Raggiungere in treno l’Oceano Pacifico è incredibilmente insignificante. Niente scogliere scoscese col mare in burrasca, nessuna flotta di alacri pescherecci, nessun faro che troneggi su uno scoglio in piena tempesta. Dopo una lenta discesa attraversando boschi madidi di pioggia, si apre una radura e poi una striscia argentea, che si perde in uno specchio pianeggiante. Da quel punto in poi finiscono le infinite distese di terra – l’America si ferma davanti all’Oceano Pacifico. Non è ancora il mare aperto, precluso da isolotti e penisole, ma l’acqua è salata e possiamo distinguere quell’alternarsi di tracce lasciate dall’alta e dalla bassa marea. Seguono barche a vela attraccate in un molo, una raffineria, serbatoi di petrolio, parcheggi, centri commerciali, strade, immondizia, sempre più case e infine un lungo tunnel, che porta il treno argentato fra i grattacieli, fin quando, rallentando, non si ferma. All’improvviso quelle migliaia di chilometri di lande deserte ti sembrano un’allucinazione andata in fumo, dopo il passaggio del nostro treno. Da qui si sviluppa una brulicante metropoli, con ricchi mercati, vivaci pub e bistro, parcheggi multipiano, filiali bancarie e sedi di colossi tecnologici e case commerciali presenti in tutto il mondo. Descrivere questo tipo di America mi sembra altrettanto sensato quanto descrivere un’immagine di Seattle presa da Wikipedia, che ognuno di noi può ammirare cliccando semplicemente due volte sul mouse. Il caso, invece, ha voluto che in serata finissi alla “Eliott Bay Book Company”, una spaziosa ed accogliente libreria, in cui Beppe Severgnini ha presentato a un gruppo di suoi lettori il suo ultimo libro su Berlusconi. E lì, passeggiando fra gli scaffali che si ergono nella libreria, ho incontrato Vivian Maier. Ancora un altro di quegli enigmatici eventi, che, per capriccio, non voglio neanche chiamare casualità.
Vivian Maier sta in piedi, indossa un tailleur probabilmente grigio scuro, a righe verticali con tasche applicate. Il taglio dei capelli castano scuri è corto, con la riga sulla sinistra. Avrà sui 35-40 anni. Dei suoi occhi non si vede che il sinistro, perché un’ombra oblunga copre esattamente metà del suo viso. Allo stesso modo si vede solo la mano sinistra, con cui impugna lateralmente una Rolleiflex con l’otturatore aperto, tenendola all’altezza del diaframma. Evidentemente Vivian è davanti allo specchio, perché la vedo proprio nel momento in cui realizza un autoscatto. La sfoglio, ritrovandola qualche pagina più in là, questa volta realmente riflessa in uno specchio da parete rotondo appeso accanto alla macchina fotografica, posta su un cavalletto. A destra, un orologio al contrario che segna le cinque e dieci. In quest’immagine Vivian appare più giovane, snella, con lo sguardo rivolto in lontananza e le labbra chiuse. Continuo a cercare fin quando non mi ritrovo improvvisamente al suo posto. Con i suoi occhi osservo un giovane con un ciuffo alla Elvis Presley, le braccia conserte e un guanto da baseball in mano. E poi una bimba dai capelli biondi, con le lacrime agli occhi, che, singhiozzando, porta la manina alla bocca, spalancata. Un anziano con la salopette, un naso gigantesco, le orecchie a sventola, gli avambracci percorsi da vene ben evidenti e una sigaretta bianca nella mano sinistra. Il mio sguardo si ferma su venditore assonnato, sullo sfondo della sua bancarella stracolma di giornali, con la scritta “Life” riportata ben due volte sotto al mento. E poi ancora su una venditrice di Brezel, su un’anziana signora in pelliccia con i capelli raccolti in una retina la retina, che, passando, mi lancia uno sguardo interrogativo. Ecco comparire un parco rottami con dei furgoni ormai in disuso. Una fermata della sopraelevata, dove passeggeri in attesa osservano il traffico intenso. Uno storpio mi chiede una moneta, poi incontro un mendicante, accovacciato a terra. Un uomo, con il giornale sotto il braccio mi passa accanto – riesco a leggere solo la parola “killer”. Sono tutte incredibilmente nitide queste foto dell’America e hanno preservato quella stessa autenticità di quando, 50 anni fa, Vivian iniziò a immortalare questo Paese con la sua macchina fotografica.
