stadtteilmütter, un gruppo di madri di Neukölln, tutte di origine turca o araba, che dal 2004, grazie al sostegno della circoscrizione comunale, svolge una attività porta a porta nelle famiglie di immigrati del quartiere, in particolare quelle dove l’alto tasso di disoccupazione e l’ignoranza sono terreno fertile per l’isolamento culturale e lo sviluppo della criminalità giovanile. “La nostra difficoltà maggiore – racconta Mualla Gundogu, tre figli dai 7 ai 20 anni – è riuscire ad aprire un canale di comunicazione anche con i padri. Sono loro nella grande maggioranza dei casi ad avere la mentalità più chiusa, a obbligare le figlie a restare a casa, ad impedirle di frequentare la scuola ed imparare il tedesco”.
Domenica, 25. luglio 2010
Freiheit in Berlin: burqa in piscina
Una nota ludica tanto per iniziare e far capire anche la straordinaria sensazione di libertà che si respira nella capitale europea del terzo millennio. Ieri sera sono stato invitato ad un concerto – il Bach Marathon, sei suite per violoncello suonate da una vera e propria star del genere, Alban Gerhardt.
Il concerto si tiene in un posto straordinario, il Radial System, una vecchia fabbrica di mattoni rossi riadattata come spazio artistico e culturale che si affaccia sul fiume, la Spree, a pochi metri dall'Ostbahnof. I biglietti sono esauriti da tempo, la gente che non ha trovato spazio sulle sedie in platea si distende su cuscini e tappetini sopra il palco ai piedi del musicista. Durante la performance chi vuole può alzarsi per prendere un bicchiere di vino rosso, oppure affacciarsi sulla terrazza sul fiume dove sono stati sistemati degli altoparlanti per non perdersi neppure un minuto del concerto. Il tutto a prezzi modici e in una atmosfera serena e di forte partecipazione. Se i puristi storcono il naso lamentando le distrazioni del pubblico oppure il tintinnare dei calici durante l’esecuzione la stragrande maggioranza dei presenti sembra apprezzare il clima di grande libertà espressiva in un posto veramente suggestivo.
Finita la parentesi sentimentale – Berlino da sempre è la mia seconda città, tanto da non escludere prima o poi un periodo di aggiornamento più lungo – torniamo al lavoro. Il viaggio nel modello di integrazione tedesco prosegue battendo palmo a palmo le strade e i vicoli di Neukölln, uno dei quartieri più difficili della città, per il gran numero di comunità straniere presenti (160) e anche per l’elevato tasso di criminalità giovanile. E’ notizia di questi giorni – su tutte le prime pagine dei giornali tedeschi – l’aumento del traffico di droga, con l’utilizzo di corrieri di appena 11 o 12 anni. Come minorenni non sanzionabili, quando vengono fermati dalla polizia vengono portati in delle case di accoglienza da cui però possono uscire come e quando vogliono. E così l’altro giorno, nella centralissima Hermannplatz, è stato fermato Melih, undicenne libanese con una decina di dosi di droga e seicento euro in tasca. Il ragazzo, nei mesi precedenti, era già scappato ben undici volte dal centro di recupero dove era stato accompagnato dalla polizia.
La polemica se inasprire o meno le pene nei confronti dei minorenni, su come portare avanti il loro processo di recupero, è sempre più attuale. Un problema non da poco in un quartiere dove il processo di integrazione presenta tanti volti diversi. Come quelli che mi sono capitati davanti agli occhi in questi giorni di sopralluogo per il documentario da girare la settimana prossima.
Prima scena: Freibad di Neukölln. A Berlino il termometro sfiora i 35 gradi, la gente affolla le piscine comunali. Nella calca si notano delle ragazze, coperte dalla testa ai piedi. Dai copricapo spuntano dei capelli biondissimi, sono giovani ragazze tedesche che si trovano lì in compagnia dei loro amici o fidanzati di origine araba. Mentre a pochi metri di distanza c’è il settore nudisti della piscina, loro fanno il bagno tutte coperte per rispettare la religione dei loro compagni. Un curioso esempio di integrazione al contrario che sorprende anche gli stessi berlinesi, tanto da far dire a qualcuno che in realtà si tratta solo di una provocazione giovanile, dell’ultima moda anticonformista in una città dove le convenzioni non hanno grande seguito.
