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    <title>Atlantico-Pacifico</title>
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    <pubDate>Sun, 05 Aug 2012 16:20:34 GMT</pubDate>

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    <title>Seattle</title>
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    <author>nospam@example.com (Beppe Severgnini)</author>
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    Seattle col sole è come l’Inter vogliosa e in gran forma. Succede di rado, ma quando succede è una meraviglia. Imbattibile, direi. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Giugno non è una certezza, da queste parti: lo chiamano “Junuary”, una crasi tra “June” e “January”. Ma siamo stati fortunati. Accolti alla stazione da nuvole e pioggia, forse per mantenere il parallelismo Atlantico-Pacifico, abbiamo poi trovato cielo azzurro e sole sfolgorante, che dura ancora. Le Olympic Mountains a ovest, oltre il Puget Sound.  Mount Rainier a sud, un cono incappucciato di neve, per la gioia dei giapponesi e dei valdostani di passaggio. Se la città di Jimi Hendrix, del primo Starbucks e dei Nirvana di Kurt Cobain decide di farsi bella non ha rivali. Solo Chicago può competere, negli Stati Uniti; oppure New York, Los Angeles, Miami e San Francisco, per gli amanti del genere.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il centro che scende a gradini verso la baia,  il  mercato di Pike Place, il lungolago di Bellevue, i saliscendi di Madison Avenue, i negozi e i ristoranti di Capitol Hill: tutte le cose illuminate. Lo spettacolo è così suggestivo che perfino Microsoft, altro residente importante, appare per un attimo romantico (poi passa). Per resistere all’euforia, e festeggiare una giornata senza rotaie, passiamo tempo in due luoghi apparentemente antitetici: Amazon.com e Elliott Bay Book Company. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel primo lavora - come responsabile di tutte le attività internazionali - il mio amico Diego Piacentini. Nel secondo, ritrovo Casey, Rick e altri che avevo conosciuto presentando miei libri nel 2002 e nel 2006. Curiosamente sia Amazon sia la libreria hanno traslocato due anni fa, risvegliando, a modo loro, quartieri interi. Amazon.com da Pac Med, la vecchia sede di mattoni rossi di Beacon Hill, a South Lake Union. Elliott Bay Book Co. da Pioneer Square, vicino alla baia, a Capitol Hill, oltre la Interstate 5.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Di Amazon.com, sapete (anche perché da Amazon.it, probabilmente, acquistate): non ha inventato un business, ma un paradigma. Elliott Bay Book Co. era - e resta - la libreria indipendente più affascinante della West Coast e, forse, degli USA. Rivali, certamente, nel mercato dei libri. In libreria si lamentano d’essere considerati, da alcuni, solo una vetrina: arrivano, scelgono il titolo, tornano a casa e lo ordinano su Amazon.com con lo sconto. Ad Amazon ricordano che tutte le rivoluzioni industriali provocano sconquassi, all’inizio. In fondo, spiegano, noi offriamo un servizio ai clienti: dipende da  loro sceglierci o meno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
So bene che il discorso è più complicato di così, e tocca questioni di concorrenza, diritto d’autore, pubblica utilità. Ma in una giornata così bella lasciate sognare uno che compra tanti libri e alcuni ne ha scritti.  Lasciatemi dire che Amazon è imbattibile come varietà di scelta, prezzo, rapidità di consegna. Ma una libreria resta insuperabile come luogo sociale, occasione di confronto (con librai, autori e altri lettori). Sarebbe triste restare soli con i propri libri recapitati a domicilio. Sarebbe assurdo rinunciare alla rapidità, alla comodità e alla convenienza di quel recapito.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
ElliottAmazon.bay! Giuro: non ho assunto le sostanze che piacevano tanto a Jimi e a Kurt. 
    </content:encoded>

    <pubDate>Thu, 21 Jun 2012 10:55:57 +0200</pubDate>
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    <title>Una casa per il povero tirannosauro</title>
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    <author>nospam@example.com (Beppe Severgnini)</author>
    <content:encoded>
    In questa rara giornata senza treni, nello spazio di due chilometri, ho visto una mini-statua della Libertà, un tirannosauro sotto vetro, la sabbia dorata delle Hawaii, una torre medioevale e due panchine affiancate: blu per i democratici, rossa per i repubblicani. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non è un delirio psichedelico, e non siamo in Florida o Las Vegas, dove l’eccesso architettonico è prevedibile e incoraggiato. Siamo su Lake Washington, il lago urbano alle spalle di Seattle, città sofisticata e liberale, residenza di personaggi diventati ricchi con i (nostri) computer: Bill Gates (Microsoft), Paul Allen (suo ex-socio), Jeff Bezos (Amazon) e tanti altri.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le case scendono verso l’acqua, i prati brillano, il clima aiuta. Succede perfino di vedere umani sdraiati sull’erba senza un maglione e una coperta. Nella zona di Medina, la magione di Bezos è seminascosta dal verde, la piccola spiaggia di Bill Gates appare soffice (microsoft?). Non so a chi appartenga il tirannosauro, ma è ben visibile dentro una costruzione in vetro. Mi dicono che è installato su una piattaforma e domina la piscina interna. Ragionevole: chi non ha hai sognato di nuotare osservato da un carnivoro bipede appartenente all’ordine dei saurischi?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La distanza tra il plutopalentologo di Seattle e i neo-residenti di Malta, Montana è considerevole: ma sono comunque americani, ed è possibile  trovare punti di contatto. Per esempio: le case, molto più dei vestiti o delle auto, sono potenti indicatori sociali, accettati da tutti. Certo, anche simboli di status e di successo. La domanda “Where do you live?”, negli USA,  è raramente innocente. La risposta serve a classificare una persona. Per restare a Seattle, anzi al lago Washington: la sponda orientale è più ricercata di quella occidentale. Di qui vivono i ricchi, di là i benestanti. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Abitare in una certa strada, dovunque negli Stati Uniti, aiuta la scalata economica e sociale, che resta lo sport più praticato del Paese. La casa  americana è un fortino senza cancellate; quella italiana, talvolta, una cancellata senza fortino. La bolla immobiliare USA scoppiata nel 2007/2008 - l’innesco degli attuali guai finanziari del mondo - fu provocata dal desiderio spasmodico di acquistare un’abitazione oltre le proprie possibilità finanziere; e dall’incoscienza di chi concedeva mutui colossali senza garanzie, confidando nell’eterna ascesa del mercato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando ho scritto un libro sull’America, diciasette anni fa, ho scelto di raccontare una casa. Ero e resto convinto che sia la porta d’ingresso del tunnel che conduce nella mente americana. Che non è più strana o complicata della nostra: ma è diversa. Per capirla non basta sbirciare dentro le stanze illuminate da un treno in corsa. Occorre scendere, guardare, entrare, provare a capire. Certo, non è facile sapere perché qualcuno costruisce una casa sul lago per un tirannosauro. Non bastava un triceratropo? E più basso, s’inserisce meglio nel paesaggio. 
    </content:encoded>

    <pubDate>Fri, 22 Jun 2012 10:11:44 +0200</pubDate>
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    <title>Ogni giorno un nuovo video!</title>
    <link>http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/archives/4-Ogni-giorno-un-nuovo-video!.html</link>
    
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    <author>nospam@example.com (Caterina Decorti)</author>
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    &lt;style&gt;.serendipity_Sticky_Entry .serendipity_date{display:none;}.serendipity_Sticky_Entry .serendipity_multilingualInfo{display:none;}&lt;/style&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;img src=&quot;http://www.goethe.de/mmo/pub/13547-STANDARD.gif&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://video.corriere.it/cultura/atlantico-pacifico/index.shtml&quot; target=_blank&gt;&lt;b&gt;Tutti i video&lt;/b&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;embed width=&#039;398&#039; height=&#039;223&#039; align=&#039;middle&#039; type=&#039;application/x-shockwave-flash&#039; pluginspage=&#039;http://www.adobe.com/go/getflashplayer&#039; allowscriptaccess=&#039;always&#039; allowfullscreen=&#039;true&#039; wmode=&#039;transparent&#039; name=&#039;polyshowEmbed&#039; quality=&#039;high&#039; id=&#039;polyshowEmbed&#039; flashvars=&#039;configId=4&amp;configUrl=../content/conf/PolymediaCorriere_4.xml&amp;autostart=false&amp;configAdvLabel=embed&amp;configNielsenLabel=embed&amp;videoId=168b8e74-bd0b-11e1-9f49-5284d5fd7e8a&amp;videoUrl=http://static2.video.corriereobjects.it/widget/content/video/rss/video_168b8e74-bd0b-11e1-9f49-5284d5fd7e8a.rss&amp;logo=http://static2.video.corriereobjects.it/widget/img/logocorriere.png&amp;channelName=ATLANTICO-PACIFICO&amp;advChannel=Atlantico Pacifico&amp;nielsenChannel=Atlantico%20Pacifico&amp;videoChannelLabel=Atlantico%20Pacifico&amp;advTemplateUrl=http://video.corriere.it/widget/content/adv/advtemplate_108.xml&amp;newsPaper=corriere&amp;clickUrl=http://video.corriere.it/&#039; src=&#039;http://static2.video.corriereobjects.it/widget/swf/PolymediaCorriere.swf&#039;/&gt; 
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    <pubDate>Sat, 23 Jun 2012 11:36:00 +0200</pubDate>
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    <title>Diciotto giorni, diciotto Stati (arrivo a Portland, Oregon)</title>
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    <author>nospam@example.com (Beppe Severgnini)</author>
    <content:encoded>
    Sui treni, anche nell’ultimo giorno di traversata, si impara sempre qualcosa. Per esempio, che i compagni di viaggio tengono a te. Arrivo a King Street Station pochi minuti prima della partenza per Portland (Oregon), e Soledad - nostra producer, traduttrice, consulente, psicologa, amministratice e infermiera -  appare agitata. Sospetta che io abbia considerato di restare a Seattle a pescare i salmoni con i miei amici Diego e Niccolò. Ovviamente è vero: ma lei non poteva saperlo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Coast Startlight è un treno quasi elegante: non ci siamo abituati. Da Seattle scende a Los Angeles e dal finestrino - assicura Jack Rich, nostra scorta Amtrak -  si possono vedere i delfini. Non nei boschi dello Stato di Washington, ovviamente. In compenso si vede Seattle com’è d’abitudine, ma noi non l’abbiamo ancora vista: piovosa e nebbiosa, una magnifica città smaniosa di sole.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I vagoni argentati sono del 1985: vecchiotti, ma ben conservati. Esiste una prima classe geriatrica, dove l’età media è quella della classe dirigente italiana; e una carrozza del 1957, che ospita una sala-cinema con un’aria condizionata polare (forse la usano come congelatore per il pollame quando ci sono pochi passeggeri). Noi siamo sistemati, come sempre, in classe “coach” (economica). Dietro di noi, Jakub Gorski, blogger polacco, partito in treno da New York, dove tornerà via Chicago, Seattle, Los Angeles e New Orleans. 13mila chilometri in 13 giorni, con un biglietto da 200 sterline acquistato a Londra. Jacob non prende neppure la sleeperette: dorme sui sedili reclinabili sotto una coperta mimetica.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’ultima giornata di un lungo viaggio è strana: siamo pieni di felicità amara, ma lo nascondiamo bene. Karl intervista le ultime vittime; Gianni  riprende i tatuaggi di una ragazza; Andrea prende appunti su un blocco di post-it ormai anti-igienico; Alberto pensa a Bruce Springsteen e a Santa Monica, dove tornerà domani. Il capotreno diffonde frasi sconnesse attraverso l’altoparlante: “Negli USA sono vietati i lecca-lecca! Ed è proibito sostenere che i propri genitori sono ricchi quando non è vero!”. Poi minaccia di sequestrare i cellulari. Infine ricorda che “fumare sui treni è un reato federale e i responsabili verrano deportati in una prigione segreta dell’Europa dell’Est!”. Il polacco Jacob ascolta, ma non fa una piega.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Conversando con Jack scopriamo alcuni aspetti interessanti dell’universo ferroviario USA. I biglietti coprono solo una parte dei costi di Amtrak:  il risultato migliore è dell&#039;Empire Builder (79%) e del Coast Starlight  (82%); il  peggiore del Sunset Limited (22%), costretto a operare solo tre giorni la settimana. Il resto sono sussidi statali e federali. I treni americani sono robusti e lenti, costruiti per minimizzare le conseguenze di un incidente ferroviario; i treni veloci europei sono studiati per evitarlo, quell’incidente. Il bilancio annuale di Amtrak è pari a 15 minuti del costo della guerra in Iraq; e la Federal Highway Administration spende di più per togliere i rifiuti dai bordi delle autostrade. “Non abbiamo alleati politici”, sospira Rick. “Solo gli ambientalisti ci sostengono e ci danno una mano”. Vi mandiamo i No-TAV della Val di Susa, gli dico nel dormiveglia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alle 13.30, in orario, arriviamo in Union Station a Portland, Oregon. Siamo partiti da Portland, Maine, diciotto giorni fa. Pioggia qui, pioggia là, sole in mezzo. Karl, sono convinto, vorrebbe intervistare ancora qualcuno. Ma i passeggeri lo intuiscono e scivolano via nella pioggia,  diventando ricordi: come noi. 
    </content:encoded>

    <pubDate>Sat, 23 Jun 2012 08:49:02 +0200</pubDate>
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    <title>Portland: arrivo – partenza</title>
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    <author>nospam@example.com (Karl Hoffmann)</author>
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    Spesso abbiamo trascorso solo 24 ore in un luogo, ma il ritmo è stato sempre lo stesso: arrivo in stazione, con un taxi in albergo, valigie in stanza, poi, a seconda dell’ora, un boccone, dormire, scrivere, fare interviste, riprendere, fotografare, rifare le valigie, con un taxi fino in stazione, partenza. Portland, Oregon è l’ultima stazione di questo viaggio in tante tappe attraverso gli Stati Uniti d’America – ma va bene così. Perché non si può sempre arrivare e lasciarsi stupire dalle novità. Col passare del tempo le tante impressioni finiscono per sovrapporsi e fondersi in un&#039;unica silhouette fatta di binari ferroviari, grattacieli, fiumi e panorami, che meritano tutti un’attenzione particolare. Proprio come tutte le persone, che ci hanno fornito delle informazioni, che ci hanno dedicato del tempo, che sono stati cortesi e ospitali, che ci hanno augurato buona fortuna per il resto del viaggio e che, per ogni nuova tappa, ci hanno arricchito con le loro esperienze e opinioni. Grazie a persone straordinarie e creative, che hanno sempre dato il massimo, il nostro viaggio da Portland a Portland è diventato un’opera d’arte a più mani: persone come Alberto, instancabile operatore, Gianni, suo collega, solerte come un’ape operaia, che notte dopo notte ha realizzato tutti i video blog, Andrea, regista altrettanto competente e neocittadino americano, Soledad, che con affascinante severità ha saputo tenere in mano le redini dei suoi creativi cavalli selvaggi, Beppe Severgnini, adorato dai suoi fan, rispettato dalle cerchia diplomatiche, odiato dal suo omonimo (Beppe Grillo), ma al contempo ideale rappresentante della cultura italiana nel mondo. Una persona che può permettersi di tutto, ma nei confronti della quale semplicemente non ci si può arrabbiare. Una persona che con sapiente fascino conferma gli stereotipi italiani, trasformandoli contemporaneamente in virtù. Insomma, è stata un’esperienza unica e irripetibile. &lt;br /&gt;
Portland sarebbe un traguardo ideale per chi volesse fermarsi per sempre o anche solo per un po’. Proprio come Giovanni, barman dell’Hotel Modera, che, innamoratosi cinque anni fa di una turista di Portland, ha prontamente lasciato il suo pub a Ortigia, vicino a Siracusa, trasferendosi a Portland, dove tuttora vive felicemente. Questa città è più piccola di Seattle, spostata più a sud, con un clima più mite e considerata la città più liberale degli USA. Da nessun’altra parte al mondo, affermano i baristi, esisterebbero così tanti locali pro capite come a Portland, che può vantarsi anche di altri record documentati: in città si trova il parco naturale più grande e il parchetto più piccolo al mondo (ben 0,29 metri quadri di area verde). La città venera e cura tutto ciò che è strambo e alternativo e, nonostante questa disinvoltura, Portland è considerata una città sicura e ordinata. Peccato che per poterla osservare più da vicino manchi il tempo. Per rendere il congedo da “atlanticopacifico” meno difficile, mi immagino Portland come punto di partenza di un futuro viaggio lungo la west coast americana, a bordo di uno degli argentati treni Amtrak, correndo per migliaia di chilometri verso San Fransisco e Los Angeles, per poi proseguire verso Houston e New Orleans, sulle tracce di David Peter Alan, che da anni, solo soletto, attraversa tutto il Paese, conoscendo ogni millimetro della rete ferroviaria americana. Desidererebbe ardentemente avere una donna al suo fianco che condividesse la sua passione per i treni. Incrocio le dita per Peter, affinché la sua infinita ricerca oltre innumerevoli soglie, binari e scambi possa avere un lieto fine, magari anche in una stazione sperduta nella sconfinata prateria. Lì potrebbe aspettarlo la fidanzata abbandonata di un macchinista ferroviario, oppure una casellante mancata, o anche solo un’anima solitaria, che, proprio come Peter, senza il ritmo delle ruote rollanti sui binari sconnessi non riesce a prendere sonno. Good night Peter!&lt;br /&gt;
P.S.&lt;br /&gt;
Questo è quanto auguro anche a Gianni Lovato.&lt;br /&gt;
A tutti i fedeli lettori del nostro blog va il mio più sincero ringraziamento per aver letto i miei pensieri e compreso i miei sentimenti.&lt;br /&gt;
Grazie anche ai nuovi amici di Portland per la straordinaria cena di fine viaggio. 
    </content:encoded>

    <pubDate>Sat, 23 Jun 2012 08:05:11 +0200</pubDate>
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    <title>Seattle: Cobain e gli altri</title>
    <link>http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/archives/46-Seattle-Cobain-e-gli-altri.html</link>
    
