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    <title>Con gli occhi assonnati...</title>
    <link>http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/archives/52-Con-gli-occhi-assonnati....html</link>
    <description>
    Con gli occhi assonnati e la fatica di questi 6000 km in treno nelle ossa, i nostri sei viaggiatori hanno finalmente toccato la meta: Portland, Oregon. Il Pacifico si apre al loro sguardo, forse un po’ malinconico per la fine di questa splendida avventura americana, alla quale abbiamo partecipato con la fantasia anche tutti noi. Dopo tre settimane sui treni d’America i nostri eroi ci hanno fatto conoscere tutti i segreti delle sleeperette e svelato i trucchi degli orari dell’Amtrak, ma, cosa più importante, ci hanno raccontato le storie delle gente comune che vive in questo paese multicolore e che attende di sapere chi li governerà per i prossimi quattro anni. Ci hanno parlato di aragoste, di baseball, di Romney, di Obama e del suo barbiere, di librerie tradizionali e virtuali, di rock and roll e di Harley Davidson. Hanno visitato aste di cianfrusaglie nel Montana e sono stati ospiti di uno stravagante impresario di pompe funebri del Nord Dakota. Hanno incontrato una comunità di immigrati tedeschi, che vivono da anni in America ma si riuniscono regolarmente come se fossero ancora lungo le rive del Danubio, e giovani italiani con contratti di studio e lavoro nel Parlamento dello Stato di New York. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E ora, al termine di questo lungo viaggio, non ci resta che ringraziare tutti i suoi protagonisti. Ringraziamo innanzitutto i giornalisti Beppe Severgnini e Karl Hoffmann per i loro racconti a tratti ironici a tratti più riflessivi, ma sempre attenti nel dipingere i paesaggi e le persone che li abitano. Ringraziamo Soledad Ugolinelli, producer, organizzatrice, traduttrice e vera anima del gruppo, sempre sorridente nonostante le poche ore di sonno e le molte ore al computer. Ringraziamo il regista Andrea Salvadore, che firmerà il lungometraggio per La7 e che con occhio attento ed esperto ha diretto gli attori e i cameraman sul campo. Ringraziamo Gianni Scimone e Alberto Engeli, che con le loro telecamere hanno raccolto le immagini del paesaggio americano, così diverso da est a ovest, dalla città alla provincia. Grattacieli, laghi, spiagge, montagne e praterie si sono avvicendati nei loro filmati quotidiani, come una finestra aperta da cui osservare un paese che a noi europei continua ad affascinare. Ringraziamo i colleghi dei Goethe-Institut negli Stati Uniti, Irmi Maunu-Kocian di Chicago e Annette Klein di Boston, per il loro preziosissimo aiuto nella complessa organizzazione del viaggio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Grazie anche ai traduttori Giles Watson e Srini che, pur se dalle loro postazioni di lavoro abituali, hanno reso possibile la comprensione del blog ai lettori di lingua inglese. Ringraziamo i partner di questa iniziativa: il Corriere della Sera, che ancora una volta ci ha sostenuto, La7, che manderà in onda il film a settembre in prima serata, e Lufthansa, che ha accompagnato i protagonisti dall’Europa in America. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E infine non possiamo certo dimenticare voi, cari lettori: grazie ancora una volta per averci seguito e per aver vivacizzato il blog con i vostri commenti sinceri e sagaci. Mi auguro che questo racconto americano rimanga nei vostri cuori come se lo aveste vissuto realmente. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un affettuoso saluto a tutti voi,&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Susanne Höhn&lt;br /&gt;
Direttrice Generale del Goethe-Institut in Italia&lt;br /&gt;
 
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    <dc:publisher>Atlantico-Pacifico</dc:publisher>
    <dc:creator>nospam@example.com (Caterina Decorti)</dc:creator>
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    <dc:date>2012-06-24T05:15:28Z</dc:date>
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    <title>Ogni giorno un nuovo video!</title>
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    <description>
    &lt;style&gt;.serendipity_Sticky_Entry .serendipity_date{display:none;}.serendipity_Sticky_Entry .serendipity_multilingualInfo{display:none;}&lt;/style&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;img src=&quot;http://www.goethe.de/mmo/pub/13547-STANDARD.gif&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://video.corriere.it/cultura/atlantico-pacifico/index.shtml&quot; target=_blank&gt;&lt;b&gt;Tutti i video&lt;/b&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
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    <dc:date>2012-06-23T09:36:00Z</dc:date>
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    <title>Diciotto giorni, diciotto Stati (arrivo a Portland, Oregon)</title>
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    <description>
    Sui treni, anche nell’ultimo giorno di traversata, si impara sempre qualcosa. Per esempio, che i compagni di viaggio tengono a te. Arrivo a King Street Station pochi minuti prima della partenza per Portland (Oregon), e Soledad - nostra producer, traduttrice, consulente, psicologa, amministratice e infermiera -  appare agitata. Sospetta che io abbia considerato di restare a Seattle a pescare i salmoni con i miei amici Diego e Niccolò. Ovviamente è vero: ma lei non poteva saperlo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Coast Startlight è un treno quasi elegante: non ci siamo abituati. Da Seattle scende a Los Angeles e dal finestrino - assicura Jack Rich, nostra scorta Amtrak -  si possono vedere i delfini. Non nei boschi dello Stato di Washington, ovviamente. In compenso si vede Seattle com’è d’abitudine, ma noi non l’abbiamo ancora vista: piovosa e nebbiosa, una magnifica città smaniosa di sole.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I vagoni argentati sono del 1985: vecchiotti, ma ben conservati. Esiste una prima classe geriatrica, dove l’età media è quella della classe dirigente italiana; e una carrozza del 1957, che ospita una sala-cinema con un’aria condizionata polare (forse la usano come congelatore per il pollame quando ci sono pochi passeggeri). Noi siamo sistemati, come sempre, in classe “coach” (economica). Dietro di noi, Jakub Gorski, blogger polacco, partito in treno da New York, dove tornerà via Chicago, Seattle, Los Angeles e New Orleans. 13mila chilometri in 13 giorni, con un biglietto da 200 sterline acquistato a Londra. Jacob non prende neppure la sleeperette: dorme sui sedili reclinabili sotto una coperta mimetica.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’ultima giornata di un lungo viaggio è strana: siamo pieni di felicità amara, ma lo nascondiamo bene. Karl intervista le ultime vittime; Gianni  riprende i tatuaggi di una ragazza; Andrea prende appunti su un blocco di post-it ormai anti-igienico; Alberto pensa a Bruce Springsteen e a Santa Monica, dove tornerà domani. Il capotreno diffonde frasi sconnesse attraverso l’altoparlante: “Negli USA sono vietati i lecca-lecca! Ed è proibito sostenere che i propri genitori sono ricchi quando non è vero!”. Poi minaccia di sequestrare i cellulari. Infine ricorda che “fumare sui treni è un reato federale e i responsabili verrano deportati in una prigione segreta dell’Europa dell’Est!”. Il polacco Jacob ascolta, ma non fa una piega.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Conversando con Jack scopriamo alcuni aspetti interessanti dell’universo ferroviario USA. I biglietti coprono solo una parte dei costi di Amtrak:  il risultato migliore è dell&#039;Empire Builder (79%) e del Coast Starlight  (82%); il  peggiore del Sunset Limited (22%), costretto a operare solo tre giorni la settimana. Il resto sono sussidi statali e federali. I treni americani sono robusti e lenti, costruiti per minimizzare le conseguenze di un incidente ferroviario; i treni veloci europei sono studiati per evitarlo, quell’incidente. Il bilancio annuale di Amtrak è pari a 15 minuti del costo della guerra in Iraq; e la Federal Highway Administration spende di più per togliere i rifiuti dai bordi delle autostrade. “Non abbiamo alleati politici”, sospira Rick. “Solo gli ambientalisti ci sostengono e ci danno una mano”. Vi mandiamo i No-TAV della Val di Susa, gli dico nel dormiveglia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alle 13.30, in orario, arriviamo in Union Station a Portland, Oregon. Siamo partiti da Portland, Maine, diciotto giorni fa. Pioggia qui, pioggia là, sole in mezzo. Karl, sono convinto, vorrebbe intervistare ancora qualcuno. Ma i passeggeri lo intuiscono e scivolano via nella pioggia,  diventando ricordi: come noi. 