L’altra faccia dell’integrazione di Neukölln, o almeno una delle altre facce è quella di Osman: ragazzo 23enne di origine libanese. Da quando aveva due anni vive con la sua famiglia a Berlino, scappato dalla guerra che incendiava Beirut. La trafila per il permesso di soggiorno è complicata. Bisogna frequentare la scuola e sapersi mantenere. 7 anni fa la polizia entra nella sua abitazione alle due di notte con un decreto di espulsione per tutta la famiglia.
La destinazione però non è il Libano, che ha già detto di no al rimpatrio dei profughi ma la Turchia. Secondo le autorità tedesche infatti Osman non è libanese ma turco, in quanto i suoi genitori, all’inizio della guerra, avrebbero trascorso un periodo in un campo profughi in Turchia. Inutile spiegare alle autorità che nessuno in famiglia parla il turco. Niente da fare. Alcuni dei familiari del ragazzo vengono deportati in Turchia dove finiscono in altri ghetti, in altri campi profughi. Per il ragazzo la deportazione viene solo rimandata.
Tra brevi periodi di detenzione in carcere e numerosi decreti di espulsione, Osman, che non ha mai avuto nessun problema di altro genere con la giustizia tedesca e lavora da anni in un centro di assistenza sociale di Neukölln, solo da poco ha iniziato la trafila - lunga otto anni - per ottenere il permesso di soggiorno a tempo indeterminato. Il paradosso è che in cambio le autorità tedesche lo hanno costretto ad accettare una nuova identità. Quindi Osman ha adesso un passaporto turco, con un nome turco e una data di nascita che non corrisponde a quella vera. Storie di ordinaria follia burocratica molto diffuse da queste parti, in particolar modo nella folta comunità araba di Neukölln.
Il concerto si tiene in un posto straordinario, il Radial System, una vecchia fabbrica di mattoni rossi riadattata come spazio artistico e culturale che si affaccia sul fiume, la Spree, a pochi metri dall'Ostbahnof. I biglietti sono esauriti da tempo, la gente che non ha trovato spazio sulle sedie in platea si distende su cuscini e tappetini sopra il palco ai piedi del musicista. Durante la performance chi vuole può alzarsi per prendere un bicchiere di vino rosso, oppure affacciarsi sulla terrazza sul fiume dove sono stati sistemati degli altoparlanti per non perdersi neppure un minuto del concerto. Il tutto a prezzi modici e in una atmosfera serena e di forte partecipazione. Se i puristi storcono il naso lamentando le distrazioni del pubblico oppure il tintinnare dei calici durante l’esecuzione la stragrande maggioranza dei presenti sembra apprezzare il clima di grande libertà espressiva in un posto veramente suggestivo.
Finita la parentesi sentimentale – Berlino da sempre è la mia seconda città, tanto da non escludere prima o poi un periodo di aggiornamento più lungo – torniamo al lavoro. Il viaggio nel modello di integrazione tedesco prosegue battendo palmo a palmo le strade e i vicoli di Neukölln, uno dei quartieri più difficili della città, per il gran numero di comunità straniere presenti (160) e anche per l’elevato tasso di criminalità giovanile. E’ notizia di questi giorni – su tutte le prime pagine dei giornali tedeschi – l’aumento del traffico di droga, con l’utilizzo di corrieri di appena 11 o 12 anni. Come minorenni non sanzionabili, quando vengono fermati dalla polizia vengono portati in delle case di accoglienza da cui però possono uscire come e quando vogliono. E così l’altro giorno, nella centralissima Hermannplatz, è stato fermato Melih, undicenne libanese con una decina di dosi di droga e seicento euro in tasca. Il ragazzo, nei mesi precedenti, era già scappato ben undici volte dal centro di recupero dove era stato accompagnato dalla polizia.
La polemica se inasprire o meno le pene nei confronti dei minorenni, su come portare avanti il loro processo di recupero, è sempre più attuale. Un problema non da poco in un quartiere dove il processo di integrazione presenta tanti volti diversi. Come quelli che mi sono capitati davanti agli occhi in questi giorni di sopralluogo per il documentario da girare la settimana prossima.