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    <author>nospam@example.com (Karl Hoffmann)</author>
    <content:encoded>
    Un’altra casualità: due volte lo stesso indirizzo, benché in due località diverse. Lake Washington Blvd East 171, Seattle. &lt;!-- s9ymdb:62 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;62&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/LapanchinadiKurtCobain.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;Sulla sinistra, una fila di ville che si affacciano sull’acqua, sulla destra un piccolo parco con una panchina, davanti a uno splendido cedro, dritto come un fuso. Sulle assi in legno sono stati scarabocchiati nomi e cuoricini, e poi sempre la stessa sequenza di lettere: K U R T – un mazzo di Gigli selvatici, qualche candela ormai spenta. Dalla panchina si ha una vista mozzafiato sull’acqua e sulla catena montuosa dalle vette innevate sullo sfondo.&lt;!-- s9ymdb:63 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;61&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/MountRainierdertnavonSeattle.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt; Kurt Cobain amava sedersi qui, fino a quella giornata d’inizio aprile del 1994, quando decise di togliersi la vita, sparandosi nella casa proprio qui di fianco. “E’ stato ucciso” rivendicano ancora oggi i fautori delle solite teorie cospirative. Seattle, questa città nella parte nordoccidentale degli Stati Uniti, ai confini col Canada, sognata da molti, ma visitata da pochi, è un luogo dove si respira la creatività. Per alcuni è fonte di fortuna e successo, per altri solo di delusioni e morte. Proprio come negli anni della febbre dell’oro lungo il Klondike River, quando Seattle venne fondata, diventando un centro di smistamento di persone e merci, nonché meta del divertimento. Alcuni divennero ricchissimi, altri persero tutto. Kurt Cobain ha preferito estinguersi come una palla di fuoco, piuttosto che spegnersi lentamente e miseramente. &lt;br /&gt;
&lt;!-- s9ymdb:69 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;102&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/Whitneylacantante.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;Whitney Mongé è ben lontana da questa mentalità del tutto o niente. E’ originaria di Spokane (“Dove non succede gran che”). Ha 27 anni, la pelle leggermente mulatta, grandi occhi castano scuri e un sorriso irresistibile. Un giorno, dalla finestra del suo appartamento, ha osservato i musicisti di strada che si esibiscono davanti al primo Starbucks di tutti i tempi, e si è detta: “Lo so fare anche io”. Poi ha composto qualche canzone, ha preso la sua chitarra, si è esibita davanti al locale e in un’ora è riuscita a raccogliere ben 50 dollari nel suo cappello. &lt;br /&gt;
In questa magnifica giornata di giugno senza pioggia, Seattle dischiude un suo fascino del tutto particolare. Davanti al primissimo Starbucks, aperto già nel 1971, una lunga fila di turisti. E i cantanti ne approfittano per alternarsi ogni ora. Questo permette a tutti di suonare, racimolando qualche soldo, fra offerte e vendita di CD. &lt;br /&gt;
&lt;!-- s9ymdb:65 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;62&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/Seattleiltemposifermato.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;A Seattle il tempo sembra essersi fermato. Continuamente ti capita di incontrare degli Hippie attempati con lunghe code di cavallo. Alcuni portano i solchi delle sconfitte sul volto. Esperienze di droga, di riabilitazione e, per alcuni, anche anni di detenzione, hanno trasformato questi ex figli dei fiori, pieni d’ideali, in esistenze naufragate. Ora cercano di sopravvivere una vita fatta di ristrettezze. E Seattle li aiuta in questo. La città è tollerante, perché abitata da persone non convenzionali, che con le loro geniali idee si sono trasformate in successi internazionali. La Microsoft, la Boeing e Amazon sono i principali marchi che caratterizzano questa città – una sorta di seconda febbre dell’oro nella breve storia di questa città. &lt;br /&gt;
Il tassista ha sbagliato strada, in parte anche per colpa nostra: l’indirizzo al quale siamo stati invitati per cena dalla comunità italiana di Seattle è Lake Washington Blvd Northeast, proprio come la via che porta al parco commemorativo di Kurt Cobain, ma questa volta nel sobborgo di Bellevue. La villa di Diego – che ho conosciuto da Amazon – è in una posizione da sogno sul mare. Il rinfresco, con pietanze di stampo prevalentemente italiano, è divino e la maggior parte degli ospiti italiani parlano di affari e calcio. Fabrizio originario della Sardegna e Ines di Caserta, sono i proprietari di un ristorante per buongustai di Seattle e sono sinceramente felici per la presenza di questo gruppo di ospiti italo-tedesco. Fabrizio pronuncia la frase del giorno: “Se gli italiani si estinguessero, i tedeschi finirebbero per spararsi.” &lt;br /&gt;
In questa diaspora “nordoccidentalamericana” Fabrizio e io siamo concordi nel dire, che non esistono due popoli al mondo, che s’impegnano per cercare di diventare l’uno come l’altro. Che duetto: un americano italiano a Seattle, nello stato di Washington, e un italo-tedesco di Palermo, proclamano con la massima convinzione, che il legame fra questi due popoli, non andrebbe mai sciolto. 
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    <pubDate>Thu, 21 Jun 2012 10:54:22 +0200</pubDate>
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    <title>Seattle arrivo</title>
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    <author>nospam@example.com (Beppe Severgnini)</author>
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    “Un ritardo puntale”, come dice Karl.  La tattica di Amtrak, finora, si può riassumere così. Invece a Seattle arriviamo con mezz’ora di anticipo: 9.55 invece di 10.25. Questo grazie al cosiddetto “padding”: il ritardo viene previsto al momento di redigere l’orario ufficiale. Quest’astuzia, più italiana che americana, serve a rabbonire i passeggeri diretti alla destinazione finale. Una certezza, almeno, ce l’hanno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In questo viaggio il responsabile del vagone-letto (sleeping car attendant) ha l’occhi vispo. Si chiama Kevin H. Conosce la geografia e lo spelling: se pronuncia il nome di una località, spiega come scriverlo. Quando chiediamo un permesso  - abbassare il finestrino per filmare il treno in corsa -  dice “No!” e contemporaneamente fa segno di sì con la testa. Così è a posto, col regolamento e col buon senso.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Seattle piove, e questa non è una notizia. Ci sono stato altre volte, fin dal 1994, e ricordo gli adesivi sulle automobili: “We don’t tan. We rust” (Non siamo abbronzati, siamo arruginiti). Siamo partiti alle 02.20 da Spokane, dopo una birra con vista sulle cascate e due ore di sonno provvisorio. Sei zombie di tre nazionalità (tre italiani, un tedesco, uno svizzero): la notte scorsa, nella stazione di Spokane, avrebbero potuto arruolarci come comparse in Twilight.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Arrivato sul treno, però, ho ritrovato vitalità. Dopo sedici giorni mi rendo conto d’avere acquisito diversi meccanismi ferroviari. Non sono quelli dell’avvocato-scrittore David Peter Alan, incrociato due volte in questo viaggio, il quale passa la vita sui treni USA (“Mai preso un volo in quarant’anni!”, dichiara orgoglioso). Come il pianista sull’oceano, ha trasferito la propria vita professionale e sociale su un mezzo di trasporto, ne scrive, si batte affinché venga usato meglio (“Se un uomo solo ha scritto di tutte le ferrovie d’America, vuol dire che non abbastanza!”).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
No, la mia competenza è più limitata e banale. So impilare i bagagli e spingerli lungo i corridoi (sempre valigie verticali con quattro rotelle, sui treni!). Sono capace di aprire le porte tra i vagoni col piede. So come prendere il caffè senza scottarmi e come chiudere il tavolo senza amputarmi le dita. Conosco l’ubicazione del tasto FLUSH nel microbagno, e riesco a lavarmi le mani premendo le leve col pollice. So dove stanno le prese di corrente, la regolazione dell’aria condizionata, la luce da lettura e i ganci-attaccappani. La sleeperette e il sottoscritto, ormai, si vogliono bene.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
All’alba il treno scivola lungo il fiume Columbia, e il sole s’infila sotto le nuvole per illuminarlo. Alle 8 corre lungo la valle del fiume Snohomish e iniziano i campi coltivati; i furgoni pick-up, come silenziosi insetti meccanici, compaiono e scompaiono di fianco al treno. Alle 8.50 arriviamo a Everett, e l’annunciatore comincia a sembrare sentimentale. Appena compare l’acqua salata del Puget Sound, che si apre sul Pacifico, lo diventiamo anche noi. Siamo partiti dall’Atlantico, siamo arrivati qui; siamo partiti con la pioggia, e la pioggia ci aspetta all’arrivo. Ma la traversata - dall’acqua all’acqua - è riuscita, e l’America è cambiata. Volando, si attraversa una mappa. Restando a terra, abbiamo conosciuto una nazione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mancano le giornate a Seattle, e la tappa finale fino a Portland, Oregon. Ma possiamo dire che la terra è finita ancora una volta, come a Lisbona l’anno scorso. Dobbiamo inventarci qualcosa, nel 2013. A meno che l’avvocato-attivista David Peter Alan convinca Obama o Romney di stendere le rotaie sul Pacifico. 
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    <pubDate>Wed, 20 Jun 2012 09:53:53 +0200</pubDate>
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    <title>Spokane  - Gli infelici Figli del Sole </title>
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    <author>nospam@example.com (Karl Hoffmann)</author>
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    Di primo acchito città come Spokane non facilitano la vita del visitatore. Vedendo le ampie strade del centro città, fiancheggiate dai soliti grattacieli, non penseresti mai che qui abitano solo 204.000 persone e che oltre i palazzoni, la città è praticamente finita. Dell’Esposizione Mondiale, allestita qui nel 1974, non rimane che un delizioso ma modesto parchetto, che abbraccia l’isolotto al centro del bacino dello Spokane River – uno spazio quasi ridicolo rispetto al progetto miliardario dell’Expo di Milano. L’unica vera attrazione della città sono le cascate dello stesso fiume, che infuriano mugghianti nel centro di questa città che non si sa bene come pronunciare: Spoché-in oppure Spokàn – entrambi le pronuncie sembrano correnti. Il nome Spokane è stato ripreso dal linguaggio dei nativi americani e tradotto significa “Figli del Sole”. Ciononostante, gli abitanti del luogo hanno un’idea piuttosto controversa delle condizioni climatiche, soprattutto quando si tratta di vestirsi adeguatamente: dei pantaloncini corti, delle ciabatte e una maglietta a maniche corte stonano con una temperatura massima di 15 gradi e con le piogge sferzate dalla tempesta, che ripuliscono le strade deserte della città. Gli abitanti qui sono molto cordiali ma incomprensibili: parlano alla velocità della luce, con una pronuncia larga, mangiandosi buona parte delle parole. Mi chiedo seriamente, se questo linguaggio abbia ancora qualcosa a che fare con l’inglese. &lt;br /&gt;
&lt;!-- s9ymdb:67 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;62&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/Taraaliasglakglak.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;Proprio come Glak Glak, 30 anni, che tenendo conto del fatto che siamo stranieri, cerca oggettivamente d’impegnarsi con la sua pronuncia, ma finisce per formulare le frasi così rapidamente, da farti perdere il controllo anche solo ascoltando. Glak Glak, nata Tara Dowd, dirige il “Native Project”, un centro sociale con annesso ambulatorio, che si occupa dei nativi americani, comunemente chiamati Indiani, appartenenti a oltre 211 tribù. Con una presenza di 8000 persone, la percentuale dei nativi americani è addirittura superiore a quella degli afro-americani. Solo un terzo degli Indiani d’America vive ormai in quelle riserve allestite nelle periferie della città, che si sono rivelate un errore culturale e sociale. Rappresentano una deplorevole minoranza delle numerose stirpi, che già 10000 anni fa popolavano la parte nordoccidentale dell’America, prima dell’arrivo dei primi colonizzatori europei. Per un certo periodo la convivenza fra la popolazione indigena e i coloni sembrò funzionare, ma poi scoppiò la febbre dell’oro, e quando gli Indiani d’America si rifiutarono di cedere volontariamente le proprie terre, vennero sistematicamente sterminati. &lt;br /&gt;
Il fatto che suo fratello non abbia mai saputo gestire la propria rabbia, finendo per la prima volta in prigione all’età di 12 anni, è solo una delle conseguenze tardive di questo genocidio, spiega Tara. Anche l’elevata dipendenza dei nativi americani dalle droghe e dall’alcol non è che il risultato di quello stile di vita che gli immigrati bianchi finirono per imporre. Non per altro l’obesità o il diabete derivano da un tipo di alimentazione che non fa bene neanche agli immigrati americani, figuriamoci ai nativi, che per millenni si sono attenuti a uno stile di vita sano, mangiando solo cibi naturali. E le conseguenze delle ingiustizie subite si traducono non da ultimo in una costante discriminazione: tuttora sua madre, dai tratti somatici indiani più marcati dei suoi, viene ancora presa a spintoni nei supermercati. I figli degli “Indiani” vengono trattati come delle merci. Quando i genitori hanno problemi d’alcol, perdono la patria potestà e i loro figli vengono dati in adozione. E’ quanto stava per succedere a sua nipote, ma Glak Glak ha fatto di tutto per evitarlo. La bambina, oggi di 9 anni, figlia di suo fratello, uscito ormai di prigione, e di una madre alcolizzata, è stata adottata da Tara, senza bisogno di carteggi burocratici o adozioni, ma seguendo semplicemente la tradizione della propria tribù. Gli Inupiat vivono nell’Alaska nordoccidentale, poco sotto il Centro Polare Artico. Glak Glak è il nome tribale di Tara. Non sa cosa significhi, perché non parla la lingua dei suoi antenati e non è mai stata in Alaska, perché troppo caro. Ma un giorno porterà sua figlia a conoscere la sua gente. Ed è convinta, che dopo generazioni passate in una diaspora, si sentirà di nuovo a casa.  
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    <pubDate>Tue, 19 Jun 2012 09:49:04 +0200</pubDate>
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    <title>Un bilancio, il penultimo giorno</title>
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    <author>nospam@example.com (Karl Hoffmann)</author>
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    Arrivati al penultimo giorno del nostro viaggio è il momento di fare un bilancio. Dopo oltre seimila chilometri a bordo dei treni Amtrak e dozzine di conversazioni con americani di diverse origini, religioni e idee, ho la sensazione che la rielezione di Barack Obama potrebbe per lo meno essere in dubbio. Eppure, anche la vittoria di Mitt Romney non cambierebbe sostanzialmente questo Paese. E’ troppo grande e vasto e i suoi cittadini troppo diversi fra loro, perché anche l’uomo più potente del mondo possa rivoltare la situazione dall’oggi al domani. Ciò che i sostenitori di Obama temono maggiormente, è l’abbandono della politica estera difensiva portata avanti dall’attuale Presidente. Un timore condiviso, peraltro, da molti europei. Tutti sono concordi sul fatto che i prossimi mesi saranno dominati da un’accesissima campagna elettorale, il cui esito resterà incerto fino alla fine.&lt;br /&gt;
Viaggiare in treno è stata un’esperienza particolare. Non solo per aver potuto trascorrere diverse ore, su binari a volte decisamente sconnessi, meditando di fronte alla pressoché sconfinata vastità degli Stati Uniti, preferibilmente seduti nella Lounge Car, che ti permette di godere di una fantastica vista su ambo i lati del treno. Senza ripercorrere proprio tutte le tappe da una all’altra costa, alcuni tratti sono sicuramente consigliabili, come quello lungo il Mississippi oppure attraverso le Rocky Mountains.&lt;br /&gt;
Il treno non ti permette solo di godere del paesaggio in tutta la sua vastità, ma di entrare anche in stretto contatto con gli altri viaggiatori americani, che conversano con facilità, raccontano volentieri di sé e del proprio Paese, dandoti sempre l’impressione di condividere un’idea di vita positiva e fiduciosa nel futuro. Sono incredibilmente cortesi e anche nei più affollati treni interurbani fanno attenzione all’ordine e alla pulizia. Il personale ferroviario si dà da fare e sulla cucina del vagone ristorante non ho proprio nulla da obiettare. Una delle regole che ho imparato è che più piccole e provinciali sono le stazioni intermedie, e più arguto si fa il nostro sguardo sulla società americana, sugli uomini e le donne di Rugby, Malta, Spokane, Milwaukee e tutti gli altri luoghi che abbiamo toccato. E’ a loro, che sono stati i veri protagonisti di queste avventurose tre settimane, che va il mio ringraziamento, come ai miei compagni di viaggio Beppe, Alberto, Andrea, Gianni e naturalmente Soledad, le cui attente ricerche mi permettono ora che siamo alla fine di raccontare un’ultima storia, degna di un lungometraggio, persino con un lieto fine.&lt;br /&gt;
E’ la storia di Hanif Collins, che all’età di 17 anni ha deciso di chiamarsi “Luck One”, acronimo di “Living Under Communism is Knowing that Oppression is Nearly Everywhere”. Fino a quel giorno, questo ragazzo di buona famiglia afro-americana borghese, aveva frequentato la scuola, studiato il sassofono, suonato in un’orchestra sinfonica giovanile e iniziato una precoce carriera musicale. Poi, ad un certo punto, aveva derubato un narcotrafficante armato, finendo dapprima in un riformatorio, poi, compiuti i 18 anni, in prigione con assassini, ladri e giovani problematici. La sua aggressività, usata come difesa, gli è costata 18 mesi di isolamento. In quel periodo ha imparato lo spagnolo, letto libri, pensato tenendo tempo e ritmo, parlando con sé stesso, sviluppando una certa saggezza e riflettendo sulle proprie esperienze. Cinque anni più tardi, finita quest’interminabile detenzione, Luck One è tornato da rapper in libertà. Ieri sera si è esibito al Neumos, uno dei tanti locali di Seattle. Avrebbe la stoffa per affermarsi a livello internazionale, mi dice Edward Disano, il suo manager. L’HipHop di Luck One è coinvolgente, intelligente, il ragazzo è affascinante e dotato anche di senso dell’umorismo. Cosa avrebbe voluto fare, se la vita non l’avesse portato a essere un rapper? Il critico culinario, perché ti pagano per mangiare nei migliori ristoranti, mi dice, ridendo a crepapelle. &lt;br /&gt;
Oggi Luck One è un musulmano praticante, prega cinque volte al giorno e l’unica sua droga è ormai il tè freddo. Non ha una grande opinione di Obama, che non ha saputo cambiare le cose. Come molti suoi connazionali pensa che le elezioni siano una farsa: “A fake, you know!”. Già solo il mondo con cui lo dice, sembra un messaggio ritmato per i suoi fan, che lo ammirano molto, perché Luck One è uno di quei rari esempi di criminalità giovanile in cui il colpevole, anziché crollare dietro le sbarre, ha saputo maturare, iniziare una nuova vita e raggiungere il successo, grazie all’autodisciplina e all’impegno professionale. Portland, Oregon, la città in cui è cresciuto, è per lui il luogo più bello di tutta l’America. Un motivo in più, per concludere il nostro viaggio proprio lì.&lt;br /&gt;
Qui a Seattle mi piacerebbe tornare, magari nei prossimi mesi, quando una marea di rifiuti a seguito dello Tsunami in Giappone, toccherà questa costa. La notizia è già stata ripresa dal “Seattle Times”, che titola “An ocean of concern over tsunamis debris” – “Si attendono tonnellate di spazzatura, tuttavia non letali”, recita il sottotitolo. But that’s another story... 
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    <pubDate>Fri, 22 Jun 2012 10:00:58 +0200</pubDate>
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    <title>Seattle e Vivian Maier </title>
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    <author>nospam@example.com (Karl Hoffmann)</author>
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    Raggiungere in treno l’Oceano Pacifico è incredibilmente insignificante. Niente scogliere scoscese col mare in burrasca, nessuna flotta di alacri pescherecci, nessun faro che troneggi su uno scoglio in piena tempesta. Dopo una lenta discesa attraversando boschi madidi di pioggia, si apre una radura e poi una striscia argentea, che si perde in uno specchio pianeggiante. Da quel punto in poi finiscono le infinite distese di terra – l’America si ferma davanti all’Oceano Pacifico. Non è ancora il mare aperto, precluso da isolotti e penisole, ma l’acqua è salata e possiamo distinguere quell’alternarsi di tracce lasciate dall’alta e dalla bassa marea. Seguono barche a vela attraccate in un molo, una raffineria, serbatoi di petrolio, parcheggi, centri commerciali, strade, immondizia, sempre più case e infine un lungo tunnel, che porta il treno argentato fra i grattacieli, fin quando, rallentando, non si ferma. All’improvviso quelle migliaia di chilometri di lande deserte ti sembrano un’allucinazione andata in fumo, dopo il passaggio del nostro treno. Da qui si sviluppa una brulicante metropoli, con ricchi mercati, vivaci pub e bistro, parcheggi multipiano, filiali bancarie e sedi di colossi tecnologici e case commerciali presenti in tutto il mondo. Descrivere questo tipo di America mi sembra altrettanto sensato quanto descrivere un’immagine di Seattle presa da Wikipedia, che ognuno di noi può ammirare cliccando semplicemente due volte sul mouse. Il caso, invece, ha voluto che in serata finissi alla “Eliott Bay Book Company”, una spaziosa ed accogliente libreria, in cui Beppe Severgnini ha presentato a un gruppo di suoi lettori il suo ultimo libro su Berlusconi. E lì, passeggiando fra gli scaffali che si ergono nella libreria, ho incontrato Vivian Maier. Ancora un altro di quegli enigmatici eventi, che, per capriccio, non voglio neanche chiamare casualità.&lt;br /&gt;
Vivian Maier sta in piedi, indossa un tailleur probabilmente grigio scuro, a righe verticali con tasche applicate. Il taglio dei capelli castano scuri è corto, con la riga sulla sinistra. Avrà sui 35-40 anni. Dei suoi occhi non si vede che il sinistro, perché un’ombra oblunga copre esattamente metà del suo viso. Allo stesso modo si vede solo la mano sinistra, con cui impugna lateralmente una Rolleiflex con l’otturatore aperto, tenendola all’altezza del diaframma. Evidentemente Vivian è davanti allo specchio, perché la vedo proprio nel momento in cui realizza un autoscatto. La sfoglio, ritrovandola qualche pagina più in là, questa volta realmente riflessa in uno specchio da parete rotondo appeso accanto alla macchina fotografica, posta su un cavalletto. A destra, un orologio al contrario che segna le cinque e dieci. In quest’immagine Vivian appare più giovane, snella, con lo sguardo rivolto in lontananza e le labbra chiuse. Continuo a cercare fin quando non mi ritrovo improvvisamente al suo posto. Con i suoi occhi osservo un giovane con un ciuffo alla Elvis Presley, le braccia conserte e un guanto da baseball in mano. E poi una bimba dai capelli biondi, con le lacrime agli occhi, che, singhiozzando, porta la manina alla bocca, spalancata. Un anziano con la salopette, un naso gigantesco, le orecchie a sventola, gli avambracci percorsi da vene ben evidenti e una sigaretta bianca nella mano sinistra. Il mio sguardo si ferma su venditore assonnato, sullo sfondo della sua bancarella stracolma di giornali, con la scritta “Life” riportata ben due volte sotto al mento. E poi ancora su una venditrice di Brezel, su un’anziana signora in pelliccia con i capelli raccolti in una retina la retina, che, passando, mi lancia uno sguardo interrogativo. Ecco comparire un parco rottami con dei furgoni ormai in disuso. Una fermata della sopraelevata, dove passeggeri in attesa osservano il traffico intenso. Uno storpio mi chiede una moneta, poi incontro un mendicante, accovacciato a terra. Un uomo, con il giornale sotto il braccio mi passa accanto – riesco a leggere solo la parola “killer”. Sono tutte incredibilmente nitide queste foto dell’America e hanno preservato quella stessa autenticità di quando, 50 anni fa, Vivian iniziò a immortalare questo Paese con la sua macchina fotografica. &lt;br /&gt;
Vivian è nata nel 1926 e per tutta la sua vita è stata una babysitter nel quartiere Northside di Chicago, neanche a due passi dove, dieci giorni fa, abbiamo alloggiato. Fra il 1950 e il 1990 ha realizzato oltre centomila foto, senza pubblicarne mai neanche una, perché non voleva credere alla sua genialità. I negativi di quelle foto sono stati messi all’asta, quando, in età avanzata, non fu più in grado di pagare le tasse. Il caso (!) ha voluto, che la scatola con queste preziosità venisse riportata alla luce. Ora, alcune delle sue vedute dell’America, sono state raccolte nel libro “Street Photographer”, come si legge sulla copertina, sotto al suo autoritratto. Non ripongo il libro nello scaffale, ma lo porto alla cassa. Nonostante Vivian sia morta nel 2009, forse un giorno, per puro caso, capiterà l’occasione in cui mi autograferà la copia. Perché grazie alle sue foto, Vivian ormai è immortale.    
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    <pubDate>Wed, 20 Jun 2012 10:40:55 +0200</pubDate>
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    <title>Con gli occhi assonnati...</title>
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    <author>nospam@example.com (Caterina Decorti)</author>
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    Con gli occhi assonnati e la fatica di questi 6000 km in treno nelle ossa, i nostri sei viaggiatori hanno finalmente toccato la meta: Portland, Oregon. Il Pacifico si apre al loro sguardo, forse un po’ malinconico per la fine di questa splendida avventura americana, alla quale abbiamo partecipato con la fantasia anche tutti noi. Dopo tre settimane sui treni d’America i nostri eroi ci hanno fatto conoscere tutti i segreti delle sleeperette e svelato i trucchi degli orari dell’Amtrak, ma, cosa più importante, ci hanno raccontato le storie delle gente comune che vive in questo paese multicolore e che attende di sapere chi li governerà per i prossimi quattro anni. Ci hanno parlato di aragoste, di baseball, di Romney, di Obama e del suo barbiere, di librerie tradizionali e virtuali, di rock and roll e di Harley Davidson. Hanno visitato aste di cianfrusaglie nel Montana e sono stati ospiti di uno stravagante impresario di pompe funebri del Nord Dakota. Hanno incontrato una comunità di immigrati tedeschi, che vivono da anni in America ma si riuniscono regolarmente come se fossero ancora lungo le rive del Danubio, e giovani italiani con contratti di studio e lavoro nel Parlamento dello Stato di New York. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E ora, al termine di questo lungo viaggio, non ci resta che ringraziare tutti i suoi protagonisti. Ringraziamo innanzitutto i giornalisti Beppe Severgnini e Karl Hoffmann per i loro racconti a tratti ironici a tratti più riflessivi, ma sempre attenti nel dipingere i paesaggi e le persone che li abitano. Ringraziamo Soledad Ugolinelli, producer, organizzatrice, traduttrice e vera anima del gruppo, sempre sorridente nonostante le poche ore di sonno e le molte ore al computer. Ringraziamo il regista Andrea Salvadore, che firmerà il lungometraggio per La7 e che con occhio attento ed esperto ha diretto gli attori e i cameraman sul campo. Ringraziamo Gianni Scimone e Alberto Engeli, che con le loro telecamere hanno raccolto le immagini del paesaggio americano, così diverso da est a ovest, dalla città alla provincia. Grattacieli, laghi, spiagge, montagne e praterie si sono avvicendati nei loro filmati quotidiani, come una finestra aperta da cui osservare un paese che a noi europei continua ad affascinare. Ringraziamo i colleghi dei Goethe-Institut negli Stati Uniti, Irmi Maunu-Kocian di Chicago e Annette Klein di Boston, per il loro preziosissimo aiuto nella complessa organizzazione del viaggio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Grazie anche ai traduttori Giles Watson e Srini che, pur se dalle loro postazioni di lavoro abituali, hanno reso possibile la comprensione del blog ai lettori di lingua inglese. Ringraziamo i partner di questa iniziativa: il Corriere della Sera, che ancora una volta ci ha sostenuto, La7, che manderà in onda il film a settembre in prima serata, e Lufthansa, che ha accompagnato i protagonisti dall’Europa in America. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E infine non possiamo certo dimenticare voi, cari lettori: grazie ancora una volta per averci seguito e per aver vivacizzato il blog con i vostri commenti sinceri e sagaci. Mi auguro che questo racconto americano rimanga nei vostri cuori come se lo aveste vissuto realmente. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un affettuoso saluto a tutti voi,&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Susanne Höhn&lt;br /&gt;
Direttrice Generale del Goethe-Institut in Italia&lt;br /&gt;
 
