Arrivati al penultimo giorno del nostro viaggio è il momento di fare un bilancio. Dopo oltre seimila chilometri a bordo dei treni Amtrak e dozzine di conversazioni con americani di diverse origini, religioni e idee, ho la sensazione che la rielezione di Barack Obama potrebbe per lo meno essere in dubbio. Eppure, anche la vittoria di Mitt Romney non cambierebbe sostanzialmente questo Paese. E’ troppo grande e vasto e i suoi cittadini troppo diversi fra loro, perché anche l’uomo più potente del mondo possa rivoltare la situazione dall’oggi al domani. Ciò che i sostenitori di Obama temono maggiormente, è l’abbandono della politica estera difensiva portata avanti dall’attuale Presidente. Un timore condiviso, peraltro, da molti europei. Tutti sono concordi sul fatto che i prossimi mesi saranno dominati da un’accesissima campagna elettorale, il cui esito resterà incerto fino alla fine.
Viaggiare in treno è stata un’esperienza particolare. Non solo per aver potuto trascorrere diverse ore, su binari a volte decisamente sconnessi, meditando di fronte alla pressoché sconfinata vastità degli Stati Uniti, preferibilmente seduti nella Lounge Car, che ti permette di godere di una fantastica vista su ambo i lati del treno. Senza ripercorrere proprio tutte le tappe da una all’altra costa, alcuni tratti sono sicuramente consigliabili, come quello lungo il Mississippi oppure attraverso le Rocky Mountains.
Il treno non ti permette solo di godere del paesaggio in tutta la sua vastità, ma di entrare anche in stretto contatto con gli altri viaggiatori americani, che conversano con facilità, raccontano volentieri di sé e del proprio Paese, dandoti sempre l’impressione di condividere un’idea di vita positiva e fiduciosa nel futuro. Sono incredibilmente cortesi e anche nei più affollati treni interurbani fanno attenzione all’ordine e alla pulizia. Il personale ferroviario si dà da fare e sulla cucina del vagone ristorante non ho proprio nulla da obiettare. Una delle regole che ho imparato è che più piccole e provinciali sono le stazioni intermedie, e più arguto si fa il nostro sguardo sulla società americana, sugli uomini e le donne di Rugby, Malta, Spokane, Milwaukee e tutti gli altri luoghi che abbiamo toccato. E’ a loro, che sono stati i veri protagonisti di queste avventurose tre settimane, che va il mio ringraziamento, come ai miei compagni di viaggio Beppe, Alberto, Andrea, Gianni e naturalmente Soledad, le cui attente ricerche mi permettono ora che siamo alla fine di raccontare un’ultima storia, degna di un lungometraggio, persino con un lieto fine.
E’ la storia di Hanif Collins, che all’età di 17 anni ha deciso di chiamarsi “Luck One”, acronimo di “Living Under Communism is Knowing that Oppression is Nearly Everywhere”. Fino a quel giorno, questo ragazzo di buona famiglia afro-americana borghese, aveva frequentato la scuola, studiato il sassofono, suonato in un’orchestra sinfonica giovanile e iniziato una precoce carriera musicale. Poi, ad un certo punto, aveva derubato un narcotrafficante armato, finendo dapprima in un riformatorio, poi, compiuti i 18 anni, in prigione con assassini, ladri e giovani problematici. La sua aggressività, usata come difesa, gli è costata 18 mesi di isolamento. In quel periodo ha imparato lo spagnolo, letto libri, pensato tenendo tempo e ritmo, parlando con sé stesso, sviluppando una certa saggezza e riflettendo sulle proprie esperienze. Cinque anni più tardi, finita quest’interminabile detenzione, Luck One è tornato da rapper in libertà. Ieri sera si è esibito al Neumos, uno dei tanti locali di Seattle. Avrebbe la stoffa per affermarsi a livello internazionale, mi dice Edward Disano, il suo manager. L’HipHop di Luck One è coinvolgente, intelligente, il ragazzo è affascinante e dotato anche di senso dell’umorismo. Cosa avrebbe voluto fare, se la vita non l’avesse portato a essere un rapper? Il critico culinario, perché ti pagano per mangiare nei migliori ristoranti, mi dice, ridendo a crepapelle.
Oggi Luck One è un musulmano praticante, prega cinque volte al giorno e l’unica sua droga è ormai il tè freddo. Non ha una grande opinione di Obama, che non ha saputo cambiare le cose. Come molti suoi connazionali pensa che le elezioni siano una farsa: “A fake, you know!”. Già solo il mondo con cui lo dice, sembra un messaggio ritmato per i suoi fan, che lo ammirano molto, perché Luck One è uno di quei rari esempi di criminalità giovanile in cui il colpevole, anziché crollare dietro le sbarre, ha saputo maturare, iniziare una nuova vita e raggiungere il successo, grazie all’autodisciplina e all’impegno professionale. Portland, Oregon, la città in cui è cresciuto, è per lui il luogo più bello di tutta l’America. Un motivo in più, per concludere il nostro viaggio proprio lì.
Qui a Seattle mi piacerebbe tornare, magari nei prossimi mesi, quando una marea di rifiuti a seguito dello Tsunami in Giappone, toccherà questa costa. La notizia è già stata ripresa dal “Seattle Times”, che titola “An ocean of concern over tsunamis debris” – “Si attendono tonnellate di spazzatura, tuttavia non letali”, recita il sottotitolo. But that’s another story...
Venerdì, 22. giugno 2012
Un bilancio, il penultimo giorno
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Irma
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25-06-2012 07:47
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Beppe Severgnini








