Sui treni, anche nell’ultimo giorno di traversata, si impara sempre qualcosa. Per esempio, che i compagni di viaggio tengono a te. Arrivo a King Street Station pochi minuti prima della partenza per Portland (Oregon), e Soledad - nostra producer, traduttrice, consulente, psicologa, amministratice e infermiera - appare agitata. Sospetta che io abbia considerato di restare a Seattle a pescare i salmoni con i miei amici Diego e Niccolò. Ovviamente è vero: ma lei non poteva saperlo.
Il Coast Startlight è un treno quasi elegante: non ci siamo abituati. Da Seattle scende a Los Angeles e dal finestrino - assicura Jack Rich, nostra scorta Amtrak - si possono vedere i delfini. Non nei boschi dello Stato di Washington, ovviamente. In compenso si vede Seattle com’è d’abitudine, ma noi non l’abbiamo ancora vista: piovosa e nebbiosa, una magnifica città smaniosa di sole.
I vagoni argentati sono del 1985: vecchiotti, ma ben conservati. Esiste una prima classe geriatrica, dove l’età media è quella della classe dirigente italiana; e una carrozza del 1957, che ospita una sala-cinema con un’aria condizionata polare (forse la usano come congelatore per il pollame quando ci sono pochi passeggeri). Noi siamo sistemati, come sempre, in classe “coach” (economica). Dietro di noi, Jakub Gorski, blogger polacco, partito in treno da New York, dove tornerà via Chicago, Seattle, Los Angeles e New Orleans. 13mila chilometri in 13 giorni, con un biglietto da 200 sterline acquistato a Londra. Jacob non prende neppure la sleeperette: dorme sui sedili reclinabili sotto una coperta mimetica.
L’ultima giornata di un lungo viaggio è strana: siamo pieni di felicità amara, ma lo nascondiamo bene. Karl intervista le ultime vittime; Gianni riprende i tatuaggi di una ragazza; Andrea prende appunti su un blocco di post-it ormai anti-igienico; Alberto pensa a Bruce Springsteen e a Santa Monica, dove tornerà domani. Il capotreno diffonde frasi sconnesse attraverso l’altoparlante: “Negli USA sono vietati i lecca-lecca! Ed è proibito sostenere che i propri genitori sono ricchi quando non è vero!”. Poi minaccia di sequestrare i cellulari. Infine ricorda che “fumare sui treni è un reato federale e i responsabili verrano deportati in una prigione segreta dell’Europa dell’Est!”. Il polacco Jacob ascolta, ma non fa una piega.
Conversando con Jack scopriamo alcuni aspetti interessanti dell’universo ferroviario USA. I biglietti coprono solo una parte dei costi di Amtrak: il risultato migliore è dell'Empire Builder (79%) e del Coast Starlight (82%); il peggiore del Sunset Limited (22%), costretto a operare solo tre giorni la settimana. Il resto sono sussidi statali e federali. I treni americani sono robusti e lenti, costruiti per minimizzare le conseguenze di un incidente ferroviario; i treni veloci europei sono studiati per evitarlo, quell’incidente. Il bilancio annuale di Amtrak è pari a 15 minuti del costo della guerra in Iraq; e la Federal Highway Administration spende di più per togliere i rifiuti dai bordi delle autostrade. “Non abbiamo alleati politici”, sospira Rick. “Solo gli ambientalisti ci sostengono e ci danno una mano”. Vi mandiamo i No-TAV della Val di Susa, gli dico nel dormiveglia.
Alle 13.30, in orario, arriviamo in Union Station a Portland, Oregon. Siamo partiti da Portland, Maine, diciotto giorni fa. Pioggia qui, pioggia là, sole in mezzo. Karl, sono convinto, vorrebbe intervistare ancora qualcuno. Ma i passeggeri lo intuiscono e scivolano via nella pioggia, diventando ricordi: come noi.
Sabato, 23. giugno 2012
Diciotto giorni, diciotto Stati (arrivo a Portland, Oregon)
Venerdì, 22. giugno 2012
Una casa per il povero tirannosauro
In questa rara giornata senza treni, nello spazio di due chilometri, ho visto una mini-statua della Libertà, un tirannosauro sotto vetro, la sabbia dorata delle Hawaii, una torre medioevale e due panchine affiancate: blu per i democratici, rossa per i repubblicani.
Non è un delirio psichedelico, e non siamo in Florida o Las Vegas, dove l’eccesso architettonico è prevedibile e incoraggiato. Siamo su Lake Washington, il lago urbano alle spalle di Seattle, città sofisticata e liberale, residenza di personaggi diventati ricchi con i (nostri) computer: Bill Gates (Microsoft), Paul Allen (suo ex-socio), Jeff Bezos (Amazon) e tanti altri.
Le case scendono verso l’acqua, i prati brillano, il clima aiuta. Succede perfino di vedere umani sdraiati sull’erba senza un maglione e una coperta. Nella zona di Medina, la magione di Bezos è seminascosta dal verde, la piccola spiaggia di Bill Gates appare soffice (microsoft?). Non so a chi appartenga il tirannosauro, ma è ben visibile dentro una costruzione in vetro. Mi dicono che è installato su una piattaforma e domina la piscina interna. Ragionevole: chi non ha hai sognato di nuotare osservato da un carnivoro bipede appartenente all’ordine dei saurischi?
La distanza tra il plutopalentologo di Seattle e i neo-residenti di Malta, Montana è considerevole: ma sono comunque americani, ed è possibile trovare punti di contatto. Per esempio: le case, molto più dei vestiti o delle auto, sono potenti indicatori sociali, accettati da tutti. Certo, anche simboli di status e di successo. La domanda “Where do you live?”, negli USA, è raramente innocente. La risposta serve a classificare una persona. Per restare a Seattle, anzi al lago Washington: la sponda orientale è più ricercata di quella occidentale. Di qui vivono i ricchi, di là i benestanti.
Abitare in una certa strada, dovunque negli Stati Uniti, aiuta la scalata economica e sociale, che resta lo sport più praticato del Paese. La casa americana è un fortino senza cancellate; quella italiana, talvolta, una cancellata senza fortino. La bolla immobiliare USA scoppiata nel 2007/2008 - l’innesco degli attuali guai finanziari del mondo - fu provocata dal desiderio spasmodico di acquistare un’abitazione oltre le proprie possibilità finanziere; e dall’incoscienza di chi concedeva mutui colossali senza garanzie, confidando nell’eterna ascesa del mercato.
Quando ho scritto un libro sull’America, diciasette anni fa, ho scelto di raccontare una casa. Ero e resto convinto che sia la porta d’ingresso del tunnel che conduce nella mente americana. Che non è più strana o complicata della nostra: ma è diversa. Per capirla non basta sbirciare dentro le stanze illuminate da un treno in corsa. Occorre scendere, guardare, entrare, provare a capire. Certo, non è facile sapere perché qualcuno costruisce una casa sul lago per un tirannosauro. Non bastava un triceratropo? E più basso, s’inserisce meglio nel paesaggio.
Non è un delirio psichedelico, e non siamo in Florida o Las Vegas, dove l’eccesso architettonico è prevedibile e incoraggiato. Siamo su Lake Washington, il lago urbano alle spalle di Seattle, città sofisticata e liberale, residenza di personaggi diventati ricchi con i (nostri) computer: Bill Gates (Microsoft), Paul Allen (suo ex-socio), Jeff Bezos (Amazon) e tanti altri.
Le case scendono verso l’acqua, i prati brillano, il clima aiuta. Succede perfino di vedere umani sdraiati sull’erba senza un maglione e una coperta. Nella zona di Medina, la magione di Bezos è seminascosta dal verde, la piccola spiaggia di Bill Gates appare soffice (microsoft?). Non so a chi appartenga il tirannosauro, ma è ben visibile dentro una costruzione in vetro. Mi dicono che è installato su una piattaforma e domina la piscina interna. Ragionevole: chi non ha hai sognato di nuotare osservato da un carnivoro bipede appartenente all’ordine dei saurischi?
La distanza tra il plutopalentologo di Seattle e i neo-residenti di Malta, Montana è considerevole: ma sono comunque americani, ed è possibile trovare punti di contatto. Per esempio: le case, molto più dei vestiti o delle auto, sono potenti indicatori sociali, accettati da tutti. Certo, anche simboli di status e di successo. La domanda “Where do you live?”, negli USA, è raramente innocente. La risposta serve a classificare una persona. Per restare a Seattle, anzi al lago Washington: la sponda orientale è più ricercata di quella occidentale. Di qui vivono i ricchi, di là i benestanti.
Abitare in una certa strada, dovunque negli Stati Uniti, aiuta la scalata economica e sociale, che resta lo sport più praticato del Paese. La casa americana è un fortino senza cancellate; quella italiana, talvolta, una cancellata senza fortino. La bolla immobiliare USA scoppiata nel 2007/2008 - l’innesco degli attuali guai finanziari del mondo - fu provocata dal desiderio spasmodico di acquistare un’abitazione oltre le proprie possibilità finanziere; e dall’incoscienza di chi concedeva mutui colossali senza garanzie, confidando nell’eterna ascesa del mercato.
Quando ho scritto un libro sull’America, diciasette anni fa, ho scelto di raccontare una casa. Ero e resto convinto che sia la porta d’ingresso del tunnel che conduce nella mente americana. Che non è più strana o complicata della nostra: ma è diversa. Per capirla non basta sbirciare dentro le stanze illuminate da un treno in corsa. Occorre scendere, guardare, entrare, provare a capire. Certo, non è facile sapere perché qualcuno costruisce una casa sul lago per un tirannosauro. Non bastava un triceratropo? E più basso, s’inserisce meglio nel paesaggio.
Giovedì, 21. giugno 2012
Seattle
Seattle col sole è come l’Inter vogliosa e in gran forma. Succede di rado, ma quando succede è una meraviglia. Imbattibile, direi.
Giugno non è una certezza, da queste parti: lo chiamano “Junuary”, una crasi tra “June” e “January”. Ma siamo stati fortunati. Accolti alla stazione da nuvole e pioggia, forse per mantenere il parallelismo Atlantico-Pacifico, abbiamo poi trovato cielo azzurro e sole sfolgorante, che dura ancora. Le Olympic Mountains a ovest, oltre il Puget Sound. Mount Rainier a sud, un cono incappucciato di neve, per la gioia dei giapponesi e dei valdostani di passaggio. Se la città di Jimi Hendrix, del primo Starbucks e dei Nirvana di Kurt Cobain decide di farsi bella non ha rivali. Solo Chicago può competere, negli Stati Uniti; oppure New York, Los Angeles, Miami e San Francisco, per gli amanti del genere.
Il centro che scende a gradini verso la baia, il mercato di Pike Place, il lungolago di Bellevue, i saliscendi di Madison Avenue, i negozi e i ristoranti di Capitol Hill: tutte le cose illuminate. Lo spettacolo è così suggestivo che perfino Microsoft, altro residente importante, appare per un attimo romantico (poi passa). Per resistere all’euforia, e festeggiare una giornata senza rotaie, passiamo tempo in due luoghi apparentemente antitetici: Amazon.com e Elliott Bay Book Company.