Vivian è nata nel 1926 e per tutta la sua vita è stata una babysitter nel quartiere Northside di Chicago, neanche a due passi dove, dieci giorni fa, abbiamo alloggiato. Fra il 1950 e il 1990 ha realizzato oltre centomila foto, senza pubblicarne mai neanche una, perché non voleva credere alla sua genialità. I negativi di quelle foto sono stati messi all’asta, quando, in età avanzata, non fu più in grado di pagare le tasse. Il caso (!) ha voluto, che la scatola con queste preziosità venisse riportata alla luce. Ora, alcune delle sue vedute dell’America, sono state raccolte nel libro “Street Photographer”, come si legge sulla copertina, sotto al suo autoritratto. Non ripongo il libro nello scaffale, ma lo porto alla cassa. Nonostante Vivian sia morta nel 2009, forse un giorno, per puro caso, capiterà l’occasione in cui mi autograferà la copia. Perché grazie alle sue foto, Vivian ormai è immortale.
Mercoledì, 20. giugno 2012
Seattle e Vivian Maier
Seattle arrivo
“Un ritardo puntale”, come dice Karl. La tattica di Amtrak, finora, si può riassumere così. Invece a Seattle arriviamo con mezz’ora di anticipo: 9.55 invece di 10.25. Questo grazie al cosiddetto “padding”: il ritardo viene previsto al momento di redigere l’orario ufficiale. Quest’astuzia, più italiana che americana, serve a rabbonire i passeggeri diretti alla destinazione finale. Una certezza, almeno, ce l’hanno.
In questo viaggio il responsabile del vagone-letto (sleeping car attendant) ha l’occhi vispo. Si chiama Kevin H. Conosce la geografia e lo spelling: se pronuncia il nome di una località, spiega come scriverlo. Quando chiediamo un permesso - abbassare il finestrino per filmare il treno in corsa - dice “No!” e contemporaneamente fa segno di sì con la testa. Così è a posto, col regolamento e col buon senso.
A Seattle piove, e questa non è una notizia. Ci sono stato altre volte, fin dal 1994, e ricordo gli adesivi sulle automobili: “We don’t tan. We rust” (Non siamo abbronzati, siamo arruginiti). Siamo partiti alle 02.20 da Spokane, dopo una birra con vista sulle cascate e due ore di sonno provvisorio. Sei zombie di tre nazionalità (tre italiani, un tedesco, uno svizzero): la notte scorsa, nella stazione di Spokane, avrebbero potuto arruolarci come comparse in Twilight.
Arrivato sul treno, però, ho ritrovato vitalità. Dopo sedici giorni mi rendo conto d’avere acquisito diversi meccanismi ferroviari. Non sono quelli dell’avvocato-scrittore David Peter Alan, incrociato due volte in questo viaggio, il quale passa la vita sui treni USA (“Mai preso un volo in quarant’anni!”, dichiara orgoglioso). Come il pianista sull’oceano, ha trasferito la propria vita professionale e sociale su un mezzo di trasporto, ne scrive, si batte affinché venga usato meglio (“Se un uomo solo ha scritto di tutte le ferrovie d’America, vuol dire che non abbastanza!”).
No, la mia competenza è più limitata e banale. So impilare i bagagli e spingerli lungo i corridoi (sempre valigie verticali con quattro rotelle, sui treni!). Sono capace di aprire le porte tra i vagoni col piede. So come prendere il caffè senza scottarmi e come chiudere il tavolo senza amputarmi le dita. Conosco l’ubicazione del tasto FLUSH nel microbagno, e riesco a lavarmi le mani premendo le leve col pollice. So dove stanno le prese di corrente, la regolazione dell’aria condizionata, la luce da lettura e i ganci-attaccappani. La sleeperette e il sottoscritto, ormai, si vogliono bene.