    </content:encoded>

    <pubDate>Sun, 24 Jun 2012 07:15:28 +0200</pubDate>
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    <title>Marziani in Montana</title>
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    <author>nospam@example.com (Beppe Severgnini)</author>
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    Quando si aspetta di addormentarsi, è bello ascoltare il rumore dei treni, scriveva il grande Don De Lillo. Forse aveva preso una stanza nel Maltana Motel di Malta, Montana; e non soffriva d’insonnia. I poderosi freight trains della BSFN continuano a passare, e diciamo che non passano inosservati. Piombano ululando sul passaggio incustodito, e si allontanano nella prateria. Due locomotive prometeiche, duecento vagoni di container, molti con scritte cinesi. Dall’ovest all’est, e poi dall’est all’ovest, instancabili boati notturni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Fantastici per prender sonno: altro che musica classica. Alle 20.30,  sotto un sole brillante, complice il nuovo fuso orario (Mountain Time), siamo già rinchiusi nelle stanze del motel (dove il wi-fi funziona, evviva). Un’ora dopo, mi dicono, hanno bussato per informarmi che l’appuntamento dell’indomani era saltato. Ma se non mi svegliano  duecento vagoni, figuriamoci se ci riescono le nocche di due italiani educati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Malta è un posto che sarebbe piaciuto a Wim Wenders,: non è una cittadina americana, è una scenografia in attesa di un film. Strade  diritte, larghe, deserte; angoli retti, cielo cobalto e insegne sbiadite. Le attrazioni locali sono i resti di un dinosauro (Leonardo) e il bandito  Kid Currie (Harvey Logan), che nel 1901 assaltò un treno a poche miglia da qui. L’ultima rapina del Mucchio Selvaggio, prima che Butch Cassidy e Sundance Kid si trasferissero in Sudamerica per godersi la disonesta pensione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vaghiamo per strade vuote, tagliate orizzontalmente dalla luce, finché dal bar Lucky Bullet ci invitano ad entrare: gentilmente, senza ricorrere alle armi da fuoco. L’America oleografica e cinematografica, appena ci si avvicina e le si parla, si scompone in storie reali, personali, spesso dure. Janae, al bancone, mostra la foto del padre della figlia, partito ieri per l’Afghanistan; le amiche sovrappeso raccontano di una cittadina solidale ma troppo curiosa; Dennis e Dodiee esibiscono la sella vinta al rodeo. Al ristorante del Great Northern Hotel - un viaggio nel tempo ferroviario - la ventitreenne Cheryl, pettinata come un’attrice scesa senza casco da una motocicletta, spiega che è arrivata qui da Portland, Oregon a cercare lavoro. Un’asta di cianfrusaglie attira un decimo della popolazione: sugli scaffali la storia quotidiana dell’America, malinconica e consolante come sempre il passato prossimo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alle sette del mattino - sole brillante, come se qualcuno di notte avesse lucidato il cielo - un ingegnere con tre figlie bionde ha preso due stanze al Maltana Hotel: l’auto ferma come il cavallo davanti all’accampamento, le ragazze fanno colazione sul cofano in attesa di una gara di nuoto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il resto della giornata trascorre in vagabondaggi lungo i binari, in attesa di riprendere l’Empire Builder verso West Glacier. Le ore di ritardo sono due, ma potrebbero diventare tre, oppure una soltanto: Amtrak è una forma di allenamento alla vita. Siamo arrivati qui in treno, non abbiamo l’automobile, da queste parti è inconcepibile. Cinque italiani e un tedesco che visitano dinosauri e scalciano rifiuti sulla massicciata. Siamo marziani in Montana, a Flaiano saremmo piaciuti. 
    </content:encoded>

    <pubDate>Sun, 17 Jun 2012 08:13:28 +0200</pubDate>
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    <title>Malta, Montana: sole, vento, quattro strade e dieci pick-up</title>
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    <author>nospam@example.com (Beppe Severgnini)</author>
    <content:encoded>
    Altro che “Empire Builder”. Dovrebbero chiamarlo “Delay Builder”, costruttore di ritardo, considerato quanto ne accumula ogni giorno. A Rugby, North Dakota eravamo arrivati con due ore di ritardo. Da Rugby avremmo dovuto ripartire oggi alle 07.07 per Malta, Montana: il treno s’è mosso alle 9.33. Con calma. L’hanno pure spostato cento metri per aiutarci a caricare i bagagli.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nell’attesa, abbiamo fatto visita a Dale G. Niewoehner. L’ex-sindaco, ormai un amico, s’è organizzato casa-e-bottega: al pianterreno, impresa di pompe funebri (con esposizione di bare, urne e il laboratorio per la preparazione della salma); al piano di sopra, salotto, camera da letto, reperti di navi da crociera (compresa l’Andrea Doria), una collezione di mattoni di edifici celebri e una testa di bisonte.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Insieme alla moglie Marilyn (“Ho conosciuto mio marito a un funerale”), Dale ci accompagna in stazione e spiega perché Amtrak, su questa tratta, è spesso (sempre?) in ritardo: i binari appartengono alla società BSFN, e i treni-merci (freight trains) hanno la precedenza. I passeggeri  possono aspettare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’Empire Builder argentato attraverserà il North Dakota (7.879 pozzi di petrolio, 18 miliardi di barili al mese) e il Montana, diretto a Seattle, nello stato di Washington. Noi scenderemo a Malta, Montana. Sul treno conosciamo Mandy, che dal Minnesota va a trovare un amico a Williston, il centro del nuovo “oil boom”. “Posto pazzesco”, spiega. “Tanti maschi giovani, tanto alcol, niente da fare. Ho assististito a risse per una ragazza. Testoterone e petrolio, wow”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’amico di Mandy, a $25 l’ora, lavora nel settore ambientale: ripulisce perdite di petrolio, cose così.  Ma il “fracking” , la  tecnica di estrazione usata (immettere liquidi o gas ad alta pressione nel sottosuolo e rompere uno strato roccioso), rischia di compromettere le falde. In alcuni luoghi, dicono, l’acqua potabile prende fuoco. Prima della sosta propongo a Soledad, la nostra producer, un esperimento per le telecamere: scenderà a Williston, berrà dal rubinetto e accenderà una sigaretta. Ma lei è di Roma. “Non fumo”, risponde.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Appena prima  del confine, nuovo fuso orario. Nel Montana il cielo è grigio e azzurro, nuvole panciute prendono la rincorsa nella prateria. Ogni tanto piove, poi smette. Finiscono i pozzi di petrolio e cominciano basse colline chiare. Gli autotreni lasciano strascichi di polvere. Alberto li riprende, Gianni monta il videoblog, Andrea pensa a Dale G. Niewoehner e alla sua casa. Karl, nella carrozza panoramica, si dedica a interviste intime. Steve, americano in viaggio verso il Pacifico, sospira: “Se ritorno sulla East Coast per settembre, va bene”. Questo è l’atteggiamento ferroviario, fratello.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A metà pomeriggio, con tre ore di ritardo, scendiamo a Malta in Montana. Il nome venne scelto da un funzionario della  Great Northern facendo ruotare un mappamondo: il dito si fermò sull’isola del Mediterraneo. Sole, vento, quattro strade e dieci pick-up. La proprietaria del motel “Maltana”, l’unico, sembra sorpresa di questo arrivo. Anche noi. Restate sintonizzati. 
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    <pubDate>Sat, 16 Jun 2012 06:15:59 +0200</pubDate>
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    <title>Rugby is an easy game</title>
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    <author>nospam@example.com (Karl Hoffmann)</author>
    <content:encoded>
    Non esiste un motivo logico, bensì diversi buoni motivi per venire a Rugby, nel North Dakota. Questa cittadina, ad esempio, si addice per chi non ha mai tempo. Perché di tempo a Rugby ce n’è a volontà. E non costa niente. Consigliabile, poi, è per chi si sente costretto. A Rugby c’è tanto posto, anzi, sarebbe più corretto parlare di “vastità”. In cielo, ad esempio, dove il tempo ha tutto lo spazio per cambiare continuamente. (“Se non sei soddisfatto del clima, aspetta che cambi” ci insegna Dale). Strade sconfinate e tanto spazio vuoto fra le poche case. Rugby è perfetta per socializzare rapidamente. Non appena capiscono, che la nostra troupe non è né uno scherzo, né un’allucinazione, veniamo travolti dalla loro cordialità (“Qui ci fidiamo molto degli altri, forse persino ingenuamente”, racconta Debbie alla reception dell’albergo). “Italians are in town” - come un incendio, la notizia si propaga rapidamente. Non essendoci funerali in programma, Dale decide di passare al motel e… restare con noi. Di cognome fa Niewoehner ed è il proprietario di una delle due agenzie funebri della città. Sapeva che la sua famiglia era originaria di Bielefeld, in Germania, ma non avendo alcun indirizzo, un giorno decise di rivolgersi all’amministrazione locale della città. Con gli indirizzi di alcuni Niewöhners di Bielefeld è riuscito a rincontrare cugine e cugini e con sua moglie è andato a trovarli in Germania. Di quel viaggio ricorda che fu semplicemente fantastico. E un giorno i suoi parenti tedeschi sono persino venuti a trovarlo in America. Ma quegli incontri di famiglia non sono mai diventati un’abitudine – Rugby è troppo isolata per storie del genere. Ci vogliono dieci ore di volo e venti di treno per raggiungerla – non è certo “dietro l’angolo”.&lt;br /&gt;
Anche Leila ha tempo e dalla vicina KZZJ AM 1450, l’emittente radiofonica locale con programmi di gossip, annunci meteorologici, concorsi agricoli, compleanni, annunci funebri e tanta musica, fa un salto da noi. Dieci anni fa Leila ha acquistato l’emittente e ne ha fatto il suo business. Con i suoi tre collaboratori realizza un palinsesto di 12 ore – il resto è affidato a un network centrale. Nonostante abbia davanti a me una vera e propria direttrice di radio, è lei a sentirsi onorata. La seguiamo negli studi radiofonici che da fuori mi ricordano una vignetta vista tanti anni fa: una piccola casetta, con una gigantesca antenna accanto. Nella mia vignetta, però, c’era anche un enorme grattacielo con la scritta “Amministrazione”, mentre qui non c’è nient’altro. Forse è proprio per questo che Leila e il suo speaker hanno l’aria così contenta quando sono ai microfoni del piccolo ma luminoso studio radiofonico.&lt;br /&gt;
Vale la pena visitare Rugby anche e soprattutto per il delizioso “Prairie Village Museum” che si trova alle spalle della casetta in legno dell’emittente radiofonica. Migliaia di oggetti riempiono le teche e le vetrinette del museo: pezzi d’antiquariato che ti riportano indietro di cent’anni, all’epoca in cui Rugby fu fondata. E poi ci sono le prime macchine, tutte in ottimo stato, uno spaventoso modello di trattore del 1914, con catene e volani. Ma la cosa più impressionante sono gli edifici originali che delimitano un prato curatissimo. Un intero paesino, con la stazione, le botteghe, un edificio scolastico a due piani, una chiesa, diverse abitazioni e persino una prigione, con mandato d’arresto originale di Billy The Kid. Tutti gli edifici ubicati un tempo nella zona, furono caricati su carri a pianale ribaltato e riallestiti nell’area museale. “Ovviamente non abbiamo oggetti così antichi come li avete voi in Europa”, mi spiega Cathie, la direttrice del museo (“Per tre mesi siamo aperti tutto il giorno, per altri tre mesi solo metà giornata, poi chiudiamo del tutto) molto umilmente, credendo quasi che ogni europeo possa vantare un Colosseo nel proprio giardino. “Però contiamo 4000 visitatori l’anno”, aggiunge, con uno sprazzo d’orgoglio. &lt;br /&gt;
Questo museo meriterebbe 400.000 visitatori l’anno. Ma a quel punto anche Rugby si farebbe troppo stretta, le persone non sarebbero più così aperte, il tempo diventerebbe prezioso e verrebbe subito monetizzato.&lt;br /&gt;
“People must believe more, pray more and trust in Jesus, the Holy Spirit and Godfather!” Poco dopo aver lasciato Rugby, North Dakota, per raggiungere Malta, in Montana, Pearlie M. Brown è venuta a sedersi spontaneamente nella lounge, la carrozza che preferisco dell’Empire Builder. Implorando, Perlie alza l’indice laccato con uno smalto color fango. Il suo sguardo attraverso gli occhiali neri alla Liz Taylor è benevolo, ma determinato. Dice “people”, ma intende me. Può farlo, perché è lei la più anziana di noi due. Quasi ottantenne, dice orgogliosa. Pearlie emana una gioisa autorevolezza. E’ mebro della Chiesa presbiteriana. Se con la crisi i fedeli abbiano più bisogno d’aiuto? “Non hanno più bisogno d’aiuto; hanno bisogno di Dio“, mi dice, ponendo fine alla nostra conversazione – o quasi. Secondo lei il nostro incontro non è stato un caso: “It was God who brought us together here.” “Quasi”, le rispondo. In realtà è stato Beppe Severgnini a scegliere la rotta.  “Who?” Le rispondo: “He isn’t God, but he is very famous too and he did a good job in bringing me here.” “E va bene, dice Pearl, l’importante è che io sia stato illuminato. Appunto.&lt;br /&gt;
&lt;!-- s9ymdb:59 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;79&quot; height=&quot;110&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/Marylineisuoivestiti.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;P.S.1&lt;br /&gt;
Marilyn, nata Jelsing, è la moglie di Dale, che ci ha accompagnato attraverso il suo regno di Chiese, abiti e lavori fatti a mano. Ci siamo dati appuntamento per un Gin Tonic, ma non a Palermo (che peraltro esiste anche nel North Dakota!) ma in Sicilia. I count on you Marylin!&lt;br /&gt;
P.S. 2&lt;br /&gt;
Per la prima volta abbiamo visto Andrea felice, tutto preso fra il museo e le onoranze funebri. 
    </content:encoded>

    <pubDate>Sat, 16 Jun 2012 07:50:35 +0200</pubDate>
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    <title>Chi corre avanti e chi guarda indietro</title>
    <link>http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/archives/42-Chi-corre-avanti-e-chi-guarda-indietro.html</link>
    
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    <author>nospam@example.com (Beppe Severgnini)</author>
    <content:encoded>
    Chi venisse a Spokane ed esclamasse “Ma che bella città!” sarebbe da sottoporre alla prova dell’etilometro. Non è neppure una città semplice: difficile da navigare a piedi, impegnativa da visitare in giugno (10 C e vento), complicata da pronunciare: “spokàn”, si dice. Era il nome di una tribù nativa americana, e significa “figli del sole”.  Per ora, devo dire, non l’abbiamo visto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma Spokane -  Stato di Washington, vicina al confine con l’Idaho - è una città interessante. Una città americana non oppressa dalla propria  immensa reputazione, come New York, San Francisco o Los Angeles. Una città amichevole, felice d’essere oggetto d’attenzione: il direttore di The Spokesman-Review (fondato nel 1894) ci spalanca le porte della redazione, e ci aiuta in tutti i modi. Una città pratica e mobile, simbolo di una nazione in continuo divenire. Talvolta dà l’impressione di non sapere bene dove andare; ma ci va comunque, e questo torna a suo onore. Quella americana è una società cinetica, basata sulla trasformazione e sul trasloco. Non dimentichiamo che qui hanno inventato la sedia a dondolo: per avere l’ilusione di muoversi pur restando fermi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Spokane siamo arrivati alle tre del mattino, provenienti dal Montana. Le stazioni di notte hanno un loro fascino, anche se talvolta è difficile coglierlo, dopo aver passato otto ore su un treno Amtrak (senza cuccette e in ritardo di due ore, tanto per cambiare). Filiamo subito verso i nostri letti nell’hotel Lusso di W Sprague Avenue. Non lasciatevi ingannare dal nome. Il lusso sta, semmai, nell’albergo di fronte, il maestoso Davenport. Nel 1914 è stato il primo albergo americano con l’aria condizionata; quando dava il resto ai clienti, lucidava le monete affinché sembrassero nuove di zecca (un prototipo innocente di “money laundering”, se ci pensate).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un secolo fa a Spokane giravano i denari delle miniere, del legname, della ferrovia: un successo durato pochi anni, che però ha lasciato grandi tracce. Al Davenport venivano regolarmente Bing Crosby, cresciuto qui in città, il trasvolatore Charles Lindbergh, l’attore Bob Hope, lo scrittore Dashiell Hammet. Ora è stato restaurato in ogni dettaglio, e i ricordi dei tempi gloriosi sono esposti lungo le pareti. L’albergo conserva la speciale malinconia dei luoghi che hanno visti migliori, come l’Adelphi di Liverpool, il Metropol di Mosca o il Plaza di Roma.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non credo, tuttavia, che gli americani ci facciano caso: sono troppo impegnati a correre avanti, come si diceva. E’ l’Europa, invece, che ama tenere gli occhi nello specchietto retrovisore. Strumento utile: almeno capiamo chi sta per sorpassarci, ed è una consolazione anche questa. 
    </content:encoded>

    <pubDate>Tue, 19 Jun 2012 09:29:12 +0200</pubDate>
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    <title>North Dakota: bionde, petrolio e ombre lunghe</title>
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    <author>nospam@example.com (Beppe Severgnini)</author>
    <content:encoded>
    Nelle ultime ventiquattro ore abbiamo conosciuto un ranger con un pesce-gatto di peluche nella borsa, una coppia di Savannah (Georgia) che viaggia in treno su ordine del medico,  un vice-sceriffo così gentile da caricarci sull’auto della polizia, un ex-sindaco impresario di pompe funebri con una Cadillac ’68 decappottabile, la direttrice del quotidiano “The Tribune” che vende cartoleria in redazione, la proprietaria di radio KZZJ AM1450 con i figli nella National Guard e una giovane calciatrice di nome Bailey, subito soprannominata Miss North Dakota.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
North Dakota! Bailey s’è trasferita qui dalla California, e lavora con la famiglia al &quot;Cornerstone Cafè&quot;. Appena fuori dal locale, una stele annuncia “Geographic Center of the North American Continent”. Fascinoso: a patto di non venire fino a Rugby e fare i pignoli. C’è chi sostiene che il punto esatto stia in un acquitrino, tre chilometri da downtown. Altri dicono che il centro del continente nordamericano si trovi più a est, verso Devil’s Lake (un posticino dove manderei in vacanza i nostri calciatori-scommettitori, altro che Miami). Terza versione: il cippo, eretto nel 1931 dal Lions Club  vicino a un ristorante, venne spostato nel 1971. I proprietari se lo sono portati dietro, e l’hanno piazzato di fronte al nuovo locale. La geografia al servizio del commercio: viva l’America.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
North Dakota! Lo Stato con la disoccupazione più bassa degli USA. Il boom petrolifero nell’ovest sta attirando gente da tutta l’Unione. Una controversa tecnica di estrazione (hydraulic fracturing o “fracking”) produce oltre 500mila barili di greggio-equivalente al giorno. Il prezzo delle case qui a Rugby è raddoppiato, e non si trova personale: il McDonald’s di Williston va a prenderselo a duecento miglia di distanza. Arriva gente nuova, in North Dakota, l’economia tira. “Qui a Rugby va bene perfino la prigione, fallita anni fa per mancanza di prigionieri”, racconta soddisfatto Dale G. Niewoehner, proprietario della Cadillac, di tre chiese, delle pompe funebri e di una patriottica cravatta a stelle e strisce.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
North Dakota! Ricordate “Fargo”, il film dei fratelli Cohen? La città - ci siamo passati, la notte scorsa - è una metropoli, in confronto a Rugby. Qui solo un giornale, una radio, un motel, niente taxi, 2.879 abitanti, ultimo omicidio nel 1963, un cielo tridimensionale, ombre lunghe d&#039;estate e un freddo pazzesco d’inverno. Non a caso, a fine ‘800, sono arrivati immigrati da Germania e Norvegia: si sentivano a casa. Ancora oggi le due etnie rappresentano il 78% della popolazione. Karl ha scoperto una signora Hoffmann e s’è accordato per incontrarla. Ma la signora non arriva: e il mio compagno di viaggio bofonchia contro l&#039;inaffidabilità tedesca.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
North Dakota. E’ un’America creata dalla ferrovia (Great Northern Railway 1890-1970), e il nome del treno Amtrak che ci ha portato fin qui - e domattina ci porterà via - lo ricorda: “Empire Builder”, costruttore d&#039;impero. Un’America che, nel 21esimo secolo, sembra ancora prigioniera di un incantesimo di Norman Rockwell, anche se le bionde sono più vestite.  Sarà il freddo. 
    </content:encoded>

    <pubDate>Fri, 15 Jun 2012 05:47:07 +0200</pubDate>
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    <title>Fracking in North Dakota</title>
    <link>http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/archives/34-Fracking-in-North-Dakota.html</link>
    
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    <author>nospam@example.com (Karl Hoffmann)</author>
    <content:encoded>
    Fracking in North Dakota&lt;br /&gt;
Anche nell’era di internet, nonostante la presunta onniscienza di tutti, è necessario avvicinarsi fisicamente ai luoghi per comprenderne i problemi. Il primo a parlarmi qualche settimana fa del North Dakota è stato Arnie Gundersen, un eccellente esperto nucleare, un “whistleblower”, che ha sempre messo in guardia dall’energia atomica facendosi apprezzare in tutto il mondo – un amico, che per poco non abbiamo incontrato durante questo nostro viaggio verso l’ovest. Arnie vive a Burlington, un luogo noto ai pochi, nonostante sia la capitale dello Stato del Vermont. Dopo un primo boom petrolifero negli anni 1960, il North Dakota, lo Stato in cui siamo appena approdati e che originariamente si fondava sull’agricoltura, sta vivendo una nuova e unica corsa all’energia sotterranea. Tutti i mesi vengono praticate 200 nuove trivellazioni con diverse conseguenze: se da un lato il tasso di disoccupazione si sta avvicinando allo zero, l’ambiente è sempre più inquinato. I salari nel settore dell’estrazione possono raggiungere cifre da capogiro, ma d’altra parte aumenta anche il consumo di stupefacenti e la violenza. L’economia è florida, ma le persone iniziano a soffrire.&lt;br /&gt;
Il secondo a parlarmi del boom nel North Dakota, proprio nel momento in cui passavamo accanto a gigantesche cave di sabbia lungo le sponde del Mississippi è stato Cotty Lawry, passeggero con me fino a Minneapolis. Proprio quella sabbia verrebbe trasportata in treno a 1000 chilometri di distanza nelle zone petrolifere del North Dakota. Senza alcun riguardo intere montagne lungo il Mississippi vengono portate via. Una volta in North Dakota, la sabbia viene mischiata con l’acqua e delle sostanze chimiche prima di essere sparata nel terreno. La pressione  del fluido crea e propaga una frattura dello strato roccioso, per questo la tecnica è meglio conosciuta come “fracking” - fratturazione. Attraverso queste fratture il gas o il petrolio riescono a penetrare nei canali trivellati e arrivano in superficie. Questo metodo sta rendendo accessibili diverse fonti di gas negli USA. A incidere negativamente sulla tecnica è l’immenso impiego di forza lavoro e materiali. In alcune zone i costi per il ripristino di strade e vie distrutte raggiunge i 200 milioni di dollari. E a soffrirne è anche l’ambiente. In tutto il Paese si svolgono delle manifestazioni contro la fratturazione idraulica, perché permette a sostanze velenose di penetrare nel terreno, raggiungendo magari le falde acquifere, che risulterebbero avvelenate per decenni. Solo l’anno scorso sono stati registrati 1073 casi di inquinamento ambientale causati da salgemmi o petrolio. Mentre le istituzioni continuano ad affermare che si tratti di quantità irrisorie, facilmente eliminabili, i dati forniti dalle stesse società petrolifere che cercano di minimizzare o addirittura mettere a tacere gli incidenti, dicono tutt’altro. Il boom s’impone spietato sui pochi controlli statali. &lt;br /&gt;
&lt;!-- s9ymdb:53 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;74&quot; height=&quot;110&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/DaleNiewoehner2.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;Il terzo che mi ha parlato di questo dubbio boom nella sua patria è stato Dale Niewoehner, ex sindaco di Rugby, piccola cittadina lungo la tratta ferroviaria verso ovest e centro geografico dell’America del nord, che oggi amministra la sua azienda di onoranze funebri. Nonostante Rugby si trovi a quasi 200 miglia dai giacimenti petroliferi, il costo degli immobili a Rugby è raddoppiato, impedendo a molti locali di realizzare il proprio sogno di una prima casa. Ma il suo collega a Williston, proprio al centro delle estrazioni, ha sentito dire che ben 10 persone si siano suicidate. Per non parlare di una giovane donna che, mentre faceva footing, è stata malmenata e poi uccisa da un gruppo di operai petroliferi ubriachi. &lt;br /&gt;
&lt;!-- s9ymdb:54 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;45&quot; height=&quot;110&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/KontinentMittelpunkt_1.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;Mentre fonti ufficiali continuano a minimizzare le conseguenze negative di questo boom, molti affrontano la questione con serietà. Le compagnie assicurative pensano che i rischi legati all’ambiente e dovuti da questo tipo di tecnica siano talmente pericolosi, da non assicurarli neanche più. Nel Vermont Arnie Gundersen può gioire. Il suo governatore ha appena firmato una legge, che interdice da subito la tecnica della fratturazione idraulica in quello stato. Nel Dakota, invece, il boom è appena iniziato. &lt;br /&gt;
Mrs Hoffman mi ha dato buca. Riprendiamo a viaggiaaaareeee!!!&lt;br /&gt;
 