Prima scena: Freibad di Neukölln. A Berlino il termometro sfiora i 35 gradi, la gente affolla le piscine comunali. Nella calca si notano delle ragazze, coperte dalla testa ai piedi. Dai copricapo spuntano dei capelli biondissimi, sono giovani ragazze tedesche che si trovano lì in compagnia dei loro amici o fidanzati di origine araba. Mentre a pochi metri di distanza c’è il settore nudisti della piscina, loro fanno il bagno tutte coperte per rispettare la religione dei loro compagni. Un curioso esempio di integrazione al contrario che sorprende anche gli stessi berlinesi, tanto da far dire a qualcuno che in realtà si tratta solo di una provocazione giovanile, dell’ultima moda anticonformista in una città dove le convenzioni non hanno grande seguito.
L’altra faccia dell’integrazione di Neukölln, o almeno una delle altre facce è quella di Osman: ragazzo 23enne di origine libanese. Da quando aveva due anni vive con la sua famiglia a Berlino, scappato dalla guerra che incendiava Beirut. La trafila per il permesso di soggiorno è complicata. Bisogna frequentare la scuola e sapersi mantenere. 7 anni fa la polizia entra nella sua abitazione alle due di notte con un decreto di espulsione per tutta la famiglia.
La destinazione però non è il Libano, che ha già detto di no al rimpatrio dei profughi ma la Turchia. Secondo le autorità tedesche infatti Osman non è libanese ma turco, in quanto i suoi genitori, all’inizio della guerra, avrebbero trascorso un periodo in un campo profughi in Turchia. Inutile spiegare alle autorità che nessuno in famiglia parla il turco. Niente da fare. Alcuni dei familiari del ragazzo vengono deportati in Turchia dove finiscono in altri ghetti, in altri campi profughi. Per il ragazzo la deportazione viene solo rimandata.
Tra brevi periodi di detenzione in carcere e numerosi decreti di espulsione, Osman, che non ha mai avuto nessun problema di altro genere con la giustizia tedesca e lavora da anni in un centro di assistenza sociale di Neukölln, solo da poco ha iniziato la trafila - lunga otto anni - per ottenere il permesso di soggiorno a tempo indeterminato. Il paradosso è che in cambio le autorità tedesche lo hanno costretto ad accettare una nuova identità. Quindi Osman ha adesso un passaporto turco, con un nome turco e una data di nascita che non corrisponde a quella vera. Storie di ordinaria follia burocratica molto diffuse da queste parti, in particolar modo nella folta comunità araba di Neukölln.
Martedì, 20. luglio 2010
Gentrification a due ruote
La ricerca delle storie per il mio documentario su Neukölln prosegue in bicicletta. Forse soltanto Amsterdam, tra la grandi città che ho visitato, permette una tale facilità di spostamento su due ruote. E’ veramente piacevole assaporare l’atmosfera di questa metropoli che ingloba tante altre città – non solo quelle divise dal vecchio confine Est-Ovest sempre più difficile da riconoscere – sfrecciando su piste ciclabili che nulla avrebbero da invidiare, ad iniziare dalla pavimentazione, alle nostre autostrade. La grande afa è passata e ci si può godere in pieno l’estate berlinese senza curarsi granchè dei chilometri necessari per spostarsi da un quartiere all’altro. Il mio itinerario quotidiano, dalla borghese Prenzlauerberg nel nord della città, alla vivace Neukölln, nella parte meridionale, è in realtà un viaggio nella cosiddetta “gentrification” che sta trasformando i quartieri periferici, per molto tempo degradati e abitati da nuclei familiari a basso reddito, in quartieri di tendenza dove ristoranti, locali, gallerie d’arte spuntano dal nulla ogni settimana. Con loro arrivano frotte di artisti, giovani professionisti, con il risultato di lucidare a nuovo zone una volta abbandonate riempiendo però le tasche di speculatori immobiliari che comprano a poche migliaia di euro e rivendono al doppio in un batter d’occhio.
