Con l’arrivo del cameraman Francesco Tosto siamo finalmente passati alla fase operativa, all’inizio delle riprese per il nostro documentario sul modello di integrazione a Neukölln. Tutto procede come da tabella di marcia, a parte qualche piccolo inconveniente dovuto ad un approccio tutt’altro che flessibile con le riprese televisive. Un esempio su tutti: ieri, ora di pranzo. Il quartiere di Neukölln è deserto. Qui siamo nel pieno delle ferie estive, una sorta di Ferragosto berlinese. Scuole chiuse, famiglie al mare o in montagna, strade deserte. Entriamo dentro uno dei tanti Bio-Laden di Kreuz-Kölln, la parte nord del quartiere che sta subendo una profonda trasformazione grazie allo sbarco di artisti e professionisti che aprono gallerie e uffici ristrutturando gli appartamenti della zona. E’ proprio quello che cercavamo per il documentario, con l’obiettivo di raccontare con le immagini la “gentrification” in atto nel quartiere. Il Bio-laden non è altro che una sorta di atelier gastronomico un po’ radical-chic, con prodotti biologici, naturali, ecosolidali, ecocompatibili, riciclabili al 100 per cento e via discorrendo. Oltre al bancone con il caffè di Cuba, il Cacao del Costa Rica, il gelato artigianale, c’è la parte abbigliamento con le magliette di cotone con i colori naturali, l’enoteca con il vino senza additivi, la sezione frutta e verdura con i prodotti dell’orto. Il tutto chiaramente a prezzi non proprio economici. Chiediamo ad una gentile signorina al banco il permesso per girare e fare, nel caso, anche qualche domanda. Francesco inizia a riprendere con la telecamera zucchine e melanzane quando davanti a lui si staglia l’imponente figura della proprietaria del negozio che sgrana gli occhi e inizia a urlare “Chi siete? Chi vi ha dato il permesso di usare la telecamera? Fatemi vedere il vostro passaporto!”. Neppure un agente della Kriminalpolizei avrebbe potuto essere più efficace. Inutile spiegare che avevamo appena chiesto il permesso alla commessa. Ci vuole una autorizzazione scritta e poi non siamo neppure in grado di fornire la carta da visita della nostra società di produzione. La signora minaccia di chiamare la polizia, rivolta la commessa come un pedalino per il permesso accordato senza il suo consenso e ci caccia dal locale in malo modo dopo aver preso le nostre generalità.
Niente di grave, certo. In altre occasione sarebbe volato anche qualche ceffone. Comunque un esempio di come da queste parti bisogna sempre avere qualcosa di scritto in mano, anche se si gira in un parco o in una pubblica piazza (non ci crederete ma ci è successo veramente mentre riprendevamo degli aquiloni svolazzare nel cielo dell’ex aeroporto di Tempelhof!).
Per l’autorizzazione alle riprese di solito non basta chiedere a voce, oppure per telefono. Ci vuole una richiesta preliminare via mail, poi la conferma telefonica, con tempi praticamente impossibili per una piccola produzione televisiva come la nostra.
Detto ciò non tutti sono così formali e diffidenti rispetto alla telecamera. E’ il caso di un gruppo di ragazze di nove nazionalità diverse che ha fondato una squadra di calcio femminile multikulti - come si dice da queste parti - con sede tra Kreuzberg e Neukölln. La squadra ha avuto il suo momento di celebrità grazie ad un film “Football under cover” (presente nella cineteca del Goethe). La pellicola racconta le peripezie sostenute per l’organizzazione di un incontro di calcio a Teheran tra la squadra berlinese e la nazionale di calcio femminile iraniana. Incontro avvenuto a porte chiuse, con le giocatrici (tedesche comprese) tutte velate e vestite secondo i precetti della legge islamica, tra il tripudio di scatenate fans persiane. Mitap, 40 anni, allenatrice della squadra, nata a Berlino da una famiglia turca, spiega che tutto è nato quasi per gioco: “Eravamo in poche all’inizio, nessuno ci credeva. Poi si è formato un bel gruppo. Abbiamo fondato la società con un presidente turco e oltre alle calciatrici greche, palestinesi, albanesi, tunisine sono finalmente arrivate anche le ragazze tedesche che ora costituiscono il 50% della squadra”. Un bell’esempio di integrazione anche se dal punto di vista prettamente sportivo i risultati devono ancora migliorare.
Famiglia e scuola secondo il Dottor Erdogan, del Dipartimento di psicologia di Neukölln, sono le chiavi necessarie per migliorare il processo di integrazione delle varie comunità straniere nella società tedesca. Su questo stanno lavorando da tempo anche le Stadtteilmütter, un gruppo di madri di Neukölln, tutte di origine turca o araba, che dal 2004, grazie al sostegno della circoscrizione comunale, svolge una attività porta a porta nelle famiglie di immigrati del quartiere, in particolare quelle dove l’alto tasso di disoccupazione e l’ignoranza sono terreno fertile per l’isolamento culturale e lo sviluppo della criminalità giovanile. “La nostra difficoltà maggiore – racconta Mualla Gundogu, tre figli dai 7 ai 20 anni – è riuscire ad aprire un canale di comunicazione anche con i padri. Sono loro nella grande maggioranza dei casi ad avere la mentalità più chiusa, a obbligare le figlie a restare a casa, ad impedirle di frequentare la scuola ed imparare il tedesco”.
Friday, 30. July 2010
Al Bio-Laden con il passaporto…
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