    </content:encoded>

    <pubDate>Fri, 15 Jun 2012 05:33:44 +0200</pubDate>
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    <title>Trains open your mind </title>
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    <author>nospam@example.com (Karl Hoffmann)</author>
    <content:encoded>
    In maniera quasi impercettibile ma costante questo viaggio attraverso il continente americano sta cambiando la realtà. Proprio come, poco a poco, le sconfinate praterie si trasformano nelle alture che precedono le Montagne Rocciose, così percezioni completamente nuove si sostituiscono alle solite e consolidate idee, frutto dell’immaginario europeo. A provocare tutto ciò è il treno, che come una navicella spaziale ancorata a terra si muove verso ovest lungo binari danzanti, assembrando, come in una serra, diverse tipologie di persone e animando imprevisti scambi interpersonali.&lt;br /&gt;
Le dimensioni del mondo circostante assumono forme completamente nuove. Il cielo e la terra si fondono in un’unica infinità. Il tempo si confonde da solo con ritardi, fusi orari diversi e persone, che viaggiano in treno da costa a costa. Non chiedono più che ora sia, ma s’informano tuttalpiù sul giorno della settimana. Le distanze sbiadiscono in grandezze sconosciute. La debolezza dell’Euro, la Grecia, il crollo delle banche si riducono ad eventi statistici, che da tempo non sono più in grado di seguire il treno, attraverso i diversi panorami e fusi orari. Analogamente si sviluppano anche nuove forme rappresentative umane. &lt;!-- s9ymdb:56 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;62&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/DavidPeterAlanandB.S.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;Un esempio è David Peter Alan originario del New Jersey. Neglio ultimi 40 anni, David non si è mai seduto in un aereo. In compenso, solo negli ultimi 15 anni ha attraversato l’America in lungo e in largo, sempre sui treni dell’Amtrak per un totale di 700.000 chilometri. Conosce ogni segmento di binario a memoria ed è in grado di dirti tutte le stazioni o le miglia che mancano da un determinato punto della rete ferroviaria. Le ferrovie sono la sua passione e se qualcuno gli dovesse proibire di viaggiare sui treni, sicuramente cadrebbe all’istante, morto stecchito. Il fatto, poi, che sia un pianista stride, ci unisce immediatamente, come fratelli di sangue. &lt;br /&gt;
&lt;!-- s9ymdb:58 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;64&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/lastazionediMalta.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;In due settimane ci si abitua alle stranezze delle ferrovie americane: le carrozze a due piani con le loro strette scale, le stazioncine, che assomigliano piuttosto a delle fermate. Hanno banchine talmente corte, che il treno è costretto ad avanzare più volte per permettere ai passeggeri di tutte le carrozze di scendere. In compenso, nella carrozza ristorante, i pasti vengono serviti in turni di mezzora e nonostante questo il personale è sempre straordinariamente cordiale e la cucina nettamente migliore di quella delle aziende concorrenti in Germania e Italia. Più il treno si allontana dal luogo di partenza e più le amicizie con gli altri viaggiatori si stringono sempre più rapidamente. Da tempo, ormai, questa troupe televisiva europea è diventata un’attrazione. Le persone sono visibilmente felici quando le intervistiamo. Dan, originario di Minneapolis, adora le crociere e si augura che il Presidente Obama sollevi quanto prima il divieto per gli americani di viaggiare a Cuba, perché ha sentito dire che all’Avana ci siano degli alberghi meravigliosi. E’ un accanito giocatore nei casinò di Las Vegas, dove perde regolarmente. Crede in una globale congiura, che porterà ad un unico governo mondiale. E questa sarà la sua prima e ultima esperienza di viaggio in treno, perché è troppo traballante. E poi c’è Karl da Houston, che il prossimo 4 luglio compirà 78 anni e che ha deciso con sua moglie, di origine giapponese, di festeggiare il loro settimo anniversario di matrimonio nelle Rocky Mountains. Bill viene dalla Scozia e alla fine del viaggio in treno s’imbarcherà per una crociera in Alaska: “Some Amarricans are full of bullshit“, bofonchia in un dialetto praticamente incomprensibile scandito da lunghi sorsi della sua birra in lattina. E poi Beppe, l’italiano, che si è interessato solo marginalmente a Leonardo, il dinosauro di Malta, in Montana, considerato il fossile meglio conservato al mondo, ma che poi, poco prima della partenza, entrando in una cartoleria proclama con entusiasmo: “Malta is full of surprises”. Un tipico caso di ampliamento delle proprie conoscenze.&lt;br /&gt;
PS:  &lt;br /&gt;
&lt;!-- s9ymdb:57 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;85&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/GianniilCavalieredeldoppioLavoro.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;1) Con la presente si richiede ufficialmente il conferimento del riconoscimento di “Cavaliere del Doppio Lavoro” a Gianni Scimone.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
2) E per David Peter Alan, invece, richiedo la cittadinanza onoraria Amtrack per tutti i treni degli Stati Uniti d’America. 
    </content:encoded>

    <pubDate>Sun, 17 Jun 2012 08:12:10 +0200</pubDate>
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    <title>Un Paese poliedrico</title>
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    <author>nospam@example.com (Karl Hoffmann)</author>
    <content:encoded>
    Gli Stati Uniti d’America sono un Paese poliedrico. In nessun altra parte del mondo esistono così tante diverse etnie, così tante differenti comunità religiose, così tanti tipi di hamburger e rubinetti. Mentre i penultimi si contraddistinguono per essere, proporzionalmente alla loro grandezza, sempre più immangiabili, come l’esempio estremo dell’Uberburger di Boston, che deve essere sezionato in singole parti, prima di riempire la cavità orale con bocconi di grandezza normale, gli ultimi sono fonte perenne di acqua calda e fredda, ma presentano a volte qualche sorpresa. Il modello più diffuso è quello che ti permette di regolare la temperatura, ma non il getto d’acqua. I più sensibili ambientalisti europei, abituati a centellinare il prezioso liquido, non possono far altro che infilarsi sotto queste cascate del Niagara, che non permettono allo shampoo di agire sul cuoio capelluto. Un&#039;altra versione sono i rubinetti doppi, che non sono suddivisi in acqua calda e acqua fredda, ma che ti permettono di regolare con una manopola la temperatura e con l’altra la quantità d’acqua – un rompicapo non proprio facile da risolvere, soprattutto la mattina quando non si è ancora del tutto svegli. Ieri a West Glacier ho disperatamente cercato di risolvere il mistero dei due rubinetti sul lavandino. Sia da quello di destra, che da quello di sinistra fuoriusciva acqua bollente. Ho preferito non disinfettare le mie mani lasciandole cuocere sotto l’acqua, ma piuttosto lavare nella vasca da bagno. A Malta i rubinetti funzionavano bene, quando li giravi l’uno verso l’altro. Anche questa una variante che allena il cervello. Sempre a Malta, poi, inizialmente non trovavo alcun bottone, rubinetto o leva che permettesse di trasferire il getto d’acqua della vasca verso la doccia. Poi ho capito, che bastava per così dire tirare le labbra del rubinetto, affinché si chiudessero e pompassero il getto d’acqua dal rubinetto nella cipolla della doccia. Peccato che la rapidità del meccanismo non mi abbia neanche permesso di svestirmi. Nei treni dell’Amtrak, per avere un poco d’acqua, devi premere delle leve e girare dei bottoni, che bloccano immediatamente dopo il rubinetto lasciandoti come un pesce lesso con le mani insaponate davanti al lavabo asciutto.&lt;br /&gt;
Ma quando si affronta un viaggio straordinario con provetti e ormai fidati compagni di viaggio, puoi liquidare questi dettagli come scemenze, rassicurato anche dal fatto, che nel caso di ustioni da acqua bollente, Soledad sarebbe pronta ad accorrere con l’apposito unguento per le scottature. È curioso come questi rubinetti girevoli o spruzzanti assomigliano a molti di quegli americani che ci hanno raccontato delle loro preferenze politiche e che sono i principali protagonisti del nostro viaggio. Ti capita così d’incontrare un tipo dichiaratamente alternativo, che predica la giustizia sociale e l’ordine statale, ma che poi vota per Romney. Altri, intervistati sulle proprie preferenze politiche ti inondano di parole, per poi stupirti dicendo che non sono mai andati a votare e che di certo non inizieranno questa volta. Esistono persone, che proprio come i rubinetti, si contraddistinguono per il bollino rosso o quello blu, ovvero, che sono convinti democratici o repubblicani, ma che rifiutano gli attuali politici approfittatori, che pensano solo ai propri privilegi. Molti dei delusi avevano votato Obama – normali cittadini, che quattro anni fa si erano augurati un po’ di benessere in più rispetto a quello già raggiunto. Ora, a seguito della crisi globale, sono costretti a risparmiare e addossano la colpa al presidente. Giorno dopo giorno, durante il nostro viaggio che sta per concludersi, le possibilità di una sua rielezione continuano a sfumare e questo benché i due eventi siano assolutamente indipendenti fra di loro. &lt;br /&gt;
Oggi è stata anche la giornata nella quale abbiamo potuto riprendere fiato. Nel Glacier National Park trovi tutta la natura che vuoi. Aria pulitissima e poi ghiacciai, fiumi, orsi, laghi e in mezzo a tutti questi Oliver Meister. Lui è originario della foresta nera, ha vissuto qualche anno a Milano e, dopo aver viaggiato per 10 anni in giro per il mondo, ha accettato di diventare un Ranger di stanza all’ingresso superiore del Parco Nazionale. È qui che vuole rimanere, perché si tratta del posto più bello che abbia mai trovato al mondo. Per quanto gli inverni siano lunghi e duri, e necessitino di una montagna di legno e tante provviste, con dei buoni libri, del vino e un letto caldo il letargo si può trasformare in un’esperienza molto piacevole. In fondo lui sta molto meglio degli orsi, che in questa zona abbondano più degli umani. L’esito delle prossime elezioni presidenziali lo conoscerà probabilmente solo a primavera, perché Oliver non possiede nemmeno il televisore. 
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    <pubDate>Mon, 18 Jun 2012 10:15:39 +0200</pubDate>
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    <title>Piove sui sogni di Obama</title>
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    <author>nospam@example.com (Beppe Severgnini)</author>
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    “Un uomo che sosteneva d’essere stato ferito da un colpo sparato da un’auto in corsa, mentre era in Montana per lavorare al libro Kidness in America (gentilezza in America), ha confessato d’essersi sparato da solo. L’ufficio dello sceriffo ritiene si sia trattato di un atto disperato di auto-promozione, ma non ha fornito ulteriori dettagli”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Come può non affascinare, un posto così? La notizia apre la prima pagina del quotidiano “Great Falls Tribune”, e illumina il Montana di una luce pop. Arrivando in treno dalla prateria, lo spettacolo è magnifico: le Montagne Rocciose chiudono l’orizzonte a occidente, come la sponda di un biliardo. Poi il treno corre lungo il fiume e sale verso il Glacier National Park.  A West Glacier c’è un’aria da Pinzolo fuori stagione, il verde è lucido di pioggia, le felpe abbondanti. Arriviamo al McDonald Lake - vero nome, non una sponsorizzazione -  ma oltre non si può andare: il valico è chiuso per neve.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nei parchi nazionali piove, ha appena smesso di piovere o sta per piovere: questa è una delle cose che ho imparato in trentacinque anni di viaggi in America (a proposito: cosa fanno gli orsi, la domenica pomeriggio, con questo tempo?).  Un’altra certezza è questa: gli americani, soprattutto fuori dalle grandi città, sono ben disposti verso gli stranieri. Abbiamo incontrato e ascoltato centinaia di persone, dall’Atlantico fino a qui (i treni sono confessionali ambulanti). Nessuno, mai, ha rifiutato di rispondere alle nostre domande.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel parco bagnato, tra laghi verdeblu e neve in lontananza, abbiamo incontrato famiglie del Montana con figliole ansiose di partire per l’Africa; una coppia di signore dai capelli grigi, incerte tra il fascino del grizzly e quello della nostra producer; due fratelli, gestori di un rifugio, furibondi con la politica; un giovane conservatore di Spokane orgoglioso della sua città operaia; un ranger del parco (stazione di Poleridge), codino sotto il cappello, proveniente dalla Foresta Nera (Germania) e da Milano, dove ha fatto l’incisore. Se David Lynch avesse passato la giornata con noi, avrebbe già finito il casting.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Viaggiando e parlando, si capisce perché questo Paese produca tanto cinema. Non offre solo scenari evocativi, ma una galleria infinita di personaggi che, nel nostro caso, diventano testimoni. Questa traversata ferroviaria voleva anche essere un’esplorazione dell’umore dell’America in un anno d’elezioni presidenziali. A quattro giorni dal traguardo, mi sento di dirlo: Barack Obama, il 6 novembre, potrebbe non farcela.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’America gli presenterà il conto. Si è accorta di essere più povera di quanto credeva, anche perché banche e società di carte di credito glielo hanno lasciato credere per anni. Mutui pesanti, acquisti cauti, traslochi drastici in cerca di un lavoro qualunque (dalla California del Sud al Nord Dakota). Il tasso ufficiale di disoccupazione è 8,2%, ma nasconde i piccoli lavori pagati al minimo legale: non è con quelli che si mette su famiglia. Gli Stati Uniti del 2012 mi ricordano sempre di più quelli che avevo conosciuto durante un altro lungo viaggio, nel 1992.  Pochi mesi più tardi, il Presidente (George Bush Sr) venne congedato dopo il primo mandato. Una storia che Barack Obama conosce bene, e vorrebbe non ripetere. Ma i treni d&#039;America, per ora, lo condannano. 
    </content:encoded>

    <pubDate>Mon, 18 Jun 2012 10:18:24 +0200</pubDate>
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    <title>Ronni Higgins</title>
    <link>http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/archives/25-Ronni-Higgins.html</link>
    
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    <author>nospam@example.com (Karl Hoffmann)</author>
    <content:encoded>
    “Hello Sir”, sento gridare alle mie spalle. Mi giro, poi mi avvicino. La donna sulla sedia pieghevole mi allunga la mano sinistra, estremamente curata. “My name is Ronni Higgins”, dice, presentandosi. Dal suo sguardo capisco che vuole che anche io mi presenti. Lo faccio subito, raccontandole che sono un giornalista e che vengo dall’Europa. “You understand what we are doing here? We are occupying right here! Abbiamo occupato questo posto, da ben due mesi, ininterrottamente” mi spiega Ronni, lentamente ma in modo persuasivo. Poi da un tiro alla sua sigaretta e sorride brevemente. Per un attimo su quel volto provato e gonfio compare un sorriso. Schiudendosi, le labbra tumide lasciano intravedere scure rovine dentali. &lt;!-- s9ymdb:52 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;82&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/ronniehiggins.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;Difficile dire, quanti anni abbia Ronnie; probabilmente avrà sui 60, 65 anni. Il suo corpo deforme è adagiato su una sedia da giardino in ferro. Nonostante non siano rivolti a nessuno, alle mie spalle risuonano gli slogan pronunciati ad alta voce dai più giovani del suo gruppo di protesta. Di qui non passa praticamente nessuno, fatta eccezione per la macchina della polizia parcheggiata di fronte alla clinica Woodlawn, attualmente occupata.  &lt;br /&gt;
E’ piccolo il gruppo che “occupa” il terreno all’angolo fra la Woodlawn Avenue e la 63. Strada, dove siamo capitati per caso, mentre eravamo in giro per il quartiere di Englewood, una delle zone più povere nella parte meridionale di Chicago. Poco prima e solo a due blocchi di distanza Jeremia, un uomo di 35 anni, mi aveva raccontato che di recente ci siano state ben 4 vittime durante una sparatoria nel quartiere. Povertà, traffico di stupefacenti, violenza domestica. Dietro alla sfolgorante skyline di Chicago, nei quartieri più a sud e a ovest si nasconde la città dei poveri, degli emarginati o dei malati senza aiuti. 49,8 milioni di Americani, che equivale al 16% della popolazione, non hanno un’assicurazione sanitaria. E se hanno bisogno di cure mediche, devono sostenere le spese di tasca propria. Il 62% di tutti i giuramenti dichiarativi sono il risultato di un indebitamento per sostenere le spese mediche. Gli Stati Uniti hanno il più alto tasso di mortalità infantile fra i Paesi industrializzati e un’aspettativa di vita ben al di sotto della media europea. E questo, nonostante sia il Paese che spende in assoluto più denaro per la salute dei propri cittadini. Oggi i comuni sono indebitati e i finanziamenti pubblici hanno subito tagli radicali. A pagarne le conseguenze sono persone come Ronni Higgins e molti altri di quei 10 milioni di malati di mente gravi in America. “Di recente hanno chiuso sei ambulatori per malati di mente a Chicago. 19 pazienti che conoscevo personalmente, dopo essere stati dimessi sono subito mancati. Qui abbiamo una foto di Helen Morley, che ci ha lasciati proprio questa settimana. Solo pochi giorni prima di morire aveva detto che se il suo ambulatorio avesse chiuso, con lei sarebbe finita.”&lt;!-- s9ymdb:51 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;90&quot; height=&quot;110&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/RequiemforHelenMorleyArtikelHiggins.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt; &lt;br /&gt;
Da settimane Ronni occupa questo suolo pubblico, aspettando che l’ambulatorio oltre la Woodward Avenue riapra. O almeno che passi qualcuno della stampa, che venga a sapere della loro protesta e decida di darne risalto. “Dici sia un caso, che sei passato di qui?” mi chiede con la sua voce profonda che affiora rassicurante da una mascella percossa. “Certo che no”, le rispondo ridendo e le prometto di fare il possibile, affinché l’umanità, o almeno una piccola parte di essa, venga a conoscenza della sua storia. Commossa mi da la mano, sempre la sinistra, perché “l’altra in questo momento proprio non va” e mi mostra la fasciatura della mano destra. Per non fissarle la bocca, la guardo in quei suoi occhi scuri che si celano dietro al gonfiore del volto e riconosco un sorriso. Per un momento mi è sembrato come se non volesse lasciarmi più la mano. Poi ha dischiuso le sottili dita con le unghie accuratamente laccate di smalto rosso. Alza la mano per salutarmi e per una frazione di secondo realizzo, che non ci vedremo mai più. Per consolarmi penso, che non dimenticherò mai il sorriso di Ronni su quel volto tumefatto. 
    </content:encoded>

    <pubDate>Mon, 11 Jun 2012 14:09:10 +0200</pubDate>
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    <title>Milwaukee: A Great City on a Great Lake</title>
    <link>http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/archives/31-Milwaukee-A-Great-City-on-a-Great-Lake.html</link>
    
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    <author>nospam@example.com (Karl Hoffmann)</author>
    <content:encoded>
    Milwaukee: A Great City on a Great Lake&lt;br /&gt;
Gregory Matthew Dembowsky ha vissuto esattamente 25 anni e sei mesi, prima di riposare al National Wood Cemetery, il cimitero militare allestito su una collina a sud del centro della città di Milwaukee. Gregory è sepolto più vicino alla strada che attraversa quelle infinite fila di lapidi bianche. Dietro a lui c’è Edward Albrecht, accanto Joseph Meyer e due lapidi più in la, Oscar L. Fluno.&lt;br /&gt;
Questo è un cimitero militare come, ahimè, tanti altri, troppi, sia negli Stati Uniti che in Europa, ma qui a Milwaukee sembra particolarmente curato. Il prato fra le lapidi è tagliato alla perfezione e non si vede una foglia fuori posto o rifiuti in giro. Questo richiede tanto impegno e costa all’amministrazione comunale un sacco di soldi, mi spiega Rocky Marcoux. Lui è “Commissioner” per l’urbanistica e l’ordinamento territoriale – dunque, una specie di assessore – in questa città di neanche 600.000 abitanti, lungo la costa occidentale del Lago Michigan. “Ma i nostri cittadini pretendono di vivere in una città ordinata”. Rocky ci mostra i verdi e rigogliosi parchi pubblici lungo le rive del lago, il complesso museale con le ali mobili progettato da Santiago Calatrava e gli ordinati vialoni alberati dei quartieri residenziali, con lunghe aiuole che corrono parallele ai marciapiedi, piste ciclabili e villini unifamiliari che sembrano usciti da una pasticceria, con i loro giardinetti ben tenuti e piazzole di sosta linde e pulite. Non è certo un caso. Si dice, infatti, che Milwaukee sia la più tedesca di tutte le città americane. All’incirca un secolo fa gli immigrati tedeschi rappresentavano il 50% della popolazione locale. E visto che il luppolo in questa zona si coltivava facilmente e non mancava certo l’acqua (la regione dei Grandi Laghi vanta il 20% delle riserve d’acqua dolce di tutto il mondo) la città di Milwaukee divenne il principale centro degli Stati Uniti per la produzione della birra. Schlitz, Miller, Pabst sono i marchi di questa città, oltre che importanti fonti di reddito. Il più importante giornale in lingua tedesca degli USA si chiamava un tempo “Germania”, ma la testata non esiste più da tempo ormai. Se non altro l’assimilazione linguistica degli immigrati tedeschi può dirsi conclusa. &lt;br /&gt;
Sam, in verità, si chiama Ingolf, ma nessuno sapeva pronunciare il suo nome quando nel 1951, a soli 12 anni, è arrivato a Milwaukee – per questo hanno iniziato a chiamarlo Sam. Da piccolo, dopo essere sopravvissuto ai bombardamenti di Dresda, sua città natale, era fuggito con i genitori prima verso ovest, per poi emigrare negli Stati Uniti. Sam alias Ingolf è stato per 28 anni a servizio della “Fire-Brigade” di Milwaukee. Da quando è andato in pensione accompagna gli ospiti dalla stazione all’albergo, riuscendo pure a guadagnare qualche soldo. Ogni volta che arrivano dei tedeschi è felicissimo e chiacchiera con loro in un perfetto tedesco, sua vera madre lingua. &lt;br /&gt;
Un tempo gli immigrati tedeschi, polacchi e italiani erano rigorosamente suddivisi per quartieri, mi spiega Sam, mentre oggi la linea di separazione corre fra le diverse classi sociali ed etnie. Milwaukee è considerata la città americana con la maggior segregazione. La notte, alcuni quartieri sono considerati pericolosi, nonostante la spiccata devozione dei cittadini per la propria città, che ha eletto ben tre sindaci socialisti – qualcosa di veramente eccezionale per gli USA. &lt;br /&gt;
E nonostante i drammatici eventi del 1854, che avrebbero dovuto servire da monito per il futuro. All’epoca Joshua Glover, uno schiavo che era riuscito a fuggire, avrebbe dovuto essere restituito al suo “proprietario”. Ma 5000 cittadini riuscirono a liberarlo e lo aiutarono a raggiungere di nascosto il Canada. Da quel giorno in poi lo Stato del Wisconsin dichiarò il diritto di persecuzione degli schiavi fuggiti come incostituzionale. Fu l’unico Stato di tutti gli USA.&lt;br /&gt;
Al Wood Cemetery per i caduti di guerra non si fa alcuna distinzione. Qui sono state poste 33000 lapidi per le vittime e i veterani della Guerra civile americana, della Prima e della Seconda Guerra Mondiale, della Guerra in Korea e in Vietnam. “US Navy Vietnam” si legge sulla lapide in memoria di Gregory Metthew Dembowski.       &lt;br /&gt;
Sam, il pensionato di origine tedesca, non parla delle piogge di bombe, della guerra e della persecuzione. A lui importa solo essere sopravvissuto alla guerra. &lt;br /&gt;
P.S. &lt;br /&gt;
Lo scorso fine settimana è stato uno dei più sanguinosi a Chicago. Nel quartiere di Englewood e in altre zone periferiche che abbiamo visitato, ci sono state 653 sparatorie per un totale di 9 vittime.&lt;br /&gt;
Oggi rivolgo il mio ringraziamento a: &lt;br /&gt;
- Martin, Product Developement Officer dell’Amtrak. Grazie a lui, infatti, so finalmente che i treni passeggeri in America sono lunghi dalle 9 alle 15 carrozze e vengono trainati da una locomotiva diesel con 4250 cavalli, che può viaggiare a una velocità massima di 79 miglia l’ora. Questo perché le strade ferrate di questo Paese, ormai quasi tutte antiquate, sono pensate per i treni merci con 120 carrozze, lunghi quasi 3 km, spinti da due locomotive con quasi 9000 cavalli. Sono questi treni ad avere la precedenza, perché la maggior parte delle linee ferroviarie sono a binario unico. Per questo lungo il nostro tragitto verso ovest viaggia sempre un solo treno passeggeri al giorno. In compenso questi mezzi di locomozione hanno armonici nomi come “Empire Builder” oppure “Hiawatha Service”, chiamato così in onore del capo degli Irochesi del XVI secolo. Martin mi ha anche consigliato di provare assolutamente il “Beer-buttered Walleye Pike”, un pesce d’acqua dolce cotto al forno – la specialità di Milwaukee. Alla fine, per fortuna, ho mangiato altro.  &lt;br /&gt;
Paul Funk, cuoco con antenati tedeschi, che ci ha deliziato con cibi preparati magistralmente, capaci di unire sapori italiani, tedeschi e americani: dal sanguinaccio alla purea di pancetta affumicata. Lui sogna di ritornare in Italia, dove la gente sa godersi la vita senza star sempre a pensare ai soldi.&lt;br /&gt;
Dr. Dr. Ina  Warriner, americana di 17esima generazione, che trascorre la maggior parte del suo tempo nei Paesi in via di sviluppo su incarico dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità. In questi giorni, in cui casualmente non si trovava all’estero, ci ha mostrato con incredibile dedizione Milwaukee, la sua città: “A great city on a great lake”. Solo a quel punto abbiamo capito, che anche Milwaukee ha i suoi lati oscuri. 
    </content:encoded>