All’alba il treno scivola lungo il fiume Columbia, e il sole s’infila sotto le nuvole per illuminarlo. Alle 8 corre lungo la valle del fiume Snohomish e iniziano i campi coltivati; i furgoni pick-up, come silenziosi insetti meccanici, compaiono e scompaiono di fianco al treno. Alle 8.50 arriviamo a Everett, e l’annunciatore comincia a sembrare sentimentale. Appena compare l’acqua salata del Puget Sound, che si apre sul Pacifico, lo diventiamo anche noi. Siamo partiti dall’Atlantico, siamo arrivati qui; siamo partiti con la pioggia, e la pioggia ci aspetta all’arrivo. Ma la traversata - dall’acqua all’acqua - è riuscita, e l’America è cambiata. Volando, si attraversa una mappa. Restando a terra, abbiamo conosciuto una nazione.
Mancano le giornate a Seattle, e la tappa finale fino a Portland, Oregon. Ma possiamo dire che la terra è finita ancora una volta, come a Lisbona l’anno scorso. Dobbiamo inventarci qualcosa, nel 2013. A meno che l’avvocato-attivista David Peter Alan convinca Obama o Romney di stendere le rotaie sul Pacifico.
In questo viaggio il responsabile del vagone-letto (sleeping car attendant) ha l’occhi vispo. Si chiama Kevin H. Conosce la geografia e lo spelling: se pronuncia il nome di una località, spiega come scriverlo. Quando chiediamo un permesso - abbassare il finestrino per filmare il treno in corsa - dice “No!” e contemporaneamente fa segno di sì con la testa. Così è a posto, col regolamento e col buon senso.
A Seattle piove, e questa non è una notizia. Ci sono stato altre volte, fin dal 1994, e ricordo gli adesivi sulle automobili: “We don’t tan. We rust” (Non siamo abbronzati, siamo arruginiti). Siamo partiti alle 02.20 da Spokane, dopo una birra con vista sulle cascate e due ore di sonno provvisorio. Sei zombie di tre nazionalità (tre italiani, un tedesco, uno svizzero): la notte scorsa, nella stazione di Spokane, avrebbero potuto arruolarci come comparse in Twilight.
Arrivato sul treno, però, ho ritrovato vitalità. Dopo sedici giorni mi rendo conto d’avere acquisito diversi meccanismi ferroviari. Non sono quelli dell’avvocato-scrittore David Peter Alan, incrociato due volte in questo viaggio, il quale passa la vita sui treni USA (“Mai preso un volo in quarant’anni!”, dichiara orgoglioso). Come il pianista sull’oceano, ha trasferito la propria vita professionale e sociale su un mezzo di trasporto, ne scrive, si batte affinché venga usato meglio (“Se un uomo solo ha scritto di tutte le ferrovie d’America, vuol dire che non abbastanza!”).
No, la mia competenza è più limitata e banale. So impilare i bagagli e spingerli lungo i corridoi (sempre valigie verticali con quattro rotelle, sui treni!). Sono capace di aprire le porte tra i vagoni col piede. So come prendere il caffè senza scottarmi e come chiudere il tavolo senza amputarmi le dita. Conosco l’ubicazione del tasto FLUSH nel microbagno, e riesco a lavarmi le mani premendo le leve col pollice. So dove stanno le prese di corrente, la regolazione dell’aria condizionata, la luce da lettura e i ganci-attaccappani. La sleeperette e il sottoscritto, ormai, si vogliono bene.
All’alba il treno scivola lungo il fiume Columbia, e il sole s’infila sotto le nuvole per illuminarlo. Alle 8 corre lungo la valle del fiume Snohomish e iniziano i campi coltivati; i furgoni pick-up, come silenziosi insetti meccanici, compaiono e scompaiono di fianco al treno. Alle 8.50 arriviamo a Everett, e l’annunciatore comincia a sembrare sentimentale. Appena compare l’acqua salata del Puget Sound, che si apre sul Pacifico, lo diventiamo anche noi. Siamo partiti dall’Atlantico, siamo arrivati qui; siamo partiti con la pioggia, e la pioggia ci aspetta all’arrivo. Ma la traversata - dall’acqua all’acqua - è riuscita, e l’America è cambiata. Volando, si attraversa una mappa. Restando a terra, abbiamo conosciuto una nazione.
Mancano le giornate a Seattle, e la tappa finale fino a Portland, Oregon. Ma possiamo dire che la terra è finita ancora una volta, come a Lisbona l’anno scorso. Dobbiamo inventarci qualcosa, nel 2013. A meno che l’avvocato-attivista David Peter Alan convinca Obama o Romney di stendere le rotaie sul Pacifico.
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Beppe Severgnini