Il caso più evidente riguarda la parte di Neukölln a nord della famigerata (per lo spaccio di droga..) Hermannplatz, grazioso triangolo a ridosso del canale dove locali turchi o arabi hanno lasciato il posto ad eleganti ristorantini francesi con un fiorente mercatino delle pulci popolato da studenti e turisti. Una trasformazione simile a quella della vicina enclave turca di Kreuzberg, che risale a non più di cinque anni fa e che fa storcere il naso ai vecchi residenti, infastiditi dal fiorire di locali alla moda e dai prezzi in rapida ascesa. D’altro canto la vita nella zona è certamente rifiorita per la gioia del sindaco di Neukolln, il socialdemocratico Heinz Buschkowsky. Un uomo a cui non difetta certo la chiarezza, che si diverte spesso a scandalizzare anche i suoi stessi colleghi di partito minacciando il pugno di ferro per guidare il difficile processo di integrazione tra le 160 comunità straniere del quartiere.
Il mio lavoro di ricerca prosegue con una certa fatica. Purtroppo a Berlino le ferie estive, che dureranno fino alla metà di agosto, hanno spopolato le tante istituzioni e associazioni culturali attive sul versante integrazione e multiculturalismo, tramite necessario per selezionare storie significative su questo tema.
Lo stesso sindaco Buschkowsky – oramai vera e propria star televisiva – si nega con la scusa di impegni precedenti preferendo di fatto collegamenti televisivi e interviste con i media locali. Ci vuole pazienza e molta flessibilità – qualità non proprio frequente all’interno delle strutture burocratiche - per aggirare difficoltà e imprevisti che, a volte, possono finire anche in tragedia. Prima di partire, ad esempio, avevo contattato per telefono un giudice minorile, Kirsten Heisig, famosa a Berlino per aver promosso un modello nuovo – ribattezzato per l’appunto “modello Neukolln” - che sta ottenendo dei buoni risultati sul fronte della criminalità minorile. La Heisig aveva introdotto di fatto un meccanismo di sanzioni molto rapido, a distanza di due, tre settimane dal reato commesso, per i minori colti sul fatto. Il giudice si era subito detta disponibile per una intervista ma alla fine di giugno è scomparsa misteriosamente. Pochi giorni dopo la polizia ha ritrovato il suo corpo in un bosco vicino Berlino, nel Brandenburgo. Inizialmente gli investigatori avevano pensato a possibili collegamenti con la sua attività legata ad esempio alle gangs di giovani criminali che imperversano a Neukolln, come anche in altre zone della città. Ma la dinamica della morte non ha lasciato spazio a dubbi. Kirsten Heisig, separata con due figlie adolescenti, secondo la polizia si è suicidata per ragioni legate alla sua vita privata.
Il caso più evidente riguarda la parte di Neukölln a nord della famigerata (per lo spaccio di droga..) Hermannplatz, grazioso triangolo a ridosso del canale dove locali turchi o arabi hanno lasciato il posto ad eleganti ristorantini francesi con un fiorente mercatino delle pulci popolato da studenti e turisti. Una trasformazione simile a quella della vicina enclave turca di Kreuzberg, che risale a non più di cinque anni fa e che fa storcere il naso ai vecchi residenti, infastiditi dal fiorire di locali alla moda e dai prezzi in rapida ascesa. D’altro canto la vita nella zona è certamente rifiorita per la gioia del sindaco di Neukolln, il socialdemocratico Heinz Buschkowsky. Un uomo a cui non difetta certo la chiarezza, che si diverte spesso a scandalizzare anche i suoi stessi colleghi di partito minacciando il pugno di ferro per guidare il difficile processo di integrazione tra le 160 comunità straniere del quartiere.
Il mio lavoro di ricerca prosegue con una certa fatica. Purtroppo a Berlino le ferie estive, che dureranno fino alla metà di agosto, hanno spopolato le tante istituzioni e associazioni culturali attive sul versante integrazione e multiculturalismo, tramite necessario per selezionare storie significative su questo tema.