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    <dc:publisher>Atlantico-Pacifico</dc:publisher>
    <dc:creator>nospam@example.com (Beppe Severgnini)</dc:creator>
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    <dc:date>2012-06-23T06:49:02Z</dc:date>
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<item rdf:about="http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/archives/50-guid.html">
    <title>Portland: arrivo – partenza</title>
    <link>http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/archives/50-Portland-arrivo-partenza.html</link>
    <description>
    Spesso abbiamo trascorso solo 24 ore in un luogo, ma il ritmo è stato sempre lo stesso: arrivo in stazione, con un taxi in albergo, valigie in stanza, poi, a seconda dell’ora, un boccone, dormire, scrivere, fare interviste, riprendere, fotografare, rifare le valigie, con un taxi fino in stazione, partenza. Portland, Oregon è l’ultima stazione di questo viaggio in tante tappe attraverso gli Stati Uniti d’America – ma va bene così. Perché non si può sempre arrivare e lasciarsi stupire dalle novità. Col passare del tempo le tante impressioni finiscono per sovrapporsi e fondersi in un&#039;unica silhouette fatta di binari ferroviari, grattacieli, fiumi e panorami, che meritano tutti un’attenzione particolare. Proprio come tutte le persone, che ci hanno fornito delle informazioni, che ci hanno dedicato del tempo, che sono stati cortesi e ospitali, che ci hanno augurato buona fortuna per il resto del viaggio e che, per ogni nuova tappa, ci hanno arricchito con le loro esperienze e opinioni. Grazie a persone straordinarie e creative, che hanno sempre dato il massimo, il nostro viaggio da Portland a Portland è diventato un’opera d’arte a più mani: persone come Alberto, instancabile operatore, Gianni, suo collega, solerte come un’ape operaia, che notte dopo notte ha realizzato tutti i video blog, Andrea, regista altrettanto competente e neocittadino americano, Soledad, che con affascinante severità ha saputo tenere in mano le redini dei suoi creativi cavalli selvaggi, Beppe Severgnini, adorato dai suoi fan, rispettato dalle cerchia diplomatiche, odiato dal suo omonimo (Beppe Grillo), ma al contempo ideale rappresentante della cultura italiana nel mondo. Una persona che può permettersi di tutto, ma nei confronti della quale semplicemente non ci si può arrabbiare. Una persona che con sapiente fascino conferma gli stereotipi italiani, trasformandoli contemporaneamente in virtù. Insomma, è stata un’esperienza unica e irripetibile. &lt;br /&gt;
Portland sarebbe un traguardo ideale per chi volesse fermarsi per sempre o anche solo per un po’. Proprio come Giovanni, barman dell’Hotel Modera, che, innamoratosi cinque anni fa di una turista di Portland, ha prontamente lasciato il suo pub a Ortigia, vicino a Siracusa, trasferendosi a Portland, dove tuttora vive felicemente. Questa città è più piccola di Seattle, spostata più a sud, con un clima più mite e considerata la città più liberale degli USA. Da nessun’altra parte al mondo, affermano i baristi, esisterebbero così tanti locali pro capite come a Portland, che può vantarsi anche di altri record documentati: in città si trova il parco naturale più grande e il parchetto più piccolo al mondo (ben 0,29 metri quadri di area verde). La città venera e cura tutto ciò che è strambo e alternativo e, nonostante questa disinvoltura, Portland è considerata una città sicura e ordinata. Peccato che per poterla osservare più da vicino manchi il tempo. Per rendere il congedo da “atlanticopacifico” meno difficile, mi immagino Portland come punto di partenza di un futuro viaggio lungo la west coast americana, a bordo di uno degli argentati treni Amtrak, correndo per migliaia di chilometri verso San Fransisco e Los Angeles, per poi proseguire verso Houston e New Orleans, sulle tracce di David Peter Alan, che da anni, solo soletto, attraversa tutto il Paese, conoscendo ogni millimetro della rete ferroviaria americana. Desidererebbe ardentemente avere una donna al suo fianco che condividesse la sua passione per i treni. Incrocio le dita per Peter, affinché la sua infinita ricerca oltre innumerevoli soglie, binari e scambi possa avere un lieto fine, magari anche in una stazione sperduta nella sconfinata prateria. Lì potrebbe aspettarlo la fidanzata abbandonata di un macchinista ferroviario, oppure una casellante mancata, o anche solo un’anima solitaria, che, proprio come Peter, senza il ritmo delle ruote rollanti sui binari sconnessi non riesce a prendere sonno. Good night Peter!&lt;br /&gt;
P.S.&lt;br /&gt;
Questo è quanto auguro anche a Gianni Lovato.&lt;br /&gt;
A tutti i fedeli lettori del nostro blog va il mio più sincero ringraziamento per aver letto i miei pensieri e compreso i miei sentimenti.&lt;br /&gt;
Grazie anche ai nuovi amici di Portland per la straordinaria cena di fine viaggio. 
    </description>

    <dc:publisher>Atlantico-Pacifico</dc:publisher>
    <dc:creator>nospam@example.com (Karl Hoffmann)</dc:creator>
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    <dc:date>2012-06-23T06:05:11Z</dc:date>
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<item rdf:about="http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/archives/49-guid.html">
    <title>Una casa per il povero tirannosauro</title>
    <link>http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/archives/49-Una-casa-per-il-povero-tirannosauro.html</link>
    <description>
    In questa rara giornata senza treni, nello spazio di due chilometri, ho visto una mini-statua della Libertà, un tirannosauro sotto vetro, la sabbia dorata delle Hawaii, una torre medioevale e due panchine affiancate: blu per i democratici, rossa per i repubblicani. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non è un delirio psichedelico, e non siamo in Florida o Las Vegas, dove l’eccesso architettonico è prevedibile e incoraggiato. Siamo su Lake Washington, il lago urbano alle spalle di Seattle, città sofisticata e liberale, residenza di personaggi diventati ricchi con i (nostri) computer: Bill Gates (Microsoft), Paul Allen (suo ex-socio), Jeff Bezos (Amazon) e tanti altri.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le case scendono verso l’acqua, i prati brillano, il clima aiuta. Succede perfino di vedere umani sdraiati sull’erba senza un maglione e una coperta. Nella zona di Medina, la magione di Bezos è seminascosta dal verde, la piccola spiaggia di Bill Gates appare soffice (microsoft?). Non so a chi appartenga il tirannosauro, ma è ben visibile dentro una costruzione in vetro. Mi dicono che è installato su una piattaforma e domina la piscina interna. Ragionevole: chi non ha hai sognato di nuotare osservato da un carnivoro bipede appartenente all’ordine dei saurischi?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La distanza tra il plutopalentologo di Seattle e i neo-residenti di Malta, Montana è considerevole: ma sono comunque americani, ed è possibile  trovare punti di contatto. Per esempio: le case, molto più dei vestiti o delle auto, sono potenti indicatori sociali, accettati da tutti. Certo, anche simboli di status e di successo. La domanda “Where do you live?”, negli USA,  è raramente innocente. La risposta serve a classificare una persona. Per restare a Seattle, anzi al lago Washington: la sponda orientale è più ricercata di quella occidentale. Di qui vivono i ricchi, di là i benestanti. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Abitare in una certa strada, dovunque negli Stati Uniti, aiuta la scalata economica e sociale, che resta lo sport più praticato del Paese. La casa  americana è un fortino senza cancellate; quella italiana, talvolta, una cancellata senza fortino. La bolla immobiliare USA scoppiata nel 2007/2008 - l’innesco degli attuali guai finanziari del mondo - fu provocata dal desiderio spasmodico di acquistare un’abitazione oltre le proprie possibilità finanziere; e dall’incoscienza di chi concedeva mutui colossali senza garanzie, confidando nell’eterna ascesa del mercato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando ho scritto un libro sull’America, diciasette anni fa, ho scelto di raccontare una casa. Ero e resto convinto che sia la porta d’ingresso del tunnel che conduce nella mente americana. Che non è più strana o complicata della nostra: ma è diversa. Per capirla non basta sbirciare dentro le stanze illuminate da un treno in corsa. Occorre scendere, guardare, entrare, provare a capire. Certo, non è facile sapere perché qualcuno costruisce una casa sul lago per un tirannosauro. Non bastava un triceratropo? E più basso, s’inserisce meglio nel paesaggio. 