    <pubDate>Wed, 13 Jun 2012 12:51:06 +0200</pubDate>
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    <title>Pellegrinaggio a Obamaland</title>
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    <author>nospam@example.com (Beppe Severgnini)</author>
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    Dopo aver avvicinato il bunker di Mitt Romney a Boston, oggi abbiamo accostato il fortino di Barack Obama a Chicago. Esperienza istruttiva. Visitando - si fa per dire - i due quartier generali, si capisce che l’atteggiamento dei grandi partiti americani verso i media stranieri è semplice: non votano, non donano, non c’interessano.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’indirizzo è 130 East Randolph Street, a  pochi metri da Michigan Avenue, appena sotto Millenniun Park.  Prudential Building. Non un simbolo, non una bandiera. Un edificio moderno che potrebbe essere la sede di un’assicurazione, di una banca d’affari o del partito comunista cinese. L’accoglienza è più o meno quella, in effetti. Se, guidati da istinto rabdomantico, s’arriva al bancone del ricevimento, si ottiene uno sguardo perplesso e un foglio con alcuni indirizzi email: scrivi qui se vuoi fare il volontario, scriva là se vuoi donare soldi. Altrimenti, smamma. Be’, questo non c’è scritto, ma la sostanza è questa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Va da sé che prima di tentare l’approccio diretto abbiamo telefonato, scritto, fatto telefonare. Ma la politica americana è diventata impermeabile. Ansiosa e minacciata da un lato (durante il recente vertice Nato otto dimostranti sono stati arrestati proprio qui). Cinica e calcolatrice dall’altro.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il comportamento verso i media internazionali è la spia di un atteggiamento più vasto. Il numero dei “battleground states” contesi tra i due candidati s’è ridotto. Nel 1976 questi Stati ospitavano il 60% della popolazione americana, oggi solo il 20%. Chi vive in Ohio, Florida, Pennsylvania o Nevada vedrà spesso Obama e Romney, nei prossimi mesi, e sarà bombardato di messaggi televisivi. Gli altri sono “flyover states”: il risultato è scontato, i candidati ci passeranno sopra in aereoplano.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Anche il numero di raduni e comizi è diminuito. Repubblicani e democratici sono a caccia di soldi, e organizzano continui incontri con i donatori. Costoro sono disposti a sborsare duemila dollari per un cocktail di gamberetti nei pressi di Barack o Mitt. Ma non intendono farlo con altre duemila persone.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Risultato: il referendum del 6 novembre (Obama sì/Obama no)  sarà preceduto da una campagna elettorale giocata sull’empatia fasulla del social media, e su alcune uscite pubblicizzate, in cui i giornalisti - sì, anche quelli americani  - faranno soltanto da amplificatori.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Triste, pensavo, mentre il tandem motorizzato tedesco (Karl Hoffman sul sellino posteriore) tagliava le strade di Hyde Parl bagnate dalla pioggia. Nel quartiere meridionale di Chicago dove il giovane Barack ha vissuto a lungo, hanno organizzato un Bike Tour Presidenziale: visita al barbiere di Obama, giro intorno all’università di Obama, un’occhiata a casa Obama (protetta da piante verdi e colossali agenti del Secret Service), sosta da Valois, 1518 E. 53rd Street, la cafeteria dove Obama consumava i pasti (preferenza per roastbeef e verdure, ci assicurano). Forse è colpa dell’aria condizionata feroce, che gela gli entusiasmi, ma le aspettative erano altre. Qui Barack Obama è stata un giovane sognatore americano: ora è un ologramma irraggiungibile. 
    </content:encoded>

    <pubDate>Tue, 12 Jun 2012 14:00:12 +0200</pubDate>
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    <title>Venti motivi per attraversare l'America</title>
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    <author>nospam@example.com (Beppe Severgnini)</author>
    <content:encoded>
    Si dovrebbe prendere un treno dall’Atlantico al Pacifico solo per vedere la faccia degli americani quando glielo dici. Stupore, costernazione, ammirazione, compassione: tutto in uno sguardo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma è quello che stiamo facendo, e siamo quasi a metà strada. Partiti ieri da Milwaukee, Wisconsin e diretti a Fargo e Rugby, North Dakota: il centro geografico del continente nordamericano (c’è il cippo, ovviamente). Questa tappa, quindici ore. Da “Happy Days” (con Fonzie) a “Fargo” (dei fratelli Cohen): una transizione che, da sola, comprende l’America.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“Perché lo fate?” Dopo dieci giorni di viaggio, oltre duemila miglia di binari e molti volti perplessi, ho preparato una risposta. Anzi, venti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 1.  Perché nel 2011 abbiamo un preso un treno da Mosca e Lisbona: e a quel punto non c’era piu terra dove andare. Così abbiamo ricominciato da questa parte.&lt;br /&gt;
 2.  Perché al Corriere, a La7 e al Goethe Institut Italia hanno coraggio e fantasia.&lt;br /&gt;
 3.  Perché i tedeschi in viaggio sono sempre una sorpresa (gli italiani pure).&lt;br /&gt;
 4.  Perché qui negli USA è già cominciata la campagna elettorale (anche in Italia, a dire il vero).&lt;br /&gt;
 5.  Perché il treno è un teatro ambulante, dove scena e attori cambiano continuamente.&lt;br /&gt;
 6.  Perché il treno è una trama già pronta: e dopotutto sono uno scrittore.&lt;br /&gt;
 7.  Perché oltre i finestrini passa l’America in parata: ed è impossibile staccare gli occhi.&lt;br /&gt;
 8.  Perché ogni tanto è bello essere un estraneo tra gli estranei.&lt;br /&gt;
 9.  Perché in un lungo viaggio i pensieri si allungano, e acquistano una sorprendente chiarezza.&lt;br /&gt;
 10. Perché “Portland2Portand” e “Amtraked!” sono due riassunti niente male.&lt;br /&gt;
 11. Perché Amtrak è una lezione di stoicismo a stelle e strisce.&lt;br /&gt;
 12. Perché è meglio che stare in Italia e leggere discussioni su Twitter su chi è gay e chi no.&lt;br /&gt;
 13. Perché l’aria è trasparente, i colori forti, gli spazi immensi (le cuccette piccole, d’accordo).&lt;br /&gt;
 14. Perché Ortensia può star tranquilla, anche se dormo con una “sleeperette”.&lt;br /&gt;
 15. Perché rifare la valigia tutti i giorni è un esercizio zen.&lt;br /&gt;
 16. Perché  ogni volta troviamo Italians (e amici americani degli Italians) che ci aiutano, ci incoraggiano, ci guidano e ci correggono.&lt;br /&gt;
 17. Perché viaggiamo su un treno che si chiama “Empire Builder” e intervistiamo gente con nomi come Rocky Marcoux (Commissioner, City of Milwaukee).&lt;br /&gt;
 18. Perché il North Dakota è uno dei pochi Stati che, in 35 anni d’America, non ho visto. E del Montana, da bambino, mi piaceva la pubblicità (“Laggiù nel Montana tra mandrie e cow-boys/c’è sempre qualcuno di troppo tra noi/(...) E ora a noi due sporco fiore del fingo/eh sarebbe ‘del fango’ ma è per far rima con Gringo”).&lt;br /&gt;
 19. Perché mica posso stare tutto il giorno a discutere con Beppe Grillo. Che poi non discute: afferma (tra gli applausi del pubblico votante).&lt;br /&gt;
 20. Perché sedersi a vent’anni è irrilevante, a trenta è piacevole, a quaranta è comprensibile. Ma a cinquanta è incosciente. 
    </content:encoded>

    <pubDate>Thu, 14 Jun 2012 04:53:50 +0200</pubDate>
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    <title>L'unico treno della notte (Chicago, arriviamo)</title>
    <link>http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/archives/23-Lunico-treno-della-notte-Chicago,-arriviamo.html</link>
    
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    <author>nospam@example.com (Beppe Severgnini)</author>
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    Alcune malelingue sostengono che ci fossero altri treni da Cleveland per Chicago. Non è vero: c’era solo questo delle 03.45. Non è colpa mia se parte con un’ora di ritardo. Siamo tutti qui, mezzi addormentati, sotto i neon di un improbabile sabato mattina, con il computer sulle ginocchia e il rimpianto negli occhi (sonno, secondo un’altra versione). Avremmo potuto dormire un’ora di più, prima di ascoltatare la sveglia registrata del Doubletree Lakeside che trilla “Good morning!”. “Poteva esserci la neve”, taglia corto Edward, uomo Amtrak, che vive in Florida e verso la neve prova antipatia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ormai siamo qui: aspetteremo il treno argentato che correrà lungo il lago fino a Toledo, dove imbarcheremo un reparto di boy-scout; attraverserà l’Indiana; per arrivare dopo sette ore a  Chicago, Illinois, angolo nord-est. Correre è una parola grossa. La velocità media, sui treni a lunga percorrenza, è 71 miglia (114 km) l’ora. Ma non ci lamentiamo, né della velocità né d’altro, e questa mansuetune sorprende gli americani che incontriamo. Il treno, per i lunghi viaggi, viene considerato un mezzo di trasporto insolito, quasi eccentrico. Non è patriottico come l’automobile o indispensabile come l’aeroplano.  Che uno le scelga per attraversare l’America è strano, quasi sospetto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La “sleeperette” non è una una velina ferroviaria, una fanciulla in abiti succinti che accoglie i viaggiatori dei vagoni-letto. Come ho già spiegato, è il cubicolo assegnato per la notte. Al secondo incontro mi sembra quasi accogliente. So calare la cuccetta superiore senza decapitarmi, per esempio. Ma non è la scomodità che rischia di tenermi sveglio: è la curiosità. L’umanità sui treni è fonte di continua meraviglia. Il paesaggio, un lungometraggio lungo quanto il viaggio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In America non si va mai: si torna sempre. Ogni luogo, ogni nome, ogni immagine sembrano familiari. Ohio è una canzone di Neil Young. Ci sono nati il generale Custer, diversi presidenti, Paul Newman, Clark Gable e un altro centinaio di notissimi personaggi. In Indiana passiamo campi lunghi e fattorie colorate, e le auto sulle strade parallelle si muovono al rallentatore, come in un film. A colazione divido il tavolo con Don e Dottie Harris, 75 anni lui e 65 lei, che festeggiano il 41esimo di matrimonio. Vengono dalla cascate del Niagara, tornano a casa a Austin, Texas. Dicono che Obama suscita tanta ostilità perché è nero, come loro. Lo voteranno, probabilmente. Ma devono ancora pensarci, perché alcune cose che il Presidente ha detto non gli sono piaciute.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Strani umori percorrono gli USA di questi tempi: dopo 35 anni di frequentazioni, e qualche giorno di treno, so riconoscere le smorfie sul volto di una nazione amica. “La maggior parte dei cittadini americani in questi ultimi anni ha cambiato così tante città, così tanti lavori, ha visto cambiare così tante cose, da aver perso la bussola e il proprio posto dentro l&#039;America”. Questo pensa Salvadore Scibona, giovane scrittore di Cleveland, autore di “The End” (2009). Un riassunto che condivido, anche se non vorrei. O forse è l’effetto “sleeperette”: si diventa letterari.&lt;br /&gt;
 
    </content:encoded>

    <pubDate>Sun, 10 Jun 2012 17:08:18 +0200</pubDate>
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    <title>Milwaukee è l’America</title>
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    <author>nospam@example.com (Karl Hoffmann)</author>
    <content:encoded>
    The Ambassador è un albergo di Milwaukee piccolo ma eccellente. Costruito nel 1927 in stile art déco, oggi rappresenta un pezzo di storia della città. Aperto proprio nel periodo della recessione, offriva un tipo di lusso elegante. Negli anni 1990 era poi piuttosto decaduto, ricorda Jim Gannon. Vi soggiornò una volta, all’epoca degli studi, perché con 70 dollari potevi affittarti una stanza per una settimana. Ma il letto non l’aveva mai usato, perché non si poteva mai stare certi di chi lo avesse occupato prima di te. Allora come oggi The Ambassador si trova su una linea invisibile che attraversa la città e la divide in quartieri buoni e cattivi, poveri e ricchi, bianchi, neri o ispanici, mi spiega Jim, che oggi lavora come insegnante d’inglese. Nel 1995 l’albergo è stato ristrutturato ed è oggi un gioiellino architettonico, con le più belle porte d’ascensore di tutta la città.&lt;br /&gt;
Anche la nostra cuccetta è stata ristrutturata nel 1995. Oggi è a due piani, con scompartimenti a due letti, famigliari e di lusso, un controllore estremamente gentile e comode poltrone, che possono facilmente trasformarsi un letto tutto sommato passabile. Benchè anche qui non si sappia, che abbia dormito in quel letto prima di te, le cuccette sono pulite e ordinate. Prima di andare a dormire c’è la possibilità di sedersi nella lounge, una carrozza con vista panoramica che ti permette di godere della vista sul Mississippi al tramonto più kitsch. E come sempre il treno si rivela un ottimo mezzo di trasporto e di comunicazione, dove poter incontrare persone come Cotty Lowry e la sua deliziosa moglie Laurie. Insieme stanno viaggiando in treno da Chicago a Minneapolis, perché il treno è il modo di viaggiare con il minor impatto energetico – una risposta altrettanto sorprendente quanto una vincita all’enalotto. Tutt’orgoglioso Cotty mi mostra la foto della sua autovettura elettrica. Mancano solo i collettori di energia solare sul tetto del garage, ma sono molto cari e gli incentivi statali sono piuttosto incerti di questi tempi. Davanti a sé Cotty ha una cartina per le escursioni in montagna. A luglio, infatti, sarà in Svizzera per fare del trekking. Nels Johnson, seduto al tavolo accanto, è già stato in Svizzera e non solo. Addirittura è già stato in 4 dei 5 continenti della terra – altra risposta sorprendente quanto una vincita all’enalotto negli USA. Di mestiere ha fatto il macchinista ingegnere e per 39 anni ha guidato i treni merci da Chicago a Minneapolis. Un lavoro certamente non facile, racconta con quel suo modo pacato, cordiale e modesto di raccontare le cose. Er diventato molto esperto e sapeva addirittura fermare uno di quei serpentoni da 50.000 tonnellate in solo un miglio e mezzo. Senza la giusta sensibilità in frenata, è facile rompere gli accoppiamenti, troncando il treno in due. Avendo sempre fatto un buon lavoro ed essendo sempre stato single, ogni hanno ha potuto concedersi tre mesi di vacanza e andare in viaggio. E qual è stato il viaggio più memorabile? Nel 1991, viaggiando dall’Indonesia al Vietnam settentrionale. Esattamente 17 anni dopo aver combattoto come soldato americano in Vietnam. La cosa che lo colpì maggiormente, fu la gentilezza con cui la gente lo trattava, senza provare alcun rancore. Solo una cosa gli avevano ripetuto tutti, non senza orgoglio: “La guerra l’abbiamo vinta noi”. Chiedo a Nels se abbia viaggiato molto in treno? Mai, mi risponde, solo in bicicletta. In bicicletta? Yeah, by bicyle. That was great.&lt;br /&gt;
A 63 anni Nels, i cui genitori venivano dalla Norvegia, è andato prima in pensione poi all’Accademia delle belle arti e per finire si è trasferito da Chicago a Portland (Oregon). Oggi disegna artistici gioielli in argento, rame e bronzo. Chi indossa i suoi gioielli, si trasforma in un’opera d’arte, spiega Nels Johnson, macchinista a.r.&lt;br /&gt;
 
    </content:encoded>

    <pubDate>Thu, 14 Jun 2012 06:52:22 +0200</pubDate>
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    <title>Cleveland rocks! L'Italia? Minuetti</title>
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    <author>nospam@example.com (Beppe Severgnini)</author>
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    Vi sembrerà strano, ma la cosa che più mi ha colpito alla Rock and Roll Hall of Fame di Cleveland, Ohio, non sono stati i cimeli (diciamolo, ci sono anche negli Hard Rock Cafè). Non è l’edificio appuntito di I.M Pei, sfolgorante contro il sole come una gigantesca, forsennata matita. Non sono neppure gli sciami di scolaresche eccitate davanti ai monumenti di quella musica (ormai) classica: Nirvana, Led Zeppelin, Beatles e Elvis Presley. La cosa che mi ha veramente colpito - confido ad Andrea Salvadore, il regista del film di viaggio che andrà su La7 in settembre - è questa: in America sono riusciti a creare un meccanismo come la Hall of Fame.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
C’è un processo di valutazione, di selezione, di nomina (induction): occorrono almeno 25 anni dall’inizio dell’attività musicale. E i più individualisti, sregolati, eccessivi tra gli artisti - le star del rock - lo hanno accettato. I filmati delle cerimonie lo dimostrano. Bruce Springsteen magari ne approfitta per sfottere Bill Gates; Mick Jagger fa notare giustamente che “ci chiedono di comportarci bene stasera, ma ci premiamo per esserci comportati male per 25 anni”. Però sono lì tutti, americani e britannici e (pochi) altri, accettando valutazioni, gerarchie, riconoscimento. Consapevoli di fare parte di una storia comune.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Pensate la Hall of Fame della Canzone Italiana: piacerebbe moltissimo al pubblico, farebbe una valanga di soldi, ma non si farà MAI. La commissione giudicante sarebbe immediatamente preda degli appettiti dei partiti, come l’Agcom. Il Pd vorrebbe i suoi cantanti, il Pdl pretenderebbe almeno cinque cantautori di destra (trovarli!), l’Udc chiederebbe almeno un chitarrista. I grillini domanderanno se il Beppecapo non si può inserire: in fondo gliele ha cantate, no? Qualcuno dirà: nominiamo un commissario! Amato e Bondi diranno: sorry, dei “Camaleonti” non sappiamo abbastanza.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vasco Rossi accetterà l’onore (che merita), a patto di avere uno spazio superiore a Ligabue. Celentano? Solo se gli danno un posto vicino all’ingresso (giustificherà la richiesta dicendo d’essere stato l’importatore italiano di Elvis). Francesco De Gregori, interpellato, si chiuderà in un fascinoso silenzio (la Hall of Fame mica paga i diritti come il Monte dei Paschi di Siena). Gli eredi di Battisti e Dalla chiederanno precise garanzie. Solo Fossati e Battiato diranno: fate un po’ voi. E verranno attaccati dal “Foglio” come “qualunquisti musicali”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Be’, questo ho pensato, davanti alla piramide del rock and roll a Cleveland, Ohio. Andiamo a prendere il treno per Chicago, che è meglio. 
    </content:encoded>

    <pubDate>Sat, 09 Jun 2012 05:03:59 +0200</pubDate>
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    <title>Il mantra collettivo dell'America</title>
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    <author>nospam@example.com (Beppe Severgnini)</author>
    <content:encoded>
    Chicago è la più bella e completa città degli Stati Uniti: per farmi cambiare idea, dovreste convincermi a passare qui un inverno. Ma il vento della Windy City, in giugno, è tiepido e dolce, come l’umore della gente che incontri.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E’ bello poterlo constatare dentro il Cellular Field, lo stadio dei White Sox, che giocano contro Houston. Il rumore della palla sulla mazza segna l’inizio della bella stagione; un potente evocatore d’estate cui gli americani rispondono con un riflesso pavloviano. Il baseball è incomprensibile per noi stranieri, ma solo se lo vogliamo comprendere. Non è strettamente necessario: un fuori-campo ha una valenza estetica e un’ovvietà dinamica; e se tutti intorno al te gridano, ci dev’essere un motivo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lo sport nazionale serve per analizzare le budella di un paese. Senza calcio non si capiscono Argentina e Brasile; senza hockey non si capisce il Canada; senza  cricket non si capisce l’India; senza rugby non si capiscono Australia e Nuova Zelanda; senza litigi tribali non si capisce l’Italia. Senza baseball mancherà sempre qualcosa nella comprensione degli Stati Uniti d’America.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il baseball è passione per i numeri, le statistiche, i rituali, gli eroi sbucati dal nulla, le coreografie, le strategie, la forza e il controllo della forza. Il baseball - 160 partite in un anno contro le 16 del football - è il mantra americano, un produttore instancabile di ricordi familiari: e il numero di bambini presenti a Cellular Field dimostra che tutto questo continuerà. Non a caso ogni grande attore e scrittore s&#039;è cimentato col tema: da “Underworld” di Don De Lillo a “Moneyball” con Brad Pitt.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il baseball ha un solo rivale, nella conquista dell’immaginario festivo: lo stomaco. La quantità di alimenti e bevande consumate sotto i nostri occhi è spaventosa: la masticazione e la deglutizione sono il metronomo del pomeriggio al ballpark. Hot-dog, salsicce, hamburger, dolci, ciambelle, zucchero filato e altri misteriosi oggetti commestibili (dicono): qualunque cosa, pur di non fermare le mandibole. In ogni momento dozzine di persone si alzano, si risiedono, si spostano. Coppie  di amici e di fidanzati caracollano con grandi bicchieri dai colori improbabili. Persone di ogni età, etnia e circonferenza sembrano sotto ipnosi: non capisci se sono assorte dal gioco e stanno assorbendo alcol e zuccheri.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ho incrociato altre sfere, in questo torrido week-end sul lago Michigan. La palla arancione del basket in uno sport bar di Lakeview, sopra Lincoln Park (Miami Heat - Boston Celtics). La palla patriottica del calcio, al ristorante-pizzeria “Macello” nel Market District (Spagna - Italia). La palla oblunga del football a North Avenue Beach, scagliata da ragazzoni tatuati, ansiosi di impressionare le ragazze, che invece si guardavano le unghie dei piedi. E’ però la pallina fulminea del baseball che mi resterà in mente. E&#039; la memoria collettiva di caucciù cui l’America non vuol rinunciare - anche perché le abitudini sono il miglior antidoto  contro le inquietudini. Che oggi, diciamolo, non mancano. 
    </content:encoded>