Nel primo lavora - come responsabile di tutte le attività internazionali - il mio amico Diego Piacentini. Nel secondo, ritrovo Casey, Rick e altri che avevo conosciuto presentando miei libri nel 2002 e nel 2006. Curiosamente sia Amazon sia la libreria hanno traslocato due anni fa, risvegliando, a modo loro, quartieri interi. Amazon.com da Pac Med, la vecchia sede di mattoni rossi di Beacon Hill, a South Lake Union. Elliott Bay Book Co. da Pioneer Square, vicino alla baia, a Capitol Hill, oltre la Interstate 5.
Di Amazon.com, sapete (anche perché da Amazon.it, probabilmente, acquistate): non ha inventato un business, ma un paradigma. Elliott Bay Book Co. era - e resta - la libreria indipendente più affascinante della West Coast e, forse, degli USA. Rivali, certamente, nel mercato dei libri. In libreria si lamentano d’essere considerati, da alcuni, solo una vetrina: arrivano, scelgono il titolo, tornano a casa e lo ordinano su Amazon.com con lo sconto. Ad Amazon ricordano che tutte le rivoluzioni industriali provocano sconquassi, all’inizio. In fondo, spiegano, noi offriamo un servizio ai clienti: dipende da loro sceglierci o meno.
So bene che il discorso è più complicato di così, e tocca questioni di concorrenza, diritto d’autore, pubblica utilità. Ma in una giornata così bella lasciate sognare uno che compra tanti libri e alcuni ne ha scritti. Lasciatemi dire che Amazon è imbattibile come varietà di scelta, prezzo, rapidità di consegna. Ma una libreria resta insuperabile come luogo sociale, occasione di confronto (con librai, autori e altri lettori). Sarebbe triste restare soli con i propri libri recapitati a domicilio. Sarebbe assurdo rinunciare alla rapidità, alla comodità e alla convenienza di quel recapito.
ElliottAmazon.bay! Giuro: non ho assunto le sostanze che piacevano tanto a Jimi e a Kurt.
Giugno non è una certezza, da queste parti: lo chiamano “Junuary”, una crasi tra “June” e “January”. Ma siamo stati fortunati. Accolti alla stazione da nuvole e pioggia, forse per mantenere il parallelismo Atlantico-Pacifico, abbiamo poi trovato cielo azzurro e sole sfolgorante, che dura ancora. Le Olympic Mountains a ovest, oltre il Puget Sound. Mount Rainier a sud, un cono incappucciato di neve, per la gioia dei giapponesi e dei valdostani di passaggio. Se la città di Jimi Hendrix, del primo Starbucks e dei Nirvana di Kurt Cobain decide di farsi bella non ha rivali. Solo Chicago può competere, negli Stati Uniti; oppure New York, Los Angeles, Miami e San Francisco, per gli amanti del genere.
Il centro che scende a gradini verso la baia, il mercato di Pike Place, il lungolago di Bellevue, i saliscendi di Madison Avenue, i negozi e i ristoranti di Capitol Hill: tutte le cose illuminate. Lo spettacolo è così suggestivo che perfino Microsoft, altro residente importante, appare per un attimo romantico (poi passa). Per resistere all’euforia, e festeggiare una giornata senza rotaie, passiamo tempo in due luoghi apparentemente antitetici: Amazon.com e Elliott Bay Book Company.
Nel primo lavora - come responsabile di tutte le attività internazionali - il mio amico Diego Piacentini. Nel secondo, ritrovo Casey, Rick e altri che avevo conosciuto presentando miei libri nel 2002 e nel 2006. Curiosamente sia Amazon sia la libreria hanno traslocato due anni fa, risvegliando, a modo loro, quartieri interi. Amazon.com da Pac Med, la vecchia sede di mattoni rossi di Beacon Hill, a South Lake Union. Elliott Bay Book Co. da Pioneer Square, vicino alla baia, a Capitol Hill, oltre la Interstate 5.
Di Amazon.com, sapete (anche perché da Amazon.it, probabilmente, acquistate): non ha inventato un business, ma un paradigma. Elliott Bay Book Co. era - e resta - la libreria indipendente più affascinante della West Coast e, forse, degli USA. Rivali, certamente, nel mercato dei libri. In libreria si lamentano d’essere considerati, da alcuni, solo una vetrina: arrivano, scelgono il titolo, tornano a casa e lo ordinano su Amazon.com con lo sconto. Ad Amazon ricordano che tutte le rivoluzioni industriali provocano sconquassi, all’inizio. In fondo, spiegano, noi offriamo un servizio ai clienti: dipende da loro sceglierci o meno.
So bene che il discorso è più complicato di così, e tocca questioni di concorrenza, diritto d’autore, pubblica utilità. Ma in una giornata così bella lasciate sognare uno che compra tanti libri e alcuni ne ha scritti. Lasciatemi dire che Amazon è imbattibile come varietà di scelta, prezzo, rapidità di consegna. Ma una libreria resta insuperabile come luogo sociale, occasione di confronto (con librai, autori e altri lettori). Sarebbe triste restare soli con i propri libri recapitati a domicilio. Sarebbe assurdo rinunciare alla rapidità, alla comodità e alla convenienza di quel recapito.
ElliottAmazon.bay! Giuro: non ho assunto le sostanze che piacevano tanto a Jimi e a Kurt.
Mercoledì, 20. giugno 2012
Seattle arrivo
“Un ritardo puntale”, come dice Karl. La tattica di Amtrak, finora, si può riassumere così. Invece a Seattle arriviamo con mezz’ora di anticipo: 9.55 invece di 10.25. Questo grazie al cosiddetto “padding”: il ritardo viene previsto al momento di redigere l’orario ufficiale. Quest’astuzia, più italiana che americana, serve a rabbonire i passeggeri diretti alla destinazione finale. Una certezza, almeno, ce l’hanno.
In questo viaggio il responsabile del vagone-letto (sleeping car attendant) ha l’occhi vispo. Si chiama Kevin H. Conosce la geografia e lo spelling: se pronuncia il nome di una località, spiega come scriverlo. Quando chiediamo un permesso - abbassare il finestrino per filmare il treno in corsa - dice “No!” e contemporaneamente fa segno di sì con la testa. Così è a posto, col regolamento e col buon senso.
A Seattle piove, e questa non è una notizia. Ci sono stato altre volte, fin dal 1994, e ricordo gli adesivi sulle automobili: “We don’t tan. We rust” (Non siamo abbronzati, siamo arruginiti). Siamo partiti alle 02.20 da Spokane, dopo una birra con vista sulle cascate e due ore di sonno provvisorio. Sei zombie di tre nazionalità (tre italiani, un tedesco, uno svizzero): la notte scorsa, nella stazione di Spokane, avrebbero potuto arruolarci come comparse in Twilight.
Arrivato sul treno, però, ho ritrovato vitalità. Dopo sedici giorni mi rendo conto d’avere acquisito diversi meccanismi ferroviari. Non sono quelli dell’avvocato-scrittore David Peter Alan, incrociato due volte in questo viaggio, il quale passa la vita sui treni USA (“Mai preso un volo in quarant’anni!”, dichiara orgoglioso). Come il pianista sull’oceano, ha trasferito la propria vita professionale e sociale su un mezzo di trasporto, ne scrive, si batte affinché venga usato meglio (“Se un uomo solo ha scritto di tutte le ferrovie d’America, vuol dire che non abbastanza!”).
No, la mia competenza è più limitata e banale. So impilare i bagagli e spingerli lungo i corridoi (sempre valigie verticali con quattro rotelle, sui treni!). Sono capace di aprire le porte tra i vagoni col piede. So come prendere il caffè senza scottarmi e come chiudere il tavolo senza amputarmi le dita. Conosco l’ubicazione del tasto FLUSH nel microbagno, e riesco a lavarmi le mani premendo le leve col pollice. So dove stanno le prese di corrente, la regolazione dell’aria condizionata, la luce da lettura e i ganci-attaccappani. La sleeperette e il sottoscritto, ormai, si vogliono bene.
All’alba il treno scivola lungo il fiume Columbia, e il sole s’infila sotto le nuvole per illuminarlo. Alle 8 corre lungo la valle del fiume Snohomish e iniziano i campi coltivati; i furgoni pick-up, come silenziosi insetti meccanici, compaiono e scompaiono di fianco al treno. Alle 8.50 arriviamo a Everett, e l’annunciatore comincia a sembrare sentimentale. Appena compare l’acqua salata del Puget Sound, che si apre sul Pacifico, lo diventiamo anche noi. Siamo partiti dall’Atlantico, siamo arrivati qui; siamo partiti con la pioggia, e la pioggia ci aspetta all’arrivo. Ma la traversata - dall’acqua all’acqua - è riuscita, e l’America è cambiata. Volando, si attraversa una mappa. Restando a terra, abbiamo conosciuto una nazione.
Mancano le giornate a Seattle, e la tappa finale fino a Portland, Oregon. Ma possiamo dire che la terra è finita ancora una volta, come a Lisbona l’anno scorso. Dobbiamo inventarci qualcosa, nel 2013. A meno che l’avvocato-attivista David Peter Alan convinca Obama o Romney di stendere le rotaie sul Pacifico.
In questo viaggio il responsabile del vagone-letto (sleeping car attendant) ha l’occhi vispo. Si chiama Kevin H. Conosce la geografia e lo spelling: se pronuncia il nome di una località, spiega come scriverlo. Quando chiediamo un permesso - abbassare il finestrino per filmare il treno in corsa - dice “No!” e contemporaneamente fa segno di sì con la testa. Così è a posto, col regolamento e col buon senso.
A Seattle piove, e questa non è una notizia. Ci sono stato altre volte, fin dal 1994, e ricordo gli adesivi sulle automobili: “We don’t tan. We rust” (Non siamo abbronzati, siamo arruginiti). Siamo partiti alle 02.20 da Spokane, dopo una birra con vista sulle cascate e due ore di sonno provvisorio. Sei zombie di tre nazionalità (tre italiani, un tedesco, uno svizzero): la notte scorsa, nella stazione di Spokane, avrebbero potuto arruolarci come comparse in Twilight.
Arrivato sul treno, però, ho ritrovato vitalità. Dopo sedici giorni mi rendo conto d’avere acquisito diversi meccanismi ferroviari. Non sono quelli dell’avvocato-scrittore David Peter Alan, incrociato due volte in questo viaggio, il quale passa la vita sui treni USA (“Mai preso un volo in quarant’anni!”, dichiara orgoglioso). Come il pianista sull’oceano, ha trasferito la propria vita professionale e sociale su un mezzo di trasporto, ne scrive, si batte affinché venga usato meglio (“Se un uomo solo ha scritto di tutte le ferrovie d’America, vuol dire che non abbastanza!”).
No, la mia competenza è più limitata e banale. So impilare i bagagli e spingerli lungo i corridoi (sempre valigie verticali con quattro rotelle, sui treni!). Sono capace di aprire le porte tra i vagoni col piede. So come prendere il caffè senza scottarmi e come chiudere il tavolo senza amputarmi le dita. Conosco l’ubicazione del tasto FLUSH nel microbagno, e riesco a lavarmi le mani premendo le leve col pollice. So dove stanno le prese di corrente, la regolazione dell’aria condizionata, la luce da lettura e i ganci-attaccappani. La sleeperette e il sottoscritto, ormai, si vogliono bene.