    </description>

    <dc:publisher>Atlantico-Pacifico</dc:publisher>
    <dc:creator>nospam@example.com (Beppe Severgnini)</dc:creator>
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    <dc:date>2012-06-22T08:11:44Z</dc:date>
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<item rdf:about="http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/archives/48-guid.html">
    <title>Un bilancio, il penultimo giorno</title>
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    <description>
    Arrivati al penultimo giorno del nostro viaggio è il momento di fare un bilancio. Dopo oltre seimila chilometri a bordo dei treni Amtrak e dozzine di conversazioni con americani di diverse origini, religioni e idee, ho la sensazione che la rielezione di Barack Obama potrebbe per lo meno essere in dubbio. Eppure, anche la vittoria di Mitt Romney non cambierebbe sostanzialmente questo Paese. E’ troppo grande e vasto e i suoi cittadini troppo diversi fra loro, perché anche l’uomo più potente del mondo possa rivoltare la situazione dall’oggi al domani. Ciò che i sostenitori di Obama temono maggiormente, è l’abbandono della politica estera difensiva portata avanti dall’attuale Presidente. Un timore condiviso, peraltro, da molti europei. Tutti sono concordi sul fatto che i prossimi mesi saranno dominati da un’accesissima campagna elettorale, il cui esito resterà incerto fino alla fine.&lt;br /&gt;
Viaggiare in treno è stata un’esperienza particolare. Non solo per aver potuto trascorrere diverse ore, su binari a volte decisamente sconnessi, meditando di fronte alla pressoché sconfinata vastità degli Stati Uniti, preferibilmente seduti nella Lounge Car, che ti permette di godere di una fantastica vista su ambo i lati del treno. Senza ripercorrere proprio tutte le tappe da una all’altra costa, alcuni tratti sono sicuramente consigliabili, come quello lungo il Mississippi oppure attraverso le Rocky Mountains.&lt;br /&gt;
Il treno non ti permette solo di godere del paesaggio in tutta la sua vastità, ma di entrare anche in stretto contatto con gli altri viaggiatori americani, che conversano con facilità, raccontano volentieri di sé e del proprio Paese, dandoti sempre l’impressione di condividere un’idea di vita positiva e fiduciosa nel futuro. Sono incredibilmente cortesi e anche nei più affollati treni interurbani fanno attenzione all’ordine e alla pulizia. Il personale ferroviario si dà da fare e sulla cucina del vagone ristorante non ho proprio nulla da obiettare. Una delle regole che ho imparato è che più piccole e provinciali sono le stazioni intermedie, e più arguto si fa il nostro sguardo sulla società americana, sugli uomini e le donne di Rugby, Malta, Spokane, Milwaukee e tutti gli altri luoghi che abbiamo toccato. E’ a loro, che sono stati i veri protagonisti di queste avventurose tre settimane, che va il mio ringraziamento, come ai miei compagni di viaggio Beppe, Alberto, Andrea, Gianni e naturalmente Soledad, le cui attente ricerche mi permettono ora che siamo alla fine di raccontare un’ultima storia, degna di un lungometraggio, persino con un lieto fine.&lt;br /&gt;
E’ la storia di Hanif Collins, che all’età di 17 anni ha deciso di chiamarsi “Luck One”, acronimo di “Living Under Communism is Knowing that Oppression is Nearly Everywhere”. Fino a quel giorno, questo ragazzo di buona famiglia afro-americana borghese, aveva frequentato la scuola, studiato il sassofono, suonato in un’orchestra sinfonica giovanile e iniziato una precoce carriera musicale. Poi, ad un certo punto, aveva derubato un narcotrafficante armato, finendo dapprima in un riformatorio, poi, compiuti i 18 anni, in prigione con assassini, ladri e giovani problematici. La sua aggressività, usata come difesa, gli è costata 18 mesi di isolamento. In quel periodo ha imparato lo spagnolo, letto libri, pensato tenendo tempo e ritmo, parlando con sé stesso, sviluppando una certa saggezza e riflettendo sulle proprie esperienze. Cinque anni più tardi, finita quest’interminabile detenzione, Luck One è tornato da rapper in libertà. Ieri sera si è esibito al Neumos, uno dei tanti locali di Seattle. Avrebbe la stoffa per affermarsi a livello internazionale, mi dice Edward Disano, il suo manager. L’HipHop di Luck One è coinvolgente, intelligente, il ragazzo è affascinante e dotato anche di senso dell’umorismo. Cosa avrebbe voluto fare, se la vita non l’avesse portato a essere un rapper? Il critico culinario, perché ti pagano per mangiare nei migliori ristoranti, mi dice, ridendo a crepapelle. &lt;br /&gt;
Oggi Luck One è un musulmano praticante, prega cinque volte al giorno e l’unica sua droga è ormai il tè freddo. Non ha una grande opinione di Obama, che non ha saputo cambiare le cose. Come molti suoi connazionali pensa che le elezioni siano una farsa: “A fake, you know!”. Già solo il mondo con cui lo dice, sembra un messaggio ritmato per i suoi fan, che lo ammirano molto, perché Luck One è uno di quei rari esempi di criminalità giovanile in cui il colpevole, anziché crollare dietro le sbarre, ha saputo maturare, iniziare una nuova vita e raggiungere il successo, grazie all’autodisciplina e all’impegno professionale. Portland, Oregon, la città in cui è cresciuto, è per lui il luogo più bello di tutta l’America. Un motivo in più, per concludere il nostro viaggio proprio lì.&lt;br /&gt;
Qui a Seattle mi piacerebbe tornare, magari nei prossimi mesi, quando una marea di rifiuti a seguito dello Tsunami in Giappone, toccherà questa costa. La notizia è già stata ripresa dal “Seattle Times”, che titola “An ocean of concern over tsunamis debris” – “Si attendono tonnellate di spazzatura, tuttavia non letali”, recita il sottotitolo. But that’s another story... 