    <pubDate>Mon, 11 Jun 2012 14:10:50 +0200</pubDate>
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    <title>Chicago-Milwaukee</title>
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    <author>nospam@example.com (Beppe Severgnini)</author>
    <content:encoded>
    Viaggiamo su binari canadesi tra l&#039;Illinois e Wisconsin che, fino a prova contraria, non stanno in Canada. Il libero mercato ferroviario, in America, funziona così. Amtrak è proprietaria di alcune tratte (le più importanti quelle tra Boston e Washington DC); le altre, le affitta. I binari che oggi ci portano da Chicago a Milwaukee, per esempio, sono di proprietà della Canadian National Railways.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ci avevano assicurato: due di voi potranno viaggiare nella locomotiva! Subito mi ero prenotato, insieme all’operatore Alberto “Pacifista” Engeli, così rinominato perché domenica, girando per Englewood (Chicago South Side, 80 omicidi e 260 feriti da arma da fuoco negli ultimi 16 mesi), puntava la telecamera verso tipi poco rassicuranti e gridava: “Peace!”. La cosa curiosa è che quelli, invece di inseguirci,  rispondevano al saluto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Torniamo al treno. Al momento di salire sul locomotore (engine)  scopriamo che nella cabina di guida c’è posto per un solo ospite: ovviamente cedo il passo alla telecamera. Peccato. Ogni uomo, fin dall’adolescenza, sogna di guidare un treno, spiegava Freud, attribuendo a questa passione un significato sessuale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Rientro nella solita carrozza, un po’ frustrato (ovvio! avrebbe detto Sigmund). Niente scompartimenti e classe “coach” (economica nonché unica). Mi siedo, ascolto la disquisizione di un  loquace rappresentante Amtrak, che mi ricorda Potsie (“Happy Days”) quarant’anni dopo. Imparo le seguenti cose sui treni americani:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 1.  il traffico passeggeri è crollato negli anni ’50, in seguito allo sviluppo dell’Interstate Highway System (autostrade) e dell’aviazione commerciale.&lt;br /&gt;
 2.  le ferrovie americane, a differenze di quelle europee, puntano soprattutto sulle merci, che  rappresentano metà del mercato&lt;br /&gt;
 3.  un treno-merci è lungo in media 3,4 km ed è formato da 280 vagoni&lt;br /&gt;
 4.  il nostro treno viene tirato dalla locomotiva fino a Milwaukee; poi verrà spinto indietro fino a Chicago. Per questo si chiama “push-pull train”.&lt;br /&gt;
 5.  Non lo spingeremo noi&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La lezione dura poco, il viaggio anche. A mezzogiorno rivedo Milwaukee dopo 19 anni. Nel 1993 era una città operaia che stava cambiando pelle; oggi è un luogo benestante, ripulito, ristrutturato, con un lungolago verde e festoso. La stazione ferroviaria è bianca e aggraziata; le riconversioni impeccabili; c’è perfino un museo dell’architetto Calatrava, che chiude le ali - letteralmente  - alle 5 del pomeriggio. Milwaukee resta però una delle città meno integrate degli Stati Uniti: i bianchi (soprattuto di origine tedesca e polacca) rappresentano il 45% della popolazione e stanno per conto proprio; i neri sono il 40% e vivono a nord; gli ispanici a sud; gli asiatici (soprattutto hmong) a nord-ovest. La città  - 600mila abitanti, più altrettanti nell’area metropolitana - è patria della Harley Davidson e della birra Miller. Salgo in sella alla prima e bevo la seconda, alla salute del Mid-West: un’America senza aggettivi, e non ne aggiungerò io. 
    </content:encoded>

    <pubDate>Wed, 13 Jun 2012 12:43:55 +0200</pubDate>
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    <title>Goethe, Schiller e i filantropi</title>
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    <author>nospam@example.com (Karl Hoffmann)</author>
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    Goethe, probabilmente, sarebbe un po’ irritato da quell’ufficio ad angolo acuto, dove si trova la sua scrivania. Sicuramente sarebbe anche infastidito dal reboante traffico all’incrocio fra Michigan Avenue e Randolph Street, su cui letteralmente si affaccia questo spigolo vetrato (certo, anche Goethe ne aveva viste di tutti i colori – d’altronde durante i suoi due anni e mezzo di soggiorno in Italia aveva abitato vicino a Piazza del Popolo a Roma). Il fatto è che questo moderno ufficio porta il suo nome. E ai 10 collaboratori del Goethe-Institut Chicago piace molto la vista sul Millennium-Park, con la sua nuvola d’acciaio lucidissima soprannominata “The Bean”, divenuto marchio di riconoscimento della città, e sulla biblioteca civica di Chicago con la cupola di Tiffany più grande degli Stati Uniti&lt;!-- s9ymdb:50 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;46&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/ZweiSonnenunterderBohne.serendipityThumb.jpg&quot; title=&quot;The Bean&quot; alt=&quot;&quot; /&gt;. Proprio di fronte, poi, nell’edificio della compagnia assicurativa Prudential, si trova il quartier generale per la rielezione di Obama, mimetizzato in maniera talmente discreta, da non avere neanche un cartello che indichi cosa si trovi in quel luogo. Il Goethe-Institut Chicago, ubicato in posizione strategica nel cuore della città, si occupa degli insegnati di tedesco di mezz’America, inviando loro il materiale didattico necessario per l’insegnamento della lingua. &lt;!-- s9ymdb:45 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;73&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/JugendaustauschChicagoHamburg.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt; L’istituto promuove anche piccole, ma splendide iniziative, come il progetto X.CHANGE. Nel corso dell’anno scorso sei ragazzi originari della zona di Southwest a Chicago sono stati ad Amburgo, per incontrare lì coetanei provenienti da condizioni sociali simili. A differenza di Amburgo, però, Chicago è una città molto più difficile, mi spiega il direttore dell’istituto Werner Ott. &lt;!-- s9ymdb:49 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;96&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/WernerOttGoetheInstitutChicago.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt; Laddove i ragazzi tedeschi risolvono i loro conflitti durante la ricreazione, magari azzuffandosi, i kids di Chicago usano direttamente le pistole. &lt;br /&gt;
Le sparatorie fra i giovani sono ormai all’ordine del giorno. Stando alle statistiche Chicago è la seconda città dopo Philadelphia con il più alto numero di aggressioni ed è tre volte più pericolosa di New York, registrando il doppio degli omicidi di Los Angeles. La possibilità di vivere un’esperienza completamente nuova nel vecchio mondo e passare qualche giorno con dei coetanei di Berlino rappresenta una straordinaria opportunità per i giovani dei quartieri più disagiati di Chicago, che possono così allontanarsi dalla solita realtà, piena di violenza e povertà. Consiglio di visitare il sito http://projektxchange.wordpress.com, che mostra l’avvicinamento di mondi sì diversi, ma con gli stessi problemi. Irmi Maunu-Kocian ripeterà l’iniziativa anche quest’anno, portando dei ragazzi di Chicago alla Documenta di Kassel.&lt;br /&gt;
Anche la sua comunità si occupa di gente povera, ci spiega il Pastore Jon Klinepeter, i cui antenati, originari della Germania, sono stati successivamente naturalizzati americani, semplicemente spostando le prima due vocali del cognome &lt;!-- s9ymdb:47 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;62&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/PastorJonKlinepeter.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;. Klinepeter ha appena 37 anni, ma è uno dei principali predicatori della più antica, grande e influente megachurch degli Stati Uniti, la protestante Willow Creek Church . Con noi Klinepeter dimostra di essere una persona aperta, gentile, cordiale. Il fatto che ogni fine settimana quasi 24000 persone accorrano nella chiesa – un gigantesco edificio con una superficie di 0,75 km quadrati non lontano dalla città di Chicago, è secondo lui colpa delle regole della società moderna, che pretendono troppo dalla gente. Nella sua comunità ecclesiastica ognuno ritrova quella pace, quelle parole di conforto e incoraggiamento, che sente mancare nella vita di tutti i giorni. Jon Klinepeter declina qualsiasi coinvolgimento della sua comunità nella presente camapgna elettorale. Proprio ora che la società è sempre più polarizzata e litigiosa, il suo compito è quello di unire le persone, ricorrendo alla Bibbia e alla fede in Gesù Cristo. Con l’avvento della crisi finanziaria la comunità di Willow Creek ha registrato un incremento di fedeli, che dopo aver perso fiducia nei soldi, cercavano una nuova fede in Dio. E poi la sua Chiesa si occupa di porre rimedio ai peccati del passato. “Le Chiese cattoliche hanno ferito molta gente, anziché curarla”. E’ perfettamente conscio della sua responsabilità di confrontarsi con migliaia di persone che lo ascoltano e pendono dalle sue labbra. Per non perdere la giusta misura, Klinepeter ammette di praticare l’umiltà. Questo perché, come l’esperienza c’insegna, non ci vuol molto per un predicatore a diventare un trascinatore di folle. &lt;br /&gt;
P.S. Vorrei ringraziare, per la loro gentilezza e sincerità le seguenti persone, che non ho citato nei miei contributi a questo blog.&lt;br /&gt;
&lt;!-- s9ymdb:48 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;79&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/TaxifahrerinDenise.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt; Denise, la tassista con nonni per metà svedesi e per metà haitiani. Da questi ultimi Denise ha ereditato i suoi tratti somatici. Denise è elegante ed erudita, single e senza figli, ma grazie al suo impegno nel lavoro è riuscita a migliorare notevolmente la sua condizione sociale e oggi sogna di possedere prima o poi una barca a motore;&lt;br /&gt;
John, il ciclista della 53th Street, che ci ha accompagnato con delle biciclette prese in affitto nel nostro Obama bike tour per la città;  &lt;br /&gt;
Antonio Goyi originario del Belize ( “tradotto il nome significa beccino”), il cui fratello, 12 anni fa, ha ripreso una bottega di barbiere e vanta oggi di aver tagliato i capelli a Barack Obama, durante i suoi anni trascorsi a Chicago &lt;!-- s9ymdb:46 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;99&quot; height=&quot;110&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/ObamasHaircut.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;. Obama veniva da lui, perché anche Cassius Clay era cliente di quel barbiere. Nonostante l’assalto dei turisti, la bottega è tuttora invariata. Un taglio di capelli costa 21 Dollari. I clienti di diverse razze ed etnie vivono quasi tutti nei paraggi e si divertono molto insieme. E’ un bene che rimanga così, mi dice Antonio.&lt;br /&gt;
I sei suonatori di corno della Chicago Symphonie Orchestra, che al tramonto, quando i grattacieli dell’imponente skyline di Chicago svettavano in una luce ultraterrena, si sono veramente impegnati a suonare melodie di Wagner, Weber e Strauss nonostante il reboante traffico di Chicago downtown.    &lt;br /&gt;
Philippe Yepdjeu originario del Kamerun, che da 4 anni vive a Chicago, ha 32 anni e due figlie. Quando sono entrato nel suo taxi, ha subito iniziato a parlarmi in tedesco. Alla maturità ha portato Schiller e Goethe e parlato delle conseguenze tarde della colonizzazione tedesca in Africa. 
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    <pubDate>Tue, 12 Jun 2012 14:08:53 +0200</pubDate>
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    <title>Why warum perché --- by train  mit dem Zug  in treno?????</title>
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    <author>nospam@example.com (Karl Hoffmann)</author>
    <content:encoded>
    Gianni M. Lovato è nato a Milano, nel 1940. Negli anni del dopoguerra ha studiato ingegneria meccanica, prima di iniziare a lavorare per l’industria tessile. Ha mani abili, è diligente e curioso di conoscere il mondo. L’azienda per cui lavora lo manda all’estero, un giorno anche negli Stati Uniti d’America. Correva l’anno 1970. Negli USA conosce una “nativa” Americana, un’indiana, una “pellerossa”, ci racconta Gianni scoppiando in una sonora risata. Poco dopo arriva anche il primo figlio, Davide, che oggi ha 42 anni e vive in Florida. Il secondo figlio è nato quattro anni più tardi e oggi vive a New York. Gianni M. Lovato è stato subito felice della famiglia allargata. E’ un tecnico capace e in America trova facilmente lavoro. &lt;br /&gt;
Nel 1795 dei coloni olandesi si trasferiscono nella zona collinare, 200 chilometri a nord di dove oggi sorge la città di New York. Poco dopo arrivano anche i quaccheri e gli immigrati dal New England. Alla cittadina fondata danno il nome di Chatham, la cui storia è rappresentata oggi in maniera colorata ed esaustiva nello stemma locale. Un edificio in mattoni con una ciminiera fumante lungo un corso d’acqua azzurro è il simbolo per l’industria. Le mucche, le fattorie, i campi di grano nella metà di destra rappresentano l’agricoltura. Eppure, nonostante la sua poliedricità, Chatham non ha mai avuto più di qualche migliaio di abitanti. Più di cent’anni fa Chatham era un importante snodo ferroviario, ma già da tempo ormai i treni moderni passano senza fermarsi da questa oggi insignificante cittadina – non sfrecciano, ma rallentano, quasi scusandosi.&lt;br /&gt;
Gianni M. Lovato è venuto a Chatham per amore. Si è costruito una casa lungo la Route 295, dove oggi, però, vive solo: da sua moglie si è separato dieci anni fa e i figli sono ormai altrove. La pensione è modesta e così Gianni ha iniziato a lavorare come lavapiatti e cameriere in un fast food della zona, da cui osserva malinconico il quotidiano passaggio del treno Amtrak da Boston per Chicago via Albany.&lt;br /&gt;
&lt;!-- s9ymdb:32 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;82&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/GianniM.Lovato.serendipityThumb.JPG&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;Quando legge su internet del nostro viaggio, questo ex tecnico di macchine da cucito, fan di Beppe Severgnini e dei sui libri sugli italiani in tutto il mondo, inizia a tramare un piano raffinato: prepara una crema di ceci, compra una bottiglia di Campari e una di Soda, che trasporta in una busta piena di ghiaccio. Raggiunge la stazione di Pittsfield, ultima fermata prima della nostra meta, Albany, sale sul treno e ci trova prontamente nel.. vagone ristorante. &lt;!-- s9ymdb:33 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;82&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/AtrakkedCampari.serendipityThumb.JPG&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;Emozionato ci serve un bicchiere di campari soda con ghiaccio assieme a humus e patatine. E ci racconta della sua vita modesta nella provincia americana, della sua nostalgia per l’Italia, dell’inutilità dell’invecchiare, del suo sogno americano, andato a monte, e di come lui, un hippie travestito, come ama definirsi, un anarchico, sia sempre andato al lavoro in giacca e cravatta. Quando gli chiediamo di farci una previsione sull’esito delle elezioni presidenziali americane si fa tre volte il segno della croce. Per carità, scongiura, non Romney: con lui potrebbe dire addio alla sua ultima speranza di libertà e uguaglianza sociale negli Stati Uniti d’America. Poi prega me e Beppe di fargli un autografo nel libro di Beppe sulla pancia degli Italiani. Gianni è raggiante di felicità quando attraversiamo la sua Chatham, dove il nostro treno ormai non si ferma più. Lungo i binari del treno ci aspettano tre suoi amici, che ci salutano sventolando una bandiera tedesca e una italiana. Il suo raffinato stratagemma ha funzionato alla perfezione. Gianni è felice come un bambino di questa novità nella sua vita altrimenti monotona. “Viva i retti” ho scritto a Gianni M. Lovato nella quarta di copertina del libro. E poi che per me è stata una vera gioia e un onore conoscerlo.. Al ché mi ha risposto, che era da tempo che aspettava una buona occasione per salire su quel treno, che da 42 anni vedeva passare e sul quale, in questi ultimi 42 anni, non aveva mai viaggiato.  E’ proprio vero: il treno è il luogo in cui ti capita di vivere le storie più incredibili.  
    </content:encoded>

    <pubDate>Wed, 06 Jun 2012 14:12:52 +0200</pubDate>
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    <title>Meglio il baseball</title>
    <link>http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/archives/24-Meglio-il-baseball.html</link>
    
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    <author>nospam@example.com (Karl Hoffmann)</author>
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    &lt;!-- s9ymdb:41 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;60&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/Baseballaction.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;Ieri, per la prima volta nella mia vita, sono stato a una partita di baseball. Me lo avevano sempre sconsigliato dicendo che lo sport nazionale americano era piuttosto noioso, in campo accadeva poco o nulla e spesso le partite sembravano non finire mai. Per diversi motivi Chicago era adatta per fare una prova empirica.&lt;br /&gt;
&lt;!-- s9ymdb:43 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;62&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/Chicago1.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;La città vanta due storiche squadre di baseball – i Cubs e i White Sox. Questi ultimi sono attualmente più forti e nei 118 anni della loro storia hanno già accumulato diverse vittorie, fra cui ben tre titoli della World Series, il maggior riconoscimento nel baseball, vinto per tre anni consecutivi. I White Soxs  giocano sullo US. Cellular Field nella parte meridionale di Chicago. E si pregiano di un sostenitore, che tutte le altre squadre vorrebbero: il Presidente Barack Obama.&lt;br /&gt;
&lt;!-- s9ymdb:44 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;63&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/ObamaimStadion.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;All’ingresso della tribuna stampa troneggiano tre foto a grandezza naturale di Obama nello stadio. In piedi, mentre saluta, con la palla da baseball in mano. E’ indispensabile che il Presidente americano si dichiari a favore del baseball. Nonostante il Football e il Soccer, come chiamano qui il calcio europeo, siano sempre più popolare, il baseball è e rimane lo sport americano per antonomasia delle famiglie. Sono ben 110 milioni gli americani che ogni anno affollano gli stadi del baseball – più di un terzo della popolazione totale.&lt;br /&gt;
Lo US Cellar Field, la notevole arena dei White Sox, ha 41.432 posti a sedere. Ma durante una partita di baseball non ci si limita a stare seduti. Dietro alle tribune si estende un lungo corso che abbraccia l’intero stadio e che ricorda una circolare fiera di paese. Gli spettatori passeggiano così accanto a dozzine di stand che vendono quantità industriali di cibo e bevande: hotdog, hamburger, pizza, popcorn, pollo, manzo sotto sale e fagioli neri, serviti in una ciotola di plastica nera dalla forma e nella grandezza di un vero casco da baseball. Milioni di calorie riempiono i bicchieri di plastica, inondano i piatti di carta e finiscono per ricolmare i cartocci. Mentre ti servono i venditori tengono una mazzetta di banconote da un dollaro nella mano sinistra, per avere il resto sempre pronto. Ieri facevano buoni 30 gradi all’ombra e davanti alle docce per il pubblico si ammassavano grandi e piccini, pronti a farsi bagnare con tutti i vestiti da un gettito di acqua fredda, pur di godersi un po’ di refrigerio. A intervalli regolari senti un generale mormorio sollevarsi dall’arena, tutta indaffarata a bere e mangiare, seguito da applausi, fischi e grida d’entusiasmo. &lt;!-- s9ymdb:42 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;63&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/Baseballheld.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;Tre palle per due dollari sono un “must” per padre e figlio, che lanciano con tutta la loro forza la pesante palla da baseball contro il manichino di un ricevitore. Solo in pochi riescono effettivamente a centrarne il guantone aperto, a circa dieci metri di distanza dal lancio.&lt;br /&gt;
Va avanti così per delle ore, in almeno tre giorni della settimana. Il baseball è una metafora della società americana. In un’atmosfera assolutamente pacifica le tifoserie delle squadre in campo s’incontrano e si entusiasmano tanto per i giocatori in campo, quanto per le loro cibarie preferite, restando sempre cortesi fra di loro, anche se nel corso del pomeriggio il consumo di birra e di vodka lemon si traduce in crescente disinvoltura e in manifestazioni d’esaltazione sempre più rumorose. Mentre l’avversario viene accolto da una valanga di buh, la propria squadra viene incitata con entusiasmo. E alla fine di una partita, che può tranquillamente durare tre ore, gli spettatori lasciano i pacifico luogo dell’incontro piacevolmente distrutti e ben sazi, tuttalpiù continuando a disquisire animatamente.&lt;br /&gt;
Il 50% degli americani sarebbero convinti, che la società non sia mai stata così divisa come oggi, spiega un annunciatore televisivo in una recente vignetta apparsa sul “The Times Picayune”. “L’altro 50% nega fermamente.”&lt;br /&gt;
In modo ordinato l’orda di spettatori prende la via del ritorno – nonostante i White Sox abbiano vinto alla grande, anche l’umore della tifoseria avversaria è buono. Tutti sono concordi: “E’ stata una bella partita, a wonderful day and everybody had just fun”, mi urla nell’orecchio un ragazzo tutto sudato, con il volto paonazzo e l’aria felice nella vicina metropolitana. E che mi dici della sfida elettorale, di Obama e della crisi? “Don’t talk me about that. That’s all rubbish.” 
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    <pubDate>Sun, 10 Jun 2012 17:09:49 +0200</pubDate>
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    <title>Cleveland</title>
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    <author>nospam@example.com (Karl Hoffmann)</author>
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    Luglio 1968. “Come on, get in”, mi dice Ronnie. Piuttosto intimorito, apro quello sportello dalla linea slanciata eppure spesso venti centimetri e scivolo lungo il sedile posteriore rivestito in pelle rossa. Ronnie gira la chiavetta dell’accensione e avvia il motore di quella Pontiac Catalina bianca come la neve. Affondando il piede sull’acceleratore gli 8 cilindri e i 350 CV del suo motore emettono un reboante suono baritonale. A quel punto Ronnie aziona un interruttore a levetta cromato e il tettuccio in tela nero si stacca dall’immenso parabrezza, s’impenna verticalmente in cielo prima di sparire in mille pieghe dietro al sedile posteriore. “Four gears”, dice Ronnie, orgoglioso, prendendo in mano il pomello in pelle con cui termina la lunga leva del cambio. Non è certo un insulso trabiccolo col cambio automatico, ma una grintosa macchina sportiva. Io ho appena 15 anni e nutro una sconfinata stima per quello spilungone di mio cugino, che nonostante abbia solo 2 anni più di me, ha già la patente. “Lets get downtown”, propone Ronnie, prima di lanciare la sua Catalina lungo la highway. Infine inserisce una delle sue veraci musicassette nello stereo a otto piste, che attraverso degli altoparlanti nascosti inizia a strillare il grande successo di quella stagione: “Close to you” dei Carpenters. In quel momento la musica, il vento tiepido dell’auto in corsa e il reboato della Catalina si fondono in un’unica, indimenticabile esperienza di vita. &lt;br /&gt;
Nella nostra famiglia Cleveland è sempre stata la rappresentazione urbana del Paese dei Balocchi. Nel 1945 mia zia si era innamorata di un soldato americano di origine tedesca e si era trasferita, dopo il matrimonio, con lui negli USA. Da lì, nel magro periodo del dopoguerra, ci arrivavano i pacchi dono CARE ripieni di veri e propri tesori: i barattoli di crema di cioccolato della Hershey e le gomme da masticare al gusto limone, cannella, menta piperita e ciliegia della Wrighley. Cartoni di polvere di succo d’arancio, che era più buona, se la lasciavi sciogliere senz’acqua sulla lingua. Meno interessanti erano le creme della AVON, oppure le camicie di nylon, che non c’era bisogno di stirare e che passavano per essere indistruttibili. Per non parlare, poi, della prima Polaroid, i cui risultati, nonostante fossero leggermente sfuocati e dai colori pallido-acquosi, venivano considerati dei veri miracoli, perché bastavano pochi minuti per sviluppare una foto in un’epoca in cui lo sviluppo di una pellicola in bianco e nero nel formato 7 x 10 richiedeva almeno una settimana. Poco, invece, rimaneva impresso di quanto scriveva la zia nelle sue lettere: le difficoltà a ricominciare negli Stati Uniti, l’evidente scetticismo dei vicini nei confronti dei nuovi arrivati dalla Germania nazista. I problemi fra i neri e i bianchi, la fatica per mettere da parte i soldi per una casa in legno con un pergolato e quattro ettari di terra nella periferia di Cleveland. Ciononostante, la prima volta che venni a visitare mia zia nel 1968 mi sembrò come risvegliarmi nel Paese dei Balocchi: tutto era gigantesco: i terreni, le strade, gli immobili, il frigorifero nella cucina di mia zia, persino capace di produrre automaticamente cubetti di ghiaccio. Le bottiglie di latte, che non contenevano litri, bensì galloni di latte. E poi le macchina. Quella Catalina bianca come e la neve che Ronnie sapeva guidare così elegantemente nel Drive-in, dove d’estate facevamo scorta di giganteschi hamburger, pacchetti di patatine, gelati sunday e bicchieri di cola, prima che si facesse notte e noi ci piazzassimo davanti all’immensa parete in cemento del cinema del drive-in. Quella sì che per me era la vera realizzazione del “sogno americano&quot;.&lt;br /&gt;
 
