Una nota ludica tanto per iniziare e far capire anche la straordinaria sensazione di libertà che si respira nella capitale europea del terzo millennio. Ieri sera sono stato invitato ad un concerto – il Bach Marathon, sei suite per violoncello suonate da una vera e propria star del genere, Alban Gerhardt.
Il concerto si tiene in un posto straordinario, il Radial System, una vecchia fabbrica di mattoni rossi riadattata come spazio artistico e culturale che si affaccia sul fiume, la Spree, a pochi metri dall'Ostbahnof. I biglietti sono esauriti da tempo, la gente che non ha trovato spazio sulle sedie in platea si distende su cuscini e tappetini sopra il palco ai piedi del musicista. Durante la performance chi vuole può alzarsi per prendere un bicchiere di vino rosso, oppure affacciarsi sulla terrazza sul fiume dove sono stati sistemati degli altoparlanti per non perdersi neppure un minuto del concerto. Il tutto a prezzi modici e in una atmosfera serena e di forte partecipazione. Se i puristi storcono il naso lamentando le distrazioni del pubblico oppure il tintinnare dei calici durante l’esecuzione la stragrande maggioranza dei presenti sembra apprezzare il clima di grande libertà espressiva in un posto veramente suggestivo.
Finita la parentesi sentimentale – Berlino da sempre è la mia seconda città, tanto da non escludere prima o poi un periodo di aggiornamento più lungo – torniamo al lavoro. Il viaggio nel modello di integrazione tedesco prosegue battendo palmo a palmo le strade e i vicoli di Neukölln, uno dei quartieri più difficili della città, per il gran numero di comunità straniere presenti (160) e anche per l’elevato tasso di criminalità giovanile. E’ notizia di questi giorni – su tutte le prime pagine dei giornali tedeschi – l’aumento del traffico di droga, con l’utilizzo di corrieri di appena 11 o 12 anni. Come minorenni non sanzionabili, quando vengono fermati dalla polizia vengono portati in delle case di accoglienza da cui però possono uscire come e quando vogliono. E così l’altro giorno, nella centralissima Hermannplatz, è stato fermato Melih, undicenne libanese con una decina di dosi di droga e seicento euro in tasca. Il ragazzo, nei mesi precedenti, era già scappato ben undici volte dal centro di recupero dove era stato accompagnato dalla polizia.
La polemica se inasprire o meno le pene nei confronti dei minorenni, su come portare avanti il loro processo di recupero, è sempre più attuale. Un problema non da poco in un quartiere dove il processo di integrazione presenta tanti volti diversi. Come quelli che mi sono capitati davanti agli occhi in questi giorni di sopralluogo per il documentario da girare la settimana prossima.
Prima scena: Freibad di Neukölln. A Berlino il termometro sfiora i 35 gradi, la gente affolla le piscine comunali. Nella calca si notano delle ragazze, coperte dalla testa ai piedi. Dai copricapo spuntano dei capelli biondissimi, sono giovani ragazze tedesche che si trovano lì in compagnia dei loro amici o fidanzati di origine araba. Mentre a pochi metri di distanza c’è il settore nudisti della piscina, loro fanno il bagno tutte coperte per rispettare la religione dei loro compagni. Un curioso esempio di integrazione al contrario che sorprende anche gli stessi berlinesi, tanto da far dire a qualcuno che in realtà si tratta solo di una provocazione giovanile, dell’ultima moda anticonformista in una città dove le convenzioni non hanno grande seguito.
L’altra faccia dell’integrazione di Neukölln, o almeno una delle altre facce è quella di Osman: ragazzo 23enne di origine libanese. Da quando aveva due anni vive con la sua famiglia a Berlino, scappato dalla guerra che incendiava Beirut. La trafila per il permesso di soggiorno è complicata. Bisogna frequentare la scuola e sapersi mantenere. 7 anni fa la polizia entra nella sua abitazione alle due di notte con un decreto di espulsione per tutta la famiglia.
La destinazione però non è il Libano, che ha già detto di no al rimpatrio dei profughi ma la Turchia. Secondo le autorità tedesche infatti Osman non è libanese ma turco, in quanto i suoi genitori, all’inizio della guerra, avrebbero trascorso un periodo in un campo profughi in Turchia. Inutile spiegare alle autorità che nessuno in famiglia parla il turco. Niente da fare. Alcuni dei familiari del ragazzo vengono deportati in Turchia dove finiscono in altri ghetti, in altri campi profughi. Per il ragazzo la deportazione viene solo rimandata.
Tra brevi periodi di detenzione in carcere e numerosi decreti di espulsione, Osman, che non ha mai avuto nessun problema di altro genere con la giustizia tedesca e lavora da anni in un centro di assistenza sociale di Neukölln, solo da poco ha iniziato la trafila - lunga otto anni - per ottenere il permesso di soggiorno a tempo indeterminato. Il paradosso è che in cambio le autorità tedesche lo hanno costretto ad accettare una nuova identità. Quindi Osman ha adesso un passaporto turco, con un nome turco e una data di nascita che non corrisponde a quella vera. Storie di ordinaria follia burocratica molto diffuse da queste parti, in particolar modo nella folta comunità araba di Neukölln.
Sunday, 25. July 2010
Freiheit in Berlin: burqa in piscina
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