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    <dc:publisher>Atlantico-Pacifico</dc:publisher>
    <dc:creator>nospam@example.com (Karl Hoffmann)</dc:creator>
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    <title>Seattle</title>
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    Seattle col sole è come l’Inter vogliosa e in gran forma. Succede di rado, ma quando succede è una meraviglia. Imbattibile, direi. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Giugno non è una certezza, da queste parti: lo chiamano “Junuary”, una crasi tra “June” e “January”. Ma siamo stati fortunati. Accolti alla stazione da nuvole e pioggia, forse per mantenere il parallelismo Atlantico-Pacifico, abbiamo poi trovato cielo azzurro e sole sfolgorante, che dura ancora. Le Olympic Mountains a ovest, oltre il Puget Sound.  Mount Rainier a sud, un cono incappucciato di neve, per la gioia dei giapponesi e dei valdostani di passaggio. Se la città di Jimi Hendrix, del primo Starbucks e dei Nirvana di Kurt Cobain decide di farsi bella non ha rivali. Solo Chicago può competere, negli Stati Uniti; oppure New York, Los Angeles, Miami e San Francisco, per gli amanti del genere.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il centro che scende a gradini verso la baia,  il  mercato di Pike Place, il lungolago di Bellevue, i saliscendi di Madison Avenue, i negozi e i ristoranti di Capitol Hill: tutte le cose illuminate. Lo spettacolo è così suggestivo che perfino Microsoft, altro residente importante, appare per un attimo romantico (poi passa). Per resistere all’euforia, e festeggiare una giornata senza rotaie, passiamo tempo in due luoghi apparentemente antitetici: Amazon.com e Elliott Bay Book Company. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel primo lavora - come responsabile di tutte le attività internazionali - il mio amico Diego Piacentini. Nel secondo, ritrovo Casey, Rick e altri che avevo conosciuto presentando miei libri nel 2002 e nel 2006. Curiosamente sia Amazon sia la libreria hanno traslocato due anni fa, risvegliando, a modo loro, quartieri interi. Amazon.com da Pac Med, la vecchia sede di mattoni rossi di Beacon Hill, a South Lake Union. Elliott Bay Book Co. da Pioneer Square, vicino alla baia, a Capitol Hill, oltre la Interstate 5.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Di Amazon.com, sapete (anche perché da Amazon.it, probabilmente, acquistate): non ha inventato un business, ma un paradigma. Elliott Bay Book Co. era - e resta - la libreria indipendente più affascinante della West Coast e, forse, degli USA. Rivali, certamente, nel mercato dei libri. In libreria si lamentano d’essere considerati, da alcuni, solo una vetrina: arrivano, scelgono il titolo, tornano a casa e lo ordinano su Amazon.com con lo sconto. Ad Amazon ricordano che tutte le rivoluzioni industriali provocano sconquassi, all’inizio. In fondo, spiegano, noi offriamo un servizio ai clienti: dipende da  loro sceglierci o meno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
So bene che il discorso è più complicato di così, e tocca questioni di concorrenza, diritto d’autore, pubblica utilità. Ma in una giornata così bella lasciate sognare uno che compra tanti libri e alcuni ne ha scritti.  Lasciatemi dire che Amazon è imbattibile come varietà di scelta, prezzo, rapidità di consegna. Ma una libreria resta insuperabile come luogo sociale, occasione di confronto (con librai, autori e altri lettori). Sarebbe triste restare soli con i propri libri recapitati a domicilio. Sarebbe assurdo rinunciare alla rapidità, alla comodità e alla convenienza di quel recapito.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
ElliottAmazon.bay! Giuro: non ho assunto le sostanze che piacevano tanto a Jimi e a Kurt. 
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    <dc:publisher>Atlantico-Pacifico</dc:publisher>
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    <dc:date>2012-06-21T08:55:57Z</dc:date>
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    <title>Seattle: Cobain e gli altri</title>
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    Un’altra casualità: due volte lo stesso indirizzo, benché in due località diverse. Lake Washington Blvd East 171, Seattle. &lt;!-- s9ymdb:62 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;62&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/LapanchinadiKurtCobain.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;Sulla sinistra, una fila di ville che si affacciano sull’acqua, sulla destra un piccolo parco con una panchina, davanti a uno splendido cedro, dritto come un fuso. Sulle assi in legno sono stati scarabocchiati nomi e cuoricini, e poi sempre la stessa sequenza di lettere: K U R T – un mazzo di Gigli selvatici, qualche candela ormai spenta. Dalla panchina si ha una vista mozzafiato sull’acqua e sulla catena montuosa dalle vette innevate sullo sfondo.&lt;!-- s9ymdb:63 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;61&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/MountRainierdertnavonSeattle.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt; Kurt Cobain amava sedersi qui, fino a quella giornata d’inizio aprile del 1994, quando decise di togliersi la vita, sparandosi nella casa proprio qui di fianco. “E’ stato ucciso” rivendicano ancora oggi i fautori delle solite teorie cospirative. Seattle, questa città nella parte nordoccidentale degli Stati Uniti, ai confini col Canada, sognata da molti, ma visitata da pochi, è un luogo dove si respira la creatività. Per alcuni è fonte di fortuna e successo, per altri solo di delusioni e morte. Proprio come negli anni della febbre dell’oro lungo il Klondike River, quando Seattle venne fondata, diventando un centro di smistamento di persone e merci, nonché meta del divertimento. Alcuni divennero ricchissimi, altri persero tutto. Kurt Cobain ha preferito estinguersi come una palla di fuoco, piuttosto che spegnersi lentamente e miseramente. &lt;br /&gt;
&lt;!-- s9ymdb:69 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;102&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/Whitneylacantante.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;Whitney Mongé è ben lontana da questa mentalità del tutto o niente. E’ originaria di Spokane (“Dove non succede gran che”). Ha 27 anni, la pelle leggermente mulatta, grandi occhi castano scuri e un sorriso irresistibile. Un giorno, dalla finestra del suo appartamento, ha osservato i musicisti di strada che si esibiscono davanti al primo Starbucks di tutti i tempi, e si è detta: “Lo so fare anche io”. Poi ha composto qualche canzone, ha preso la sua chitarra, si è esibita davanti al locale e in un’ora è riuscita a raccogliere ben 50 dollari nel suo cappello. &lt;br /&gt;
In questa magnifica giornata di giugno senza pioggia, Seattle dischiude un suo fascino del tutto particolare. Davanti al primissimo Starbucks, aperto già nel 1971, una lunga fila di turisti. E i cantanti ne approfittano per alternarsi ogni ora. Questo permette a tutti di suonare, racimolando qualche soldo, fra offerte e vendita di CD. &lt;br /&gt;
&lt;!-- s9ymdb:65 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;62&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/Seattleiltemposifermato.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;A Seattle il tempo sembra essersi fermato. Continuamente ti capita di incontrare degli Hippie attempati con lunghe code di cavallo. Alcuni portano i solchi delle sconfitte sul volto. Esperienze di droga, di riabilitazione e, per alcuni, anche anni di detenzione, hanno trasformato questi ex figli dei fiori, pieni d’ideali, in esistenze naufragate. Ora cercano di sopravvivere una vita fatta di ristrettezze. E Seattle li aiuta in questo. La città è tollerante, perché abitata da persone non convenzionali, che con le loro geniali idee si sono trasformate in successi internazionali. La Microsoft, la Boeing e Amazon sono i principali marchi che caratterizzano questa città – una sorta di seconda febbre dell’oro nella breve storia di questa città. &lt;br /&gt;
Il tassista ha sbagliato strada, in parte anche per colpa nostra: l’indirizzo al quale siamo stati invitati per cena dalla comunità italiana di Seattle è Lake Washington Blvd Northeast, proprio come la via che porta al parco commemorativo di Kurt Cobain, ma questa volta nel sobborgo di Bellevue. La villa di Diego – che ho conosciuto da Amazon – è in una posizione da sogno sul mare. Il rinfresco, con pietanze di stampo prevalentemente italiano, è divino e la maggior parte degli ospiti italiani parlano di affari e calcio. Fabrizio originario della Sardegna e Ines di Caserta, sono i proprietari di un ristorante per buongustai di Seattle e sono sinceramente felici per la presenza di questo gruppo di ospiti italo-tedesco. Fabrizio pronuncia la frase del giorno: “Se gli italiani si estinguessero, i tedeschi finirebbero per spararsi.” &lt;br /&gt;
In questa diaspora “nordoccidentalamericana” Fabrizio e io siamo concordi nel dire, che non esistono due popoli al mondo, che s’impegnano per cercare di diventare l’uno come l’altro. Che duetto: un americano italiano a Seattle, nello stato di Washington, e un italo-tedesco di Palermo, proclamano con la massima convinzione, che il legame fra questi due popoli, non andrebbe mai sciolto. 