All’alba il treno scivola lungo il fiume Columbia, e il sole s’infila sotto le nuvole per illuminarlo. Alle 8 corre lungo la valle del fiume Snohomish e iniziano i campi coltivati; i furgoni pick-up, come silenziosi insetti meccanici, compaiono e scompaiono di fianco al treno. Alle 8.50 arriviamo a Everett, e l’annunciatore comincia a sembrare sentimentale. Appena compare l’acqua salata del Puget Sound, che si apre sul Pacifico, lo diventiamo anche noi. Siamo partiti dall’Atlantico, siamo arrivati qui; siamo partiti con la pioggia, e la pioggia ci aspetta all’arrivo. Ma la traversata - dall’acqua all’acqua - è riuscita, e l’America è cambiata. Volando, si attraversa una mappa. Restando a terra, abbiamo conosciuto una nazione.
Mancano le giornate a Seattle, e la tappa finale fino a Portland, Oregon. Ma possiamo dire che la terra è finita ancora una volta, come a Lisbona l’anno scorso. Dobbiamo inventarci qualcosa, nel 2013. A meno che l’avvocato-attivista David Peter Alan convinca Obama o Romney di stendere le rotaie sul Pacifico.
Martedì, 19. giugno 2012
Chi corre avanti e chi guarda indietro
Chi venisse a Spokane ed esclamasse “Ma che bella città!” sarebbe da sottoporre alla prova dell’etilometro. Non è neppure una città semplice: difficile da navigare a piedi, impegnativa da visitare in giugno (10 C e vento), complicata da pronunciare: “spokàn”, si dice. Era il nome di una tribù nativa americana, e significa “figli del sole”. Per ora, devo dire, non l’abbiamo visto.
Ma Spokane - Stato di Washington, vicina al confine con l’Idaho - è una città interessante. Una città americana non oppressa dalla propria immensa reputazione, come New York, San Francisco o Los Angeles. Una città amichevole, felice d’essere oggetto d’attenzione: il direttore di The Spokesman-Review (fondato nel 1894) ci spalanca le porte della redazione, e ci aiuta in tutti i modi. Una città pratica e mobile, simbolo di una nazione in continuo divenire. Talvolta dà l’impressione di non sapere bene dove andare; ma ci va comunque, e questo torna a suo onore. Quella americana è una società cinetica, basata sulla trasformazione e sul trasloco. Non dimentichiamo che qui hanno inventato la sedia a dondolo: per avere l’ilusione di muoversi pur restando fermi.
A Spokane siamo arrivati alle tre del mattino, provenienti dal Montana. Le stazioni di notte hanno un loro fascino, anche se talvolta è difficile coglierlo, dopo aver passato otto ore su un treno Amtrak (senza cuccette e in ritardo di due ore, tanto per cambiare). Filiamo subito verso i nostri letti nell’hotel Lusso di W Sprague Avenue. Non lasciatevi ingannare dal nome. Il lusso sta, semmai, nell’albergo di fronte, il maestoso Davenport. Nel 1914 è stato il primo albergo americano con l’aria condizionata; quando dava il resto ai clienti, lucidava le monete affinché sembrassero nuove di zecca (un prototipo innocente di “money laundering”, se ci pensate).
Un secolo fa a Spokane giravano i denari delle miniere, del legname, della ferrovia: un successo durato pochi anni, che però ha lasciato grandi tracce. Al Davenport venivano regolarmente Bing Crosby, cresciuto qui in città, il trasvolatore Charles Lindbergh, l’attore Bob Hope, lo scrittore Dashiell Hammet. Ora è stato restaurato in ogni dettaglio, e i ricordi dei tempi gloriosi sono esposti lungo le pareti. L’albergo conserva la speciale malinconia dei luoghi che hanno visti migliori, come l’Adelphi di Liverpool, il Metropol di Mosca o il Plaza di Roma.
Non credo, tuttavia, che gli americani ci facciano caso: sono troppo impegnati a correre avanti, come si diceva. E’ l’Europa, invece, che ama tenere gli occhi nello specchietto retrovisore. Strumento utile: almeno capiamo chi sta per sorpassarci, ed è una consolazione anche questa.
Ma Spokane - Stato di Washington, vicina al confine con l’Idaho - è una città interessante. Una città americana non oppressa dalla propria immensa reputazione, come New York, San Francisco o Los Angeles. Una città amichevole, felice d’essere oggetto d’attenzione: il direttore di The Spokesman-Review (fondato nel 1894) ci spalanca le porte della redazione, e ci aiuta in tutti i modi. Una città pratica e mobile, simbolo di una nazione in continuo divenire. Talvolta dà l’impressione di non sapere bene dove andare; ma ci va comunque, e questo torna a suo onore. Quella americana è una società cinetica, basata sulla trasformazione e sul trasloco. Non dimentichiamo che qui hanno inventato la sedia a dondolo: per avere l’ilusione di muoversi pur restando fermi.
A Spokane siamo arrivati alle tre del mattino, provenienti dal Montana. Le stazioni di notte hanno un loro fascino, anche se talvolta è difficile coglierlo, dopo aver passato otto ore su un treno Amtrak (senza cuccette e in ritardo di due ore, tanto per cambiare). Filiamo subito verso i nostri letti nell’hotel Lusso di W Sprague Avenue. Non lasciatevi ingannare dal nome. Il lusso sta, semmai, nell’albergo di fronte, il maestoso Davenport. Nel 1914 è stato il primo albergo americano con l’aria condizionata; quando dava il resto ai clienti, lucidava le monete affinché sembrassero nuove di zecca (un prototipo innocente di “money laundering”, se ci pensate).
Un secolo fa a Spokane giravano i denari delle miniere, del legname, della ferrovia: un successo durato pochi anni, che però ha lasciato grandi tracce. Al Davenport venivano regolarmente Bing Crosby, cresciuto qui in città, il trasvolatore Charles Lindbergh, l’attore Bob Hope, lo scrittore Dashiell Hammet. Ora è stato restaurato in ogni dettaglio, e i ricordi dei tempi gloriosi sono esposti lungo le pareti. L’albergo conserva la speciale malinconia dei luoghi che hanno visti migliori, come l’Adelphi di Liverpool, il Metropol di Mosca o il Plaza di Roma.
Non credo, tuttavia, che gli americani ci facciano caso: sono troppo impegnati a correre avanti, come si diceva. E’ l’Europa, invece, che ama tenere gli occhi nello specchietto retrovisore. Strumento utile: almeno capiamo chi sta per sorpassarci, ed è una consolazione anche questa.
Lunedì, 18. giugno 2012
Piove sui sogni di Obama
“Un uomo che sosteneva d’essere stato ferito da un colpo sparato da un’auto in corsa, mentre era in Montana per lavorare al libro Kidness in America (gentilezza in America), ha confessato d’essersi sparato da solo. L’ufficio dello sceriffo ritiene si sia trattato di un atto disperato di auto-promozione, ma non ha fornito ulteriori dettagli”.
Come può non affascinare, un posto così? La notizia apre la prima pagina del quotidiano “Great Falls Tribune”, e illumina il Montana di una luce pop. Arrivando in treno dalla prateria, lo spettacolo è magnifico: le Montagne Rocciose chiudono l’orizzonte a occidente, come la sponda di un biliardo. Poi il treno corre lungo il fiume e sale verso il Glacier National Park. A West Glacier c’è un’aria da Pinzolo fuori stagione, il verde è lucido di pioggia, le felpe abbondanti. Arriviamo al McDonald Lake - vero nome, non una sponsorizzazione - ma oltre non si può andare: il valico è chiuso per neve.
Nei parchi nazionali piove, ha appena smesso di piovere o sta per piovere: questa è una delle cose che ho imparato in trentacinque anni di viaggi in America (a proposito: cosa fanno gli orsi, la domenica pomeriggio, con questo tempo?). Un’altra certezza è questa: gli americani, soprattutto fuori dalle grandi città, sono ben disposti verso gli stranieri. Abbiamo incontrato e ascoltato centinaia di persone, dall’Atlantico fino a qui (i treni sono confessionali ambulanti). Nessuno, mai, ha rifiutato di rispondere alle nostre domande.
Nel parco bagnato, tra laghi verdeblu e neve in lontananza, abbiamo incontrato famiglie del Montana con figliole ansiose di partire per l’Africa; una coppia di signore dai capelli grigi, incerte tra il fascino del grizzly e quello della nostra producer; due fratelli, gestori di un rifugio, furibondi con la politica; un giovane conservatore di Spokane orgoglioso della sua città operaia; un ranger del parco (stazione di Poleridge), codino sotto il cappello, proveniente dalla Foresta Nera (Germania) e da Milano, dove ha fatto l’incisore. Se David Lynch avesse passato la giornata con noi, avrebbe già finito il casting.
Viaggiando e parlando, si capisce perché questo Paese produca tanto cinema. Non offre solo scenari evocativi, ma una galleria infinita di personaggi che, nel nostro caso, diventano testimoni. Questa traversata ferroviaria voleva anche essere un’esplorazione dell’umore dell’America in un anno d’elezioni presidenziali. A quattro giorni dal traguardo, mi sento di dirlo: Barack Obama, il 6 novembre, potrebbe non farcela.
L’America gli presenterà il conto. Si è accorta di essere più povera di quanto credeva, anche perché banche e società di carte di credito glielo hanno lasciato credere per anni. Mutui pesanti, acquisti cauti, traslochi drastici in cerca di un lavoro qualunque (dalla California del Sud al Nord Dakota). Il tasso ufficiale di disoccupazione è 8,2%, ma nasconde i piccoli lavori pagati al minimo legale: non è con quelli che si mette su famiglia. Gli Stati Uniti del 2012 mi ricordano sempre di più quelli che avevo conosciuto durante un altro lungo viaggio, nel 1992. Pochi mesi più tardi, il Presidente (George Bush Sr) venne congedato dopo il primo mandato. Una storia che Barack Obama conosce bene, e vorrebbe non ripetere. Ma i treni d'America, per ora, lo condannano.
Come può non affascinare, un posto così? La notizia apre la prima pagina del quotidiano “Great Falls Tribune”, e illumina il Montana di una luce pop. Arrivando in treno dalla prateria, lo spettacolo è magnifico: le Montagne Rocciose chiudono l’orizzonte a occidente, come la sponda di un biliardo. Poi il treno corre lungo il fiume e sale verso il Glacier National Park. A West Glacier c’è un’aria da Pinzolo fuori stagione, il verde è lucido di pioggia, le felpe abbondanti. Arriviamo al McDonald Lake - vero nome, non una sponsorizzazione - ma oltre non si può andare: il valico è chiuso per neve.
Nei parchi nazionali piove, ha appena smesso di piovere o sta per piovere: questa è una delle cose che ho imparato in trentacinque anni di viaggi in America (a proposito: cosa fanno gli orsi, la domenica pomeriggio, con questo tempo?). Un’altra certezza è questa: gli americani, soprattutto fuori dalle grandi città, sono ben disposti verso gli stranieri. Abbiamo incontrato e ascoltato centinaia di persone, dall’Atlantico fino a qui (i treni sono confessionali ambulanti). Nessuno, mai, ha rifiutato di rispondere alle nostre domande.