Lo stesso sindaco Buschkowsky – oramai vera e propria star televisiva – si nega con la scusa di impegni precedenti preferendo di fatto collegamenti televisivi e interviste con i media locali. Ci vuole pazienza e molta flessibilità – qualità non proprio frequente all’interno delle strutture burocratiche - per aggirare difficoltà e imprevisti che, a volte, possono finire anche in tragedia. Prima di partire, ad esempio, avevo contattato per telefono un giudice minorile, Kirsten Heisig, famosa a Berlino per aver promosso un modello nuovo – ribattezzato per l’appunto “modello Neukolln” - che sta ottenendo dei buoni risultati sul fronte della criminalità minorile. La Heisig aveva introdotto di fatto un meccanismo di sanzioni molto rapido, a distanza di due, tre settimane dal reato commesso, per i minori colti sul fatto. Il giudice si era subito detta disponibile per una intervista ma alla fine di giugno è scomparsa misteriosamente. Pochi giorni dopo la polizia ha ritrovato il suo corpo in un bosco vicino Berlino, nel Brandenburgo. Inizialmente gli investigatori avevano pensato a possibili collegamenti con la sua attività legata ad esempio alle gangs di giovani criminali che imperversano a Neukolln, come anche in altre zone della città. Ma la dinamica della morte non ha lasciato spazio a dubbi. Kirsten Heisig, separata con due figlie adolescenti, secondo la polizia si è suicidata per ragioni legate alla sua vita privata.
Lunedì, 19. luglio 2010
Primo contributo
La prima impressione lascia senza fiato. Berlino batte Roma di almeno cinque gradi. Qui ce sono quaranta. Non si muove una foglia, con un livello di umidità che non ha nulla da invidiare a quello di Bangok. La capitale tedesca vive una delle sue estati più calde, con frotte di turisti a torso nudo in giro per il Kudamm e gente che minaccia il suicidio quando all’improvviso salta l’aria condizionata nei treni superveloci della Bundesbahn.
Pagato il tributo al meteo, della serie “signora mia le stagioni non sono più quelle di una volta!”, non resta che mettermi al lavoro. Obiettivo del viaggio - nell’ambito del progetto Va bene organizzato dal Goethe Institut di Roma - la realizzazione di un reportage che ha come centro un luogo ben preciso, uno de cosiddetti quartieri “difficili” della capitale tedesca.
Neukolln, infatti, non è solo una sorta di città nella città con i suoi 300 mila abitanti, esempio più o meno significativo del cosiddetto modello di integrazione tedesco. Ma è anche uno dei luoghi della cosiddetta “gentrification”, il fenomeno di riqualificazione delle periferie che, insieme al degrado, espelle di fatto dai quartieri anche i vecchi residenti a basso reddito.
Tema ambizioso in una zona dove convivono ben 160 comunità straniere con tassi di violenza giovanile e criminalità abbondantemente sopra la media. Nelle famiglie con “Migration-hintergrund” (di fatto con un passato di immigrazione) come vengono chiamate in Germania con un neologismo paraburocratico, ogni 4 ragazzi 3 abbandonano la scuola senza un certificato di frequenza. Nelle elementari di Neukolln il 95% dei bambini non parla il tedesco come madrelingua e via dicendo. Insomma il vero tema del reportage televisivo è raccontare un modello di integrazione molto discusso, dove buona parte delle comunità straniere, come quella turca o quelle arabe, vivono in una sorta di autoisolamento. Integrazione mancata? Oppure semplicemente un esempio del disagio sociale che vivono le periferie delle metropoli del ventunesimo secolo, dove di solito solo una strategia di compromesso a lungo termine può portare risultati tangibili? Domande alle quali cercherò una risposta, anche soltanto parziale, in queste due settimane (la prima riservata ai sopralluoghi, la seconda alle riprese) in compagnia del cameraman Francesco Tosto.
I primi incontri mi aiutano ad aprire gli occhi su un mondo in continua evoluzione: Agostino Imondi è il coregista, svizzero di nascita ma berlinese di adozione, del film “Neukolln Unlimited”, bel documentario sulla storia di tre fratelli libanesi che cercano disperatamente di ottenere un permesso di soggiorno stabile valorizzando le loro qualità artistiche come cantanti o ballerini di breakdance. Un lavoro premiato alla recente Berlinale con l’orso di cristallo , riservato alla Sezione giovani. Agostino mi raccomanda prudenza nell’approccio al tema, considerando che spesso la verità ha tante facce, non solo quella più sensazionale preferita dai media che hanno dipinto Neukolln come una sorta di Bronx berlinese.