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    <pubDate>Thu, 07 Jun 2012 16:53:36 +0200</pubDate>
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    <title>Portland - Boston</title>
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    <author>nospam@example.com (Karl Hoffmann)</author>
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    Diversi titoli, da mondi diversi. La Repubblica: “Forte scossa di terremoto. Crolla il campanile di Novi.” Povera Italia, che non trova pace. La Süddeutsche Zeitung: “I mercati finanziari anticipano la crisi economica”. La recessione minaccia ormai anche la ricca Germania. Sul Portland Herald Press, invece, leggiamo: “Precipitazioni da record – tempesta tropicale batte il primato delle inondazioni del 2001. A Portland più di 5.57 pollici di pioggia”. Il New England grondante di pioggia. &lt;br /&gt;
&lt;!-- s9ymdb:35 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;65&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/HarvardUniversity.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;Il treno “Downeaster” dell’Amtrak si fa strada attraverso i muri di pioggia lungo i 170 km che separano Portland da Boston, prima tappa ufficiale del nostro coast-to-coast ferroviario. Piove anche a Boston. In compenso i parcheggi dell’emerita Università di Harvard sono rigogliosamente verdi con alberi in fiore e cespugli dai profumi inebrianti. Il Professor Hans Tutschku ci aspetta alla Facoltà di Musica, uno storico edificio con splendenti porte lignee e bandelle dorate. Al secondo piano si trova il regno di Tutschku: un luminoso studio di registrazione insonorizzato con vista sul parco e una miriade di piccoli altoparlanti, appesi tutt’intorno al soffitto. Accende il computer e all’improvviso risuonano incredibili suoni di corde pizzicate, urtate, suonate con oggetti di vetro e di metallo. Con una loro ritmica i suoni confluiscono in un crescendo, che viene improvvisamente più volte interrotto prima di spegnersi dolcemente. Sono i suoni di antichi pianoforti, completamente rovinati, a rievocare nuove ed emozionanti sensazioni. &lt;!-- s9ymdb:34 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;62&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/HansTutschkuerklrtTne-Tuschkuspiegasuoisuoni.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;Le composizioni di Hans Tutschku sono come dei lungometraggi senza immagini, spiega. Per decenni ha viaggiato in tutto il mondo, ma non come la gente comune, con la videocamera e una macchina fotografica, ma con un microfono e un registratore. Ogni Paese ha un suo sono, ci dice. E il suono che preferisce è quello delle campane, che possiamo ascoltare nelle loro infinite variazioni in giro per il mondo. Dopo le sue peregrinazioni sonore, Tutschku ha deciso di venire a Boston. Non per via delle sonorità, coperte dal rumore del traffico, ovunque uguale, ma per l’Università di Harvard, dove è stato assunto come Professore, per formare quei giovani dall’incredibile talento, che comporranno la musica di domani. “Ricchi non si diventa – definetly not!“, dice Tutschku. “Ma poi, che significa.. Anche van Gogh ha venduto in tutta la sua vita un solo quadro.” Prendiamo appuntamento per l’anno 2212, per realizzare un’altra intervista, quando Tutschku verrà citato assieme a Bach, Mozart e Beethoven e quando quello che in molti oggi chiamano ancora “roba” moderna, sarà diventata popolare musica classica. Probabilmente ci rivedremo a Harvard, perché questo posto piace al geniale maestro delle sonorità moderna, originario di Weimar, che senza la riunificazione tedesca e la libertà di viaggiare, non avrebbe mai potuto creare i suoni del nuovo mondo. E se io, nella stessa epoca, non fossi venuto come corrispondente in Italia, non avrei mai conosciuto il Goethe-Institut di Roma e la sua fantastica direttrice Susanne Höhn, non sarei mai partito in viaggio con Beppe Severgnini, Soledad, Gianni, Andrea e Alberto, e, dunque, non avrei nemmeno avuto il piacere di incontrare il Professor Hans Tutschku all’Università di Harvard. Quanti casi nella vita! Ma veramente?!&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
       &lt;br /&gt;
       &lt;br /&gt;
 
    </content:encoded>

    <pubDate>Tue, 05 Jun 2012 14:42:28 +0200</pubDate>
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    <title>America's sunny side</title>
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    <author>nospam@example.com (Karl Hoffmann)</author>
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    Così come le rughe da jetleg si attenuano quando riprendiamo il nostro bioritmo, poco a poco svaniscono anche i soliti pregiudizi degli europei nei confronti degli USA, come, ad esempio, che il cibo sia solo cattivo, che ovunque si senta la depressione della crisi, che la cultura sia un privilegio degli europei e che la sera non si possa stare da nessuna parte per strada. &lt;!-- s9ymdb:36 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;62&quot; height=&quot;110&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/ClevelandDowntown.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;Cleveland, un tempo metropoli industriale, che 15 anni fa giaceva ancora al suolo, è l’esatto contrario di tutto ciò. Benché in molti quartieri periferici la povertà e la criminalità siano di casa, prosperano come non mai curati parchi verdi e musei, fra cui la Hall of Fame delle star del Rock ‘n’ Roll. Spiagge pulite, ville da sogno con vista sul lago Erie, loft all’interno di ex edifici industriali oggi risanati. &lt;!-- s9ymdb:37 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;62&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/ClevelandDowntown3.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;Baretti con tavoli anche fuori a Downtown, un’atmosfera che ricorda Montparnasse nei quartieri periferici in cui, alla fine del secolo scorso, gli allora immigrati europei costruirono piccole e confortevoli casette unifamiliari. In una di queste abita Tina, i cui genitori erano originari di Partinico, in Sicilia. &lt;!-- s9ymdb:39 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;62&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/TinadieKnstlerin.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;Tina fa l’artista e si è trasferita nella Professor Street in un’epoca in cui le case abbandonate venivano ancora incendiate e gli storici abitanti del quartiere dovevano temere per la propria vita di notte. Oggi quello stesso quartiere è diventato un gioiellino e la convivenza di diversi gruppi etnici è una felice ispirazione per il suo lavoro. Di fronte al drugstore, seduto al sole su uno sgabello da bar, vediamo James. Ha perso la gamba destra quando aveva 16 anni. Un tumore. I suoi nonni erano originari della Germania e lui, nonostante le stampelle, ha sempre tirato avanti alla meno peggio. A ottobre compirà 60 anni. Ora che i suoi quattro figli sono ormai grandi, James percepisce 1.100 dollari di assistenza sociale dallo Stato, che peraltro si è sempre preso cura di lui. Nonstante quei soldi non gli permettano di fare gran che, lui è contento. “America is my country, it’s a good country”, dice. Torsten Schulz è originario di Dresda, ma vivendo ormai da otto anni negli Stati Uniti, il suo accento americano copre quello sassone. Ha vissuto a lungo in California, ma da qualche mese è il capocuoco del ristorante trendy accanto al drugstore. “Cleveland è il posto giusto”, dice. “La gente è cordiale, i prezzi bassi e i collaboratori sono ipermotivati.” Torsten cucina italo-tedesco: i suoi clienti buongustai ritrovano ne menù spaghetti e Spätzle, Prosciutto di parma e Leberkäse fatto in casa. Schulz è determinato a rimanere negli USA, ma politicamente deve cambiare qualcosa. “La cosa importante, è che Obama non venga rieletto. Mia moglie ed io siamo conservatori“, dice Schulz. &lt;br /&gt;
“Se Obama dovesse perdere le elezioni, sarebbe drammatico, non solo per gli USA, ma anche per il resto del mondo” dice John, che con il suo taxi ha appena accostato accanto alla Saint Augustine Church &lt;!-- s9ymdb:40 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;62&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/St.AugustineChurch.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt; aiutando a far scendere con prudenza un anziano dalla sua macchina. Bessie Maggiano gli tiene la porta aperta. Saint Augustine è la parrocchia principale di Cleveland per ciechi e sordomuti, spiega Bessi. Qui le messe vengono celebrate con il linguaggio dei segni o utilizzando l’alfabeto Brail. Bessie aiuta le persone con difficoltà durante il suo tempo libero. Lei è solo uno degli esempi per l’enorme disponibilità e impegno sociale di molti americani. &lt;!-- s9ymdb:38 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;62&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/BessiealiasBenedetta.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;In realtà Bessie si chiama Benedetta Maggiani e i suoi antenati erano originari della provincia di Messina. Ha splendenti occhi azzurri con un sottile bordo nero attorno alle pupille. E’ tipico per quei siciliani che vantano conquistatori normanni nel proprio albero genealogico. Benedetta ci saluta nel linguaggio dei segni: dapprima giunge le mani in preghiera, poi, con i pollici allungati e capovolti uno sopra l’altro, li fa girare uno intorno. “Preghiamo il signore, affinché ci protegga“ mi traduce, aggiungendo che i sordomuti non hanno problemi a viaggiare in tutto il mondo, perché il linguaggio dei segni è un linguaggio universale. &lt;br /&gt;
L’affabile John ci accompagna in albergo, chiacchierando ininterrottamente. “Romney non fa che pensare ai soldi. Chi non ne ha è ai suoi occhi un babbeo. Ma come facciamo a essere tutti ricchi?” s’indigna. “Se Obama dovesse perdere, tornerebbero i disordini in tutto il mondo, perché l’America tornerà a volersi immischiare dappertutto.” Poi sorride e i suoi denti risplendono sul volto scuro. John è nato in Africa, ma ha studiato negli Stati Uniti. “So che Obama vincerà. Mica per altro ho studiato Scienze Politiche. A Portland, in Oregon. Un politologo che guida il taxi!” Ridendo sonoramente John si ferma davanti al nostro albergo. E noi ci prepariamo per la prossima tappa, sulla via di Portland, in Oregon. Un’altra coincidenza.&lt;br /&gt;
 
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    <pubDate>Sat, 09 Jun 2012 05:09:54 +0200</pubDate>
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    <title>Cleveland - Dawn Doleh</title>
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    <author>nospam@example.com (Karl Hoffmann)</author>
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    “Il prezzo è stato fissato sui 38.000 dollari, ma sono trattabili.” 30.000? “Potrebbero accettare”. Una villetta in legno con 4 camere da letto a Hyde Park, Cleveland Heights, curata periferia di villini a schiera della città. Una somma irrisoria, anche se l’immobile va ristrutturato. Per via della crisi finanziaria i proprietari sono stati costretti ad abbandonare la casa. Lo scorso inverno le tubature sono gelate provocando copiose perdite. La pavimentazione in legno è completamente rovinata. &lt;br /&gt;
Dawn Doleh chiude la porta e chiede cortesemente: “Vogliamo visitare il prossimo immobile?” Dawn ha 42 anni, tre figli, capelli biondi fino alle spalle e guida una cabriolet. Dawn lavora come agente immobiliare. Ci mostra alcune case disabitate, tristi simboli di una speculazione criminale e rimasugli di sconosciuti destini umani. Dawn non è affatto antipatica, ma gli agenti immobiliari godono sempre di una fama negativa. Squali senza cuore, speculatori spietati. La solita storia. “Cerco di aiutare le persone costrette a vendere la propria casa. Li aiuto affinché la transazione sia rapida, frutti un prezzo decente e sia condotta in porto senza coinvolgimenti emotivi” mi spiega Dawn davanti alla prossima casa, evidentemente messa meglio della prima, ma anche con un costo di 60.000 dollari, neanche 50.000 euro. Eccola, dunque: insensibile, senza pietà per gli inquilini, che tra poco si troveranno per strada. “Non è solo per colpa degli interessi mai pagati o per la crisi delle banche: sono diversi motivi che portano alla vendita di una casa“ mi spiega Dawn. “Nel mio caso è stata colpa dell’11 settembre.” All’epoca Dawn viveva a New York. Suo marito Yassir, esperto informatico, era appena uscito per andare al lavoro, mentre lei stava accompagnando i bambini all’asilo. Sulla via del ritorno era stata contattata dalla sua vicina, che le aveva detto di accendere immediatamente il televisore. In diretta vide crollare le Torri gemelle e si fece prendere dal panico, perché suo marito avrebbe dovuto incontrarsi proprio lì con un gruppo di lavoro. Iniziò a comporre il numero del suo cellulare, senza ottenere risposta. Riportò i bambini a casa, senza avere notizie del marito. Passò cinque ore seduta in apprensione davanti al televisore. Poi una telefonata. A chiamarla non era suo marito, ma quella voce mise fine alla sua straziante attesa: un caro amico di suo marito le riferiva che Yassir stava bene. Ci vollero delle ore prima che suo marito riuscisse a rincasare. Segnato dal devastante attentato, ma ancora in vita. L’attacco era avvenuto solo pochi minuti prima che suo marito raggiungesse il suo posto di lavoro. L’intero gruppo di suoi colleghi, tuttavia, una dozzina di persone, erano state uccise. Nei giorni seguenti Dawn, che ha una formazione come infermiera, andò nel vicino ospedale lavorando volontariamente nel reparto delle donazioni di sangue. Fu costretta a partecipare a numerose cerimonie funebri, per commemorare diversi suoi vicini, tutti pompieri. Dopo una settimana Dawn mise in vendita la sua casa di New York, trasferendosi con la famiglia a Cleveland, sua città natale. Da allora ha cambiato lavoro e guadagna bene grazie alle compravendite immobiliari, dovute a qualsiasi motivo. Mi chiede, di cosa mi occupi. Le racconto del mio lavoro e del mio hobby – gli alberi d’ulivo. A quel punto Dawn si mette a ridere: anche lei ne possiede alcuni – o meglio, suo marito, di origine palestinese e con i genitori a Gerusalemme, dove hanno un uliveto. Che incredibile coincidenza: proprio io finisco per incontrare Dawn, l’unica agente immobiliare di tutto l’Ohio con un uliveto. La saluto cordialmente. Dawn è veramente a posto. 
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    <pubDate>Fri, 08 Jun 2012 06:58:20 +0200</pubDate>
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    <title>Boston-Albany: l'America sospesa</title>
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    <author>nospam@example.com (Beppe Severgnini)</author>
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    Dall’Atlantico al Pacifico, d’accordo. La prossima volta, però, andiamo da Miami a San Diego. Continua a piovere su questa America sospesa, e solo le ragazze più coraggiose di Boston sfidano l’umidità autunnale, mostrando ettari di cosce e infradito ottimiste. Poi le vediamo mentre s’infilano da Starbucks  in Boylston Street  e ordinano un secchio di frappuccino bollente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È quasi irriconoscibile la città infreddolita: la rapprentazione perfetta di un Paese che non s&#039;è ancora scaldato per l’elezione presidenziale in arrivo. I SuperPACs (Political Action Committees), liberi dalle regole del finanziamento ai partiti, raccolgono denari utili al proprio candidato ($86 milioni i repubblicani, $16 milioni i democratici) e informazioni dannose per l’avverario. Non c’è intervista, dichiarazione o esalazione di Barack Obama e Mitt Romney che non sia stata registrata e sezionata, in cerca di qualcosa di compromettente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tutto lascia credere, quindi, che la campagna elettorale si scalderà, come l’estate; ma per adesso tutto sembra controllato. Perfino la gioia maligna dei repubblicani, che vedono l’economia ansimante e il Presidente, in difficoltà, tentato di dare la colpa all&#039;Europa. Alle dieci del mattino ci presentiamo al quartiere generale di Mitt Romney, che qui è di casa (è stato il 70° governatore del Massachusetts). 585 Commercial Street, a un passo dal Garden, dove giocano i Boston Celtics. E’ un edificio vagamente inquietante, senza un’insegna o un segno distintivo. La sede dell’Agenzia delle Entrate di Torvajanica la immagino così.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il treno 499 “Lake Shore Limited” per Albany, capitale dello Stato di New York, parte dalla South Station alle 11:55. Un treno piccolo (una locomativa, quattro vagoni), dove nessuno telefona e pochi parlano. Il capotreno si scusa: la wi-fi non c’è; e invece c’è (di solito avviene il contrario). Il vagone-bar, tavoli di formica bianca e divani blu di similpelle, sembra un diner semovente. È come se l’America non sapesse rinunciare agli anni Cinquanta, e se li volesse tirare sempre dietro.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Passiamo a Springfield, Massachusetts alle 14.17, non sale nessuno dei Simpson; in compenso, a Pittsfield, sale a Gianni Lovato, nato e cresciuto a Milano, trasferito negli USA nel 1970. Si presenta con una bottiglia di Campari e la pasta di ceci fatta in casa. Il piccolo treno – solo cinque vagoni – sale tra colline, boschi e fiumi. Un terrazzino sul fondo dell’ultima carrozza permette di vedere la terra che si srotola, allontanandosi dall’Atlantico.  Il penultimo vagone sembra gli USA in miniatura: tutti i colori, ogni età, diverse occupazioni. Fidanzati che guardano un film abbracciati, donnoni silenziosi, studenti pieni di brufoli e gadget, ragazze coi piedi tatuati e un copricapo con le orecchie da opossum.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il commediografo britannico Noel Coward, quand’era in tournée per gli Stati Uniti negli anni Trenta, aveva fatto scrivere il nome degli attori sul fianco dei vagoni ferroviari, e le scritte s’illuminavano passando nelle stazioni. Personalmente, mi accontento di uno spettacolo così: l’America che avanza, dondolata dal vagone. 
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    <pubDate>Wed, 06 Jun 2012 04:27:13 +0200</pubDate>
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    <title>Portland</title>
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    <author>nospam@example.com (Karl Hoffmann)</author>
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    Hussein è stato il primo che abbiamo incontrato a Portland. Con una probabilità su 49. Nello Stato del Main, la cui capitale è Portland, vive solo un 2% di persone di colore. Viene da Gibuti, ci spiega, dopo averci stipati nella sua monovolume. Tre anni fa, passando per l’Egitto, è venuto qui nel Maine con sua moglie e i suoi tre figli. Come mai abbia lasciato la sua patria? Improvvisamente Hussein parla ancor peggio inglese e le sue parole risultano incomprensibili. Ma io ho incontrato troppi fratelli e sorelle di Hussein, che hanno abbandonato le proprie case e si sono messi in viaggio, per non conoscere la risposta: guerra, persecuzione, espulsione. Ai pericolosi barconi dei profughi dalla Libia a Lampedusa, Hussein ha scelto la via più tranquilla, dal Cairo in America. E oggi non vive in un campo profughi o nel ghetto degli immigrati di una metropoli italiana, bensì nell’ordinata, ventosa, piovosa e fredda Portland, sull’Atlantico settentrionale, punto di partenza del nostro viaggio attraverso gli Stati Uniti fino all’altra Portland, sulla costa pacifica. &lt;br /&gt;
La seconda persona che abbiamo incontrato è stata Alba, un’affabile giovane donna alla reception dell’Hotel. È originaria di Tirana, in Albania, ci spiega in un eccepibile italiano. E poi finalmente una vera cittadina di Portland: Susie, la responsabile del Diner a pochi blocchi di distanza dal nostro Hotel. Il suo locale è la riproduzione di un vagone ristorante della fine degli anni 1940, che dopo essere stato chiuso e successivamente restaurato, è diventato oggetto di culto anche per le giovani generazioni. “Absolutely fantastic” ci dice, parlando dei venti metri di bancone in pietra calcarea, dei vecchi sgabelli e dei box con i tavoli e le panche – tutti pezzi originali, che rimandano evidentemente a un’altra epoca. Un tempo avrebbero potuto tranquillamente ospitare 4 persone. “People have become bigger since then”, ci dice Susi. Oggi trovano poso a malapena due persone per tavolo. Dopo la crisi economica nella prima metà del secolo scorso, la zona nordorientale degli USA ha ritrovato il benessere. Di qui passano gli oleodotti diretti in Canada, il turismo è in costante aumento e proprio da Portland e dintorni proviene oltre la metà delle aragoste consumate negli Stati Uniti. &lt;br /&gt;
Nel suo magazzino al porto Audry affonda, con fare spensierato, le mani nelle gabbie di plastica grigie, in cui si agitano i pregiati crostacei. La giovane ragazza dai capelli biondi maneggia una “lobster” dopo l’altra, ne guarda rapidamente la parte inferiore e le ributta via. Una cliente le ha chiesto un’aragosta femmina, perché è più tenera e dolce, ci spiega Audrey. Ma oggi sembra trovare solo degli esemplari maschi. E la cliente prende due maschi, uno dei quali misura almeno 40 centimetri. Un esemplare del genere avrà sui 20 anni, c’insegna la commerciante di aragoste. Una lunga vita, che prossimamente finirà in pentola. Perché in fondo è per questo che la gente viene a Portland. &lt;br /&gt;
Nel frattempo Hussein resta appoggiato al suo taxi e ci aspetta per portarci in albergo. Con la sua maglietta a maniche corte se ne sta lì, noncurante della pioggia torrenziale, e sorride. Ovviamente qui fa molto più freddo che nella sua patria sul Corno d’Africa. Ma prima o poi anche qui a Portland – che lui pronuncia “Putlan” – tornerà a splendere il sole. Fra una settimana, dicono le previsioni meteorologiche. 
    </content:encoded>

    <pubDate>Tue, 05 Jun 2012 01:03:00 +0200</pubDate>
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    <title>Mai fidarsi di una sleeperette (5. Verso Cleveland)</title>
    <link>http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/archives/20-Mai-fidarsi-di-una-sleeperette-5.-Verso-Cleveland.html</link>
    