Nel parco bagnato, tra laghi verdeblu e neve in lontananza, abbiamo incontrato famiglie del Montana con figliole ansiose di partire per l’Africa; una coppia di signore dai capelli grigi, incerte tra il fascino del grizzly e quello della nostra producer; due fratelli, gestori di un rifugio, furibondi con la politica; un giovane conservatore di Spokane orgoglioso della sua città operaia; un ranger del parco (stazione di Poleridge), codino sotto il cappello, proveniente dalla Foresta Nera (Germania) e da Milano, dove ha fatto l’incisore. Se David Lynch avesse passato la giornata con noi, avrebbe già finito il casting.
Viaggiando e parlando, si capisce perché questo Paese produca tanto cinema. Non offre solo scenari evocativi, ma una galleria infinita di personaggi che, nel nostro caso, diventano testimoni. Questa traversata ferroviaria voleva anche essere un’esplorazione dell’umore dell’America in un anno d’elezioni presidenziali. A quattro giorni dal traguardo, mi sento di dirlo: Barack Obama, il 6 novembre, potrebbe non farcela.
L’America gli presenterà il conto. Si è accorta di essere più povera di quanto credeva, anche perché banche e società di carte di credito glielo hanno lasciato credere per anni. Mutui pesanti, acquisti cauti, traslochi drastici in cerca di un lavoro qualunque (dalla California del Sud al Nord Dakota). Il tasso ufficiale di disoccupazione è 8,2%, ma nasconde i piccoli lavori pagati al minimo legale: non è con quelli che si mette su famiglia. Gli Stati Uniti del 2012 mi ricordano sempre di più quelli che avevo conosciuto durante un altro lungo viaggio, nel 1992. Pochi mesi più tardi, il Presidente (George Bush Sr) venne congedato dopo il primo mandato. Una storia che Barack Obama conosce bene, e vorrebbe non ripetere. Ma i treni d'America, per ora, lo condannano.
Domenica, 17. giugno 2012
Marziani in Montana
Quando si aspetta di addormentarsi, è bello ascoltare il rumore dei treni, scriveva il grande Don De Lillo. Forse aveva preso una stanza nel Maltana Motel di Malta, Montana; e non soffriva d’insonnia. I poderosi freight trains della BSFN continuano a passare, e diciamo che non passano inosservati. Piombano ululando sul passaggio incustodito, e si allontanano nella prateria. Due locomotive prometeiche, duecento vagoni di container, molti con scritte cinesi. Dall’ovest all’est, e poi dall’est all’ovest, instancabili boati notturni.
Fantastici per prender sonno: altro che musica classica. Alle 20.30, sotto un sole brillante, complice il nuovo fuso orario (Mountain Time), siamo già rinchiusi nelle stanze del motel (dove il wi-fi funziona, evviva). Un’ora dopo, mi dicono, hanno bussato per informarmi che l’appuntamento dell’indomani era saltato. Ma se non mi svegliano duecento vagoni, figuriamoci se ci riescono le nocche di due italiani educati.
Malta è un posto che sarebbe piaciuto a Wim Wenders,: non è una cittadina americana, è una scenografia in attesa di un film. Strade diritte, larghe, deserte; angoli retti, cielo cobalto e insegne sbiadite. Le attrazioni locali sono i resti di un dinosauro (Leonardo) e il bandito Kid Currie (Harvey Logan), che nel 1901 assaltò un treno a poche miglia da qui. L’ultima rapina del Mucchio Selvaggio, prima che Butch Cassidy e Sundance Kid si trasferissero in Sudamerica per godersi la disonesta pensione.
Vaghiamo per strade vuote, tagliate orizzontalmente dalla luce, finché dal bar Lucky Bullet ci invitano ad entrare: gentilmente, senza ricorrere alle armi da fuoco. L’America oleografica e cinematografica, appena ci si avvicina e le si parla, si scompone in storie reali, personali, spesso dure. Janae, al bancone, mostra la foto del padre della figlia, partito ieri per l’Afghanistan; le amiche sovrappeso raccontano di una cittadina solidale ma troppo curiosa; Dennis e Dodiee esibiscono la sella vinta al rodeo. Al ristorante del Great Northern Hotel - un viaggio nel tempo ferroviario - la ventitreenne Cheryl, pettinata come un’attrice scesa senza casco da una motocicletta, spiega che è arrivata qui da Portland, Oregon a cercare lavoro. Un’asta di cianfrusaglie attira un decimo della popolazione: sugli scaffali la storia quotidiana dell’America, malinconica e consolante come sempre il passato prossimo.
Alle sette del mattino - sole brillante, come se qualcuno di notte avesse lucidato il cielo - un ingegnere con tre figlie bionde ha preso due stanze al Maltana Hotel: l’auto ferma come il cavallo davanti all’accampamento, le ragazze fanno colazione sul cofano in attesa di una gara di nuoto.
Il resto della giornata trascorre in vagabondaggi lungo i binari, in attesa di riprendere l’Empire Builder verso West Glacier. Le ore di ritardo sono due, ma potrebbero diventare tre, oppure una soltanto: Amtrak è una forma di allenamento alla vita. Siamo arrivati qui in treno, non abbiamo l’automobile, da queste parti è inconcepibile. Cinque italiani e un tedesco che visitano dinosauri e scalciano rifiuti sulla massicciata. Siamo marziani in Montana, a Flaiano saremmo piaciuti.
Fantastici per prender sonno: altro che musica classica. Alle 20.30, sotto un sole brillante, complice il nuovo fuso orario (Mountain Time), siamo già rinchiusi nelle stanze del motel (dove il wi-fi funziona, evviva). Un’ora dopo, mi dicono, hanno bussato per informarmi che l’appuntamento dell’indomani era saltato. Ma se non mi svegliano duecento vagoni, figuriamoci se ci riescono le nocche di due italiani educati.
Malta è un posto che sarebbe piaciuto a Wim Wenders,: non è una cittadina americana, è una scenografia in attesa di un film. Strade diritte, larghe, deserte; angoli retti, cielo cobalto e insegne sbiadite. Le attrazioni locali sono i resti di un dinosauro (Leonardo) e il bandito Kid Currie (Harvey Logan), che nel 1901 assaltò un treno a poche miglia da qui. L’ultima rapina del Mucchio Selvaggio, prima che Butch Cassidy e Sundance Kid si trasferissero in Sudamerica per godersi la disonesta pensione.
Vaghiamo per strade vuote, tagliate orizzontalmente dalla luce, finché dal bar Lucky Bullet ci invitano ad entrare: gentilmente, senza ricorrere alle armi da fuoco. L’America oleografica e cinematografica, appena ci si avvicina e le si parla, si scompone in storie reali, personali, spesso dure. Janae, al bancone, mostra la foto del padre della figlia, partito ieri per l’Afghanistan; le amiche sovrappeso raccontano di una cittadina solidale ma troppo curiosa; Dennis e Dodiee esibiscono la sella vinta al rodeo. Al ristorante del Great Northern Hotel - un viaggio nel tempo ferroviario - la ventitreenne Cheryl, pettinata come un’attrice scesa senza casco da una motocicletta, spiega che è arrivata qui da Portland, Oregon a cercare lavoro. Un’asta di cianfrusaglie attira un decimo della popolazione: sugli scaffali la storia quotidiana dell’America, malinconica e consolante come sempre il passato prossimo.
Alle sette del mattino - sole brillante, come se qualcuno di notte avesse lucidato il cielo - un ingegnere con tre figlie bionde ha preso due stanze al Maltana Hotel: l’auto ferma come il cavallo davanti all’accampamento, le ragazze fanno colazione sul cofano in attesa di una gara di nuoto.
Il resto della giornata trascorre in vagabondaggi lungo i binari, in attesa di riprendere l’Empire Builder verso West Glacier. Le ore di ritardo sono due, ma potrebbero diventare tre, oppure una soltanto: Amtrak è una forma di allenamento alla vita. Siamo arrivati qui in treno, non abbiamo l’automobile, da queste parti è inconcepibile. Cinque italiani e un tedesco che visitano dinosauri e scalciano rifiuti sulla massicciata. Siamo marziani in Montana, a Flaiano saremmo piaciuti.
Sabato, 16. giugno 2012
Malta, Montana: sole, vento, quattro strade e dieci pick-up
Altro che “Empire Builder”. Dovrebbero chiamarlo “Delay Builder”, costruttore di ritardo, considerato quanto ne accumula ogni giorno. A Rugby, North Dakota eravamo arrivati con due ore di ritardo. Da Rugby avremmo dovuto ripartire oggi alle 07.07 per Malta, Montana: il treno s’è mosso alle 9.33. Con calma. L’hanno pure spostato cento metri per aiutarci a caricare i bagagli.
Nell’attesa, abbiamo fatto visita a Dale G. Niewoehner. L’ex-sindaco, ormai un amico, s’è organizzato casa-e-bottega: al pianterreno, impresa di pompe funebri (con esposizione di bare, urne e il laboratorio per la preparazione della salma); al piano di sopra, salotto, camera da letto, reperti di navi da crociera (compresa l’Andrea Doria), una collezione di mattoni di edifici celebri e una testa di bisonte.
Insieme alla moglie Marilyn (“Ho conosciuto mio marito a un funerale”), Dale ci accompagna in stazione e spiega perché Amtrak, su questa tratta, è spesso (sempre?) in ritardo: i binari appartengono alla società BSFN, e i treni-merci (freight trains) hanno la precedenza. I passeggeri possono aspettare.
L’Empire Builder argentato attraverserà il North Dakota (7.879 pozzi di petrolio, 18 miliardi di barili al mese) e il Montana, diretto a Seattle, nello stato di Washington. Noi scenderemo a Malta, Montana. Sul treno conosciamo Mandy, che dal Minnesota va a trovare un amico a Williston, il centro del nuovo “oil boom”. “Posto pazzesco”, spiega. “Tanti maschi giovani, tanto alcol, niente da fare. Ho assististito a risse per una ragazza. Testoterone e petrolio, wow”.
L’amico di Mandy, a $25 l’ora, lavora nel settore ambientale: ripulisce perdite di petrolio, cose così. Ma il “fracking” , la tecnica di estrazione usata (immettere liquidi o gas ad alta pressione nel sottosuolo e rompere uno strato roccioso), rischia di compromettere le falde. In alcuni luoghi, dicono, l’acqua potabile prende fuoco. Prima della sosta propongo a Soledad, la nostra producer, un esperimento per le telecamere: scenderà a Williston, berrà dal rubinetto e accenderà una sigaretta. Ma lei è di Roma. “Non fumo”, risponde.
Appena prima del confine, nuovo fuso orario. Nel Montana il cielo è grigio e azzurro, nuvole panciute prendono la rincorsa nella prateria. Ogni tanto piove, poi smette. Finiscono i pozzi di petrolio e cominciano basse colline chiare. Gli autotreni lasciano strascichi di polvere. Alberto li riprende, Gianni monta il videoblog, Andrea pensa a Dale G. Niewoehner e alla sua casa. Karl, nella carrozza panoramica, si dedica a interviste intime. Steve, americano in viaggio verso il Pacifico, sospira: “Se ritorno sulla East Coast per settembre, va bene”. Questo è l’atteggiamento ferroviario, fratello.