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    <dc:date>2012-06-21T08:54:22Z</dc:date>
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    <title>Seattle e Vivian Maier </title>
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    Raggiungere in treno l’Oceano Pacifico è incredibilmente insignificante. Niente scogliere scoscese col mare in burrasca, nessuna flotta di alacri pescherecci, nessun faro che troneggi su uno scoglio in piena tempesta. Dopo una lenta discesa attraversando boschi madidi di pioggia, si apre una radura e poi una striscia argentea, che si perde in uno specchio pianeggiante. Da quel punto in poi finiscono le infinite distese di terra – l’America si ferma davanti all’Oceano Pacifico. Non è ancora il mare aperto, precluso da isolotti e penisole, ma l’acqua è salata e possiamo distinguere quell’alternarsi di tracce lasciate dall’alta e dalla bassa marea. Seguono barche a vela attraccate in un molo, una raffineria, serbatoi di petrolio, parcheggi, centri commerciali, strade, immondizia, sempre più case e infine un lungo tunnel, che porta il treno argentato fra i grattacieli, fin quando, rallentando, non si ferma. All’improvviso quelle migliaia di chilometri di lande deserte ti sembrano un’allucinazione andata in fumo, dopo il passaggio del nostro treno. Da qui si sviluppa una brulicante metropoli, con ricchi mercati, vivaci pub e bistro, parcheggi multipiano, filiali bancarie e sedi di colossi tecnologici e case commerciali presenti in tutto il mondo. Descrivere questo tipo di America mi sembra altrettanto sensato quanto descrivere un’immagine di Seattle presa da Wikipedia, che ognuno di noi può ammirare cliccando semplicemente due volte sul mouse. Il caso, invece, ha voluto che in serata finissi alla “Eliott Bay Book Company”, una spaziosa ed accogliente libreria, in cui Beppe Severgnini ha presentato a un gruppo di suoi lettori il suo ultimo libro su Berlusconi. E lì, passeggiando fra gli scaffali che si ergono nella libreria, ho incontrato Vivian Maier. Ancora un altro di quegli enigmatici eventi, che, per capriccio, non voglio neanche chiamare casualità.&lt;br /&gt;
Vivian Maier sta in piedi, indossa un tailleur probabilmente grigio scuro, a righe verticali con tasche applicate. Il taglio dei capelli castano scuri è corto, con la riga sulla sinistra. Avrà sui 35-40 anni. Dei suoi occhi non si vede che il sinistro, perché un’ombra oblunga copre esattamente metà del suo viso. Allo stesso modo si vede solo la mano sinistra, con cui impugna lateralmente una Rolleiflex con l’otturatore aperto, tenendola all’altezza del diaframma. Evidentemente Vivian è davanti allo specchio, perché la vedo proprio nel momento in cui realizza un autoscatto. La sfoglio, ritrovandola qualche pagina più in là, questa volta realmente riflessa in uno specchio da parete rotondo appeso accanto alla macchina fotografica, posta su un cavalletto. A destra, un orologio al contrario che segna le cinque e dieci. In quest’immagine Vivian appare più giovane, snella, con lo sguardo rivolto in lontananza e le labbra chiuse. Continuo a cercare fin quando non mi ritrovo improvvisamente al suo posto. Con i suoi occhi osservo un giovane con un ciuffo alla Elvis Presley, le braccia conserte e un guanto da baseball in mano. E poi una bimba dai capelli biondi, con le lacrime agli occhi, che, singhiozzando, porta la manina alla bocca, spalancata. Un anziano con la salopette, un naso gigantesco, le orecchie a sventola, gli avambracci percorsi da vene ben evidenti e una sigaretta bianca nella mano sinistra. Il mio sguardo si ferma su venditore assonnato, sullo sfondo della sua bancarella stracolma di giornali, con la scritta “Life” riportata ben due volte sotto al mento. E poi ancora su una venditrice di Brezel, su un’anziana signora in pelliccia con i capelli raccolti in una retina la retina, che, passando, mi lancia uno sguardo interrogativo. Ecco comparire un parco rottami con dei furgoni ormai in disuso. Una fermata della sopraelevata, dove passeggeri in attesa osservano il traffico intenso. Uno storpio mi chiede una moneta, poi incontro un mendicante, accovacciato a terra. Un uomo, con il giornale sotto il braccio mi passa accanto – riesco a leggere solo la parola “killer”. Sono tutte incredibilmente nitide queste foto dell’America e hanno preservato quella stessa autenticità di quando, 50 anni fa, Vivian iniziò a immortalare questo Paese con la sua macchina fotografica. &lt;br /&gt;
Vivian è nata nel 1926 e per tutta la sua vita è stata una babysitter nel quartiere Northside di Chicago, neanche a due passi dove, dieci giorni fa, abbiamo alloggiato. Fra il 1950 e il 1990 ha realizzato oltre centomila foto, senza pubblicarne mai neanche una, perché non voleva credere alla sua genialità. I negativi di quelle foto sono stati messi all’asta, quando, in età avanzata, non fu più in grado di pagare le tasse. Il caso (!) ha voluto, che la scatola con queste preziosità venisse riportata alla luce. Ora, alcune delle sue vedute dell’America, sono state raccolte nel libro “Street Photographer”, come si legge sulla copertina, sotto al suo autoritratto. Non ripongo il libro nello scaffale, ma lo porto alla cassa. Nonostante Vivian sia morta nel 2009, forse un giorno, per puro caso, capiterà l’occasione in cui mi autograferà la copia. Perché grazie alle sue foto, Vivian ormai è immortale.    
