Così come le rughe da jetleg si attenuano quando riprendiamo il nostro bioritmo, poco a poco svaniscono anche i soliti pregiudizi degli europei nei confronti degli USA, come, ad esempio, che il cibo sia solo cattivo, che ovunque si senta la depressione della crisi, che la cultura sia un privilegio degli europei e che la sera non si possa stare da nessuna parte per strada.

Cleveland, un tempo metropoli industriale, che 15 anni fa giaceva ancora al suolo, è l’esatto contrario di tutto ciò. Benché in molti quartieri periferici la povertà e la criminalità siano di casa, prosperano come non mai curati parchi verdi e musei, fra cui la Hall of Fame delle star del Rock ‘n’ Roll. Spiagge pulite, ville da sogno con vista sul lago Erie, loft all’interno di ex edifici industriali oggi risanati.

Baretti con tavoli anche fuori a Downtown, un’atmosfera che ricorda Montparnasse nei quartieri periferici in cui, alla fine del secolo scorso, gli allora immigrati europei costruirono piccole e confortevoli casette unifamiliari. In una di queste abita Tina, i cui genitori erano originari di Partinico, in Sicilia.

Tina fa l’artista e si è trasferita nella Professor Street in un’epoca in cui le case abbandonate venivano ancora incendiate e gli storici abitanti del quartiere dovevano temere per la propria vita di notte. Oggi quello stesso quartiere è diventato un gioiellino e la convivenza di diversi gruppi etnici è una felice ispirazione per il suo lavoro. Di fronte al drugstore, seduto al sole su uno sgabello da bar, vediamo James. Ha perso la gamba destra quando aveva 16 anni. Un tumore. I suoi nonni erano originari della Germania e lui, nonostante le stampelle, ha sempre tirato avanti alla meno peggio. A ottobre compirà 60 anni. Ora che i suoi quattro figli sono ormai grandi, James percepisce 1.100 dollari di assistenza sociale dallo Stato, che peraltro si è sempre preso cura di lui. Nonstante quei soldi non gli permettano di fare gran che, lui è contento. “America is my country, it’s a good country”, dice. Torsten Schulz è originario di Dresda, ma vivendo ormai da otto anni negli Stati Uniti, il suo accento americano copre quello sassone. Ha vissuto a lungo in California, ma da qualche mese è il capocuoco del ristorante trendy accanto al drugstore. “Cleveland è il posto giusto”, dice. “La gente è cordiale, i prezzi bassi e i collaboratori sono ipermotivati.” Torsten cucina italo-tedesco: i suoi clienti buongustai ritrovano ne menù spaghetti e Spätzle, Prosciutto di parma e Leberkäse fatto in casa. Schulz è determinato a rimanere negli USA, ma politicamente deve cambiare qualcosa. “La cosa importante, è che Obama non venga rieletto. Mia moglie ed io siamo conservatori“, dice Schulz.
“Se Obama dovesse perdere le elezioni, sarebbe drammatico, non solo per gli USA, ma anche per il resto del mondo” dice John, che con il suo taxi ha appena accostato accanto alla Saint Augustine Church

aiutando a far scendere con prudenza un anziano dalla sua macchina. Bessie Maggiano gli tiene la porta aperta. Saint Augustine è la parrocchia principale di Cleveland per ciechi e sordomuti, spiega Bessi. Qui le messe vengono celebrate con il linguaggio dei segni o utilizzando l’alfabeto Brail. Bessie aiuta le persone con difficoltà durante il suo tempo libero. Lei è solo uno degli esempi per l’enorme disponibilità e impegno sociale di molti americani.

In realtà Bessie si chiama Benedetta Maggiani e i suoi antenati erano originari della provincia di Messina. Ha splendenti occhi azzurri con un sottile bordo nero attorno alle pupille. E’ tipico per quei siciliani che vantano conquistatori normanni nel proprio albero genealogico. Benedetta ci saluta nel linguaggio dei segni: dapprima giunge le mani in preghiera, poi, con i pollici allungati e capovolti uno sopra l’altro, li fa girare uno intorno. “Preghiamo il signore, affinché ci protegga“ mi traduce, aggiungendo che i sordomuti non hanno problemi a viaggiare in tutto il mondo, perché il linguaggio dei segni è un linguaggio universale.
L’affabile John ci accompagna in albergo, chiacchierando ininterrottamente. “Romney non fa che pensare ai soldi. Chi non ne ha è ai suoi occhi un babbeo. Ma come facciamo a essere tutti ricchi?” s’indigna. “Se Obama dovesse perdere, tornerebbero i disordini in tutto il mondo, perché l’America tornerà a volersi immischiare dappertutto.” Poi sorride e i suoi denti risplendono sul volto scuro. John è nato in Africa, ma ha studiato negli Stati Uniti. “So che Obama vincerà. Mica per altro ho studiato Scienze Politiche. A Portland, in Oregon. Un politologo che guida il taxi!” Ridendo sonoramente John si ferma davanti al nostro albergo. E noi ci prepariamo per la prossima tappa, sulla via di Portland, in Oregon. Un’altra coincidenza.