A metà pomeriggio, con tre ore di ritardo, scendiamo a Malta in Montana. Il nome venne scelto da un funzionario della Great Northern facendo ruotare un mappamondo: il dito si fermò sull’isola del Mediterraneo. Sole, vento, quattro strade e dieci pick-up. La proprietaria del motel “Maltana”, l’unico, sembra sorpresa di questo arrivo. Anche noi. Restate sintonizzati.
Nell’attesa, abbiamo fatto visita a Dale G. Niewoehner. L’ex-sindaco, ormai un amico, s’è organizzato casa-e-bottega: al pianterreno, impresa di pompe funebri (con esposizione di bare, urne e il laboratorio per la preparazione della salma); al piano di sopra, salotto, camera da letto, reperti di navi da crociera (compresa l’Andrea Doria), una collezione di mattoni di edifici celebri e una testa di bisonte.
Insieme alla moglie Marilyn (“Ho conosciuto mio marito a un funerale”), Dale ci accompagna in stazione e spiega perché Amtrak, su questa tratta, è spesso (sempre?) in ritardo: i binari appartengono alla società BSFN, e i treni-merci (freight trains) hanno la precedenza. I passeggeri possono aspettare.
L’Empire Builder argentato attraverserà il North Dakota (7.879 pozzi di petrolio, 18 miliardi di barili al mese) e il Montana, diretto a Seattle, nello stato di Washington. Noi scenderemo a Malta, Montana. Sul treno conosciamo Mandy, che dal Minnesota va a trovare un amico a Williston, il centro del nuovo “oil boom”. “Posto pazzesco”, spiega. “Tanti maschi giovani, tanto alcol, niente da fare. Ho assististito a risse per una ragazza. Testoterone e petrolio, wow”.
L’amico di Mandy, a $25 l’ora, lavora nel settore ambientale: ripulisce perdite di petrolio, cose così. Ma il “fracking” , la tecnica di estrazione usata (immettere liquidi o gas ad alta pressione nel sottosuolo e rompere uno strato roccioso), rischia di compromettere le falde. In alcuni luoghi, dicono, l’acqua potabile prende fuoco. Prima della sosta propongo a Soledad, la nostra producer, un esperimento per le telecamere: scenderà a Williston, berrà dal rubinetto e accenderà una sigaretta. Ma lei è di Roma. “Non fumo”, risponde.
Appena prima del confine, nuovo fuso orario. Nel Montana il cielo è grigio e azzurro, nuvole panciute prendono la rincorsa nella prateria. Ogni tanto piove, poi smette. Finiscono i pozzi di petrolio e cominciano basse colline chiare. Gli autotreni lasciano strascichi di polvere. Alberto li riprende, Gianni monta il videoblog, Andrea pensa a Dale G. Niewoehner e alla sua casa. Karl, nella carrozza panoramica, si dedica a interviste intime. Steve, americano in viaggio verso il Pacifico, sospira: “Se ritorno sulla East Coast per settembre, va bene”. Questo è l’atteggiamento ferroviario, fratello.
A metà pomeriggio, con tre ore di ritardo, scendiamo a Malta in Montana. Il nome venne scelto da un funzionario della Great Northern facendo ruotare un mappamondo: il dito si fermò sull’isola del Mediterraneo. Sole, vento, quattro strade e dieci pick-up. La proprietaria del motel “Maltana”, l’unico, sembra sorpresa di questo arrivo. Anche noi. Restate sintonizzati.
Venerdì, 15. giugno 2012
North Dakota: bionde, petrolio e ombre lunghe
Nelle ultime ventiquattro ore abbiamo conosciuto un ranger con un pesce-gatto di peluche nella borsa, una coppia di Savannah (Georgia) che viaggia in treno su ordine del medico, un vice-sceriffo così gentile da caricarci sull’auto della polizia, un ex-sindaco impresario di pompe funebri con una Cadillac ’68 decappottabile, la direttrice del quotidiano “The Tribune” che vende cartoleria in redazione, la proprietaria di radio KZZJ AM1450 con i figli nella National Guard e una giovane calciatrice di nome Bailey, subito soprannominata Miss North Dakota.
North Dakota! Bailey s’è trasferita qui dalla California, e lavora con la famiglia al "Cornerstone Cafè". Appena fuori dal locale, una stele annuncia “Geographic Center of the North American Continent”. Fascinoso: a patto di non venire fino a Rugby e fare i pignoli. C’è chi sostiene che il punto esatto stia in un acquitrino, tre chilometri da downtown. Altri dicono che il centro del continente nordamericano si trovi più a est, verso Devil’s Lake (un posticino dove manderei in vacanza i nostri calciatori-scommettitori, altro che Miami). Terza versione: il cippo, eretto nel 1931 dal Lions Club vicino a un ristorante, venne spostato nel 1971. I proprietari se lo sono portati dietro, e l’hanno piazzato di fronte al nuovo locale. La geografia al servizio del commercio: viva l’America.
North Dakota! Lo Stato con la disoccupazione più bassa degli USA. Il boom petrolifero nell’ovest sta attirando gente da tutta l’Unione. Una controversa tecnica di estrazione (hydraulic fracturing o “fracking”) produce oltre 500mila barili di greggio-equivalente al giorno. Il prezzo delle case qui a Rugby è raddoppiato, e non si trova personale: il McDonald’s di Williston va a prenderselo a duecento miglia di distanza. Arriva gente nuova, in North Dakota, l’economia tira. “Qui a Rugby va bene perfino la prigione, fallita anni fa per mancanza di prigionieri”, racconta soddisfatto Dale G. Niewoehner, proprietario della Cadillac, di tre chiese, delle pompe funebri e di una patriottica cravatta a stelle e strisce.
North Dakota! Ricordate “Fargo”, il film dei fratelli Cohen? La città - ci siamo passati, la notte scorsa - è una metropoli, in confronto a Rugby. Qui solo un giornale, una radio, un motel, niente taxi, 2.879 abitanti, ultimo omicidio nel 1963, un cielo tridimensionale, ombre lunghe d'estate e un freddo pazzesco d’inverno. Non a caso, a fine ‘800, sono arrivati immigrati da Germania e Norvegia: si sentivano a casa. Ancora oggi le due etnie rappresentano il 78% della popolazione. Karl ha scoperto una signora Hoffmann e s’è accordato per incontrarla. Ma la signora non arriva: e il mio compagno di viaggio bofonchia contro l'inaffidabilità tedesca.
North Dakota. E’ un’America creata dalla ferrovia (Great Northern Railway 1890-1970), e il nome del treno Amtrak che ci ha portato fin qui - e domattina ci porterà via - lo ricorda: “Empire Builder”, costruttore d'impero. Un’America che, nel 21esimo secolo, sembra ancora prigioniera di un incantesimo di Norman Rockwell, anche se le bionde sono più vestite. Sarà il freddo.
North Dakota! Bailey s’è trasferita qui dalla California, e lavora con la famiglia al "Cornerstone Cafè". Appena fuori dal locale, una stele annuncia “Geographic Center of the North American Continent”. Fascinoso: a patto di non venire fino a Rugby e fare i pignoli. C’è chi sostiene che il punto esatto stia in un acquitrino, tre chilometri da downtown. Altri dicono che il centro del continente nordamericano si trovi più a est, verso Devil’s Lake (un posticino dove manderei in vacanza i nostri calciatori-scommettitori, altro che Miami). Terza versione: il cippo, eretto nel 1931 dal Lions Club vicino a un ristorante, venne spostato nel 1971. I proprietari se lo sono portati dietro, e l’hanno piazzato di fronte al nuovo locale. La geografia al servizio del commercio: viva l’America.
North Dakota! Lo Stato con la disoccupazione più bassa degli USA. Il boom petrolifero nell’ovest sta attirando gente da tutta l’Unione. Una controversa tecnica di estrazione (hydraulic fracturing o “fracking”) produce oltre 500mila barili di greggio-equivalente al giorno. Il prezzo delle case qui a Rugby è raddoppiato, e non si trova personale: il McDonald’s di Williston va a prenderselo a duecento miglia di distanza. Arriva gente nuova, in North Dakota, l’economia tira. “Qui a Rugby va bene perfino la prigione, fallita anni fa per mancanza di prigionieri”, racconta soddisfatto Dale G. Niewoehner, proprietario della Cadillac, di tre chiese, delle pompe funebri e di una patriottica cravatta a stelle e strisce.
North Dakota! Ricordate “Fargo”, il film dei fratelli Cohen? La città - ci siamo passati, la notte scorsa - è una metropoli, in confronto a Rugby. Qui solo un giornale, una radio, un motel, niente taxi, 2.879 abitanti, ultimo omicidio nel 1963, un cielo tridimensionale, ombre lunghe d'estate e un freddo pazzesco d’inverno. Non a caso, a fine ‘800, sono arrivati immigrati da Germania e Norvegia: si sentivano a casa. Ancora oggi le due etnie rappresentano il 78% della popolazione. Karl ha scoperto una signora Hoffmann e s’è accordato per incontrarla. Ma la signora non arriva: e il mio compagno di viaggio bofonchia contro l'inaffidabilità tedesca.
North Dakota. E’ un’America creata dalla ferrovia (Great Northern Railway 1890-1970), e il nome del treno Amtrak che ci ha portato fin qui - e domattina ci porterà via - lo ricorda: “Empire Builder”, costruttore d'impero. Un’America che, nel 21esimo secolo, sembra ancora prigioniera di un incantesimo di Norman Rockwell, anche se le bionde sono più vestite. Sarà il freddo.
Giovedì, 14. giugno 2012
Venti motivi per attraversare l'America
Si dovrebbe prendere un treno dall’Atlantico al Pacifico solo per vedere la faccia degli americani quando glielo dici. Stupore, costernazione, ammirazione, compassione: tutto in uno sguardo.
Ma è quello che stiamo facendo, e siamo quasi a metà strada. Partiti ieri da Milwaukee, Wisconsin e diretti a Fargo e Rugby, North Dakota: il centro geografico del continente nordamericano (c’è il cippo, ovviamente). Questa tappa, quindici ore. Da “Happy Days” (con Fonzie) a “Fargo” (dei fratelli Cohen): una transizione che, da sola, comprende l’America.
“Perché lo fate?” Dopo dieci giorni di viaggio, oltre duemila miglia di binari e molti volti perplessi, ho preparato una risposta. Anzi, venti.
1. Perché nel 2011 abbiamo un preso un treno da Mosca e Lisbona: e a quel punto non c’era piu terra dove andare. Così abbiamo ricominciato da questa parte.
2. Perché al Corriere, a La7 e al Goethe Institut Italia hanno coraggio e fantasia.
3. Perché i tedeschi in viaggio sono sempre una sorpresa (gli italiani pure).
4. Perché qui negli USA è già cominciata la campagna elettorale (anche in Italia, a dire il vero).
5. Perché il treno è un teatro ambulante, dove scena e attori cambiano continuamente.
6. Perché il treno è una trama già pronta: e dopotutto sono uno scrittore.
7. Perché oltre i finestrini passa l’America in parata: ed è impossibile staccare gli occhi.
8. Perché ogni tanto è bello essere un estraneo tra gli estranei.
9. Perché in un lungo viaggio i pensieri si allungano, e acquistano una sorprendente chiarezza.
10. Perché “Portland2Portand” e “Amtraked!” sono due riassunti niente male.
11. Perché Amtrak è una lezione di stoicismo a stelle e strisce.
12. Perché è meglio che stare in Italia e leggere discussioni su Twitter su chi è gay e chi no.
13. Perché l’aria è trasparente, i colori forti, gli spazi immensi (le cuccette piccole, d’accordo).
14. Perché Ortensia può star tranquilla, anche se dormo con una “sleeperette”.
15. Perché rifare la valigia tutti i giorni è un esercizio zen.
16. Perché ogni volta troviamo Italians (e amici americani degli Italians) che ci aiutano, ci incoraggiano, ci guidano e ci correggono.