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    <dc:publisher>Atlantico-Pacifico</dc:publisher>
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    <title>Seattle arrivo</title>
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    <description>
    “Un ritardo puntale”, come dice Karl.  La tattica di Amtrak, finora, si può riassumere così. Invece a Seattle arriviamo con mezz’ora di anticipo: 9.55 invece di 10.25. Questo grazie al cosiddetto “padding”: il ritardo viene previsto al momento di redigere l’orario ufficiale. Quest’astuzia, più italiana che americana, serve a rabbonire i passeggeri diretti alla destinazione finale. Una certezza, almeno, ce l’hanno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In questo viaggio il responsabile del vagone-letto (sleeping car attendant) ha l’occhi vispo. Si chiama Kevin H. Conosce la geografia e lo spelling: se pronuncia il nome di una località, spiega come scriverlo. Quando chiediamo un permesso  - abbassare il finestrino per filmare il treno in corsa -  dice “No!” e contemporaneamente fa segno di sì con la testa. Così è a posto, col regolamento e col buon senso.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Seattle piove, e questa non è una notizia. Ci sono stato altre volte, fin dal 1994, e ricordo gli adesivi sulle automobili: “We don’t tan. We rust” (Non siamo abbronzati, siamo arruginiti). Siamo partiti alle 02.20 da Spokane, dopo una birra con vista sulle cascate e due ore di sonno provvisorio. Sei zombie di tre nazionalità (tre italiani, un tedesco, uno svizzero): la notte scorsa, nella stazione di Spokane, avrebbero potuto arruolarci come comparse in Twilight.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Arrivato sul treno, però, ho ritrovato vitalità. Dopo sedici giorni mi rendo conto d’avere acquisito diversi meccanismi ferroviari. Non sono quelli dell’avvocato-scrittore David Peter Alan, incrociato due volte in questo viaggio, il quale passa la vita sui treni USA (“Mai preso un volo in quarant’anni!”, dichiara orgoglioso). Come il pianista sull’oceano, ha trasferito la propria vita professionale e sociale su un mezzo di trasporto, ne scrive, si batte affinché venga usato meglio (“Se un uomo solo ha scritto di tutte le ferrovie d’America, vuol dire che non abbastanza!”).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
No, la mia competenza è più limitata e banale. So impilare i bagagli e spingerli lungo i corridoi (sempre valigie verticali con quattro rotelle, sui treni!). Sono capace di aprire le porte tra i vagoni col piede. So come prendere il caffè senza scottarmi e come chiudere il tavolo senza amputarmi le dita. Conosco l’ubicazione del tasto FLUSH nel microbagno, e riesco a lavarmi le mani premendo le leve col pollice. So dove stanno le prese di corrente, la regolazione dell’aria condizionata, la luce da lettura e i ganci-attaccappani. La sleeperette e il sottoscritto, ormai, si vogliono bene.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
All’alba il treno scivola lungo il fiume Columbia, e il sole s’infila sotto le nuvole per illuminarlo. Alle 8 corre lungo la valle del fiume Snohomish e iniziano i campi coltivati; i furgoni pick-up, come silenziosi insetti meccanici, compaiono e scompaiono di fianco al treno. Alle 8.50 arriviamo a Everett, e l’annunciatore comincia a sembrare sentimentale. Appena compare l’acqua salata del Puget Sound, che si apre sul Pacifico, lo diventiamo anche noi. Siamo partiti dall’Atlantico, siamo arrivati qui; siamo partiti con la pioggia, e la pioggia ci aspetta all’arrivo. Ma la traversata - dall’acqua all’acqua - è riuscita, e l’America è cambiata. Volando, si attraversa una mappa. Restando a terra, abbiamo conosciuto una nazione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mancano le giornate a Seattle, e la tappa finale fino a Portland, Oregon. Ma possiamo dire che la terra è finita ancora una volta, come a Lisbona l’anno scorso. Dobbiamo inventarci qualcosa, nel 2013. A meno che l’avvocato-attivista David Peter Alan convinca Obama o Romney di stendere le rotaie sul Pacifico. 
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<item rdf:about="http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/archives/43-guid.html">
    <title>Spokane  - Gli infelici Figli del Sole </title>
    <link>http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/archives/43-Spokane-Gli-infelici-Figli-del-Sole.html</link>
    <description>
    Di primo acchito città come Spokane non facilitano la vita del visitatore. Vedendo le ampie strade del centro città, fiancheggiate dai soliti grattacieli, non penseresti mai che qui abitano solo 204.000 persone e che oltre i palazzoni, la città è praticamente finita. Dell’Esposizione Mondiale, allestita qui nel 1974, non rimane che un delizioso ma modesto parchetto, che abbraccia l’isolotto al centro del bacino dello Spokane River – uno spazio quasi ridicolo rispetto al progetto miliardario dell’Expo di Milano. L’unica vera attrazione della città sono le cascate dello stesso fiume, che infuriano mugghianti nel centro di questa città che non si sa bene come pronunciare: Spoché-in oppure Spokàn – entrambi le pronuncie sembrano correnti. Il nome Spokane è stato ripreso dal linguaggio dei nativi americani e tradotto significa “Figli del Sole”. Ciononostante, gli abitanti del luogo hanno un’idea piuttosto controversa delle condizioni climatiche, soprattutto quando si tratta di vestirsi adeguatamente: dei pantaloncini corti, delle ciabatte e una maglietta a maniche corte stonano con una temperatura massima di 15 gradi e con le piogge sferzate dalla tempesta, che ripuliscono le strade deserte della città. Gli abitanti qui sono molto cordiali ma incomprensibili: parlano alla velocità della luce, con una pronuncia larga, mangiandosi buona parte delle parole. Mi chiedo seriamente, se questo linguaggio abbia ancora qualcosa a che fare con l’inglese. &lt;br /&gt;
&lt;!-- s9ymdb:67 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; width=&quot;110&quot; height=&quot;62&quot;  src=&quot;http://blog.goethe.de/Atlantico-Pacifico/uploads/Taraaliasglakglak.serendipityThumb.jpg&quot;  alt=&quot;&quot; /&gt;Proprio come Glak Glak, 30 anni, che tenendo conto del fatto che siamo stranieri, cerca oggettivamente d’impegnarsi con la sua pronuncia, ma finisce per formulare le frasi così rapidamente, da farti perdere il controllo anche solo ascoltando. Glak Glak, nata Tara Dowd, dirige il “Native Project”, un centro sociale con annesso ambulatorio, che si occupa dei nativi americani, comunemente chiamati Indiani, appartenenti a oltre 211 tribù. Con una presenza di 8000 persone, la percentuale dei nativi americani è addirittura superiore a quella degli afro-americani. Solo un terzo degli Indiani d’America vive ormai in quelle riserve allestite nelle periferie della città, che si sono rivelate un errore culturale e sociale. Rappresentano una deplorevole minoranza delle numerose stirpi, che già 10000 anni fa popolavano la parte nordoccidentale dell’America, prima dell’arrivo dei primi colonizzatori europei. Per un certo periodo la convivenza fra la popolazione indigena e i coloni sembrò funzionare, ma poi scoppiò la febbre dell’oro, e quando gli Indiani d’America si rifiutarono di cedere volontariamente le proprie terre, vennero sistematicamente sterminati. &lt;br /&gt;
Il fatto che suo fratello non abbia mai saputo gestire la propria rabbia, finendo per la prima volta in prigione all’età di 12 anni, è solo una delle conseguenze tardive di questo genocidio, spiega Tara. Anche l’elevata dipendenza dei nativi americani dalle droghe e dall’alcol non è che il risultato di quello stile di vita che gli immigrati bianchi finirono per imporre. Non per altro l’obesità o il diabete derivano da un tipo di alimentazione che non fa bene neanche agli immigrati americani, figuriamoci ai nativi, che per millenni si sono attenuti a uno stile di vita sano, mangiando solo cibi naturali. E le conseguenze delle ingiustizie subite si traducono non da ultimo in una costante discriminazione: tuttora sua madre, dai tratti somatici indiani più marcati dei suoi, viene ancora presa a spintoni nei supermercati. I figli degli “Indiani” vengono trattati come delle merci. Quando i genitori hanno problemi d’alcol, perdono la patria potestà e i loro figli vengono dati in adozione. E’ quanto stava per succedere a sua nipote, ma Glak Glak ha fatto di tutto per evitarlo. La bambina, oggi di 9 anni, figlia di suo fratello, uscito ormai di prigione, e di una madre alcolizzata, è stata adottata da Tara, senza bisogno di carteggi burocratici o adozioni, ma seguendo semplicemente la tradizione della propria tribù. Gli Inupiat vivono nell’Alaska nordoccidentale, poco sotto il Centro Polare Artico. Glak Glak è il nome tribale di Tara. Non sa cosa significhi, perché non parla la lingua dei suoi antenati e non è mai stata in Alaska, perché troppo caro. Ma un giorno porterà sua figlia a conoscere la sua gente. Ed è convinta, che dopo generazioni passate in una diaspora, si sentirà di nuovo a casa.  