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    <author>nospam@example.com (Beppe Severgnini)</author>
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    Guardate, se potete, il videoblog di oggi (“Amtraked!”, quinta tappa). Le immagini sono più efficaci delle parole, quando si tratta di descrivere la “sleeperette” che Amtrak ci ha assegnato per il viaggio fino a Cleveland, Ohio. Diffidare dei vezzeggiativi: soprattutto nel settore immobiliare e dei trasporti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Cos&#039;è la “sleeperette” (o “roomette”, secondo un’altra scuola di pensiero)? Un cubicolo dove ci si può divertire; a patto di essere un contorsionista o un’insegnante di pilates. Tutti gli altri – noi compresi– possono solo osservare, con stupore mistico, il primo gradino che si trasforma in w.c., e il secondo gradino che diventa un lavabo. Non voglio pensare cosa potrebbe accadere di notte, scendendo dalla cuccetta più alta, se qualcuno dimenticasse aperti i coperchi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Esaurite queste riflessioni, andiamo a cena (compresa nel prezzo) e sediamo con un simpatico veterano della guerra del Vietnam, che però in Vietnam non è mai stato. La US Navy – dice – lo mandò invece in Nuova Zelanda e lui, forse per gratitudine, marcia nelle parate dei reduci (veterans). È appena stato a Boston. Ora sta tornando a casa a Milwaukee, Wisconsin. Mentre la luce scende, il nostro commensale spiega che stiamo correndo lungo The Erie Canal, la via d’acqua (584 km) che da Albany – dove si  arriva con il fiume Hudson – porta fino a Buffalo, collegando così l’Atlantico ai Grandi Laghi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Poesia e geografia passano in secondo piano, tuttavia, se occorre gestire un cameriere che sembra uscito da un musical e un menu esoterico, dove i piatti appaiono e scompaiono. Nessuno si lamenta. Iniziamo a capire che i treni in America sono un mondo a sé, popolato da passeggeri giovani, anziani, eccentrici, poveri o una combinazione di queste cose. Tornando, troviamo un ragazzo che suona la tromba, seduto nel passaggio tra due vagoni, incurante degli scarti e dei cigolii. È diretto a Chicago. “Prendo il treno perché posso esercitarmi senza disturbare nessuno”, dice.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Rientro nella “sleeperette”, m&#039;inerpico al secondo piano, leggo “Americana” di Don DeLillo sull’iPad, e lo trovo consolante: è bello sapere che non siamo gli unici matti con il desiderio irrefrenabile di attraversare gli USA.  Mi addormento intorno a mezzanotte, in una posizione da fachiro. Alle 03:40 vengo svegliato da due colpi sulla porta. Chiudo la borsa, trascino la valigia, scendo dal treno e raggiungo gli altri sulla banchina della stazione di Cleveland.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La notte è tiepida, il cielo è pulito, la scritta bianca “Cleveland Browns Stadium” brilla oltre un reticolato, tre grattacieli illuminati sbucano sopra il treno argentato, che sta ripartendo senza di noi verso Chicago. C&#039;è un vento che sa di lontano, there is darkness on the edge of town. È una notte in America: Ivano Fossati e Bruce Springsteen ci avrebbero scritto sopra una canzone. Noi, più semplicemente, dobbiamo trovare un taxi. Alle 4 del mattino nessuno passeggia per Cleveland, Ohio. 
    </content:encoded>

    <pubDate>Fri, 08 Jun 2012 07:01:09 +0200</pubDate>
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    <title>Go West, (not so) young men!</title>
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    <author>nospam@example.com (Beppe Severgnini)</author>
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    Il treno Amtrak 693 “Downeaster” per Portland/Maine fischia incessantemente: forse pensa d’essere in un cartone animato. Fischia quando esce dalla North Station di Boston, fischia quando entra nelle stazioncine bagnate del New Hampshire, fischia davanti alle case di legno bianco, marchio del New England. Fischia anche attraversando i boschi di pini e betulle, senza  apparente motivo: magari pensa di essere una nave, e vede porti dovunque. O forse i treni americani amano comportarsi così.  Lucidi come pallottole, bassi e stretti, comodi ma non comodissimi, con la pulizia pratica dei motel, dove una macchia non viene considerata un peccato.&lt;br /&gt;
Sono i treni di un Paese spartano, che noi ci accingiamo ad attraversare. Oggi stiamo solo avvicinandoci alla linea di partenza: giro di prova, come i piloti prima del gran premio. Domani si inizia da Portland, Maine: lo Stato delle aragoste, Stephen King e Liv Tyler, una periferia orientale, solitaria e lievemente anarchica. Attraverseremo 18 Stati e – a Dio e ad Amtrak piacendo – arriveremo a Portland, Oregon il 22 giugno.  Dall&#039;Atlantico al Pacifico, cercheremo di capire cosa si muove nella pancia dell’America lanciata verso le elezioni di novembre, dove il Presidente Obama rischia d’essere sconfitto più da Angela Merkel e Mario Draghi che da Mitt Romney. Ecco, questa è una cosa che Karl Hoffmann e io non dovremo dire, stasera, nel diner “Miss Portland” (che non conosciamo, ma ha un gran bel nome).&lt;br /&gt;
Mentre il treno fischia – ignorato da umani e animali domestici – penso  che sono passati trentacinque anni del mio primo viaggio negli Stati Uniti. Estate 1977, avevo vent’anni. Anche allora costa e costa (e ritorno!), con cinque amici e una motorhome noleggiata in Pennsylvania e prenotata attraverso lunghe, ansiose, disturbate telefonate intercontinentali. Mappe della AAA sul cruscotto, &quot;Don&#039;t Stop&quot; dei Fleetwood Mac nell&#039;autoradio e una collect call la settimana ai genitori, per dimostrare che non eravamo finiti dentro un canyon. Stavolta ho twittato la forma delle nuvole sull’Atlantico del nord (hotspot wi-fi Airbus a340, volo Lufthansa 420).&lt;br /&gt;
Ma la voglia è rimasta la stessa, identica la convinzione che l’America sia ogni volta da scoprire. Stavolta proveremo a farlo con uno sguardo europeo: un occhio tedesco (grazie Karl e Goethe Institut) e un occhio italiano (grazie Sole, Andrea, Alberto, Gianni, Corriere della Sera e La7). Colombo – un buon nome da pendolare lombardo – stavolta prende il treno. Go West, Young Man! suggeriva Horace Greeley (1811-1872), nato da queste parti (Amherst, New Hampshire).&lt;br /&gt;
Non siamo più giovani, ma sapete una cosa? Domani, a ovest, ci andiamo lo stesso.&lt;br /&gt;
 
    </content:encoded>

    <pubDate>Mon, 04 Jun 2012 03:42:47 +0200</pubDate>
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    <title>Portland-Boston</title>
    <link>http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/archives/12-Portland-Boston.html</link>
    
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    <author>nospam@example.com (Beppe Severgnini)</author>
    <content:encoded>
    Alle 7 del mattino abbiamo appuntamento nel diner “Miss Portland”, dove Rachel, divisa rosa-confetto, propone torte lussureggianti, alte come casette a schiera in Brianza. Il diner, costruito nel 1949, è modellato su un vagone ferroviario. Gli scompartimenti sono tarati sulle dimensioni umane di quei tempi. Oggi un tavolo da quattro ospita due persone, o tre europei: dipende.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per iniziare un viaggio americano occorre un breakfast americano, e per un breakfast americano serve un appetito tedesco. Karl Hoffmann, il mio compagno di viaggio, si lancia su uova al burro gialle (sunny), pancetta carbonizzata e pane tostato affogato nel burro. Rachel spiega che molti rifugiati del Corno d’Africa arrivano qui nel Maine – bianco al 97% – perché lo Stato ha adottato politiche sociali generose, e si prende cura dei loro bambini. Il nostro taxista Hussein viene da Gibuti, e non sa che stiamo parlando di lui. E se anche lo sapesse non gli importerebbe nulla. Il cielo è un foglio di cellophane inclinato e rovescia acqua su Portland, piccola bella città sul mare, che non vedremo. Solo immagini surrealiste di aragoste sulle insegne spente dei ristoranti, negli intervalli del tergicristallo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il treno per Boston – e il nostro lungo viaggio verso il Pacifico – parte alle 8. Saliamo a bordo senza cerimonie. Il “Downeaster” non è un treno per turisti, non in una giornata come questa. Filtra qualche goccia sopra il posto 16D. In pratica, piove sopra Sole: splendido ossimoro ferroviario, il segno di questa partenza bagnata. Ma la ragazza Soledad – unica femmina tra cinque uomini (due scrivono, due riprende, uno dirige la ripresa) – sì è già fatta in treno Berlino-Palermo (2010) e Mosca-Lisbona (2011). Non si lascia spaventare per così poco: si sposta al posto 16F.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il wi-fi funziona bene, e questa è una piacevole sorpresa. Due ore e mezza per Boston, lungo la costa atlantica: poca roba. Il treno si riempie gradualmente, l’umanità ferroviaria si somiglia dovunque: bagagli con rotelle, vestiti comodi, sorrisi spicci, qualcosa da leggere (qui negli USA, spesso, su uno schermo). Vicino a me un ragazzone con i bermuda e le infradito gioca col telefono. Non a tutti si può dire che partiamo da questa Portland per arrivare all’altra Porland (distante un continente). “That’s wonderful!” commentano, ma gli occhi dicono un’altra cosa: “Perché in treno, se in aereo si fa più in fretta?”&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Boston visiteremo la base operativa di Mitt Romney, che nelle fotografie sembra l’ex-quartiere generale del Kgb a Sofia. Abbiamo in programma due interviste a Harvard e una visita nel laboratorio di Carlo Ratti al MIT, dove sono stato “scrittore residente” per due settimane, nel 2009. So che tutto sembrerà diverso, scendendo da un treno, in attesa di salire su un altro. Ma l’America è lontana, dall’altra parte della luna, cantava Lucio Dalla. E, come la luna, cambia faccia e colore, a seconda del cielo e del nostro umore. 
    </content:encoded>

    <pubDate>Tue, 05 Jun 2012 01:05:30 +0200</pubDate>
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    <title>Tre italiani in America (e due bandierine)</title>
    <link>http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/archives/16-Tre-italiani-in-America-e-due-bandierine.html</link>
    
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    <author>nospam@example.com (Beppe Severgnini)</author>
    <content:encoded>
    In ventiquattr’ore ho conosciuto tre italiani in America.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Professor Pier Paolo Pandolfi, 49 anni. Dicono sia uno dei tre italiani più vicini al Nobel per la medicina; e lui non nega. Mi piace, questo. Le ambizioni accademiche represse sono nocive; e nelle università italiane, spesso, non riguardano il Nobel, ma come piazzare un assistente. PPPP - semplifico - ha un biglietto da visita impressionante.  Dirige la ricerca genetica sul cancro al Beth Israel Deaconess Medical Center, uno dei grandi “teaching hospitals” della Harvard Medical School.  Ha definito i meccanismi molecolari e le condizioni genetiche dell’insorgenza di alcuni tipi di tumori, e ne sta cercando la cura utilizzando modelli murini (topi). Speranze? “Ora o mai più”, sintetizza.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non racconto le altre cose che ha detto, semplificando concetti complessi: l’intervista sarà parte di “Atlantico-Pacifico” su La7 (che insieme al Corriere della Sera e al Goethe-Institut sostiene questo viaggio). Quando arriviamo nel Pandolfi Lab con le telecamere, i collaboratori scherzano e fanno spazio. Andrea Lunardi, robusto e barbuto livornese (Sandokan a Harvard?), continua a maneggiare le sue sezioni di prostata di topo. PPPP spiega la scienza negli USA attraverso continue metafore calcistiche. Pensavo che uno scienziato milanista fosse un ossimoro: mi sbagliavo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Pippo Crotti, 33 anni. Viene da Romanengo, pochi km da Crema: un compaesano. Figlio del veterinario del paese, da giovanissimo è andato a Los Angeles e all’Actors Studio. Il Cirque du Soleil l’ha scoperto in un video e l’ha selezionato tra cento candidati. Pippo C. s’è inventato un personaggio - Valentino, italiano esagerato - e ora gira il mondo con una moglie di Pescara (Michela) e un bimbo di sedici mesi (Nicolò). Viaggiano con nove valigie. Ora sono a Boston. Vengono da San Diego, San Francisco, Toronto, Montreal, Londra, Amsterdam, Baltimora; poi vanno a Washington DC, Atlanta, Miami, New York, Filadelfia, Ottawa, Los Angeles; poi in Australia, Corea, Giappone, CIna. Gli ho chiesto: cosa potrebbero fare Obama e Romney nel Cirque du Soleil? Contorsionista e trapezista, ha risposto. Un politogo non saprebbe sintetizzare meglio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Gianni Lovato, 70 anni. Compare sul nostro treno a Pittsfield, stato di New York, con una bottiglia di Campari, patatine e pasta di ceci fatta in casa. Il personale Amtrak interviene: niente alimenti propri nel vagone-ristorante! Breve aummutinamento: il capotreno capisce la situazione e decide di fare un’eccezione (in America! per poco svengo). Gianpadano - si fa chiamare così - è arrivato qui nel 1970 come “hippy in borghese” (definizione sua). Dei &quot;figli dei fiori&quot; condivideva gli ideali - e le ragazze, mi sa - ma non l’abbigliamento. Oggi ha un gatto bianco e un account su Twitter. Mi porge un biglietto da visita ritagliato, con un indirizzo sulla State Route 295.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mentre il treno passa nella stazione sotto casa, un gruppetto di persone sventola una bandierina italiana e una tedesca: tutto organizzato da Gianpadano. Karl Hoffmann, che viaggia con me, quasi si commuove. Sta cominciando a capire gli italiani. Anzi, li aveva capiti già. 
    </content:encoded>

    <pubDate>Wed, 06 Jun 2012 20:49:21 +0200</pubDate>
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    <title>Albany  - fra Disney-Land e Neuschwanstein </title>
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    <author>nospam@example.com (Karl Hoffmann)</author>
    <content:encoded>
    “Albany sembra più grande di quanto non sia”, ci spiega il tassista tatuato sfrecciando lungo la Washington Avenue. Non è una città per turisti, ma per burocrati e per alcuni studenti in piena depressione economica, nel “Rost-Belt”, un tempo ricca zona industriale del nordest. All’epoca la Xerox e la Kodak erano le industrie leader della regione, ma la digitalizzazione le ha messe in crisi. Ormai solo il governo regionale e le istituzioni dello Stato di New York assicurano un certo benessere. Il tassista indica sulla destra. In quella zona preferisce non guidare la sera. Quattro le sparatorie contate solo nell’ultima settimana. Tantissime per una città di appena 100.000 abitanti, che al contempo è anche la capitale dello Stato di New York. La zona di Downtown,  ovvero il centro città, è uno strano agglomerato di edifici monumentali. La sede dell’ente regionale per l’educazione assomiglia a un tempio greco – impazzito – con più colonne di quante non se ne trovino in tutto lo Stato di New York. Il teatro è ubicato nell’Egg, una mostruosa costruzione in cemento adagiata in una gigantesca lente. Il Parlamento, infine, ha la sua sede in un mastodontico castello con merli e punte costruito oltre 100 anni fa 25 milioni di dollari – all’epoca una cifra da capogiro. Proprio in quel Parlamento, un anno fa, sono stati legalizzati i matrimoni omosessuali, sogno nutrito per molti anni dagli attivisti che Pride Center, che opera ormai da diversi decenni. In occasione dell’imminente Gay Pride 2012 la locale comunità gay ha addobbato un intero quartiere della metà del XIX secolo fatto di villette a schiera dai mattoncini colorati. Molte vetrine e persino le chiese espongono la bandiera con i colori dell’arcobaleno. Davanti all’ingresso laterale del parlamento assistiamo alla protesta dei rappresentanti del movimento di Occupy Wallstreet, mentre sul lato posteriore dell’edificio parlamentare uno sparuto gruppo di quaccheri ha piantato due modesti cartelli con su scritto: “Guardiani della pace” e poi, accanto, “La guerra non è forse idiota?” Ripresi dalla telecamera, questi quaccheri attempati sorridono cortesemente e quando mi congedo, loro contraccambiano il mio saluto. &lt;br /&gt;
Bill mangia con gusto la sua costoletta d’agnello. “Delicious”, decreta. Abbiamo appena lasciato la stazione di Albany. I tavoli del vagone ristorante del treno per Cleveland sono affollati. Bill arriva da Boston, dove ha partecipato alla parata dei veterani di guerra. Un tempo era arruolato in marina e durante la guerra in Vietnam si occupava del radar su una nave di approvvigionamento davanti alla Nuova Zelanda. In marina ha attraversato il canale di Panama e quello di Suez, poco prima della Guerra dei sei giorni. Benché il suo viaggio fino a Milwaukee duri quasi 24 ore, Bill preferisce viaggiare in treno che in aereo. Ama guardare fuori dal finestrino e osservare il paesaggio che lo circonda. Martedì scorso Scott Walker è stato rieletto Governatore del Wisconsin, Stato natale del nostro compagno di viaggio. Bill scansa ciò che rimane della costoletta sul bordo del piatto. “Non mi piace Walker”, dice determinato. Walker è un repubblicano e il Wisconsin uno degli Stati decisivi per le elezioni presidenziali del prossimo novembre. “Sarà un testa a testa con Obama” dice Bill con rammarico. E’ quanto ci ripetono molti americani. Domani mattina all’alba approdiamo a Cleveland. Un salto nel tempo – a 44 anni fa.&lt;br /&gt;
P.S. 1&lt;br /&gt;
In questo Blog troverete (ndt. stiamo cercando di caricare) un assaggio del notevole concerto per pianoforte del Professor Hans Tutschku, che probabilmente, senza lo squisito aiuto di Detlev Gericke Schönhagen e Annette Klein, entrambi del Goethe-Institut di Boston, non avrei mai incontrato.&lt;br /&gt;
P.S. 2&lt;br /&gt;
Piano piano sto imparando a conoscere i miei compagni di viaggio:&lt;br /&gt;
Andrea, il nostro regista, ha una paura folle che potremmo perdere il treno. &lt;br /&gt;
Qui in America Beppe Severgnini è famoso almeno quanto Dante Alighieri.     &lt;br /&gt;
Il colore preferito di Soledad è il rosa.  &lt;br /&gt;
P.S. 3&lt;br /&gt;
Il mio vagoncino letto, per una sola persona, si trova nella carrozza subito dopo la locomotiva a Diesel, che raggiungendo una velocità massima di 79 miglia l’ora sbuffa lungo i binari spesso irregolari verso ovest. Durante la notte, a intervalli pressoché regolari, emette melodiosi fischi tipo fanfara – se chiudi gli occhi hai la sensazione di essere in un vecchio Western in cui banditi o indiani furiosi preparano i loro cavalli, non appena una locomotiva annuncia con un fischio il suo arrivo.&lt;br /&gt;
 
    </content:encoded>

    <pubDate>Thu, 07 Jun 2012 12:25:49 +0200</pubDate>
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    <title>Buon viaggio!</title>
    <link>http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/archives/6-Buon-viaggio!.html</link>
    
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    <author>nospam@example.com (Caterina Decorti)</author>
    <content:encoded>
    Beppe Severgnini e Karl Hoffmann sono appena atterrati sul suolo americano e precisamente a Portland, nel Maine. Partiranno da qui, dalla costa orientale del New England che nel corso degli ultimi secoli ha accolto milioni di emigranti europei, fino a toccare la costa del Pacifico, per scoprire come vive il Nuovo Mondo questa vigilia delle elezioni presidenziali. Cosa spera e cosa si aspetta il cittadino americano da questo evento e con quali occhi gli italiani e i tedeschi sapranno osservare un paese che si prepara a scegliere il proprio (e in un certo senso anche il nostro) futuro? &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In questo lungo viaggio dall’Atlantico al Pacifico, da Portland nel Maine a Portland nell’Oregon, attraverso 18 stati, Beppe e Karl tasteranno il polso del paese fermandosi in città e villaggi fuori dalle solite rotte turistiche. Siete pronti a viaggiare con noi? Riempite le vostre valigie ideali di una buona dose di curiosità e accompagnate Beppe e Karl nel loro viaggio, arricchendo il blog con commenti, domande e suggerimenti. Ogni giorno potrete leggere – in italiano, tedesco e inglese – i racconti della loro avventura americana e guardare i contributi video che gireranno in ogni città. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Bene, noi siamo pronti. Sentite già il fischio del capostazione? Si parte!&lt;br /&gt;
 
    </content:encoded>

    <pubDate>Thu, 31 May 2012 21:16:37 +0200</pubDate>
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    <title>Palermo - Monaco - Boston</title>
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    <author>nospam@example.com (Karl Hoffmann)</author>
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    “Mannaggia”, dicono gli italiani quando si arrabbiano, senza voler essere volgari. Mannaggia, dunque – non abbiamo neanche fatto in tempo a iniziare il nostro progetto di “attraversamento dell’America”, che già qualcosa è andato storto. Ma è un buon segno: significa che il viaggio non sarà noioso.&lt;br /&gt;
Beppe Severgnini è rimasto a terra. A Milano. Dirigendosi verso l’aeroporto sbagliato. Con il mio volo Lufthansa da Palermo a Monaco, invece, è andato tutto liscio e anche il volo per Boston si è presentato all’appello in perfetto orario. Peccato non si trattasse del velivolo previsto, rimasto a Delhi per problemi tecnici. L’aereo sostitutivo era nettamente più piccolo – per compensare, il servizio a bordo durante il volo sull’Atlantico è stato ancora più grande. Cordiale ospitalità tedesca, cibi sopraffini dal maître cuisinier della Lufthansa e servizio pieno di attenzioni. La signora Sandra si è messa a disposizione della telecamera dell’operatore Gianni Scimone diventando la perfetta protagonista delle scene all’interno dell’Airbus. Solo la comandante ha detto di no. Dagli attentati dell’11 settembre, le domande poste a telecamera accesa all’interno di una cabina di pilotaggio di un Airbus A 300 si collocano a metà strada fra un attentato terroristico e l’alto tradimento. Peccato, perché morivo dalla voglia di chiederle, come si faccia a manovrare un gigante del genere fra i vuoti d’aria sull’Atlantico settentrionale, se le donne siano piloti migliori dei loro colleghi maschi, come si riesca a frenare in aria prima dell’atterraggio e se le fosse mai capitato di sbagliare strada con un aereo in uno di questi mega-aeroporti, magari accostando al gate sbagliato oppure non vedendo la giusta diramazione sulla pista di rullaggio. Non c’è stato niente da fare – per motivi di sicurezza questi vitali quesiti di un giramondo non hanno trovato risposta. In compenso, l’addetto alla sicurezza dell’aeroporto di Boston è stato ancor più insistente nel chiedermi da dove, chi e perché fossi quello che ero, prima di procedere con le quattro impronte digitali, la foto della pupilla e – finalmente – con il timbro. Sicuramente sarò risultato sospetto, ma probabilmente non mi avranno ritenuto un pluriomicida. Eppure, controlli di questo genere fanno sorgere dubbi che ti corrodono l’animo, portandoti a chiedere, se, in fondo, tu non sia una persona ben peggiore di quello che pensavi di essere.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Boston ci accoglie con forte pioggia e vento, ma i bostoniani continuano a indossare camicia e pantaloncini corti – d’altronde: giugno è pur sempre giugno e quel po’ di pioggia prima o poi finirà. Nella stanza d’albergo, un impianto stereo con la Settima di Beethoven. La Nona di Dvorak sarebbe oggettivamente stata troppo banale. E poi all’improvviso è ricomparso Beppe. La Lufthansa lo ha prontamente recapitato a destinazione, con solo due ore di ritardo, via Francoforte. Ottimo lavoro. Bravi. Il viaggio Atlantico-Pacifico può dunque iniziare.&lt;br /&gt;
 
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    <pubDate>Mon, 04 Jun 2012 03:38:00 +0200</pubDate>
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