17. Perché viaggiamo su un treno che si chiama “Empire Builder” e intervistiamo gente con nomi come Rocky Marcoux (Commissioner, City of Milwaukee).
18. Perché il North Dakota è uno dei pochi Stati che, in 35 anni d’America, non ho visto. E del Montana, da bambino, mi piaceva la pubblicità (“Laggiù nel Montana tra mandrie e cow-boys/c’è sempre qualcuno di troppo tra noi/(...) E ora a noi due sporco fiore del fingo/eh sarebbe ‘del fango’ ma è per far rima con Gringo”).
19. Perché mica posso stare tutto il giorno a discutere con Beppe Grillo. Che poi non discute: afferma (tra gli applausi del pubblico votante).
20. Perché sedersi a vent’anni è irrilevante, a trenta è piacevole, a quaranta è comprensibile. Ma a cinquanta è incosciente.
Ma è quello che stiamo facendo, e siamo quasi a metà strada. Partiti ieri da Milwaukee, Wisconsin e diretti a Fargo e Rugby, North Dakota: il centro geografico del continente nordamericano (c’è il cippo, ovviamente). Questa tappa, quindici ore. Da “Happy Days” (con Fonzie) a “Fargo” (dei fratelli Cohen): una transizione che, da sola, comprende l’America.
“Perché lo fate?” Dopo dieci giorni di viaggio, oltre duemila miglia di binari e molti volti perplessi, ho preparato una risposta. Anzi, venti.
1. Perché nel 2011 abbiamo un preso un treno da Mosca e Lisbona: e a quel punto non c’era piu terra dove andare. Così abbiamo ricominciato da questa parte.
2. Perché al Corriere, a La7 e al Goethe Institut Italia hanno coraggio e fantasia.
3. Perché i tedeschi in viaggio sono sempre una sorpresa (gli italiani pure).
4. Perché qui negli USA è già cominciata la campagna elettorale (anche in Italia, a dire il vero).
5. Perché il treno è un teatro ambulante, dove scena e attori cambiano continuamente.
6. Perché il treno è una trama già pronta: e dopotutto sono uno scrittore.
7. Perché oltre i finestrini passa l’America in parata: ed è impossibile staccare gli occhi.
8. Perché ogni tanto è bello essere un estraneo tra gli estranei.
9. Perché in un lungo viaggio i pensieri si allungano, e acquistano una sorprendente chiarezza.
10. Perché “Portland2Portand” e “Amtraked!” sono due riassunti niente male.
11. Perché Amtrak è una lezione di stoicismo a stelle e strisce.
12. Perché è meglio che stare in Italia e leggere discussioni su Twitter su chi è gay e chi no.
13. Perché l’aria è trasparente, i colori forti, gli spazi immensi (le cuccette piccole, d’accordo).
14. Perché Ortensia può star tranquilla, anche se dormo con una “sleeperette”.
15. Perché rifare la valigia tutti i giorni è un esercizio zen.
16. Perché ogni volta troviamo Italians (e amici americani degli Italians) che ci aiutano, ci incoraggiano, ci guidano e ci correggono.
17. Perché viaggiamo su un treno che si chiama “Empire Builder” e intervistiamo gente con nomi come Rocky Marcoux (Commissioner, City of Milwaukee).
18. Perché il North Dakota è uno dei pochi Stati che, in 35 anni d’America, non ho visto. E del Montana, da bambino, mi piaceva la pubblicità (“Laggiù nel Montana tra mandrie e cow-boys/c’è sempre qualcuno di troppo tra noi/(...) E ora a noi due sporco fiore del fingo/eh sarebbe ‘del fango’ ma è per far rima con Gringo”).
19. Perché mica posso stare tutto il giorno a discutere con Beppe Grillo. Che poi non discute: afferma (tra gli applausi del pubblico votante).
20. Perché sedersi a vent’anni è irrilevante, a trenta è piacevole, a quaranta è comprensibile. Ma a cinquanta è incosciente.
Mercoledì, 13. giugno 2012
Chicago-Milwaukee
Viaggiamo su binari canadesi tra l'Illinois e Wisconsin che, fino a prova contraria, non stanno in Canada. Il libero mercato ferroviario, in America, funziona così. Amtrak è proprietaria di alcune tratte (le più importanti quelle tra Boston e Washington DC); le altre, le affitta. I binari che oggi ci portano da Chicago a Milwaukee, per esempio, sono di proprietà della Canadian National Railways.
Ci avevano assicurato: due di voi potranno viaggiare nella locomotiva! Subito mi ero prenotato, insieme all’operatore Alberto “Pacifista” Engeli, così rinominato perché domenica, girando per Englewood (Chicago South Side, 80 omicidi e 260 feriti da arma da fuoco negli ultimi 16 mesi), puntava la telecamera verso tipi poco rassicuranti e gridava: “Peace!”. La cosa curiosa è che quelli, invece di inseguirci, rispondevano al saluto.
Torniamo al treno. Al momento di salire sul locomotore (engine) scopriamo che nella cabina di guida c’è posto per un solo ospite: ovviamente cedo il passo alla telecamera. Peccato. Ogni uomo, fin dall’adolescenza, sogna di guidare un treno, spiegava Freud, attribuendo a questa passione un significato sessuale.
Rientro nella solita carrozza, un po’ frustrato (ovvio! avrebbe detto Sigmund). Niente scompartimenti e classe “coach” (economica nonché unica). Mi siedo, ascolto la disquisizione di un loquace rappresentante Amtrak, che mi ricorda Potsie (“Happy Days”) quarant’anni dopo. Imparo le seguenti cose sui treni americani:
1. il traffico passeggeri è crollato negli anni ’50, in seguito allo sviluppo dell’Interstate Highway System (autostrade) e dell’aviazione commerciale.
2. le ferrovie americane, a differenze di quelle europee, puntano soprattutto sulle merci, che rappresentano metà del mercato
3. un treno-merci è lungo in media 3,4 km ed è formato da 280 vagoni
4. il nostro treno viene tirato dalla locomotiva fino a Milwaukee; poi verrà spinto indietro fino a Chicago. Per questo si chiama “push-pull train”.
5. Non lo spingeremo noi
La lezione dura poco, il viaggio anche. A mezzogiorno rivedo Milwaukee dopo 19 anni. Nel 1993 era una città operaia che stava cambiando pelle; oggi è un luogo benestante, ripulito, ristrutturato, con un lungolago verde e festoso. La stazione ferroviaria è bianca e aggraziata; le riconversioni impeccabili; c’è perfino un museo dell’architetto Calatrava, che chiude le ali - letteralmente - alle 5 del pomeriggio. Milwaukee resta però una delle città meno integrate degli Stati Uniti: i bianchi (soprattuto di origine tedesca e polacca) rappresentano il 45% della popolazione e stanno per conto proprio; i neri sono il 40% e vivono a nord; gli ispanici a sud; gli asiatici (soprattutto hmong) a nord-ovest. La città - 600mila abitanti, più altrettanti nell’area metropolitana - è patria della Harley Davidson e della birra Miller. Salgo in sella alla prima e bevo la seconda, alla salute del Mid-West: un’America senza aggettivi, e non ne aggiungerò io.
Ci avevano assicurato: due di voi potranno viaggiare nella locomotiva! Subito mi ero prenotato, insieme all’operatore Alberto “Pacifista” Engeli, così rinominato perché domenica, girando per Englewood (Chicago South Side, 80 omicidi e 260 feriti da arma da fuoco negli ultimi 16 mesi), puntava la telecamera verso tipi poco rassicuranti e gridava: “Peace!”. La cosa curiosa è che quelli, invece di inseguirci, rispondevano al saluto.
Torniamo al treno. Al momento di salire sul locomotore (engine) scopriamo che nella cabina di guida c’è posto per un solo ospite: ovviamente cedo il passo alla telecamera. Peccato. Ogni uomo, fin dall’adolescenza, sogna di guidare un treno, spiegava Freud, attribuendo a questa passione un significato sessuale.
Rientro nella solita carrozza, un po’ frustrato (ovvio! avrebbe detto Sigmund). Niente scompartimenti e classe “coach” (economica nonché unica). Mi siedo, ascolto la disquisizione di un loquace rappresentante Amtrak, che mi ricorda Potsie (“Happy Days”) quarant’anni dopo. Imparo le seguenti cose sui treni americani:
1. il traffico passeggeri è crollato negli anni ’50, in seguito allo sviluppo dell’Interstate Highway System (autostrade) e dell’aviazione commerciale.
2. le ferrovie americane, a differenze di quelle europee, puntano soprattutto sulle merci, che rappresentano metà del mercato
3. un treno-merci è lungo in media 3,4 km ed è formato da 280 vagoni
4. il nostro treno viene tirato dalla locomotiva fino a Milwaukee; poi verrà spinto indietro fino a Chicago. Per questo si chiama “push-pull train”.
5. Non lo spingeremo noi
La lezione dura poco, il viaggio anche. A mezzogiorno rivedo Milwaukee dopo 19 anni. Nel 1993 era una città operaia che stava cambiando pelle; oggi è un luogo benestante, ripulito, ristrutturato, con un lungolago verde e festoso. La stazione ferroviaria è bianca e aggraziata; le riconversioni impeccabili; c’è perfino un museo dell’architetto Calatrava, che chiude le ali - letteralmente - alle 5 del pomeriggio. Milwaukee resta però una delle città meno integrate degli Stati Uniti: i bianchi (soprattuto di origine tedesca e polacca) rappresentano il 45% della popolazione e stanno per conto proprio; i neri sono il 40% e vivono a nord; gli ispanici a sud; gli asiatici (soprattutto hmong) a nord-ovest. La città - 600mila abitanti, più altrettanti nell’area metropolitana - è patria della Harley Davidson e della birra Miller. Salgo in sella alla prima e bevo la seconda, alla salute del Mid-West: un’America senza aggettivi, e non ne aggiungerò io.
Martedì, 12. giugno 2012
Pellegrinaggio a Obamaland
Dopo aver avvicinato il bunker di Mitt Romney a Boston, oggi abbiamo accostato il fortino di Barack Obama a Chicago. Esperienza istruttiva. Visitando - si fa per dire - i due quartier generali, si capisce che l’atteggiamento dei grandi partiti americani verso i media stranieri è semplice: non votano, non donano, non c’interessano.
L’indirizzo è 130 East Randolph Street, a pochi metri da Michigan Avenue, appena sotto Millenniun Park. Prudential Building. Non un simbolo, non una bandiera. Un edificio moderno che potrebbe essere la sede di un’assicurazione, di una banca d’affari o del partito comunista cinese. L’accoglienza è più o meno quella, in effetti. Se, guidati da istinto rabdomantico, s’arriva al bancone del ricevimento, si ottiene uno sguardo perplesso e un foglio con alcuni indirizzi email: scrivi qui se vuoi fare il volontario, scriva là se vuoi donare soldi. Altrimenti, smamma. Be’, questo non c’è scritto, ma la sostanza è questa.