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    <dc:publisher>Atlantico-Pacifico</dc:publisher>
    <dc:creator>nospam@example.com (Karl Hoffmann)</dc:creator>
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    <dc:date>2012-06-19T07:49:04Z</dc:date>
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    <title>Chi corre avanti e chi guarda indietro</title>
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    Chi venisse a Spokane ed esclamasse “Ma che bella città!” sarebbe da sottoporre alla prova dell’etilometro. Non è neppure una città semplice: difficile da navigare a piedi, impegnativa da visitare in giugno (10 C e vento), complicata da pronunciare: “spokàn”, si dice. Era il nome di una tribù nativa americana, e significa “figli del sole”.  Per ora, devo dire, non l’abbiamo visto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma Spokane -  Stato di Washington, vicina al confine con l’Idaho - è una città interessante. Una città americana non oppressa dalla propria  immensa reputazione, come New York, San Francisco o Los Angeles. Una città amichevole, felice d’essere oggetto d’attenzione: il direttore di The Spokesman-Review (fondato nel 1894) ci spalanca le porte della redazione, e ci aiuta in tutti i modi. Una città pratica e mobile, simbolo di una nazione in continuo divenire. Talvolta dà l’impressione di non sapere bene dove andare; ma ci va comunque, e questo torna a suo onore. Quella americana è una società cinetica, basata sulla trasformazione e sul trasloco. Non dimentichiamo che qui hanno inventato la sedia a dondolo: per avere l’ilusione di muoversi pur restando fermi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Spokane siamo arrivati alle tre del mattino, provenienti dal Montana. Le stazioni di notte hanno un loro fascino, anche se talvolta è difficile coglierlo, dopo aver passato otto ore su un treno Amtrak (senza cuccette e in ritardo di due ore, tanto per cambiare). Filiamo subito verso i nostri letti nell’hotel Lusso di W Sprague Avenue. Non lasciatevi ingannare dal nome. Il lusso sta, semmai, nell’albergo di fronte, il maestoso Davenport. Nel 1914 è stato il primo albergo americano con l’aria condizionata; quando dava il resto ai clienti, lucidava le monete affinché sembrassero nuove di zecca (un prototipo innocente di “money laundering”, se ci pensate).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un secolo fa a Spokane giravano i denari delle miniere, del legname, della ferrovia: un successo durato pochi anni, che però ha lasciato grandi tracce. Al Davenport venivano regolarmente Bing Crosby, cresciuto qui in città, il trasvolatore Charles Lindbergh, l’attore Bob Hope, lo scrittore Dashiell Hammet. Ora è stato restaurato in ogni dettaglio, e i ricordi dei tempi gloriosi sono esposti lungo le pareti. L’albergo conserva la speciale malinconia dei luoghi che hanno visti migliori, come l’Adelphi di Liverpool, il Metropol di Mosca o il Plaza di Roma.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non credo, tuttavia, che gli americani ci facciano caso: sono troppo impegnati a correre avanti, come si diceva. E’ l’Europa, invece, che ama tenere gli occhi nello specchietto retrovisore. Strumento utile: almeno capiamo chi sta per sorpassarci, ed è una consolazione anche questa. 
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    <dc:publisher>Atlantico-Pacifico</dc:publisher>
    <dc:creator>nospam@example.com (Beppe Severgnini)</dc:creator>
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    <dc:date>2012-06-19T07:29:12Z</dc:date>
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    <title>Piove sui sogni di Obama</title>
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    “Un uomo che sosteneva d’essere stato ferito da un colpo sparato da un’auto in corsa, mentre era in Montana per lavorare al libro Kidness in America (gentilezza in America), ha confessato d’essersi sparato da solo. L’ufficio dello sceriffo ritiene si sia trattato di un atto disperato di auto-promozione, ma non ha fornito ulteriori dettagli”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Come può non affascinare, un posto così? La notizia apre la prima pagina del quotidiano “Great Falls Tribune”, e illumina il Montana di una luce pop. Arrivando in treno dalla prateria, lo spettacolo è magnifico: le Montagne Rocciose chiudono l’orizzonte a occidente, come la sponda di un biliardo. Poi il treno corre lungo il fiume e sale verso il Glacier National Park.  A West Glacier c’è un’aria da Pinzolo fuori stagione, il verde è lucido di pioggia, le felpe abbondanti. Arriviamo al McDonald Lake - vero nome, non una sponsorizzazione -  ma oltre non si può andare: il valico è chiuso per neve.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nei parchi nazionali piove, ha appena smesso di piovere o sta per piovere: questa è una delle cose che ho imparato in trentacinque anni di viaggi in America (a proposito: cosa fanno gli orsi, la domenica pomeriggio, con questo tempo?).  Un’altra certezza è questa: gli americani, soprattutto fuori dalle grandi città, sono ben disposti verso gli stranieri. Abbiamo incontrato e ascoltato centinaia di persone, dall’Atlantico fino a qui (i treni sono confessionali ambulanti). Nessuno, mai, ha rifiutato di rispondere alle nostre domande.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel parco bagnato, tra laghi verdeblu e neve in lontananza, abbiamo incontrato famiglie del Montana con figliole ansiose di partire per l’Africa; una coppia di signore dai capelli grigi, incerte tra il fascino del grizzly e quello della nostra producer; due fratelli, gestori di un rifugio, furibondi con la politica; un giovane conservatore di Spokane orgoglioso della sua città operaia; un ranger del parco (stazione di Poleridge), codino sotto il cappello, proveniente dalla Foresta Nera (Germania) e da Milano, dove ha fatto l’incisore. Se David Lynch avesse passato la giornata con noi, avrebbe già finito il casting.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Viaggiando e parlando, si capisce perché questo Paese produca tanto cinema. Non offre solo scenari evocativi, ma una galleria infinita di personaggi che, nel nostro caso, diventano testimoni. Questa traversata ferroviaria voleva anche essere un’esplorazione dell’umore dell’America in un anno d’elezioni presidenziali. A quattro giorni dal traguardo, mi sento di dirlo: Barack Obama, il 6 novembre, potrebbe non farcela.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’America gli presenterà il conto. Si è accorta di essere più povera di quanto credeva, anche perché banche e società di carte di credito glielo hanno lasciato credere per anni. Mutui pesanti, acquisti cauti, traslochi drastici in cerca di un lavoro qualunque (dalla California del Sud al Nord Dakota). Il tasso ufficiale di disoccupazione è 8,2%, ma nasconde i piccoli lavori pagati al minimo legale: non è con quelli che si mette su famiglia. Gli Stati Uniti del 2012 mi ricordano sempre di più quelli che avevo conosciuto durante un altro lungo viaggio, nel 1992.  Pochi mesi più tardi, il Presidente (George Bush Sr) venne congedato dopo il primo mandato. Una storia che Barack Obama conosce bene, e vorrebbe non ripetere. Ma i treni d&#039;America, per ora, lo condannano. 