Anche Miriam, ragazza di origine turca ma berlinese di nascita, che questa mattina mi ha guidato tra i sapori e i colori dei mercati all’aperto del quartiere, con veloci puntate nelle tante moschee della zona, mette in guardia da facili stereotipi: “L’integrazione per essere effettiva deve essere cercata e promossa da tutte le parti in gioco – spiega la ragazza -. Spesso la poca flessibilità culturale dei nuovi immigrati si scontra con la rigidità di leggi e normative oramai superate dalla realtà”.
Pagato il tributo al meteo, della serie “signora mia le stagioni non sono più quelle di una volta!”, non resta che mettermi al lavoro. Obiettivo del viaggio - nell’ambito del progetto Va bene organizzato dal Goethe Institut di Roma - la realizzazione di un reportage che ha come centro un luogo ben preciso, uno de cosiddetti quartieri “difficili” della capitale tedesca.
Neukolln, infatti, non è solo una sorta di città nella città con i suoi 300 mila abitanti, esempio più o meno significativo del cosiddetto modello di integrazione tedesco. Ma è anche uno dei luoghi della cosiddetta “gentrification”, il fenomeno di riqualificazione delle periferie che, insieme al degrado, espelle di fatto dai quartieri anche i vecchi residenti a basso reddito.
Tema ambizioso in una zona dove convivono ben 160 comunità straniere con tassi di violenza giovanile e criminalità abbondantemente sopra la media. Nelle famiglie con “Migration-hintergrund” (di fatto con un passato di immigrazione) come vengono chiamate in Germania con un neologismo paraburocratico, ogni 4 ragazzi 3 abbandonano la scuola senza un certificato di frequenza. Nelle elementari di Neukolln il 95% dei bambini non parla il tedesco come madrelingua e via dicendo. Insomma il vero tema del reportage televisivo è raccontare un modello di integrazione molto discusso, dove buona parte delle comunità straniere, come quella turca o quelle arabe, vivono in una sorta di autoisolamento. Integrazione mancata? Oppure semplicemente un esempio del disagio sociale che vivono le periferie delle metropoli del ventunesimo secolo, dove di solito solo una strategia di compromesso a lungo termine può portare risultati tangibili? Domande alle quali cercherò una risposta, anche soltanto parziale, in queste due settimane (la prima riservata ai sopralluoghi, la seconda alle riprese) in compagnia del cameraman Francesco Tosto.
I primi incontri mi aiutano ad aprire gli occhi su un mondo in continua evoluzione: Agostino Imondi è il coregista, svizzero di nascita ma berlinese di adozione, del film “Neukolln Unlimited”, bel documentario sulla storia di tre fratelli libanesi che cercano disperatamente di ottenere un permesso di soggiorno stabile valorizzando le loro qualità artistiche come cantanti o ballerini di breakdance. Un lavoro premiato alla recente Berlinale con l’orso di cristallo , riservato alla Sezione giovani. Agostino mi raccomanda prudenza nell’approccio al tema, considerando che spesso la verità ha tante facce, non solo quella più sensazionale preferita dai media che hanno dipinto Neukolln come una sorta di Bronx berlinese.
Anche Miriam, ragazza di origine turca ma berlinese di nascita, che questa mattina mi ha guidato tra i sapori e i colori dei mercati all’aperto del quartiere, con veloci puntate nelle tante moschee della zona, mette in guardia da facili stereotipi: “L’integrazione per essere effettiva deve essere cercata e promossa da tutte le parti in gioco – spiega la ragazza -. Spesso la poca flessibilità culturale dei nuovi immigrati si scontra con la rigidità di leggi e normative oramai superate dalla realtà”.
Venerdì, 2. luglio 2010
Buon viaggio!
Dopo la carta stampata e la radio è la volta della televisione. Dal 16 luglio al 2 agosto l’inviato di Matrix Pietro Suber andrà a Berlino per girare un film-documentario sullo scottante tema della povertà infantile in Germania.
Per guardare attraverso gli occhi di un giornalista italiano quello che succede per le strade del quartiere berlinese di Neukölln, gli abbiamo chiesto di raccontarci con parole e immagini il suo cambio d’aria.
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