Va da sé che prima di tentare l’approccio diretto abbiamo telefonato, scritto, fatto telefonare. Ma la politica americana è diventata impermeabile. Ansiosa e minacciata da un lato (durante il recente vertice Nato otto dimostranti sono stati arrestati proprio qui). Cinica e calcolatrice dall’altro.
Il comportamento verso i media internazionali è la spia di un atteggiamento più vasto. Il numero dei “battleground states” contesi tra i due candidati s’è ridotto. Nel 1976 questi Stati ospitavano il 60% della popolazione americana, oggi solo il 20%. Chi vive in Ohio, Florida, Pennsylvania o Nevada vedrà spesso Obama e Romney, nei prossimi mesi, e sarà bombardato di messaggi televisivi. Gli altri sono “flyover states”: il risultato è scontato, i candidati ci passeranno sopra in aereoplano.
Anche il numero di raduni e comizi è diminuito. Repubblicani e democratici sono a caccia di soldi, e organizzano continui incontri con i donatori. Costoro sono disposti a sborsare duemila dollari per un cocktail di gamberetti nei pressi di Barack o Mitt. Ma non intendono farlo con altre duemila persone.
Risultato: il referendum del 6 novembre (Obama sì/Obama no) sarà preceduto da una campagna elettorale giocata sull’empatia fasulla del social media, e su alcune uscite pubblicizzate, in cui i giornalisti - sì, anche quelli americani - faranno soltanto da amplificatori.
Triste, pensavo, mentre il tandem motorizzato tedesco (Karl Hoffman sul sellino posteriore) tagliava le strade di Hyde Parl bagnate dalla pioggia. Nel quartiere meridionale di Chicago dove il giovane Barack ha vissuto a lungo, hanno organizzato un Bike Tour Presidenziale: visita al barbiere di Obama, giro intorno all’università di Obama, un’occhiata a casa Obama (protetta da piante verdi e colossali agenti del Secret Service), sosta da Valois, 1518 E. 53rd Street, la cafeteria dove Obama consumava i pasti (preferenza per roastbeef e verdure, ci assicurano). Forse è colpa dell’aria condizionata feroce, che gela gli entusiasmi, ma le aspettative erano altre. Qui Barack Obama è stata un giovane sognatore americano: ora è un ologramma irraggiungibile.
L’indirizzo è 130 East Randolph Street, a pochi metri da Michigan Avenue, appena sotto Millenniun Park. Prudential Building. Non un simbolo, non una bandiera. Un edificio moderno che potrebbe essere la sede di un’assicurazione, di una banca d’affari o del partito comunista cinese. L’accoglienza è più o meno quella, in effetti. Se, guidati da istinto rabdomantico, s’arriva al bancone del ricevimento, si ottiene uno sguardo perplesso e un foglio con alcuni indirizzi email: scrivi qui se vuoi fare il volontario, scriva là se vuoi donare soldi. Altrimenti, smamma. Be’, questo non c’è scritto, ma la sostanza è questa.
Va da sé che prima di tentare l’approccio diretto abbiamo telefonato, scritto, fatto telefonare. Ma la politica americana è diventata impermeabile. Ansiosa e minacciata da un lato (durante il recente vertice Nato otto dimostranti sono stati arrestati proprio qui). Cinica e calcolatrice dall’altro.
Il comportamento verso i media internazionali è la spia di un atteggiamento più vasto. Il numero dei “battleground states” contesi tra i due candidati s’è ridotto. Nel 1976 questi Stati ospitavano il 60% della popolazione americana, oggi solo il 20%. Chi vive in Ohio, Florida, Pennsylvania o Nevada vedrà spesso Obama e Romney, nei prossimi mesi, e sarà bombardato di messaggi televisivi. Gli altri sono “flyover states”: il risultato è scontato, i candidati ci passeranno sopra in aereoplano.
Anche il numero di raduni e comizi è diminuito. Repubblicani e democratici sono a caccia di soldi, e organizzano continui incontri con i donatori. Costoro sono disposti a sborsare duemila dollari per un cocktail di gamberetti nei pressi di Barack o Mitt. Ma non intendono farlo con altre duemila persone.
Risultato: il referendum del 6 novembre (Obama sì/Obama no) sarà preceduto da una campagna elettorale giocata sull’empatia fasulla del social media, e su alcune uscite pubblicizzate, in cui i giornalisti - sì, anche quelli americani - faranno soltanto da amplificatori.
Triste, pensavo, mentre il tandem motorizzato tedesco (Karl Hoffman sul sellino posteriore) tagliava le strade di Hyde Parl bagnate dalla pioggia. Nel quartiere meridionale di Chicago dove il giovane Barack ha vissuto a lungo, hanno organizzato un Bike Tour Presidenziale: visita al barbiere di Obama, giro intorno all’università di Obama, un’occhiata a casa Obama (protetta da piante verdi e colossali agenti del Secret Service), sosta da Valois, 1518 E. 53rd Street, la cafeteria dove Obama consumava i pasti (preferenza per roastbeef e verdure, ci assicurano). Forse è colpa dell’aria condizionata feroce, che gela gli entusiasmi, ma le aspettative erano altre. Qui Barack Obama è stata un giovane sognatore americano: ora è un ologramma irraggiungibile.
Lunedì, 11. giugno 2012
Il mantra collettivo dell'America
Chicago è la più bella e completa città degli Stati Uniti: per farmi cambiare idea, dovreste convincermi a passare qui un inverno. Ma il vento della Windy City, in giugno, è tiepido e dolce, come l’umore della gente che incontri.
E’ bello poterlo constatare dentro il Cellular Field, lo stadio dei White Sox, che giocano contro Houston. Il rumore della palla sulla mazza segna l’inizio della bella stagione; un potente evocatore d’estate cui gli americani rispondono con un riflesso pavloviano. Il baseball è incomprensibile per noi stranieri, ma solo se lo vogliamo comprendere. Non è strettamente necessario: un fuori-campo ha una valenza estetica e un’ovvietà dinamica; e se tutti intorno al te gridano, ci dev’essere un motivo.
Lo sport nazionale serve per analizzare le budella di un paese. Senza calcio non si capiscono Argentina e Brasile; senza hockey non si capisce il Canada; senza cricket non si capisce l’India; senza rugby non si capiscono Australia e Nuova Zelanda; senza litigi tribali non si capisce l’Italia. Senza baseball mancherà sempre qualcosa nella comprensione degli Stati Uniti d’America.
Il baseball è passione per i numeri, le statistiche, i rituali, gli eroi sbucati dal nulla, le coreografie, le strategie, la forza e il controllo della forza. Il baseball - 160 partite in un anno contro le 16 del football - è il mantra americano, un produttore instancabile di ricordi familiari: e il numero di bambini presenti a Cellular Field dimostra che tutto questo continuerà. Non a caso ogni grande attore e scrittore s'è cimentato col tema: da “Underworld” di Don De Lillo a “Moneyball” con Brad Pitt.
Il baseball ha un solo rivale, nella conquista dell’immaginario festivo: lo stomaco. La quantità di alimenti e bevande consumate sotto i nostri occhi è spaventosa: la masticazione e la deglutizione sono il metronomo del pomeriggio al ballpark. Hot-dog, salsicce, hamburger, dolci, ciambelle, zucchero filato e altri misteriosi oggetti commestibili (dicono): qualunque cosa, pur di non fermare le mandibole. In ogni momento dozzine di persone si alzano, si risiedono, si spostano. Coppie di amici e di fidanzati caracollano con grandi bicchieri dai colori improbabili. Persone di ogni età, etnia e circonferenza sembrano sotto ipnosi: non capisci se sono assorte dal gioco e stanno assorbendo alcol e zuccheri.
Ho incrociato altre sfere, in questo torrido week-end sul lago Michigan. La palla arancione del basket in uno sport bar di Lakeview, sopra Lincoln Park (Miami Heat - Boston Celtics). La palla patriottica del calcio, al ristorante-pizzeria “Macello” nel Market District (Spagna - Italia). La palla oblunga del football a North Avenue Beach, scagliata da ragazzoni tatuati, ansiosi di impressionare le ragazze, che invece si guardavano le unghie dei piedi. E’ però la pallina fulminea del baseball che mi resterà in mente. E' la memoria collettiva di caucciù cui l’America non vuol rinunciare - anche perché le abitudini sono il miglior antidoto contro le inquietudini. Che oggi, diciamolo, non mancano.
E’ bello poterlo constatare dentro il Cellular Field, lo stadio dei White Sox, che giocano contro Houston. Il rumore della palla sulla mazza segna l’inizio della bella stagione; un potente evocatore d’estate cui gli americani rispondono con un riflesso pavloviano. Il baseball è incomprensibile per noi stranieri, ma solo se lo vogliamo comprendere. Non è strettamente necessario: un fuori-campo ha una valenza estetica e un’ovvietà dinamica; e se tutti intorno al te gridano, ci dev’essere un motivo.
Lo sport nazionale serve per analizzare le budella di un paese. Senza calcio non si capiscono Argentina e Brasile; senza hockey non si capisce il Canada; senza cricket non si capisce l’India; senza rugby non si capiscono Australia e Nuova Zelanda; senza litigi tribali non si capisce l’Italia. Senza baseball mancherà sempre qualcosa nella comprensione degli Stati Uniti d’America.
Il baseball è passione per i numeri, le statistiche, i rituali, gli eroi sbucati dal nulla, le coreografie, le strategie, la forza e il controllo della forza. Il baseball - 160 partite in un anno contro le 16 del football - è il mantra americano, un produttore instancabile di ricordi familiari: e il numero di bambini presenti a Cellular Field dimostra che tutto questo continuerà. Non a caso ogni grande attore e scrittore s'è cimentato col tema: da “Underworld” di Don De Lillo a “Moneyball” con Brad Pitt.
Il baseball ha un solo rivale, nella conquista dell’immaginario festivo: lo stomaco. La quantità di alimenti e bevande consumate sotto i nostri occhi è spaventosa: la masticazione e la deglutizione sono il metronomo del pomeriggio al ballpark. Hot-dog, salsicce, hamburger, dolci, ciambelle, zucchero filato e altri misteriosi oggetti commestibili (dicono): qualunque cosa, pur di non fermare le mandibole. In ogni momento dozzine di persone si alzano, si risiedono, si spostano. Coppie di amici e di fidanzati caracollano con grandi bicchieri dai colori improbabili. Persone di ogni età, etnia e circonferenza sembrano sotto ipnosi: non capisci se sono assorte dal gioco e stanno assorbendo alcol e zuccheri.
Ho incrociato altre sfere, in questo torrido week-end sul lago Michigan. La palla arancione del basket in uno sport bar di Lakeview, sopra Lincoln Park (Miami Heat - Boston Celtics). La palla patriottica del calcio, al ristorante-pizzeria “Macello” nel Market District (Spagna - Italia). La palla oblunga del football a North Avenue Beach, scagliata da ragazzoni tatuati, ansiosi di impressionare le ragazze, che invece si guardavano le unghie dei piedi. E’ però la pallina fulminea del baseball che mi resterà in mente. E' la memoria collettiva di caucciù cui l’America non vuol rinunciare - anche perché le abitudini sono il miglior antidoto contro le inquietudini. Che oggi, diciamolo, non mancano.