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    <title>Un Paese poliedrico</title>
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    Gli Stati Uniti d’America sono un Paese poliedrico. In nessun altra parte del mondo esistono così tante diverse etnie, così tante differenti comunità religiose, così tanti tipi di hamburger e rubinetti. Mentre i penultimi si contraddistinguono per essere, proporzionalmente alla loro grandezza, sempre più immangiabili, come l’esempio estremo dell’Uberburger di Boston, che deve essere sezionato in singole parti, prima di riempire la cavità orale con bocconi di grandezza normale, gli ultimi sono fonte perenne di acqua calda e fredda, ma presentano a volte qualche sorpresa. Il modello più diffuso è quello che ti permette di regolare la temperatura, ma non il getto d’acqua. I più sensibili ambientalisti europei, abituati a centellinare il prezioso liquido, non possono far altro che infilarsi sotto queste cascate del Niagara, che non permettono allo shampoo di agire sul cuoio capelluto. Un&#039;altra versione sono i rubinetti doppi, che non sono suddivisi in acqua calda e acqua fredda, ma che ti permettono di regolare con una manopola la temperatura e con l’altra la quantità d’acqua – un rompicapo non proprio facile da risolvere, soprattutto la mattina quando non si è ancora del tutto svegli. Ieri a West Glacier ho disperatamente cercato di risolvere il mistero dei due rubinetti sul lavandino. Sia da quello di destra, che da quello di sinistra fuoriusciva acqua bollente. Ho preferito non disinfettare le mie mani lasciandole cuocere sotto l’acqua, ma piuttosto lavare nella vasca da bagno. A Malta i rubinetti funzionavano bene, quando li giravi l’uno verso l’altro. Anche questa una variante che allena il cervello. Sempre a Malta, poi, inizialmente non trovavo alcun bottone, rubinetto o leva che permettesse di trasferire il getto d’acqua della vasca verso la doccia. Poi ho capito, che bastava per così dire tirare le labbra del rubinetto, affinché si chiudessero e pompassero il getto d’acqua dal rubinetto nella cipolla della doccia. Peccato che la rapidità del meccanismo non mi abbia neanche permesso di svestirmi. Nei treni dell’Amtrak, per avere un poco d’acqua, devi premere delle leve e girare dei bottoni, che bloccano immediatamente dopo il rubinetto lasciandoti come un pesce lesso con le mani insaponate davanti al lavabo asciutto.&lt;br /&gt;
Ma quando si affronta un viaggio straordinario con provetti e ormai fidati compagni di viaggio, puoi liquidare questi dettagli come scemenze, rassicurato anche dal fatto, che nel caso di ustioni da acqua bollente, Soledad sarebbe pronta ad accorrere con l’apposito unguento per le scottature. È curioso come questi rubinetti girevoli o spruzzanti assomigliano a molti di quegli americani che ci hanno raccontato delle loro preferenze politiche e che sono i principali protagonisti del nostro viaggio. Ti capita così d’incontrare un tipo dichiaratamente alternativo, che predica la giustizia sociale e l’ordine statale, ma che poi vota per Romney. Altri, intervistati sulle proprie preferenze politiche ti inondano di parole, per poi stupirti dicendo che non sono mai andati a votare e che di certo non inizieranno questa volta. Esistono persone, che proprio come i rubinetti, si contraddistinguono per il bollino rosso o quello blu, ovvero, che sono convinti democratici o repubblicani, ma che rifiutano gli attuali politici approfittatori, che pensano solo ai propri privilegi. Molti dei delusi avevano votato Obama – normali cittadini, che quattro anni fa si erano augurati un po’ di benessere in più rispetto a quello già raggiunto. Ora, a seguito della crisi globale, sono costretti a risparmiare e addossano la colpa al presidente. Giorno dopo giorno, durante il nostro viaggio che sta per concludersi, le possibilità di una sua rielezione continuano a sfumare e questo benché i due eventi siano assolutamente indipendenti fra di loro. &lt;br /&gt;
Oggi è stata anche la giornata nella quale abbiamo potuto riprendere fiato. Nel Glacier National Park trovi tutta la natura che vuoi. Aria pulitissima e poi ghiacciai, fiumi, orsi, laghi e in mezzo a tutti questi Oliver Meister. Lui è originario della foresta nera, ha vissuto qualche anno a Milano e, dopo aver viaggiato per 10 anni in giro per il mondo, ha accettato di diventare un Ranger di stanza all’ingresso superiore del Parco Nazionale. È qui che vuole rimanere, perché si tratta del posto più bello che abbia mai trovato al mondo. Per quanto gli inverni siano lunghi e duri, e necessitino di una montagna di legno e tante provviste, con dei buoni libri, del vino e un letto caldo il letargo si può trasformare in un’esperienza molto piacevole. In fondo lui sta molto meglio degli orsi, che in questa zona abbondano più degli umani. L’esito delle prossime elezioni presidenziali lo conoscerà probabilmente solo a primavera, perché Oliver non possiede nemmeno il televisore. 
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    <dc:date>2012-06-18T08:15:39Z</dc:date>
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    <title>Marziani in Montana</title>
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    Quando si aspetta di addormentarsi, è bello ascoltare il rumore dei treni, scriveva il grande Don De Lillo. Forse aveva preso una stanza nel Maltana Motel di Malta, Montana; e non soffriva d’insonnia. I poderosi freight trains della BSFN continuano a passare, e diciamo che non passano inosservati. Piombano ululando sul passaggio incustodito, e si allontanano nella prateria. Due locomotive prometeiche, duecento vagoni di container, molti con scritte cinesi. Dall’ovest all’est, e poi dall’est all’ovest, instancabili boati notturni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Fantastici per prender sonno: altro che musica classica. Alle 20.30,  sotto un sole brillante, complice il nuovo fuso orario (Mountain Time), siamo già rinchiusi nelle stanze del motel (dove il wi-fi funziona, evviva). Un’ora dopo, mi dicono, hanno bussato per informarmi che l’appuntamento dell’indomani era saltato. Ma se non mi svegliano  duecento vagoni, figuriamoci se ci riescono le nocche di due italiani educati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Malta è un posto che sarebbe piaciuto a Wim Wenders,: non è una cittadina americana, è una scenografia in attesa di un film. Strade  diritte, larghe, deserte; angoli retti, cielo cobalto e insegne sbiadite. Le attrazioni locali sono i resti di un dinosauro (Leonardo) e il bandito  Kid Currie (Harvey Logan), che nel 1901 assaltò un treno a poche miglia da qui. L’ultima rapina del Mucchio Selvaggio, prima che Butch Cassidy e Sundance Kid si trasferissero in Sudamerica per godersi la disonesta pensione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vaghiamo per strade vuote, tagliate orizzontalmente dalla luce, finché dal bar Lucky Bullet ci invitano ad entrare: gentilmente, senza ricorrere alle armi da fuoco. L’America oleografica e cinematografica, appena ci si avvicina e le si parla, si scompone in storie reali, personali, spesso dure. Janae, al bancone, mostra la foto del padre della figlia, partito ieri per l’Afghanistan; le amiche sovrappeso raccontano di una cittadina solidale ma troppo curiosa; Dennis e Dodiee esibiscono la sella vinta al rodeo. Al ristorante del Great Northern Hotel - un viaggio nel tempo ferroviario - la ventitreenne Cheryl, pettinata come un’attrice scesa senza casco da una motocicletta, spiega che è arrivata qui da Portland, Oregon a cercare lavoro. Un’asta di cianfrusaglie attira un decimo della popolazione: sugli scaffali la storia quotidiana dell’America, malinconica e consolante come sempre il passato prossimo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alle sette del mattino - sole brillante, come se qualcuno di notte avesse lucidato il cielo - un ingegnere con tre figlie bionde ha preso due stanze al Maltana Hotel: l’auto ferma come il cavallo davanti all’accampamento, le ragazze fanno colazione sul cofano in attesa di una gara di nuoto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il resto della giornata trascorre in vagabondaggi lungo i binari, in attesa di riprendere l’Empire Builder verso West Glacier. Le ore di ritardo sono due, ma potrebbero diventare tre, oppure una soltanto: Amtrak è una forma di allenamento alla vita. Siamo arrivati qui in treno, non abbiamo l’automobile, da queste parti è inconcepibile. Cinque italiani e un tedesco che visitano dinosauri e scalciano rifiuti sulla massicciata. Siamo marziani in Montana, a Flaiano saremmo piaciuti. 
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