Domenica, 10. giugno 2012
L'unico treno della notte (Chicago, arriviamo)
Alcune malelingue sostengono che ci fossero altri treni da Cleveland per Chicago. Non è vero: c’era solo questo delle 03.45. Non è colpa mia se parte con un’ora di ritardo. Siamo tutti qui, mezzi addormentati, sotto i neon di un improbabile sabato mattina, con il computer sulle ginocchia e il rimpianto negli occhi (sonno, secondo un’altra versione). Avremmo potuto dormire un’ora di più, prima di ascoltatare la sveglia registrata del Doubletree Lakeside che trilla “Good morning!”. “Poteva esserci la neve”, taglia corto Edward, uomo Amtrak, che vive in Florida e verso la neve prova antipatia.
Ormai siamo qui: aspetteremo il treno argentato che correrà lungo il lago fino a Toledo, dove imbarcheremo un reparto di boy-scout; attraverserà l’Indiana; per arrivare dopo sette ore a Chicago, Illinois, angolo nord-est. Correre è una parola grossa. La velocità media, sui treni a lunga percorrenza, è 71 miglia (114 km) l’ora. Ma non ci lamentiamo, né della velocità né d’altro, e questa mansuetune sorprende gli americani che incontriamo. Il treno, per i lunghi viaggi, viene considerato un mezzo di trasporto insolito, quasi eccentrico. Non è patriottico come l’automobile o indispensabile come l’aeroplano. Che uno le scelga per attraversare l’America è strano, quasi sospetto.
La “sleeperette” non è una una velina ferroviaria, una fanciulla in abiti succinti che accoglie i viaggiatori dei vagoni-letto. Come ho già spiegato, è il cubicolo assegnato per la notte. Al secondo incontro mi sembra quasi accogliente. So calare la cuccetta superiore senza decapitarmi, per esempio. Ma non è la scomodità che rischia di tenermi sveglio: è la curiosità. L’umanità sui treni è fonte di continua meraviglia. Il paesaggio, un lungometraggio lungo quanto il viaggio.
In America non si va mai: si torna sempre. Ogni luogo, ogni nome, ogni immagine sembrano familiari. Ohio è una canzone di Neil Young. Ci sono nati il generale Custer, diversi presidenti, Paul Newman, Clark Gable e un altro centinaio di notissimi personaggi. In Indiana passiamo campi lunghi e fattorie colorate, e le auto sulle strade parallelle si muovono al rallentatore, come in un film. A colazione divido il tavolo con Don e Dottie Harris, 75 anni lui e 65 lei, che festeggiano il 41esimo di matrimonio. Vengono dalla cascate del Niagara, tornano a casa a Austin, Texas. Dicono che Obama suscita tanta ostilità perché è nero, come loro. Lo voteranno, probabilmente. Ma devono ancora pensarci, perché alcune cose che il Presidente ha detto non gli sono piaciute.
Strani umori percorrono gli USA di questi tempi: dopo 35 anni di frequentazioni, e qualche giorno di treno, so riconoscere le smorfie sul volto di una nazione amica. “La maggior parte dei cittadini americani in questi ultimi anni ha cambiato così tante città, così tanti lavori, ha visto cambiare così tante cose, da aver perso la bussola e il proprio posto dentro l'America”. Questo pensa Salvadore Scibona, giovane scrittore di Cleveland, autore di “The End” (2009). Un riassunto che condivido, anche se non vorrei. O forse è l’effetto “sleeperette”: si diventa letterari.
Ormai siamo qui: aspetteremo il treno argentato che correrà lungo il lago fino a Toledo, dove imbarcheremo un reparto di boy-scout; attraverserà l’Indiana; per arrivare dopo sette ore a Chicago, Illinois, angolo nord-est. Correre è una parola grossa. La velocità media, sui treni a lunga percorrenza, è 71 miglia (114 km) l’ora. Ma non ci lamentiamo, né della velocità né d’altro, e questa mansuetune sorprende gli americani che incontriamo. Il treno, per i lunghi viaggi, viene considerato un mezzo di trasporto insolito, quasi eccentrico. Non è patriottico come l’automobile o indispensabile come l’aeroplano. Che uno le scelga per attraversare l’America è strano, quasi sospetto.
La “sleeperette” non è una una velina ferroviaria, una fanciulla in abiti succinti che accoglie i viaggiatori dei vagoni-letto. Come ho già spiegato, è il cubicolo assegnato per la notte. Al secondo incontro mi sembra quasi accogliente. So calare la cuccetta superiore senza decapitarmi, per esempio. Ma non è la scomodità che rischia di tenermi sveglio: è la curiosità. L’umanità sui treni è fonte di continua meraviglia. Il paesaggio, un lungometraggio lungo quanto il viaggio.
In America non si va mai: si torna sempre. Ogni luogo, ogni nome, ogni immagine sembrano familiari. Ohio è una canzone di Neil Young. Ci sono nati il generale Custer, diversi presidenti, Paul Newman, Clark Gable e un altro centinaio di notissimi personaggi. In Indiana passiamo campi lunghi e fattorie colorate, e le auto sulle strade parallelle si muovono al rallentatore, come in un film. A colazione divido il tavolo con Don e Dottie Harris, 75 anni lui e 65 lei, che festeggiano il 41esimo di matrimonio. Vengono dalla cascate del Niagara, tornano a casa a Austin, Texas. Dicono che Obama suscita tanta ostilità perché è nero, come loro. Lo voteranno, probabilmente. Ma devono ancora pensarci, perché alcune cose che il Presidente ha detto non gli sono piaciute.
Strani umori percorrono gli USA di questi tempi: dopo 35 anni di frequentazioni, e qualche giorno di treno, so riconoscere le smorfie sul volto di una nazione amica. “La maggior parte dei cittadini americani in questi ultimi anni ha cambiato così tante città, così tanti lavori, ha visto cambiare così tante cose, da aver perso la bussola e il proprio posto dentro l'America”. Questo pensa Salvadore Scibona, giovane scrittore di Cleveland, autore di “The End” (2009). Un riassunto che condivido, anche se non vorrei. O forse è l’effetto “sleeperette”: si diventa letterari.
Sabato, 9. giugno 2012
Cleveland rocks! L'Italia? Minuetti
Vi sembrerà strano, ma la cosa che più mi ha colpito alla Rock and Roll Hall of Fame di Cleveland, Ohio, non sono stati i cimeli (diciamolo, ci sono anche negli Hard Rock Cafè). Non è l’edificio appuntito di I.M Pei, sfolgorante contro il sole come una gigantesca, forsennata matita. Non sono neppure gli sciami di scolaresche eccitate davanti ai monumenti di quella musica (ormai) classica: Nirvana, Led Zeppelin, Beatles e Elvis Presley. La cosa che mi ha veramente colpito - confido ad Andrea Salvadore, il regista del film di viaggio che andrà su La7 in settembre - è questa: in America sono riusciti a creare un meccanismo come la Hall of Fame.
C’è un processo di valutazione, di selezione, di nomina (induction): occorrono almeno 25 anni dall’inizio dell’attività musicale. E i più individualisti, sregolati, eccessivi tra gli artisti - le star del rock - lo hanno accettato. I filmati delle cerimonie lo dimostrano. Bruce Springsteen magari ne approfitta per sfottere Bill Gates; Mick Jagger fa notare giustamente che “ci chiedono di comportarci bene stasera, ma ci premiamo per esserci comportati male per 25 anni”. Però sono lì tutti, americani e britannici e (pochi) altri, accettando valutazioni, gerarchie, riconoscimento. Consapevoli di fare parte di una storia comune.
Pensate la Hall of Fame della Canzone Italiana: piacerebbe moltissimo al pubblico, farebbe una valanga di soldi, ma non si farà MAI. La commissione giudicante sarebbe immediatamente preda degli appettiti dei partiti, come l’Agcom. Il Pd vorrebbe i suoi cantanti, il Pdl pretenderebbe almeno cinque cantautori di destra (trovarli!), l’Udc chiederebbe almeno un chitarrista. I grillini domanderanno se il Beppecapo non si può inserire: in fondo gliele ha cantate, no? Qualcuno dirà: nominiamo un commissario! Amato e Bondi diranno: sorry, dei “Camaleonti” non sappiamo abbastanza.
Vasco Rossi accetterà l’onore (che merita), a patto di avere uno spazio superiore a Ligabue. Celentano? Solo se gli danno un posto vicino all’ingresso (giustificherà la richiesta dicendo d’essere stato l’importatore italiano di Elvis). Francesco De Gregori, interpellato, si chiuderà in un fascinoso silenzio (la Hall of Fame mica paga i diritti come il Monte dei Paschi di Siena). Gli eredi di Battisti e Dalla chiederanno precise garanzie. Solo Fossati e Battiato diranno: fate un po’ voi. E verranno attaccati dal “Foglio” come “qualunquisti musicali”.
Be’, questo ho pensato, davanti alla piramide del rock and roll a Cleveland, Ohio. Andiamo a prendere il treno per Chicago, che è meglio.
C’è un processo di valutazione, di selezione, di nomina (induction): occorrono almeno 25 anni dall’inizio dell’attività musicale. E i più individualisti, sregolati, eccessivi tra gli artisti - le star del rock - lo hanno accettato. I filmati delle cerimonie lo dimostrano. Bruce Springsteen magari ne approfitta per sfottere Bill Gates; Mick Jagger fa notare giustamente che “ci chiedono di comportarci bene stasera, ma ci premiamo per esserci comportati male per 25 anni”. Però sono lì tutti, americani e britannici e (pochi) altri, accettando valutazioni, gerarchie, riconoscimento. Consapevoli di fare parte di una storia comune.
Pensate la Hall of Fame della Canzone Italiana: piacerebbe moltissimo al pubblico, farebbe una valanga di soldi, ma non si farà MAI. La commissione giudicante sarebbe immediatamente preda degli appettiti dei partiti, come l’Agcom. Il Pd vorrebbe i suoi cantanti, il Pdl pretenderebbe almeno cinque cantautori di destra (trovarli!), l’Udc chiederebbe almeno un chitarrista. I grillini domanderanno se il Beppecapo non si può inserire: in fondo gliele ha cantate, no? Qualcuno dirà: nominiamo un commissario! Amato e Bondi diranno: sorry, dei “Camaleonti” non sappiamo abbastanza.
Vasco Rossi accetterà l’onore (che merita), a patto di avere uno spazio superiore a Ligabue. Celentano? Solo se gli danno un posto vicino all’ingresso (giustificherà la richiesta dicendo d’essere stato l’importatore italiano di Elvis). Francesco De Gregori, interpellato, si chiuderà in un fascinoso silenzio (la Hall of Fame mica paga i diritti come il Monte dei Paschi di Siena). Gli eredi di Battisti e Dalla chiederanno precise garanzie. Solo Fossati e Battiato diranno: fate un po’ voi. E verranno attaccati dal “Foglio” come “qualunquisti musicali”.
Be’, questo ho pensato, davanti alla piramide del rock and roll a Cleveland, Ohio. Andiamo a prendere il treno per Chicago, che è meglio.
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Beppe Severgnini








